Si decide: che queste Colonie Unite sono, e di diritto debbono essere, stati liberi e indipendenti, che sono assolte da ogni dovere di fedeltà verso la corona Britannica e che ogni vincolo politico fra esse e lo stato di Gran Bretagna è, e deve essere, del tutto sciolto.

Richard Henry Lee, Presidente del Congresso Continentale

 

Gli avvenimenti che stiamo per raccontare, e che convenzionalmente chiamiamo Rivoluzione americana, affondano le proprie radici in pieno Settecento, nella guerra dei Sette Anni. A meno di avere la sfortuna di essere dei seri appassionati di storia, il nome probabilmente non desta particolari ricordi. Una volta sopravvissuti al liceo, per molti questa definizione finisce inevitabilmente con il perdersi nel gran calderone della memoria scolastica, insieme alle ancor più vaghe reminiscenze delle innumerevoli, e francamente indistinguibili, guerre di successione europee che caratterizzano il XVIII secolo, come quelle austriaca, polacca o spagnola. Eppure, per quanto spesso relegato in secondo piano, si tratta di un conflitto epocale, i cui effetti alterano la traiettoria delle vicende di interi continenti per un periodo che secondo alcuni studiosi si estende sino al pieno Novecento. Per la prima volta nella storia si combatte quasi ovunque nel mondo: in Europa, nel Canada, in India, ma anche nei Caraibi, in Africa e nel lontano sud-est asiatico. Rossbach, Leuthen, Plassey, Quiberon, Kunersdorf entrano negli annali della storia militare. Per noi, oggi, questi nomi hanno perso gran parte del loro contenuto emotivo, ma queste e altre cruente battaglie che infuriano sulla terra e sul mare causano un numero di vittime impressionante e mai registrato in precedenza, che fa della guerra dei Sette Anni il conflitto più sanguinoso fino ad allora combattuto. Vestiti nelle loro sgargianti uniformi ornate di trine e merletti, centinaia di migliaia di uomini affrontano il fuoco dei moschetti marciando al passo scandito dalla musica di bande militari. Più di un milione di essi cadono per la gloria dei rispettivi sovrani assoluti. A livello strategico la guerra coinvolge pressoché tutte le grandi potenze europee: Gran Bretagna, Hannover, Prussia e Portogallo da una parte; Austria, Francia, Russia, Spagna, Svezia e Sassonia dall’altra. Per prevalere sui nemici, tutti questi potenti Stati danno fondo alle proprie risorse militari ed economiche. Winston Churchill nella sua “Storia dei popoli di lingua inglese” parla di “prima guerra mondiale” e la definizione sembra tutto fuorché un’esagerazione poetica. Per le dimensioni degli schieramenti in lotta e l’accanimento con la quale viene combattuta, la guerra dei Sette Anni è a tutti gli effetti un conflitto totale, anche se declinato in chiave settecentesca.

Nel febbraio del 1763 i trattati di Parigi e di Hubertsburg pongono ufficialmente termine alla guerra. In Europa, il teatro principale degli scontri, sembra che paradossalmente nulla sia cambiato. Non si sono registrati grossi spostamenti nei confini e soprattutto il sogno di Maria Teresa, la miccia che ha dato fuoco alle polveri, è fallito. L’ambiziosa arciduchessa d’Austria non è riuscita a riprendersi la ricca provincia prussiana della Slesia, né tantomeno a cancellare dalla mappa geografica il piccolo ma agguerrito regno di Federico II, il suo nemico giurato, colui che chiama con disprezzo “Le méchant homme”. Anzi, lo Stato-caserma del vecchio Fritz è ancora in piedi: la Prussia non ha riportato guadagni territoriali, ma ormai, grazie alla forza del proprio esercito, si è definitivamente inserita nel ristretto club delle grandi potenze europee. L’autentica trionfatrice è però in realtà la sua alleata: la Gran Bretagna del giovane re Giorgio III. La guerra in Europa si è sostanzialmente conclusa in un nulla di fatto: lo spettro di un’egemonia franco-asburgica non si è concretizzato e la Russia è ancora lontana dall’acquisire una solida presenza nel Baltico e nei Balcani. In altri termini, il plurisecolare principio ispiratore della politica estera britannica, quello del balance of power, non ha mai trovato un’applicazione più perfetta. I veri cambiamenti avvengono pertanto al di fuori del ristretto scacchiere strategico del Vecchio continente, nei possedimenti coloniali oltreoceano, dove buona parte del mondo viene ora a trovarsi all’ombra dello Union Jack. I francesi sono completamente estromessi dall’America settentrionale: il Québec e gran parte della Louisiana passano infatti agli inglesi, così come il possedimento spagnolo della Florida. Anche i Caraibi, con l’acquisizione della Dominica e di Grenada, divengono un’area sottoposta all’influenza britannica. Specularmente, in India avviene lo stesso: i francesi sono spazzati via dalle importanti regioni del Bengala, del Bihar e del Deccan, mentre in Africa sono costretti ad abbandonare il Senegal e il Gambia. Dall’Atlantico al Pacifico, sotto l’ombrello della Royal Navy, le classi mercantili inglesi hanno dunque via libera per estendere la propria influenza e la propria egemonia commerciale. Il mondo assiste così alla nascita del primo impero britannico.

Ma tutto ciò si realizza ad un prezzo estremamente elevato. Il conflitto gonfia il debito pubblico britannico al punto da raddoppiarlo in pochi anni, spingendo le finanze del regno sull’orlo del dissesto totale. Per uno Stato del tempo affrontare una guerra è una questione estremamente costosa, molto più di quanto possa esserlo oggi. Armare eserciti e flotte, e soprattutto mantenerli in efficienza per lunghi periodi, richiede un dispendio economico ed organizzativo che le fragili impalcature degli apparati burocratici del tempo non sono in grado di sostenere. Gli strumenti del credito e della riscossione delle imposte sono ancora rozzi ed instabili, essendo in mano ad appaltatori privati che non esitano a perseguire i propri interessi, piuttosto che quelli delle istituzioni che, almeno in teoria, dovrebbero servire. Nell’era preindustriale il termine di un conflitto viene quasi sempre imposto non tanto dall’esaurimento delle risorse umane e morali di una nazione, ma dal prosciugarsi di quelle finanziarie. La Gran Bretagna, pur disponendo di una solidità monetaria maggiore rispetto a quella degli altri Stati europei, non è affatto immune da questa dinamica. La guerra dei Sette Anni lascia dunque in eredità un pesante fardello alle classi dirigenti britanniche, le quali, di fronte alla crisi economica, non vedono altra soluzione che cercare risorse dove sono più abbondanti, ossia nelle ricche e fiorenti colonie nordamericane.

È dal 1620, vale a dire dai tempi dello sbarco dei Padri Pellegrini nel Nuovo Mondo, che l’importanza ed il peso delle colonie americane cresce continuamente. Nel 1763 sono diventate ormai tredici e controllano un territorio che si estende dal Labrador al mare dei Caraibi. A nord, Connecticut, Rhode Island, New Hampshire, Massachusetts formano il New England, ossia il cuore ideologico, religioso e culturale degli insediamenti. New Jersey, Pennsylvania e New York caratterizzano il centro-nord, una regione-cerniera con grandi centri urbani dai tratti già marcatamente industriali dove sono in atto i processi tipici di un’economia moderna, ossia l’accumulazione ed il reinvestimento di vasti capitali. Maryland, Delaware, Virginia, Georgia, North Carolina e South Carolina delineano invece il sud, un immenso territorio a vocazione agricola, incardinato sulla presenza di grandi piantagioni dove una ristretta élite di proprietari sfrutta il lavoro forzato degli schiavi importati dall’Africa. Lo sviluppo demografico delle colonie è nel complesso spettacolare. Nell’arco di soli 25 anni la loro popolazione raddoppia: nel 1775 sono infatti abitate, anche se in maniera piuttosto disomogenea, da quasi tre milioni di persone. Ma ancora più impressionante è il progresso economico: a metà del Settecento il dinamismo imprenditoriale dei ceti borghesi locali assume un ritmo che può dirsi addirittura impetuoso. L’industria metallurgica, a dispetto di tutti i divieti e le limitazioni imposte dalla madrepatria, arriva a rivaleggiare con quella inglese. La presenza di immense foreste consente la produzione in massa e a buon mercato di carbone di legna e, conseguentemente, di ghisa da altoforno. In breve, la produzione di ferro e di laminati della sola Pennsylvania sorpassa quella delle manifatture presenti sul suolo inglese, dove la mancanza di legname rende i prodotti estremamente costosi. La presenza di lunghi fiumi navigabili e adatti al trasporto delle materie prime agisce poi da moltiplicatore di forza e concorre allo sviluppo della cantieristica: nel solo Massachusetts, ad esempio, nel 1740 si vara oltre un terzo della flotta mercantile britannica. Le distillerie di rum e l’imponente volume di commercio di prodotti agricoli provenienti dal sud quali il tabacco e l’indaco completano il quadro di un’economia in continua espansione.

Per tutto il Settecento gli inglesi assistono con timore a questa esplosione produttiva. Anche se temperata dai principi del costituzionalismo inglese, la loro ottica rimane pur sempre di stampo imperialistico: alle colonie nordamericane sono concessi ampi margini di autonomia (possono infatti disporre di piccoli parlamenti locali) ma per tutto ciò che attiene alla sfera economica esse devono restare saldamente asservite agli interessi della madrepatria. La libertà di commercio e la gestione della pressione fiscale sono i punti su cui Londra non è disposta a scendere a compromessi: gli immensi sacrifici per vincere la guerra dei Sette Anni non sono certo stati compiuti per ritrovarsi con dei soggetti interni che facciano concorrenza al mercato nazionale britannico svincolandosi dalle regole protezionistiche dell’impero. Per questi motivi i decenni che precedono lo scoppio della Rivoluzione americana sono costellati da un gran numero di provvedimenti di varia natura volti a limitare il campo d’azione della crescita economica delle colonie. A posteriori, tutti queste misure non rappresentano altro che scatti impressi al meccanismo che alla fine porta alla rottura definitiva sancita dalla Rivoluzione. Nel 1763 un proclama reale promosso dal conte di Shelburne, che allora ricopre l’importante carica di First Lord of Trade, vieta ai coloni americani in cerca di nuove terre di oltrepassare le catene dei monti Allegheny. Successivamente viene proibito anche il commercio intercoloniale, generando così la grottesca situazione per la quale – ad esempio – un bene prodotto nel Massachusetts deve essere prima trasportato in Gran Bretagna su vascelli inglesi e poi rivenduto alla Virginia. Il principio è quello di una ruota priva di cerchione: i raggi sono le colonie, le quali sono connesse al centro (Londra) ma restano isolate l’una dall’altra. Insomma, il divide et impera nella forma più efficace. Per scivolamenti progressivi si arriva infine al famigerato Stamp Act. Il 22 marzo del 1765, su proposta del primo ministro George Grenville, il parlamento britannico passa una nuova tassa che impone ai cittadini residenti nelle colonie americane il pagamento di una quota su un’ampia varietà di documenti, dai giornali alle licenze giuridiche. La pillola viene addolcita assicurando che i proventi servono a coprire le spese di mantenimento delle truppe a difesa dei territori coloniali, ma la protesta dei cittadini, che percepiscono la cosa come un atto di arbitrio, è immediata e si condensa in uno dei più riusciti slogan della storia: «No taxation without representation!» In altri termini, gli americani non intendono assoggettarsi ad una tassa emessa da un organo legislativo in cui non sono rappresentati da propri deputati che possano difenderne i legittimi interessi di contribuenti. Quasi ovunque nel nord divampano atti di aperta e violenta ribellione: a New York vengono distrutti i magazzini contenenti le marche da bollo, mentre a Boston e nel Rhode Island la gente innalza forche dove impicca pubblicamente alcuni distributori di francobolli. Il governo inglese è costretto a fare marcia indietro: Lord Rockingham, nel frattempo succeduto a Grenville, decide ritirare lo Stamp Act, che viene ufficialmente abrogato il 18 marzo 1766. La frattura è profonda ma potrebbe ancora essere composta, se il re e i suoi ministri non mostrassero una miopia politica che sconfina nell’ottusità. Nel 1773 infatti una nuova legge del parlamento attribuisce alla East India Company e ai suoi agenti il monopolio esclusivo nella vendita del tè importato dalla Cina. Il provvedimento, motivato dall’intento di salvare la Compagnia dalla bancarotta, esclude dai proventi di questo lucrativo commercio gli intermediari americani e soprattutto genera in larghi strati della popolazione l’impressione che la madrepatria abbia a cuore tutto meno che gli interessi dei coloni. È il punto di rottura. Il 16 dicembre 1773 a Boston avviene il Tea Party: alcuni americani affiliati al gruppo patriottico Sons of Liberty salgono a bordo di tre navi della Compagnia delle Indie Orientali e, travestiti da indiani Mohawk, gettano in mare tutte le casse di tè su cui riescono a mettere le mani. La reazione degli inglesi è durissima: il porto viene chiuso, così come il parlamento locale. Il Massachusetts passa sotto l’autorità di un governatore militare con pieni poteri, il generale Thomas Gage. In risposta a queste misure che gli americani chiamano “le leggi intollerabili” si decide di convocare a Filadelfia per l’anno successivo un congresso dei rappresentanti delle colonie. La secessione si fa sempre più vicina.

Arriviamo dunque al 5 settembre 1774. Nella Carpenters’ Hall di Filadelfia si tiene il primo Congresso Continentale. Sono presenti 56 delegati in rappresentanza di tutte le colonie americane ad eccezione della Georgia. Le loro posizioni sono le più disparate: si va dai lealisti inclini ad una soluzione di compromesso con le autorità britanniche, agli indipendentisti più radicali, raccolti intorno alle figure carismatiche di George Washington, Patrick Henry, Samuel Adams e John Adams. Nonostante tutto, i lavori dell’assemblea non sono ispirati da una decisa volontà di rottura. Vengono approvati documenti e risoluzioni che nello spirito non vanno molto oltre la richiesta al governo britannico di ritirare norme repressive e di manifestare una qualche volontà di accordo. La reazione non lascia però spazio al dialogo: a Londra si sceglie la linea dura. I comandanti inglesi ricevono pertanto l’ordine di arrestare i capi di quella che al di là dell’Atlantico, nel Vecchio continente, viene ormai percepita come una ribellione in piena regola. Il risultato di questo urto frontale sono i primi seri scontri armati che hanno luogo nel New England, a Lexington e Concord. Il 10 maggio 1775, sempre a Filadelfia, viene convocato un secondo Congresso Continentale che emana una seconda dichiarazione. Rispetto alla prima, questo documento è estremamente più significativo sotto molti punti di vista. È in primo luogo un atto propagandistico: in molti passaggi emerge chiaramente l’esigenza di chiarire i motivi della rottura con la Gran Bretagna e allo stesso tempo di coagulare l’opinione pubblica intorno alla causa degli insorti, convincendola della fondatezza delle regioni che hanno portato alla ribellione armata. Ma è anche una chiara testimonianza filosofica e religiosa, nel tono, come nella scelta delle parole. In essa procedono affiancate le più recenti correnti del pensiero illuministico e la tradizionale visione religiosa protestante. Il testo è breve, ma vi risuona potentemente il pensiero di Locke e del giusnaturalismo, secondo cui gli uomini sarebbero dotati di un patrimonio inalienabile di diritti e di garanzie, che addirittura precorrono la formazione di qualsiasi legge umana e che quindi sussistono sin dalla nascita, in un ipotetico stato di natura. E poi, di pari passo, si avverte l’austero sottofondo della mentalità puritana, portatrice di quell’idea radicata in secoli di colonizzazione, per cui l’America viene vista come una terra promessa donata da Dio ai suoi figli, i quali sono chiamati alla sua difesa per salvaguardare il disegno assegnatole dalla Provvidenza stessa.

A questo punto, di fronte all’intransigenza britannica, il passo verso la Dichiarazione di indipendenza del 4 luglio 1776 è breve. Composta da un comitato in cui spiccano i nomi di Thomas Jefferson e Benjamin Franklin, il testo muove i propri passi da quello del 1775 ma lo trascende nel commovente lirismo con cui nel preambolo vengono proclamati i diritti naturali di ogni uomo:
Noi riteniamo che le seguenti verità siano di per sé stessi evidenti, che tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità…
Poi, per chiarire la relazione fondamentale che lega governanti e governati:
…che per garantire questi diritti sono istituiti tra gli uomini governi che derivano i loro giusti poteri dal consenso dei governati; che ogni qualvolta una qualsiasi forma di governo tende a negare questi fini, il popolo ha diritto di mutarla o abolirla e di istituire un nuovo governo fondato su tali principi e si organizzare i poteri nella forma che sembri al popolo meglio atta a procurare la sua sicurezza e la sua felicità.
Ed infine, vengono ancora ribadite le motivazioni che hanno spinto il popolo americano ad imbracciare le armi, enunciando senza ambiguità il diritto di resistenza politica:
Quando un lungo corteo di abusi invariabilmente diretti allo stesso oggetto, svela il disegno di assoggettarli ad un duro dispotismo, è loro diritto, è loro dovere, di abbattere un tale governo, e di procurarsi nuove garanzie per la loro sicurezza futura. – Tale è stata la paziente sopportazione di queste Colonie; e tale è ora la necessità che le costringe ad alterare i loro antichi sistemi di Governo. La storia dell’attuale re di Gran Bretagna è una storia di ripetute offese ed usurpazioni, aventi tutte come obiettivo immediato l’installazione di una tirannide assoluta su questi Stati.
La realtà degli eventi sta però correndo più veloce delle formulazioni astratte. Nella primavera dell’anno precedente, a Lexington e a Bunker Hill si sono già avuti combattimenti tra le truppe regolari britanniche e gli insorti americani. Il primo marzo 1776, con l’approvazione del Prohibitory Act, l’intera costa orientale degli Stati Uniti viene sottoposta al blocco navale della Royal Navy. In Europa intanto gli inglesi assoldano oltre 30.000 soldati mercenari tedeschi, per lo più assiani, da inviare sul suolo americano. Il Congresso risponde con una risoluzione che dà il via alla formazione di un Esercito Continentale che inquadri in una struttura di comando efficace le audaci ma disorganizzate milizie volontarie reclutate dalle varie colonie in modo autonomo. Il comando di questi uomini viene affidato a George Washington, un piantatore della Virginia. La sopravvivenza della Rivoluzione è ora affidata alle armi.

L’iniziativa delle operazioni belliche è dapprima nelle mani degli inglesi. Il loro piano è quello di disarticolare le colonie americane con operazioni simultanee dalla costa e dal Canada. Gli strateghi di Giorgio III non mirano a distruggere le colonie ma piuttosto ad isolarle, facendo leva sul prestigio delle vittorie militari e sui numerosi gruppi di lealisti al loro interno per minarne la coesione ed il morale. Il comandante in capo, generale Howe, prevede di colpire New York, conquistarla e farne una base logistica per spezzare in due tronconi il territorio dei ribelli. Risalendo il corso dell’Hudson intende poi incontrarsi con un altro esercito inglese che nel frattempo sta discendendo da nord costeggiando il lago Champlain. Per gli americani, il primo impatto con le giubbe rosse, uno degli eserciti più disciplinati del mondo, si rivela traumatico. Nell’agosto del 1776, 24.000 tra inglesi e mercenari tedeschi sbarcano a Long Island. La battaglia che segue si risolve in una pesante sconfitta per l’esercito continentale: in forte inferiorità numerica, dopo una settimana di combattimenti Washington è costretto ad abbandonare New York ed il New Jersey e a ritirarsi in Pennsylvania. Nel frattempo, da nord si muove il secondo braccio della tenaglia che dovrebbe spezzare in due gli Stati Uniti. Il governatore canadese Carleton e il generale Burgoyne marciano in due colonne contro il forte di Ticonderoga. Il loro intento è di attaccarlo da terra e dall’acqua grazie all’appoggio di tre navi da guerra arrivate dall’Inghilterra, smontate a Montreal e rimontate pezzo per pezzo sul lago Champlain. Ma il loro piano fallisce. L’audace difesa del comandante americano Benedict Arnold e l’arrivo della stagione fredda impongono l’arresto delle operazioni. Nonostante questo piccolo successo, la situazione generale per gli Stati Uniti rimane critica. Sul campo le truppe sembrano non essere in grado di opporsi alla superiore disciplina ed organizzazione degli inglesi; ad un certo punto il Congresso arriva persino ad accusare apertamente Washington di incompetenza. Di fronte alla sfiducia mostrata dall’autorità politica e alle continue diserzioni del suo esercito lo stesso comandante in capo americano sembra per un attimo disperare. In una lettera a suo cugino, parlando delle sorti della Rivoluzione, ammette in un momento di sconforto: «Temo che il gioco stia per finire.» Ma inaspettatamente, il 25 dicembre 1776, giunge a risollevare il morale dei ribelli la battaglia di Trenton. Washington intravede la possibilità di attaccare gli avamposti britannici e tedeschi lungo il fiume Delaware. Il livello di allerta dei nemici è basso, molti di loro sono addormentati, alcuni ubriachi, e in generale pensano più al Natale che all’eventualità che un attacco americano possa verificarsi. In poche ore gli americani sbaragliano tre reggimenti di mercenari assiani e catturano una grande quantità di viveri, munizioni e altri materiali, oltre a quasi 1.000 prigionieri. Nei numeri è una piccola vittoria, ma non nel morale. L’effetto psicologico è infatti importante: si tratta della prima vittoria americana contro un esercito che molti ritenevano imbattibile e per giunta proprio nel momento più cupo per le sorti della Rivoluzione.

In qualche modo la guerra può dunque continuare, e la cosa è già di per sé stessa una buona notizia per gli americani. Battaglia dopo battaglia il loro morale cresce, così come l’esperienza delle truppe e la fiducia che riscuotono nella popolazione. Il tempo favorisce gli insorti; non certo gli inglesi, che iniziano a sentire il logoramento di combattere a migliaia di chilometri dalla madrepatria, in un territorio sconosciuto e sempre più ostile. I temuti reggimenti di mercenari assiani, così efficienti sul campo di battaglia, a lungo andare si rivelano dannosi alla causa lealista: il loro mantenimento diviene un fardello economico sempre più pesante, ma soprattutto i saccheggi ai quali si abbandonano ed il trattamento brutale che riservano a civili e prigionieri fanno sì che sempre più coloni, anche quelli che inizialmente parteggiano per i britannici, passino dalla parte della Rivoluzione. Il 22 settembre 1777 cade Filadelfia, ma nemmeno un mese più tardi, il 13 ottobre, dopo una serie di scontri, Burgoyne è circondato a Saratoga e costretto ad arrendersi con quello che rimane della sua armata. È la prima grande vittoria campale americana contro un esercito inglese di grandi dimensioni e, come avvenuto a Trenton, gli effetti si riverberano oltre i limiti dell’ambito puramente militare. La Francia, rimasta a lungo titubante sull’opportunità o meno di sostenere gli insorti, dispone ora della prova tangibile che gli americani sono una forza credibile e che vale la pena investire risorse per sostenerli. Luigi XVI, convinto anche dall’abilità diplomatica di Benjamin Franklin, rompe gli indugi e decide di inviare aiuti e truppe in America. Il tempismo è perfetto. Washington, che nel frattempo si è visto costretto a ritirarsi in Pennsylvania sulle montagne di Valley Forge, sta passando un periodo di estrema difficoltà. Il suo esercito viene falcidiato dal tifo, dalla fame e dal gelo; mancano munizioni e foraggio per i cavalli; molti dei suoi uomini non hanno nemmeno uniformi da indossare. In queste condizioni il primo materiale portato dalle navi francesi è puro ossigeno.

L’ingresso in campo della Francia ha però un altro importante risvolto nel quadro strategico generale, ossia quello di modificare ampliandoli l’estensione e l’asse delle operazioni militari. L’attenzione britannica si concentra infatti sugli stati del sud, i quali divengono il teatro di importanti scontri che però, pur arridendo alla causa britannica, non comportano un’effettiva riduzione delle capacità americane di vincere la guerra. Tra la fine del 1778 e la metà del 1780, in Carolina del Sud ed in Georgia, le giubbe rosse del generale Clinton riportano vittorie a Savannah, Charleston e Camden. Ma nessuna di esse si rivela decisiva. Gli inglesi non capiscono che la guerra rivoluzionaria non è un convenzionale conflitto dinastico, come la maggior parte delle campagne militari europee del XVIII secolo. In altri termini, le guerre dei re non sono le guerre dei popoli. Una nazione che si solleva in nome della libertà e della resistenza a ciò che reputa oppressione possiede una forza ed uno spirito invincibili. Un popolo convinto della propria missione e che crede nel proprio destino può perdere tutte le battaglie, ma alla fine vincere la guerra. È questo il profondo senso storico del verdetto emesso dalla successiva battaglia di Yorktown, combattuta nell’ottobre 1781. Il generale Cornwallis, intrappolato nella penisola della Virginia, nell’impossibilità di ricevere rinforzi a causa della flotta francese dell’ammiraglio De Grasse che blocca la baia di Chesapeake, è costretto ad arrendersi e consegnare quasi 8.000 prigionieri nelle mani degli americani. La pace arriva finalmente il 3 settembre 1783 con il trattato di Versailles. Il miracolo è avvenuto: contro ogni pronostico le tredici colonie americane hanno conquistato l’indipendenza. I primi a non crederci sono forse gli stessi americani, se George Washington ha potuto scrivere le seguenti parole: «… è più che probabile che la posterità vorrà appioppare al lavoro [degli storici] il marchio del romanzo; perché risulterà difficile credere che una forza come quella che la Gran Bretagna ha usato per otto anni in questo Paese potesse veder sconfitti i suoi piani di sottomissione da forze infinitamente inferiori, composte da uomini sovente affamati, sempre cenciosi, senza paga, e sottoposti, in certe occasioni a ogni specie di privazione che la natura umana sia capace di sopportare.»

La Rivoluzione è dunque finita. Ma ora gli americani sono chiamati ad affrontare un compito forse più arduo e delicato della lotta per l’affrancazione dai vincoli della tutela britannica. Bisogna reinventare un mondo, riedificare la realtà sulla base di un’idea finora solo immaginata nell’ambito della politica e della società. Si tratta nella sostanza di plasmare la forma del nuovo Stato, di governare i meccanismi della rappresentanza e al tempo stesso calibrare i delicati equilibri dei poteri all’interno delle istituzioni. La Costituzione del 1787 tenta di dare una risposta a tutte queste istanze. Il testo tratteggia l’architettura di uno Stato inteso non come una semplice confederazione ma come una federazione di Stati, ossia una particolare forma di governo in cui le singole componenti mantengono una forte autonomia, ma in determinate materie quali la facoltà di battere moneta, la difesa e la politica estera, sono sottoposte al coordinamento di una forma centrale di potere. La strada che viene scelta è ispirata direttamente da Montesquieu e dalla sua opera più significativa: “Lo spirito delle leggi”. Il sistema istituzionale nordamericano è infatti fondato sul principio della separazione dei poteri, e si configura come un articolato sistema in cui ogni componente – nello specifico il Congresso (potere legislativo), il Presidente (potere esecutivo) e la Corte suprema (potere giudiziario) – dispone della garanzia di non potere essere arbitrariamente sciolta da una delle altre e del diritto di esercitare controlli reciproci sull’operato. James Madison, uno dei padri fondatori degli Stati Uniti e uno dei principali autori della Costituzione, conia una felice espressione per definire questa complessa struttura: “balances and checks”. Per inciso, tale principio costituisce ancora oggi uno dei pilastri di una moderna democrazia rappresentativa.

In conclusione non rimane che una sola domanda, la più affascinante e forse la più difficile di tutte: dove risiedono il carattere ed il senso della Rivoluzione americana? Storici, sociologi e politologi versano fiumi di inchiostro praticamente dalla conclusione di questo evento fondamentale, senza che all’apparenza nessuno di essi abbia mai dato l’impressione di essersi avvicinato ad una risposta conclusiva. A seconda delle epoche sembra infatti prevalere ora un’interpretazione, ora l’altra. Dare una spiegazione definitiva non rientra di certo nelle ambizioni, né nelle ristrette possibilità intellettuali del povero estensore di questo articolo; ciò non di meno, è comunque possibile gettare un raggio di luce sulla complessità di un evento così lontano eppure così vicino a noi. Il punto di partenza è forse questo: il riconoscimento che la Rivoluzione è stata molte cose. Innanzitutto, una guerra per l’indipendenza, nel senso comune che attribuiamo a queste parole. Una lotta condotta da un popolo intraprendente e produttivo, desideroso di affrancarsi dalla soffocante tutela di una lontana potenza europea che si ritiene in diritto di spremere risorse e ricchezze da colonie alle quali non intende accordare lo stesso status delle province della madrepatria. Nell’ottica inglese il Massachusetts non sarebbe mai potuto essere uguale al Kent o allo Yorkshire, e gli americani avvertono chiaramente questa disparità di trattamento come un’ingiustizia. Ma all’interno di questo conflitto se ne innesta ben presto un altro, parallelo, sotterraneo, dimenticato, ma non meno crudele e feroce. Se infatti aumentiamo l’ingrandimento del nostro microscopio ideale scopriamo con sorpresa che la Rivoluzione è anche (o forse soprattutto) una guerra civile. I lealisti, ossia quella non trascurabile parte di coloni americani che ritengono giusto e conveniente non ribellarsi alla Gran Bretagna, giocano un ruolo importante in questa lotta. A lungo le loro milizie danno a Washington ben più grattacapi che le giubbe rosse di Howe, Cornwallis e Clinton. Alla fine, si calcola che più di 170.000 lealisti emigrano in Canada. Non è una perdita da poco: a partire sono le persone più vicine allo stile di vita europeo, e quindi mediamente più colte degli altri americani. Senza la perdita di questa élite è verosimile che la storia degli Stati Uniti avrebbe assunto ben altra conformazione. In definitiva si tratta quindi di una guerra diretta verso l’esterno e verso l’interno nello stesso tempo. Le differenze nel cuore dei singoli Stati sono fortissime e su più livelli, nell’opinione pubblica e nelle posizioni politiche come nell’economia e nella vita sociale. A tutte queste spinte contrastanti viene messa la sordina con il compromesso della Costituzione, ma in definitiva la disomogeneità di fondo degli Stati rimane una ferita destinata a riaprirsi col tempo. Nemmeno un secolo dopo aver conquistato la propria indipendenza, gli Stati Uniti, per usare le parole pronunciate da Lincoln in un famoso discorso, si scopriranno “A house divided” e scenderanno nel vortice di una feroce guerra civile a causa dei molti nodi rimasti irrisolti nel patto con cui viene istituita l’Unione. Se ora però ci spostiamo sul punto di vista del pensiero politico possiamo facilmente constatare che anche in quest’ottica la Rivoluzione continua a mantenere il suo carattere multiforme e composito. In modo forse paradossale, essa è un movimento di tipo legalistico e con un respiro all’apparenza quasi del tutto limitato al mondo anglosassone. Uno storico, Brown, ha avanzato la seguente definizione: «Una lotta per conservare e non per distruggere…» È infatti innegabile che il sogno dei coloni americani abbia in sé molti tratti di riforma più che di autentico capovolgimento di valori, e si sovrapponga alla perfezione ai principi ispiratori del costituzionalismo inglese, facendo proprie molte posizioni del partito whig e della rivoluzione inglese del Seicento. Nessuno storico ha colto questa sfumatura meglio di Daniel Boorstin che analizzando semplicemente lo slogan della Rivoluzione afferma con ironia: «…niente tassazione senza rappresentanza. Queste parole sono un po’ troppo polisillabiche, un po’ troppo legalistiche per infiammare il cuore del popolo. Ma se le confrontiamo con il principio “libertà, uguaglianza, fratellanza” della Rivoluzione francese e con quello “pace, pane e terra” della Rivoluzione russa, possiamo avere una chiave per interpretare lo spirito della Rivoluzione americana. Io sono convinto che il principale oggetto in contestazione nella Rivoluzione americana fosse la natura della costituzione dell’Impero inglese, cioè qualcosa di squisitamente giuridico.» Eppure, è parimenti innegabile che la Rivoluzione non sia solo una sorta di “upgrade” della common law, ma possegga anche un’anima universalistica e autenticamente “rivoluzionaria”, che la ricollega agli slanci di quella francese. E anche qui, in questo aspetto, ritroviamo la dinamica esterno-interno. «…tutti gli uomini sono stati creati uguali, che essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni diritti inalienabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà e la ricerca della Felicità…» Qualsiasi essere umano che legga questa formulazione non può non avvertire un brivido, indipendentemente dal fatto di essere di nazionalità americana. Queste parole parlano al cuore e all’intelletto di tutti, allora come adesso, e a dispetto delle intenzioni originali di che le scrisse. Boorstin afferma inoltre che durante il periodo rivoluzionario in America non viene prodotta una singola opera importante di teoria politica, quasi a voler sottolineare il carattere quasi notarile e formale del movimento. Questo è vero, ma è anche onesto rilevare come le basi filosofiche per i rivoluzionari siano già state tracciate e che essi, per queste ottime ragioni, non avvertano il bisogno di formularne di nuove. Le armi ideali di cui essi hanno bisogno da un punto di vista ideologico sono già state forgiate dalla filosofia dei Lumi europea, dal lucido intelletto di Locke e di Montesquieu. E dunque: “Rivoluzione americana” o, come molti storici amano sostenere una sorta di primo tempo di una “rivoluzione atlantica”, includendo nel concetto anche la successiva Rivoluzione francese del 1789? Per l’ennesima volta torniamo a rivedere l’ombra di un dualismo inconciliabile nella dinamica “piccolo-grande”, propria di tutti i fenomeni complessi e sfaccettati. Ma giunti a questo punto disponiamo di prove sufficienti per arrivare alla consapevolezza che la Rivoluzione americana è irriducibile ad una matrice chiara, univoca e costante. E forse la sua importanza e grandezza risiede nella sua sostanziale elusività e poliedricità, in una continua attualità che trascende i secoli e che continua a parlarci, e a sfuggirci ogni volta che allunghiamo la mano per tentare di afferrarla, ma solo per condurci verso posizioni più elevate del nostro vivere civile, nel nostro ancor oggi difficile cammino di uomini facenti parte di una comunità.