Io e i miei compagni soffriamo di una malattia del cuore che può essere curata solo con l’oro…

Hernán Cortés, rivolgendosi al sovrano azteco Montezuma

Nell’agosto del 1492 un testardo navigatore genovese salpò dal porto spagnolo di Palos in cerca di una nuova rotta per le Indie Orientali. La parola d’ordine della sua missione era semplice: “buscar el Levante por el Poniente”. Detto altrimenti: raggiungere i ricchi mercati dell’Asia da un’ideale porta sul retro, facendo vela verso ovest ed evitando così la lunga e pericolosa circumnavigazione dell’Africa. L’occasione che il capitano bramava da una vita era giunta: dopo un infinito peregrinare tra le corti europee in cerca di un patrono che finanziasse il suo progetto marittimo, Cristoforo Colombo – questo il suo nome – era finalmente riuscito ad ottenere i mezzi per dimostrare la teoria nautica che aveva iniziato a prendere forma nella sua testa vent’anni prima, sin dal suo soggiorno a Lisbona. Pur senza troppa convinzione, e anzi, forse proprio per levarsi di torno quel fastidioso questuante, los Reyes Católicos Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona gli avevano affidato tre caravelle, navi di nuova concezione sviluppate dai carpentieri iberici appositamente per affrontare i marosi dell’oceano. Per la Spagna, un paese in piena ascesa, i tempi parevano propizi. La Reconquista si era appena conclusa vittoriosamente: al-Andalus ora si chiamava Andalucìa e la piazzaforte mora di Granada si trovava all’ombra della Croce. Cancellata l’ultima traccia della dominazione araba in Europa, il giovane regno poteva ora dedicarsi ad altre imprese, come le spedizioni oltremare. L’esempio del vicino Portogallo sembrava promettere bene. Da quasi un secolo quella piccola striscia di terra affacciata sull’Atlantico profondeva nelle esplorazioni geografiche enormi quantità delle proprie energie nazionali sotto forma di uomini, mezzi e capitali. L’impresa del comandante genovese andava quindi ad inserirsi in un’implicita gara tra i due paesi iberici. Come ogni iniziativa legata ad aspetti di lucro, portava con sé un’alta quota di rischio ma allo stesso tempo anche il miraggio di benefici altrettanto grandi. La prospettiva era semplicemente troppo allettante per essere ignorata: attingere alle ricchezze dell’Asia escludendo l’intermediazione delle esose repubbliche marinare italiane e la bellicosa mezzaluna islamica posizionata a guardia del Medioriente. Si trovò il modo di reperire l’esorbitante cifra di due milioni di maravedis necessaria ad approntare la spedizione. E andò come tutti sappiamo, nel bene e nel male. Limitandosi allo scopo del viaggio, l’impresa si rivelò un flop clamoroso. Colombo incappò sì in nuove terre, ma queste non somigliavano affatto all’Asia, al punto che presto si iniziò a dubitare che la manciata di isolette che aveva scoperto lo fossero davvero. Oltretutto, del Gran Khan del Catai non s’era vista nemmeno l’ombra. Senza rendersene conto, il grand’ammiraglio genovese aveva infatti trovato un nuovo continente sconosciuto. Ma soprattutto aveva fatto ritorno in Spagna con le stive cariche di tutto fuorché oro, argento e spezie, beni di cui l’Europa era avida e che rappresentavano la vera motivazione che lo aveva spinto a prendere il mare. Le tanto attese ricchezze per il momento si limitavano a pappagalli dai colori sgargianti, indiani seminudi e strani vegetali. Incidentalmente però, con i suoi tre gusci di noce, il nostro connazionale aveva traghettato l’Occidente fuori dal Medioevo nell’Età Moderna.

O almeno così ci hanno sempre raccontato sin dai tempi dei banchi di scuola. La voce che emerge da libri di testo e atlanti è infatti un coro all’unisono: nel lungo elenco delle vicende dell’umanità il 1492 rappresenta uno spartiacque epocale, uno dei pochi segnalibri della storia degni di essere universalmente ricordati, insieme al 1789 e al 1914. Al riguardo, l’indegno estensore di questo articolo non ha nulla da eccepire. L’anno in cui Colombo scoprì l’America è così profondamente impresso nella nostra coscienza storica collettiva da costituire un fondamentale ancoraggio del nostro modo di vedere il mondo. Tuttavia, fissare l’attenzione su un singolo momento rappresentato da una data nasconde in sé un pericolo: può infatti apparire limitante, e impedirci di vedere la complessa vastità di cause e fattori che lo hanno reso possibile. Ma soprattutto può indurci a ritenere che la storia prosegua per strappi e rotture, guidata dalle fortunate iniziative di un singolo, invece che lungo una lenta evoluzione preparatoria. Cosa intendo dire in concreto? Che l’Europa era in travaglio da tempo – più un secolo, almeno dalla fine della peste nera – e stava finalmente preparandosi ad uscire dal grembo del Medioevo. Tralasciamo per un attimo la spedizione di Colombo. Nel 1492, nella Milano di Ludovico Sforza un genio di nemmeno quarant’anni era indaffarato a dipingere capolavori, ideare macchine teatrali e progettare strane armi avveniristiche, così come ardite opere idrauliche. Il suo nome era Leonardo da Vinci. Veniva dalla Toscana, come altri due suoi contemporanei di un certo talento: Niccolò Macchiavelli e Michelangelo Buonarroti. Nel mentre, in Olanda, nel monastero agostiniano di Steyn, un giovane canonico si stava chiedendo se davvero recitare preghiere fosse la sua vocazione. Si sentiva molto più proprio agio nel viaggiare per facoltà universitarie o seduto ad un tavolino armato di calamaio e un foglio da riempire di parole. Si trattava di Erasmo da Rotterdam, forse il più alto rappresentante dell’umanesimo letterario. Ma non finisce qui. Due bimbi, uno umbro e l’altro sassone, e per coincidenza entrambi di soli nove anni, avrebbero presto fatto parlare di sé: Raffaello Sanzio e Martin Lutero. Infine, in una culla di un piccolo villaggio dei paesi baschi, un altro infante era appena entrato in una vita che lo avrebbe visto fondare un nuovo ordine religioso e venire proclamato santo dalla sua Chiesa per averla difesa con lo stesso spirito di un soldato della fede. Il suo nome? Ignazio di Loyola. Tutti questi grandi personaggi erano cittadini del continente che Colombo si apprestava a lasciare. Il 1492 non è solo la scoperta dell’America, e l’Europa era già l’Europa della modernità.

Ma non c’erano solo giganti della fede e della cultura. In un certo senso, tutte queste figure non erano che la punta di un iceberg. La società europea, sin nelle sue fondamenta, era ovunque in fermento, inquieta, curiosa e intraprendente come mai lo era stata. Da Lisbona ad Istanbul spirava un vento che avrebbe cambiato per sempre il volto dell’intero pianeta. Tanto per cominciare gli europei avevano iniziato a guardare oltre le finestre della loro angusta casa, scrutando la linea dell’orizzonte per poi affacciarsi nelle acque del loro cortile. A ben vedere questo spirito di iniziativa circolava da molto prima, rinfocolato da circostanze legate da un fil rouge che a posteriori appare in tutta la sua evidenza. Nell’VIII secolo gli Arabi perfezionarono l’astrolabio grazie alle loro avanzate conoscenze matematiche, consentendo così il calcolo della latitudine sulla base della declinazione del sole. In mare, sapere dove ci si trova, è altrettanto importante che sapere dove si deve andare. Poi, nel 1160 l’Almagesto di Tolomeo fu tradotto dal greco e successivamente dall’arabo in latino. Questo trattato astronomico, e gli almanacchi che ne derivarono, fornirono ai naviganti la possibilità di leggere i cieli come una mappa. Un secolo dopo, l’ultimo salto: portata dalla Cina, la bussola magnetica divenne “di serie” su tutte le imbarcazioni europee, prime tra tutte quelle delle città marinare italiane. I sospetti di stregoneria instillati da un ago che, comunque lo si girasse, inspiegabilmente indicava sempre il nord, passarono in secondo piano rispetto agli indubbi vantaggi che l’aggeggio garantiva ad un timoniere. Ora le marine europee disponevano di tutti – o quasi – gli strumenti per ampliare il raggio della loro azione. Non tardarono ad impiegarli: nel Duecento catalani e genovesi avevano così riscoperto le Canarie, isole già note a greci e fenici, ma di cui se ne era persa ogni nozione nel caos seguito alle invasioni barbariche. Nel maggio del 1291, Ugolino e Vadino Vivaldi, due fratelli della repubblica ligure, provarono a fare un ulteriore passo. Si spinsero con le loro galee oltre capo Juby, e forse persino al di là della linea del ventesimo parallelo. A condurli fin laggiù fu la curiosità ma anche – esattamente come il loro connazionale Colombo duecento anni dopo – il proposito di arrivare “ad partes Indiae per mare oceanum”, e non certo per turismo. Sparirono senza lasciare traccia e di loro non si seppe più nulla. Le successive spedizioni organizzate per rintracciarli non riuscirono nell’intento. Il motivo della triste sorte dei fratelli Vivaldi era semplice: le galee, imbarcazioni pensate per le brevi crociere nel Mediterraneo, non erano adatte all’oceano. Le loro caratteristiche nautiche le rendevano uno strumento inadatto alla vastità e ai pericoli de “l’alto mare aperto”. Lunghe, strette, con fiancate troppo basse, sovraccariche di uomini, armi e merci, e ancora troppo dipendenti dalla propulsione a remi: un tipo simile di nave aveva ben poche chances di cavarsela in una navigazione d’altura. Tuttavia, era solo questione di tempo prima che la tecnica e l’ingegneria navale fornissero i mezzi adatti. Nel Trecento i carpentieri e i maestri d’ascia iberici riadattarono un modello di nave mercantile impiegata dalla marineria baltica e anseatica. Si chiamava “cocca” ed era in pratica l’evoluzione dei famosi knarr norreni. Aveva un pescaggio molto basso e a dispetto delle dimensioni ridotte reggeva il mare incredibilmente bene. Poteva persino risalire il corso dei fiumi più grandi. I portoghesi la sottoposero ad un mirato upgrade tecnico per soddisfare le proprie esigenze. La privarono dei remi, le applicarono delle murate più alte e dei castelli a poppa e prua, principalmente per la difesa grazie all’installazione delle prime armi da fuoco. Questa versione 2.0 fu il “nau”, praticamente l’anello di congiunzione con la caravella. Con questo natante il minuscolo Portogallo mise sé stesso nella condizione di scrivere alcune delle più entusiasmanti pagine della storia umana, compiendo imprese che oggi equivarrebbero ad un viaggio spaziale su Marte. Come più tardi disse il missionario António Vieira: “Dio aveva dato ai portoghesi poca terra per nascere, ma un intero mondo per sepolcro.” La Terra si fece di colpo più piccola: i molti mondi che prima ignoravano la loro esistenza reciproca iniziarono il lungo cammino per fondersi in uno solo.

Le tappe toccate dalle esplorazioni lusitane rimangono impressionanti per la rapidità della loro successione. Una sequela dalla quale traspaiono un senso di urgenza e una sete di conoscenza assolute. Nel 1419 i portoghesi scoprirono Madeira, un piccolo arcipelago a quasi 600 chilometri dalla costa africana. Vi impiantarono immediatamente la coltura della vite e quella della canna da zucchero, devastandone per sempre l’ecosistema, circostanza che rende testimonianza di come gli aspetti ideali, allora come oggi, fossero subordinati a quelli economici. Nel 1427 fu la volta delle Azzorre, un altro gruppo di isole ancora più a ovest, in pieno oceano Atlantico. Poi, imbaldanziti, i portoghesi orientarono le rotte delle loro imbarcazioni più a sud. Ora si iniziava a fare sul serio: lo scopo dichiarato divenne sondare le esatte dimensioni dell’Africa, e scavalcarla. Era tuttavia un salto nelle tenebre dell’ignoto: di questo continente non si conosceva praticamente nulla se non la sottile fascia a nord del Sahara. Secondo il geografo ellenistico Tolomeo il Continente Nero separava il Mare Indicum, ma non era affatto chiaro se la sua massa si estendesse per tutto l’emisfero australe o se ci fosse un braccio di mare aperto che consentisse un passaggio verso l’Asia. Era quanto si proponevano di scoprire i portoghesi. Nel 1434 il principe Enrico, che in seguito sarebbe passato alla storia col soprannome “il navigatore”, spinse Gil Eanes oltre capo Bojador, lungo il 26° parallelo. Per gli uomini del Medioevo il luogo costituiva i confini dell’umanità, in quanto segnava l’inizio della “zona perusta”, una fascia dove si credeva che le temperature estreme non consentissero alcun tipo di vita. Eanes fece una timida incursione, ma ritornò a Lisbona con alcuni arbusti che smentivano le vecchie credenze tolemaiche. Spronato da Enrico, l’anno dopo il capitano era di nuovo in mare. Le sue navi questa volta si spinsero 50 leghe più sud. Nel 1436 compì un ulteriore passo. I portoghesi scoprirono un piccolo fiume che ribattezzarono “Rio de Oro”. Incredibilmente la vita continuava ad attecchire: gli esploratori videro cammelli, foche e alcuni uomini armati di lance. Ogni nuovo scatto in avanti non faceva che aumentare la fame di scoperte del principe Enrico. Nel 1444 Nuno Tristão vide le foci del fiume Senegal; nel 1447 a essere scoperte furono invece quelle del Gambia. Nel 1448, fu eretto nella baia di Arguin il primo avamposto portoghese, una specie di incrocio tra una fortezza e una base commerciale dotata di ampi magazzini per le merci. Dieci anni dopo cadde un nuovo velo quando i nau scoprirono le isole di Capo Verde, a soli 10 gradi di latitudine dall’equatore. Nemmeno la morte del principe Enrico smorzò la frenesia espansionistica del Portogallo, che ormai proseguiva praticamente per inerzia. Tra gli anni Sessanta e i primi anni Ottanta del Quattrocento i Portoghesi toccarono la Costa d’Oro, le Isole di São Tomé, poi la foce del Congo e infine le coste della Namibia. Lungo il tragitto stringevano accordi con i capi locali, dando origine alla tratta degli schiavi. Nel frattempo, i comandanti davano segnali di inquietudine. Proseguendo verso sud, la stella polare veniva inghiottita dall’orizzonte, privandoli del loro tradizionale riferimento astronomico. L’impressione doveva essere quella di addentrarsi in un altro mondo. Ma soprattutto l’Africa sembrava non avere fine: per quanto navigassero, a babordo c’era sempre terra che si rifiutava di piegare verso oriente. Poi finalmente avvenne la svolta, in tutti i sensi. Il 3 febbraio del 1488 Bartolomeo Dias doppiò il Capo di Buona Speranza. Il 12 marzo raggiunse la baia di Algoa, 800 chilometri più a est. Il litorale iniziava a ritrarsi verso ponente: l’Africa aveva infine rivelato il suo versante nascosto, quello bagnato dall’oceano Indiano e mai sino ad allora visto da un europeo.

Tre anni più tardi, il viaggio di Colombo sconvolse uno scenario già di per sé rivoluzionario. Fu come se d’un tratto fossero caduti i muri di un angusto corridoio e si fosse rivelata l’esistenza di uno sterminato cortile aperto a chiunque volesse reclamarne gli spazi. Con tutta evidenza la Terra doveva essere molto più grande di quanto comunemente immaginato. In realtà Europa e Giappone non erano separati da 60 gradi di latitudine ma da ben 229, e nel bel mezzo di questo intervallo geografico riposavano un intero continente con tutte le sue ricchezze. Da quando Colombo era tornato dai Sargassi, la “Carreira da Índia”, ossia la rotta aperta dalle caravelle portoghesi, non era più l’unica tratta esistente che nel grande mare oceano conducesse a qualche luogo degno di interesse. Gli equilibri di potere iniziarono a traballare pericolosamente. Una guerra totale fra Spagna e Portogallo per il controllo delle vie marittime e delle reciproche aree di influenza divenne uno scenario con altissime possibilità di tramutarsi in realtà. Del resto, solo una quindicina d’anni prima, i due paesi non avevano esitato ad incrociare le armi, quando alla morte di Enrico IV di Castiglia le rispettive case regnanti vennero risucchiate nel vortice di una crisi dinastica nella quale era in palio la supremazia della penisola iberica. Il trattato di Alcáçovas del 1479 aveva posto fine alla lotta sancendo un nulla di fatto che aveva lasciato tutti i contendenti spossati e con l’amaro in bocca. Ora lo scontro minacciava di riproporsi su una scala estremamente più vasta, dato che in palio c’era una buona fetta di mondo. Successe invece qualcosa che raramente si registra nella storia dei rapporti tra due potenze in conflitto. Memori della passata inutilità delle loro contese, Spagna e Portogallo decisero di comune accordo di ricorrere ad un arbitrato coinvolgendo papa Alessandro VI. Il fatto che questi fosse un Borgia, e quindi di origine spagnola, non dava le migliori garanzie circa l’equità della mediazione. La sua condotta morale men che meno. Ma le monarchie di allora traevano dall’autorità religiosa quasi per intero il senso della loro legittimità di fronte ai propri sudditi. Chiamare ad arbitro della situazione il Vaticano sembrava comunque accettabile, almeno in linea di principio. Con una seria di bolle, tra cui la famosa “Inter Caetera”, la mano del pontefice tracciò una linea cento leghe ad ovest di Capo Verde. Tutto ciò che esisteva e che sarebbe stato scoperto ad ovest di essa sarebbe appartenuto alla Spagna, ad est, invece, al Portogallo. Nel contempo, Alessandro VI impose ai sovrani iberici la missione di evangelizzare le nuove terre. La sistemazione non tardò a rivelarsi smaccatamente a favore degli spagnoli. A Lisbona il re Giovanni II era infatti furente. Tuttavia, anche in queste condizioni di palese squilibrio, la guerra non scoppiò. Il 7 giugno 1494 le due parti si incontrarono nella cittadina di Tordesillas e siglarono l’omonimo trattato. L’originaria linea di demarcazione – raya in castigliano o raia in portoghese – venne spostata verso ovest, di altre 270 leghe, lungo il 46° meridiano terrestre. Una successiva bolla di papa Giulio II confermò l’accordo legittimando la nascita del colonialismo occidentale e ammantandolo di una componente religiosa alla cui ombra presero piede la conquista, lo sfruttamento economico e l’asservimento delle popolazioni indigene. Tordesillas resistette per secoli, almeno fino a quando l’ascesa delle potenze marinare di inglesi, olandesi e francesi lo gettò nel bidone della carta straccia della storia. Ma si era ormai in pieno XVIII secolo e nel frattempo Tordesillas aveva drasticamente modellato la vita di interi continenti e di milioni di uomini. Nel 1500 il navigatore lusitano Cabral, di ritorno da un viaggio dall’Africa, finì fuori rotta e scoprì una nuova terra, quella che oggi chiamiamo Brasile. Dopo aver consultato le carte, e rilevato che la nuova scoperta, era al di qua del meridiano di Tordesillas, si stabilì che le nuove terre dovessero essere assegnate al Portogallo. Mano a mano che i vuoti nelle mappe mondiali andavano riempiendosi, il trattato continuava a servire da base per dirimere le questioni di sovranità che sorgevano, anche nell’altro emisfero. Prolungando idealmente il suo meridiano, le Molucche vennero assegnate a Lisbona e le Filippine a Madrid. La raya risparmiò al mondo una lunga e probabilmente inutile guerra ma allo stesso tempo costituì un deliberato atto di spartizione che oggi ci può impressionare per il suo cinismo e la sua spregiudicatezza unita alla noncuranza verso il destino dei territori spartiti a favore di due potenze che si arrogavano il diritto di decidere della sorte di una vasta porzione di mondo.

Ma è davvero il caso di scandalizzarsi? Pensiamo per un attimo ad alcune banali circostanze che possono accaderci nella vita di tutti i giorni. Una successione testamentaria tra degli eredi. Il frazionamento di un terreno demaniale in campagna. Il conto del locale al termine di una serata in compagnia. Il taglio di una torta in parti uguali ad una festa. Ma non solo. I limiti all’estensione di un potere: dall’autorità dei genitori in famiglia al controllo del capoufficio al lavoro. O ancora: gli obblighi reciproci e gli spazi di libertà in una relazione affettiva. Quest’ultima – ridotta ai minimi termini – non potrebbe essere vista come un tentativo da parte di due o più soggetti che condividono o sono in competizione per un territorio emotivo, di tracciare linee di confine in esso, stabilendo un sistema di regole soddisfacenti per tutte le parti coinvolte? Incessantemente, la vita quotidiana mette gli esseri umani di fronte alle sfide che i concetti di divisione, ripartizione e possesso portano con sé. Lo sforzo richiesto tende alla creazione o al ripristino di uno stato di equilibrio. Oppure, più spesso, al consolidamento di una situazione di vantaggio. La limitata capacità di comprendere l’insieme delle variabili in gioco e di prevederne gli effetti futuri genera risposte all’insegna dell’arbitrarietà o dell’inadeguatezza. Nei casi peggiori le azioni non tengono presente che il proprio tornaconto personale: si vogliono ottenere i massimi benefici possibili, anche a danno del prossimo. Il risultato è la lite con tutto il suo corollario di avvocati o – quod deus avertat – scontri fisici, magari col proprio vicino di casa per via di uno sconfinamento al di là di una siepe da giardino. Gli Stati fanno lo stesso, solo su una scala enormemente più estesa ma certo non molto più raffinata. Sono costruzioni del pensiero, immateriali né più né meno come lo Spirito Santo o Babbo Natale, ma nel concreto attraversano e segnano la storia come la gente si barcamena lungo l’avventura della propria vita, cercando cioè di realizzare in tutti i modi le proprie ambizioni e agendo con la stessa rapace disinvoltura. Alla fine, in qualche modo, siamo costretti a riconoscere di comportarci spesso come la Spagna e il Portogallo, e come la nostra vita sia un gigantesco oceano ignoto nel quale ci troviamo a navigare senza certezze tra le tempeste, con mezzi inadeguati. Approdare al sicuro, su di una qualsiasi terraferma metaforica, e rivendicarne egoisticamente i benefici, sono azioni affini allo spirito contenuto tra le righe del trattato di Tordesillas. Il senso che diamo alla vita si risolve nel possesso. Di qualcosa o di qualcuno, nel suo mantenimento, nel suo ampliamento, nell’impedire che altri ce lo sottraggano. O tutte queste cose insieme. La storia, giudice impassibile e impotente, si limita a renderne testimonianza.