Now you look at a stat sheet after a game and the first thing you look at is the threes. If you made threes and the other team didn’t, you win. You don’t even look at the rebound or the turnovers or how much transition D was involved. You don’t even care. That’s how much an impact the three-point shot has and it’s evidenced by how everybody plays… There’s no basketball anymore, there’s no beauty in it. It’s pretty boring. But it is what it is and you need to work with it.

Gregg Popovich, Coach dei San Antonio Spurs

Primo Quarto: Gli eretici

Una squadra di pallacanestro costantemente al di là dei confini del run-and-gun. Uno stile di gioco frenetico: corsa, pressing a tutto campo, formazioni con quattro o addirittura cinque piccoli, sostituzioni continue, difesa che per principio, ad una violazione dei 24 secondi, preferisce incassare un layup, al solo scopo di tentare un assurdo contropiede direttamente dalla rimessa. Ma soprattutto uno smaccato abuso del tiro da tre punti che genera partite con punteggi astronomici, degni di un videogame. Oggi una simile descrizione potrebbe sembrare famigliare a molti appassionati. Tuttavia non fate l’errore di pensare agli Houston Rockets di James Harden o ai Golden State Warriors di Steph Curry. La decade non è la seconda del Duemila. E nemmeno siamo nell’NBA. È l’inizio degli anni Novanta e la squadra di pazzi è quella di una sconosciuta università persa tra i campi di pannocchie dell’Iowa: il Grinnell College. Come spesso accade, il vento del cambiamento viene da lontano, portato da persone inaspettate.

Nel bel mezzo dell’America rurale della Bible Belt i profeti di un nuovo verbo dei canestri predicano il futuro, anche se ancora non lo sanno. Vox clamantis in deserto, come in Isaia 40-3, che da quelle parti potrebbero snocciolare a memoria. Tutt’intorno a loro, ad ogni livello, basket significa infatti difesa, gioco fisico, esecuzione ragionata, secondo la strada indicata dalla squadra del momento: i Pistons di Thomas, Dumars e Rodman – i famigerati Bad Boys di Detroit. Ma Grinnell è lontana dai circuiti battuti dai grandi giocatori e così coach Arseneault deve arrangiarsi col poco talento che ha a disposizione. Costretto a lavorare di fantasia, impone ai suoi discepoli “The System”: una dottrina che devia dall’ortodossia del gioco in un modo tanto drastico da sconfinare nella fantascienza. I dogmi di fede sono pochi e semplici, ma confliggono con tutto ciò che comunemente si crede sia basket. Primo: tirerai appena possibile, meglio se da tre. Secondo: almeno la metà dei field goals totali di squadra saranno bombe. Terzo: tutti i giocatori meno il tiratore andranno a rimbalzo. Se lo prendono – cosa alquanto probabile, visto che tiri da lontano generano rimbalzi lunghi – dovranno sottostare al precetto di riaprire sul perimetro per un nuovo tiro, sempre da tre. Quarto: concepirai la difesa come la continuazione dell’attacco con altri mezzi. L’altra metà del basket viene infatti vista esclusivamente in funzione dell’attacco: nulla di più che un intermezzo propedeutico alla velocizzazione del gioco. Si deve infatti raddoppiare il portatore di palla avversario per fare in modo che l’altra squadra sia indotta a prendere un tiro veloce, anche smarcato, ma per il quale non è mentalmente preparata. “The System”, appunto.

Dietro la facciata di questa follia semi organizzata non c’è però alcun serio studio analitico teso al raggiungimento della massima efficienza cestistica. Solo una sana, scanzonata filosofia del divertimento forzata dalle circostanze di essere una piccola realtà locale. Vincere è secondario, tanto che il primo a rendersi conto dei limiti del metodo sembra essere lo stesso coach Arseneault. Questi ammette candidamente che il proprio sistema non ha come scopo la competitività, ma solo l’innalzamento dei punteggi per creare un ambiente più divertente e positivo, adatto ad intrattenere giocatori tutto sommato mediocri, dai quali non ci si aspetta che raggiungano grandi traguardi. Eppure i risultati smentiscono il guru della panchina: giocando in un modo così fuori dagli schemi, sotto il suo alto magistero Grinnell compila un record di 361 vittorie e 273 sconfitte, e vince quattro volte il titolo statale. Nel 1996 il piccolo college viene persino invitato al torneo NCAA, anche se di terza divisione. Forse The System è molto più che semplice folklore applicato alla pallacanestro. Forse i fondamentali con cui si ritiene di dover giocare questo sport contengono una buona dose di pregiudizi. Le innovative trovate di coach Arseneault aprono scorci inaspettati sugli equilibri del gioco, sui principi col quale intenderlo e sui modi per raggiungere la vittoria. Per la prima volta qualcuno intravede la chiave di volta di una partita in ciò che succede nel territorio sconfinato al di là della linea dei tre punti. Ma nessuno possiede ancora gli strumenti mentali – e il coraggio – per cogliere il concetto in tutta la sua rilevanza e provare a tradurlo in pratica a livello professionistico. Arseneault è un uomo che, forse casualmente, si è imbattuto nel futuro svegliandosi prematuramente nel buio della notte, mentre tutti gli altri continuano a dormire.

O forse no: niente nasce dal nulla. A ben vedere qualche segno premonitore c’è già stato, persino nell’NBA, nella massima espressione del basket mondiale. Nei primi anni Ottanta i Denver Nuggets di coach Doug Moe portano in scena sui parquet di mezza America una chiassosa, irrefrenabile sarabanda per certi aspetti affine a quella di Grinnell. Sono la squadra di Alex English, Kiki Vandeweghe e Dan Issel: un branco di pazzoidi che riesce a viaggiare per tutta la regular season 1982/1983 alla media di 123,2 punti per partita, mantenendo un irreale “pace factor” di 112,1. Per dare un’idea: i Warriors campioni del 2018 si attestano solamente sul 99,6. In quell’anno English vince la classifica dei marcatori con 28,4 a serata. Il compagno Vandeweghe lo tallona a 26,9. Il tutto si traduce in un basket a mille all’ora, reso possibile dal possedere alcuni dei più grandi attaccanti puri della pallacanestro dell’epoca. Ci mette del suo anche l’altitudine del campo di casa, la McNichols Sports Arena di Denver, una città appollaiata sulle Montagne Rocciose a 1.609 metri sul livello del mare. Quando vengono nella capitale del Colorado gli avversari faticano a correre, non essendo abituati alla quota. Le conseguenze a volte sconfinano direttamente nel surreale, come il 13 dicembre 1983, in occasione di un normalissimo match di regular season, quando accade l’incredibile. In città arrivano i Detroit Pistons: una franchigia allora mediocre, con un record di 11-12, per coincidenza lo stesso di Denver in quel frangente di stagione. Anche in campo l’equilibrio sembra non volersi spezzare. All’intervallo le squadre sono in parità sul punteggio di 74. Al 48° minuto la situazione è ancora in stallo sul 145 a 145. Si va dunque all’overtime, poi ad un secondo, infine ad un terzo. La maratona finisce con Detroit che la spunta di due lunghezze: 186-184. Quei 370 punti complessivi sono ancora oggi il record di ogni epoca, un traguardo che solo il basket di Moe poteva raggiungere. Non pensate però ad un gioco simile a quello attuale. Curiosamente, i Nuggets tirano pochissimo da tre: nell’82/83, nello spazio di 82 partite, tentano complessivamente la miseria di 126 tiri da tre punti segnandone peraltro solo 24. Un osceno 19% che ci dice come quel basket rientri negli schemi classici molto più di quanto sembri in apparenza. Si tratta di uno stile fast-tempo, ma caricaturale, più che realmente innovativo. Tende all’esasperazione e all’eccesso della normalità, più che alla rivoluzione ideologica. Il principio è di non fermare la palla, evitare che la circolazione ristagni e far deragliare il compassato piano partita avversario. Il tutto sembra funzionare, ma fino ad un certo punto. Quando dalle placide acque della regular season si passa nelle tempeste dei playoff, il discorso cambia. Il picco di rendimento di quella squadra è infatti rappresentato dalla finale di conference del 1985, nella quale Denver viene asfaltata 4-1 dai Lakers dello Showtime. Sul 2-1 per L.A. English si rompe il pollice della mano destra ed è costretto ad abbandonare la serie. Forse i Nuggets sarebbero stati comunque sconfitti, ma la sfortuna ci priva di un elemento importante per stabilire se quel tipo di basket avrebbe potuto essere vincente anche contro il top-team dell’epoca, lo squadrone di Magic Johnson, Kareem Abdul-Jabbar e James Worthy.

Prima che finiscano gli anni Ottanta, il testimone passa idealmente da quegli sconvolgenti Nuggets ad un’altra squadra guidata da un altro scienziato pazzo: Don Nelson e i suoi Golden State Warriors. La “Nellie Ball” che si gioca nella baia di Oakland mentre nel Golfo c’è la guerra contro Saddam è un ulteriore salto evolutivo lungo la scala dell’anticonformismo cestistico. Non è una novità assoluta: Nelson l’ha già sdoganata negli anni da capo allenatore sulla panchina dei Milwaukee Bucks instaurando un basket anticonvenzionale, con l’ala Paul Pressey nei panni di point-forward. A San Francisco il vulcanico coach aggiunge una dose non omeopatica di follia: piccoli che bloccano per i lunghi, ritmo ancora più frenetico, tiro dalla distanza e mismatches creati ad arte, magari schierando sulla linea dei tre punti improbabili centri sudanesi di 2 metri e 31, come il mitico (e purtroppo compianto) Manute Bol. Ma quei Warriors non sono solo cialtroneria: sono anche sostanza e raffinata tecnica offensiva, sublimata dal “Run T-M-C” ossia il trio di realizzatori composto da Tim Hardaway, Mitch Richmond e Chris Mullin, tre magici esterni di talento e classe infiniti. Le loro qualità hanno bisogno di improvvisazione per risplendere. Alla fine il sistema di Nelson sta nel fatto di non avere un sistema. Il coach si accontenta che la sua squadra corra, tiri e che in campo ci siano sempre i migliori giocatori, indipendentemente dal loro ruolo. Richmond, a proposito di quegli anni, ricorderà: «Avevamo un playbook piuttosto cospicuo, ma ogni sera Don lo stracciava, dicendoci: Se giocate come si deve, correndo, passandovi la palla e occupando bene gli spazi, potete dimenticarvelo.» La squadra costruita attorno a loro è talmente orientata ad un basket offensivo che fatica a stare sotto i 115 punti di media. Così come ad onor del vero fatica ad avanzare nei playoff. I migliori piazzamenti vengono ottenuti nelle stagioni 1988/89 e 1990/91, entrambe arrestatesi all’altezza delle semifinali della western conference con un triste punteggio di 1-4. La Nellie Ball mira a travolgere gli avversari che non dispongono dell’atletismo e della potenza di fuoco offensiva per tenere il ritmo dei Warriors, e spesso ci riesce. Ma la tattica palesa anche dei limiti evidenti. Il dispendio energetico che richiede si ripercuote in difesa, dove la squadra è spesso costretta a calare l’intensità per riprendere fiato. L’assenza di un vero centro equivale poi all’assenza di intimidazione e presenza a rimbalzo, amplificata a dismisura dal giocare con quintetti molto piccoli. In una conference dove a centro area giocano totem come Olajuwon, Robinson, Kemp, Mutombo e Divac la cosa diventa un handicap insormontabile. È facile, allora come adesso, bollare come fallimentare la storia di Nuggets e Warriors. Indubbiamente si tratta di esperimenti spettacolari e innovativi, ma anche aleatori, velleitari, forse strampalati. Oppure, semplicemente, in anticipo sui tempi oltre ogni misura. È un’attenuante che coincide con la ragione principale del loro insuccesso. L’innovativa visione di pallacanestro portata da queste squadre si infrange, non tanto contro gli avversari, ma contro un sistema di regole appositamente pensato per favorire difesa e gioco duro. Sembra quasi che le varianti nella possibilità di interpretare il basket restino racchiuse nella camicia di forza delle sue regole, indipendentemente dalla giustezza intrinseca dell’idea. La dimostrazione di questo assunto viene data dalla successiva storia dell’NBA.

Il ritiro di Michael Jordan nel 1993 chiude l’era del primo spettacolare three-peat di Chicago. Alcune teorie sostengono che dietro l’abbandono di Michael ci sia l’incapacità di sostenere il livello di punizione fisica alla quale le difese avversarie, partita dopo partita, sottopongono la stella dei Bulls. La tesi ha una sua credibilità. In effetti la dottrina di gioco della lega fa un triplo salto all’indietro verso l’oscurantismo e torna all’esempio dei Detroit Pistons e al loro muscolare basket difensivo. I New York Knicks e gli Houston Rockets sono le nuove squadre che su queste basi si affacciano nell’arena delle contender al titolo. Del resto sono le meglio attrezzate per interpretare lo spirito dei tempi: dispongono di grandi centri (Ewing e Olajuwon) su cui imperniare attacco e difesa, solide ali rimbalziste (Oakley, Thorpe, Mason, Horry) e piccoli veloci in grado di mettere pressione sulla palla (Harper, Smith, Starks, Maxwell). Non casualmente sono proprio queste due franchigie che si sfidano nelle finali nel giugno 1994. In generale, quando due squadre-fotocopia collidono, lo spettacolo che ne deriva non è mai il massimo. Esteticamente la serie che ne esce è una delle più sgradevoli di ogni tempo, a dispetto dell’emozione di una gara 7. Mai una partita sopra i 100 punti. Houston segna 86,1 punti di media, New York 86,9. I texani tirano col 42,6% dal campo, quelli della Grande Mela con un ributtante 40,7%. Gli arbitri fischiano 309 falli di squadra in totale: il gioco si frammenta in una miriade di tiri liberi. Non casualmente, la giocata decisiva della serie è simbolica: in gara 6 una stoppata di Hakeem Olajuwon impedisce ad un tiro da tre di John Starks di finire dritto nel canestro, dove probabilmente sarebbe stato destinato, vista la serata di grazia del tiratore di New York. I Knicks devono rimandare l’appuntamento con un titolo atteso da vent’anni. Tre sere dopo, il 22 giugno, dalla guerra di trincea esce vincitrice Houston. Quando la corsa del cronometro dell’ultimo quarto si spegne decretando i nuovi campioni, sembra quasi che i giocatori siano più sollevati che felici. Prima di radunarsi a centrocampo per la premiazione, Olajuwon va a sedersi in panchina e rimane lì ad osservare con distacco la baraonda dei giornalisti e dei tifosi sugli spalti. Non riesce nemmeno ad esultare. La più estenuante battaglia di logoramento mai andata in scena sul palcoscenico delle finali è finita. La lega, dal canto suo, decide che così non è possibile continuare. Prima che essere uno sport, l’NBA è un prodotto, e in quanto tale deve vendere. E per farlo deve appagare l’occhio di un potenziale fan. L’ugly ball, come viene subito rinominato quel tipo di pallacanestro, non è il massimo per intrattenere la gente, la quale, se vuole vedere sportellate e gioco pesante, già dispone dell’hockey. I ratings televisivi in effetti sprofondano: gara 7 è vista da meno della metà dei telespettatori di gara 6 dell’anno precedente, quella tra Chicago e Phoenix. Insomma, ci vuole un cambio di rotta, e immediato. Rod Thorn, il vicepresidente dell’NBA non usa molti giri di parole per annunciare il giro di vite: «I punteggi in questa lega sono calati per il decimo anno di fila. Le squadre prendono meno tiri e non fanno circolare la palla… Se hai uno sport, vorresti anche avere un po’ di azione. Non vorresti certo che si trasformi in un incontro di grappling.»

La stagione 1994/95 parte infatti con una grande novità: la linea del tiro da tre punti da 7,24 metri arretra a 6,70. Si tratta del più grande cambiamento dai tempi dell’introduzione… beh, diciamo della linea stessa nel 1979! L’idea è di aumentare i punteggi rendendo il tiro più facile grazie all’accorciamento delle distanze. Qualcosa però va storto. Dati alla mano, ci si accorge sin da subito che i risultati non sono quelli sperati. Le conclusioni da oltre l’arco aumentano da 9,9 a 15,3 ma la percentuale di realizzazione resta praticamente uguale: 35,9% contro il 33,3% precedente. La media punti globale dalle 29 franchigie peggiora addirittura, calando da 101,4 a 99,5. La distanza più ravvicinata induce infatti molti giocatori non specialisti ad improvvisarsi tiratori, ovviamente con scarsi risultati. Soprattutto, il campo diventa idealmente molto più piccolo. Si sta tutti in uno spazio più angusto, dove gli aiuti difensivi si rivelano incredibilmente più efficaci, dato che gli atleti devono coprire una distanza più contenuta nel lasciare il proprio uomo. Per allenatori ancora abituati a pensare in termini di basket posizionale la nuova conformazione del terreno di gioco suona come un invito a stringere ancora di più le maglie dei propri sistemi difensivi. I Cleveland Cavaliers di Mike Fratello, con i loro 87,5 punti a partita (e tuttavia un record vincente di 42-40) esasperano la tendenza in atto, anche se al costo di diventare la barzelletta della lega. Sono peraltro in ottima compagnia: quasi la metà delle squadre non riesce a scollinare oltre la quota dei 100 punti di media. I commenti più intelligenti arrivano dai giocatori stessi, in particolar modo alcuni specialisti. Mark Price fa notare: «E’ troppo facile.» Reggie Miller sbotta polemicamente: «Ora si vedono tipi come Patrick Ewing lanciare tiri da tre. È ridicolo.» Joe Dumars, coglie invece l’essenza del problema: «Non ci sono più spaziature. La linea da tre è sempre stata il barometro dello spacing. Ora è due piedi più vicina. Ogni volta che vai a canestro sembra che ci sia qualcuno ad aspettarti. Il gioco è molto più serrato.» Nei playoff accade però un qualcosa di inaspettato, una sorta di epifania che rivela brevemente tempi ancora di là da venire. I protagonisti sono di nuovo gli Houston Rockets, questa volta però in positivo. Entrati nei playoff per il rotto della cuffia, danno vita ad una delle più emozionanti edizioni della postseason di ogni tempo, dimostrando che l’innovazione paga, se corre parallelamente al solco delle regole. I mediocri risultati nella regular season convincono la dirigenza a liberarsi della solida e statica ala difensiva Otis Thorpe. Al suo posto il general manager Bob Weinhauer sceglie di inserire l’atletica guardia Clyde Drexler imbastendo una trade con i Portland Trail Blazers. La sostituzione implica già di per sé un deciso slittamento di mentalità. Il coach Rudy Tomjanovich sfrutta le nuove regole per attorniare il suo centro dominante – il nigeriano Olajuwon – con quattro tiratori. Dopo i primi incerti risultati il trapianto inizia a dare i frutti sperati. L’impostazione dei Rockets rimane quella classica basata sul gioco interno del loro pivot; a cambiare sono invece gli sviluppi della sua azione, che riverbera i suoi effetti sul perimetro. Vicino e lontano dal canestro. In mezzo, il vuoto. Tenete a mente il concetto perché ci ritorneremo più avanti. Nel frattempo, col sesto record di conference, Houston elimina tre squadre con più di 60 vittorie. Una dopo l’altra cadono Utah, Phoenix e San Antonio. Poi in finale è il turno degli Orlando Magic di O’Neal e Penny Hardaway. Di fronte agli occhi del mondo, la serie finisce in un bagno di sangue per quelli della Florida: 4-0. La causa tuttavia non sono le superbe prestazioni di Olajuwon, il quale vince scontatamente l’M.V.P. Da un punto di vista tattico la serie viene decisa dallo spostamento in ala forte di Robert Horry, un giocatore versatile, in grado di colpire a ripetizione da tre punti. Grazie alla sua duttilità Houston può schierare quintetti con un centro e quattro piccoli tutti pericolosi dal perimetro. Come per magia il campo torna ad allargarsi; ogni raddoppio è una scommessa che per l’avversario due volte su tre non paga, perché genera un tiro incontestato da tre punti. Horace Grant, diretto marcatore di Horry, è l’ala forte di Orlando e insieme il fattore di equilibrio dei Magic, i quali schierano un quintetto tradizionale. Questi viene però risucchiato lontano dall’area, aprendo così spazi che i Rockets sfruttano per penetrazioni e rimbalzi offensivi. Drexler, un esterno, prende più rimbalzi in attacco di Olajuwon. Mai come in quella finale viene dimostrato in modo tanto inequivocabile come strategia e occupazione degli spazi siano concetti gemelli, anche nello sport. Sfruttare la loro interazione significa avvicinarsi alla vittoria. In controtendenza con la serie di finale dell’anno precedente Houston opera una metamorfosi sorprendente: segna 114 punti di media, con ottime prestazioni al tiro. I tre punti si rivelano ancora una volta una chiave fondamentale. Quel titolo non sarebbe stato vinto senza le 11 triple di Horry in finale, o le 7 di Kenny Smith in gara 1 alla Orlando Arena. E come dimenticare “The kiss of death” il tiro da tre scoccato da Mario Elie che in gara 7 di semifinale elimina i Phoenix Suns? L’alba di una nuova era dunque? Niente affatto: nonostante tutto, i Rockets non fanno scuola, e la loro rocambolesca cavalcata verso il secondo titolo si riassume in un fugace lampo di innovazione che presto viene inghiottito dalle tenebre che ha squarciato solo per un istante. Il cielo torna a richiudersi. Nessuno si accorge ancora delle potenzialità insite in un sistema dove tiro da tre e spaziature ampie fanno da principi cardine. Il destino immediato dell’NBA è quello di scivolare sempre di più nel difensivismo.

Secondo Quarto: Ferro e sangue

Dopo l’affrettato ritorno nella primavera precedente, nell’autunno del 1996 Michael Jordan è di nuovo pronto. Anche mentalmente: il suo ego ipercompetitivo gli instilla sanguinari propositi di vendetta. Obiettivo: riprendersi il titolo NBA. Dai San Antonio Spurs è arrivato ad aiutarlo Dennis Rodman, semplicemente la miglior ala rimbalzista della storia e uno dei migliori difensori di posizione della lega. Viene inserito in una squadra dove c’è già il miglior difensore dinamico di tutti i tempi, vale a dire Scottie Pippen. Due dettagli che ci dicono moltissimo sul DNA di quei Bulls che dominano la lega vincendo i successivi tre titoli. Come? Con i canestri di Jordan, ad un’analisi superficiale o comunque emotiva. Chi ha avuto la fortuna di assistere a quell’irripetibile epopea ha ancora negli occhi i fadeaway di MJ, “The flu game” e poi “The Shot” al Delta Center, le schiacciate di Pippen, le bombe di Kerr. In realtà tutti questi ricordi conducono ad una visione fuorviante e parziale dell’anima di Chicago. Ad un’analisi più approfondita e razionale i Bulls costruiscono le loro fortune affidandosi alla migliore difesa mai messa in campo da una squadra di basket. L’assunto emerge in maniera lampante nel 1998, quando la squadra, ormai logorata da anni passati a respingere gli assalti alla propria posizione di predominio e con una panchina sempre più corta, è ridotta a puro spirito difensivo. Gli Indiana Pacers e gli Utah Jazz, le squadre che vanno maggiormente vicine a spodestare i tiranni dell’Illinois, finiscono stritolate negli ingranaggi di un sistema difensivo feroce e spietato, superiore persino a quello dei Pistons dei tardi anni Ottanta. Un esempio su tutti è quanto avviene il 3 giugno 1998, in gara tre delle finali, quando si assiste ad un terrificante sfoggio di pura strapotenza. La squadra di Stockton e Malone viene tenuta a 54 punti segnati: un umiliante blowout di -42 che segna il record negativo di ogni epoca. Quella che forse è la migliore esecuzione a metà campo dell’NBA viene annichilita. Giova però ricordare che lo schiacciasassi corazzato dell’Illinois, in molti momenti decisivi delle partite, è solito togliere Luc Longley, l’ingombrante e lento centro della squadra, scalare Rodman al suo posto e aggiungere Toni Kukoc, un’ala forte mobile, in grado di mettere palla per terra o tirare comodamente da tre, a seconda della reazione del marcatore. È grazie a questo archetipo dello “stretch four” che la Sideline Triangle di coach Phil Jackson – un sistema simile nello spirito ad un comunismo traslato nei canestri – diviene ingestibile per qualsiasi difensore. Basata sull’interpretazione e sull’adattamento, la Sideline è una struttura di gioco innovativa ma non rivoluzionaria: tende infatti ad essere un’evoluzione di un modo di giocare preesistente e tradizionale, che non viene concettualmente rigettato. Tuttavia, anche in questo contesto, per l’ennesima volta quattro giocatori versatili, spaziati ad ogni angolo del campo, si rivelano un perfetto grimaldello tattico per scardinare le difese avversarie.

Nondimeno, i tempi non sono ancora maturi per la rivoluzione di cui oggi siamo testimoni. Anche dopo l’uscita di scena dei Bulls le nuove squadre che, avvicendandosi sul trono dell’NBA fanno tendenza, continuano a giocare e vincere con la stessa filosofia di base, mantenendo cioè l’attenzione nei confronti di un costante privilegio alla fase difensiva. Nel 1999 gli Spurs delle twin towers Duncan e Robinson vincono il primo titolo della loro storia come avrebbero potuto farlo i Pistons di Chuck Daly o i Knicks di Pat Riley, cioè con gioco lento e difesa soffocante. Nella stagione regolare accorciata a causa del lockout gli avversari di San Antonio vengono tenuti a 84,7 punti a partita. L’area dei texani si tramuta un fortino inespugnabile. I facili paragoni con l’Alamo si sprecano, ma sono del tutto giustificati. Solo per dare una cifra: nei cinque incontri delle finali di quella stagione la New York di Allan Houston, Latrell Sprewell e Marcus Camby non riesce mai a segnare 90 punti. I Lakers campioni dal 2000 al 2002 risollevano un po’ la grazia dello stile di gioco, ma anch’essi restano una squadra pesante e monocorde, totalmente imperniata sulla dinamica dentro/fuori rappresentata da Shaquille O’Neal e Kobe Bryant, forse il “one-two punch” più efficace della storia dell’NBA. Una delle chiavi fondamentali di quella formazione – sia detto in nota – rimane comunque Robert Horry: due suoi canestri da tre punti risolvono nel 2002 una serie contro Sacramento e una contro Portland, così come la sua difesa sui giocatori interni avversari, personaggi del calibro di Tim Duncan, Chris Webber, Rasheed Wallace e Kenyon Martin.

Dopo il dominio di Los Angeles si apre una lunga fase di caotico interregno, controllata a turno da squadre senza troppo talento offensivo ma costruite da allenatori carismatici sulla base di un solido sistema di gioco predicato attorno all’ordine e all’equilibrio. Play the right way! – Tuonano a turno Larry Brown, Gregg Popovich e Pat Riley, i quali potrebbero scrivere il mantra sul blasone di famiglia, dalle innumerevoli volte in cui questa frase è uscita dalla loro bocca sotto forma di dichiarazioni ai giornalisti o urla ai loro giocatori. Scelte semplici, logiche, pochi fronzoli, impegno, esecuzione offensiva ragionata e soprattutto dedizione in difesa: il basket moderno, al di là della rutilante facciata, sembra inchinarsi di fronte ad un disciplinato ossequio alla sua lunga tradizione. Training camp e palestre si trasformano in qualcosa di simile al campo di addestramento dei marines a Parris Island. I Pistons di Billups, Hamilton e Ben Wallace, in pratica una versione 2.0 dei Bad Boys, vincono nel 2004. Gli Spurs di Parker, Duncan e Ginobili nel 2003 e nel 2005. I Miami Heat di Dwyane Wade e di un ormai declinante Shaquille O’Neal si inseriscono nel club l’annata seguente, nel 2006, quando a sorpresa sconfiggono i Dallas Mavericks. La successione dinastica dei campioni e dei finalisti sembra indicare come la NBA non abbia più un padrone indiscusso. Idealmente potrebbe stare a significare che l’innovazione è inesistente: non si vince più per uno stile peculiare e le chance sono equamente più distribuite. Cosa ancora più preoccupante, la media punti globale, nel frattempo, si inabissa stabilmente sotto la soglia dei 100 punti, e lì ci rimane per 13 stagioni su 14, fino al 2013/2014. Nel 2004 si tocca addirittura il minimo storico: la miseria di 93,4 punti con il 44% scarso al tiro. “Attack wins you games, defence wins you titles.” La frase di sir Alex Ferguson, lo stregone del Manchester United, in tutta la sua verità, si attaglia benissimo anche allo stato dell’NBA di allora, raccontandoci nel contempo di quanto poco resti della fantasia nel basket di quegli anni. Eppure c’è un’eccezione. A rappresentare una voce di dissenso contro l’omologazione imperante è la squadra più bella da vedere dell’età del ferro dell’NBA: i Phoenix Suns.

Nel 2003/2004 la franchigia dell’Arizona ha concluso il campionato con il tragicomico record di 29 vinte e 53 perse. Senza addentrarsi in complicate analisi tattiche, la spiegazione della débâcle stagionale può tranquillamente fermarsi al fatto che il playmaker di quella formazione sia Stephon Marbury. La frase suona come un ingeneroso verdetto di condanna. “Starbury” è un all-star beneficiato da un talento sconfinato, che però fa il pari con la sua sesquipedale indisponenza e la sovrannaturale capacità di frantumare ogni minimo accenno di chimica di squadra. Una delle immagini indelebili che definiscono la sua carriera è la scritta “All Alone number 33” che sfoggia sulle scarpe durante una partita nel suo periodo ai New Jersey Nets. Non propriamente l’idea del secolo, da un punto di vista strettamente diplomatico. C’è anche da dire che, in tutta onestà, il disporre di strani esseri quali i pallidi Žarko Čabarkapa, Maciej Lampe, Cezary Trybański e Jake Voskuhl non deve aver aiutato troppo la causa dei Suns. Sia come sia, nel 2004/2005 si cambia, ma con intelligenza e sulla scorta di una chiara, rivoluzionaria linea strategica. Il general manager Bryan Colangelo – che forse è giunto alle nostre stesse conclusioni – riesce a turlupinare i Knicks inducendoli a caricarsi sul groppone i contrattoni di Marbury e di uno stracotto Penny Hardaway. Circonvenzione di incapace applicata al basket, direbbe un avvocato interpretando in modo forbito le bestemmie dei tifosi di New York costretti ad assistere a tanta dabbenaggine. In cambio Phoenix libera lo spazio salariale che le serve per firmare una nuova point-guard: il canadese Steve Nash. Coach Mike D’Antoni, promosso in corsa l’anno precedente, viene fornito di pieni poteri e soprattutto del giocatore ideale per tradurre in realtà il visionario sistema di basket che cova nella sua mente da tempo. Certo, Čabarkapa e Voskuhl rimangono nel roster, ma l’arrivo di Nash genera un’ondata positiva di entusiasmo che si traduce nella più impressionante svolta culturale dell’NBA recente. I Suns volano, e lo fanno con un computer di bordo dove il loro allenatore ha installato un semplice programma dal titolo: “Seven-Seconds-or-Less”. Il velleitario Run&Gun degli anni Novanta matura nel Pace&Space. Nel D’Antoni-Pensiero la partita viene trasformata in un contropiede e in una transizione perpetua, dove l’obiettivo è correre più dell’avversario, e il tiro è tanto migliore quanto più presto viene preso. Non importa la situazione: basta che sia incontestato, e via di dosso tutti i pregiudizi, anche se sul cronometro ci sono solamente 21 o 22 secondi. Se sei libero devi tirare; se hai una corsia aperta, ti butti a canestro, per schiacciare o riaprire per il tiro di un compagno appostato sull’arco dei tre punti. L’importante è comunque accelerare, moltiplicare i possessi, irretire e stordire gli avversari, disequilibrando il loro tradizionale ritmo di gioco, contando sul fatto che potranno forse correre e segnare per 48 minuti, ma certo non meglio dei Suns. La strategia in sintesi è di far loro giocare una pallacanestro che li costringa ad essere un’altra squadra e a snaturarsi. Per fronteggiare il dispendio energetico, la rotazione si estende a tutti i dodici giocatori del gruppo. In questo circo i tradizionali punti di riferimento si stemperano; spazio e tempo si distorcono; i ruoli canonici del basket si svuotano di significato. L’addetto al cronometro dei 24 secondi dell’arena dove giocano i Suns potrebbe tranquillamente dormire durante la partita. Sono i primi vagiti del positionless basket di oggi. Per metempsicosi, lo spirito dei Nuggets di Moe, dei Warriors di Nelson e del Grinnell college di Arseneault confluisce in Phoenix. Per la prima volta nella storia dell’NBA una squadra spiccatamente offensiva, e per questo palesemente anti-sistema, sembra funzionare, accoppiando spettacolo e risultati: nello spazio di una stagione i Suns balzano da 29 a 62 vittorie. Si tratta del terzo migliore turnaround di sempre nella storia della lega. Steve Nash, il direttore di orchestra di questo can-can che produce 110,4 punti a partita, viene nominato M.V.P. della regular season. Sarà il primo di una lunga serie di guardie. A valergli il prestigioso riconoscimento non sono tanto i suoi 15,5 punti e i suoi 11,5 assist, quanto lo straordinario entusiasmo e la capacità di coinvolgere i compagni. Amar’e Stoudemire, Joe Johnson, Quentin Richardson e Shawn Marion diventano tutti beneficiari del genio del piccolo playmaker canadese.

Gli scettici del Seven-Seconds-or-Less rimangono però parecchi. Per la regular season ormai non c’è più niente da fare: bisogna arrendersi all’evidenza che i Suns vincono e convincono. Ma i playoff sono da sempre un’altra questione. Tradizionalmente nella postseason i ritmi si abbassano, gli arbitri tollerano un gioco più fisico e la preparazione delle gare da parte dei coaching staff si eleva ad un livello maniacale. Con l’aumentare della posta in palio, la spumeggiante onda bel gioco finisce con l’infrangersi contro lo scoglio del pragmatismo. I sepolcri imbiancati si accomodano quindi sulla riva del fiume del cinismo e aspettano che passi il cadavere di un nemico che ha l’ardire di bestemmiare sul sagrato della chiesa del basket. E puntualmente il Dio dei canestri punisce i blasfemi. Il sogno di un basket diverso e più innovativo muore nella finale di conference del 2005. In appena 5 partite gli Spurs riescono a spegnere i Soli dell’Arizona accettando di sfidarli a viso aperto sul loro stesso terreno. Popovich, Duncan, Parker e Ginobili compiono un capolavoro di spirito di adattamento. Il pivotal game avviene già in gara 1: il 121-114 per San Antonio lancia un messaggio e segna il tono della serie, indirizzandone l’esito finale. Alcuni sostengono che la prima azione di una partita sia un po’ come l’ouverture di un’opera, e che in sé contenga già tutti i leitmotiv dell’intera storia. Se è così, difficile non vedere un senso superiore nei primi due punti di Suns-Spurs: tre secondi dopo la palla a due Manu Ginobili è già a schiacciare in eurostep nel nulla di un’area deserta. I Suns perdono per lo shock mentale di vedere qualcuno in grado di batterli al loro stesso gioco, oltre che per una buona dose di sfortuna: un infortunio fa sì che Joe Johnson – un componente fondamentale che porta 17,1 punti e il 48% da tre – giochi a mezzo servizio, con una vistosa maschera protettiva di plastica sul volto. Alla fine resta un diffuso senso di delusione che si tramuterà in una costante con il passare dei campionati. La squadra è una contender seria e avrà altre fantastiche stagioni, ma non arriverà mai a giocare una finale. Nel 2006 verrà ancora di nuovo fermata in finale di conference, questa volta dai Dallas Mavericks di Dirk Nowitzki. Un sottile senso di rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato traspare anche dalle dichiarazioni di Mike D’Antoni, parole che sembrano racchiudere il senso di un’esperienza: «Non siamo mai stati davvero la squadra dei Seven Seconds or Less. Non era accettato da un punto di vista culturale, né a livello mediatico, né dai tifosi che sì, volevano lo spettacolo ma credevano fosse uno stile che non permettesse di vincere ai Playoffs. Col tempo ci siamo snaturati, sono convinto che se avessimo premuto ancora di più sull’acceleratore ce l’avremmo fatta.» Tuttavia, al di sotto della patina degli eventi, qualcosa di importante è avvenuto. Sono stati piantati i semi del futuro. Ci vorrà del tempo, ma alla fine germoglieranno. Dopo quella serie l’NBA non sarà mai più la stessa. Il cambiamento non è subito evidente, si annuncia in sordina, ma in sé contiene gli imminenti Golden State Warriors degli Splash Brothers e la MoreyBall di Houston. Concettualmente, la maggior parte delle squadre vincenti di oggi continuano a giocare una versione leggermente modificata del basket osato da quei Phoenix Suns. Per capirne la ragione tecnica dobbiamo però fare un piccolo passo indietro di qualche mese, uscire dai campi di gioco, ed entrare nel sancta sanctorum di Park Avenue, ai piani alti del quartiere generale della lega, là dove si può ciò che si vuole.

Intervallo: Nel laboratorio dello stregone

Prima della stagione 2004/2005, quella del grande exploit dei Phoenix Suns, il Comitato che introduce i cambiamenti delle regole nella massima lega professionistica di pallacanestro americana è costernato. Negli occhi ha ancora le terrificanti immagini della precedente finale NBA. Completamente a sorpresa, i Detroit Pistons sono i nuovi campioni. Si sono accomodati sul trono della lega umiliando per 4-1 una versione un po’ disfunzionale ma ultra-talentuosa dei Los Angeles Lakers. Una specie di all-star team da tutti pronosticato per la vittoria, che nei suoi ranghi include leggende come O’Neal, Bryant, Malone e Payton, viene annichilito da una banda di scarti di altre franchigie. Billups, Hamilton, Prince, Ben e Rasheed Wallace: volonterosi, determinati, ben organizzati, ma pur sempre scarti. Ma come è possibile che una squadra di onesti operai dei canestri, senza stelle offensive, riesca a sconfiggere avversari così immensamente superiori in fatto di talento? Semplice: votandosi anima e corpo alla causa della difesa e del gioco fisico. Play the right way! Hard work pays off! Insiste il loro coach Larry Brown. Visto che forse l’espressione non rende bene l’idea, lasciate che vi dia una semplice statistica per tratteggiare la solidità di quei dodici uomini in missione: nel 2004 i Pistons tengono gli avversari sotto i 100 punti per 36 partite consecutive, e sotto i 70 per cinque volte di fila. Una fortezza, più che una squadra. I nuovi campioni raccolgono elogi da ogni parte per la loro impresa, ma intanto il gotha della lega storce il naso. Non è tanto l’upset in sé e per sé a preoccupare i vertici NBA. Forse nemmeno l’obbrobrio offensivo di mandare in mondovisione cinque partite in cui i due contendenti segnano la miseria di 86 punti di media combinati. A generare inquietudine è piuttosto il trattamento riservato a Kobe Bryant. Nella serie finale, davanti a milioni di spettatori in tutto il mondo, la stella perimetrale di L.A viene letteralmente spazzata via dal campo. Agli occhi del commissioner e della divisione marketing non è il massimo che uno degli ambasciatori del campionato in fatto di immagine, possa venire maltrattato in questo modo. Tayshaun Prince, lo specialista difensivo di Detroit, riesce infatti a cancellare Kobe in modo imbarazzante, costringendolo a segnare poco più di 22 punti a partita con un inguardabile 38% dal campo e il 17% da tre. 3,6 palle perse emettono poi il verdetto sulla peggiore serie della carriera della guardia dei Lakers. In una lega dove il focus si sta lentamente spostando dai centri alle guardie, non è accettabile che i giocatori perimetrali siano così alla mercé di specialisti difensivi. Rappresentano la fantasia, la spettacolarità, il talento. Da un certo punto di vista sono un capitale che la lega ritiene di dover salvaguardare, arrestando la deriva tattica che sta prendendo piede. Quasi ogni squadra, tra il 2000 e il 2005 si dota di un grande ammanettatore di superstelle. Questa truce figura di distruttore dell’altrui talento diviene richiestissima, e di conseguenza riesce a strappare contratti spesso ingiustificati. La lista dopo lo stesso Tayshaun Prince, potrebbe continuare all’infinito: pensiamo a Bruce Bowen, a Ron Artest, a Shane Battier, a Ruben Patterson, a Tony Allen, a Eric Snow. Nomi di cui solo la memoria di pochi appassionati serba il ricordo. Ed è proprio questo il problema. Insomma, il trend deve cambiare.

Per favorire un gioco più offensivo viene quindi introdotta una nuova regola che elimina del tutto l’hand checking sul perimetro. La svolta è epocale. In sostanza un difensore non può più iniziare un contatto toccando il proprio diretto attaccante, né con le mani, né con l’avambraccio. Per i grandi realizzatori è come il proverbiale invito a correre rivolto alla lepre. All’opposto, per i difensori è semplicemente il disarmo totale. Non è più possibile indirizzare il palleggiatore verso una specifica zona del campo e, se anche quest’ultimo va a cacciarsi in una brutta situazione, può sempre uscire d’impaccio semplicemente palleggiando in un’altra direzione. Le braccia del difensore non possono più fare da ostacolo per limitarne il movimento. Il campo si apre. Si aprono comode autostrade verso il centroarea. Tirare diventa più semplice, anche col proprio marcatore a ridosso, perché quest’ultimo, non avendo le mani già sul corpo dell’attaccante, deve fare i conti con un tempo di reazione più lungo. Stu Jackson, una delle menti dietro all’idea, spiega: «Il nostro obiettivo era di permettere una maggiore libertà offensiva non consentendo ai difensori di toccare i portatori di palla. Facendo così, le penetrazioni dal palleggio sarebbero state incoraggiate, cosa che avrebbe generato tiri di qualità, così come riaperture sul perimetro. Quando i giocatori dispongono di tiri di qualità tendono a segnare di più.» Missione compiuta, ma come si dice in America: “Be careful what you wish for…” Nemmeno gli scienziati dell’NBA immaginano le conseguenze di lungo periodo delle loro decisioni. Iniziano così a sentirsi le prime scosse del terremoto. Nell’esordio dell’era senza l’hand checking Nash vince due titoli di M.V.P. consecutivi; Kobe Bryant esplode disputando una stagione da 35,4 punti a partita; Dwyane Wade viene nominato miglior giocatore delle finali del 2006, relegando nell’ombra un certo Shaquille O’Neal. Tony Parker fa lo stesso nel 2007, battendo nei voti il compagno Tim Duncan. Il tradizionale dominio dei lunghi nell’NBA finisce, questa volta per sempre. Tempo dopo, quando sarà evidente a tutti la portata del cambiamento, Kenny Smith – proprio il playmaker di quegli strani Houston Rockets menzionati in precedenza – in una puntata di “Inside the NBA” tiene una lectio magistralis sulle devastanti conseguenze della nuova regola. Ma questa non è che una metà della nostra storia. L’altro grande impulso alla mutazione viene direttamente dall’esterno dell’NBA, dalla rivoluzione informatica e dalla pioggia di statistiche analitiche che stanno cambiando il modo di guardare e spiegare ciò che avviene su un campo di basket.

Terzo Quarto: la rivoluzione

Oggigiorno una laurea in informatica apre molte porte. Se poi a questo carico da novanta ci aggiungi un master in business administration conseguito al prestigioso Massachusetts Institute of Technology puoi tranquillamente considerarti con una carriera di alto profilo già in tasca. Infine, se ritieni di dover incanalare la potenza intellettuale di queste basi formative nel mondo del basket… beh, corri il serio rischio di scatenare una vera e propria rivoluzione al suo interno. È esattamente questo il senso della parabola di Daryl Morey, un oscuro nerd col pallino delle statistiche, che, dopo un incarico ai Boston Celtics, nello spazio di un anno viene nominato general manager degli Houston Rockets. È il 10 maggio del 2007. La lega sembra ancora immersa nel buio del tradizionale gioco difensivo. Nello stesso giorno in cui Morey assume la carica di executive si gioca gara tre della serie di semifinale dell’est. I Detroit Pistons sono ospiti dei Chicago Bulls. La partita degenera in un 81-74 per quelli del Michigan. La carica di eccitazione è inferiore a quella del film cecoslovacco con i sottotitoli in tedesco che il capo di Fantozzi propina ai suoi inferiori. Ma i tempi stanno per cambiare, nonostante le apparenze. I Rockets che Morey si ritrova a dover gestire sono una squadra di talento, ma non lasciano presagire la possibilità di grandi sconvolgimenti nel modo di pensare alla pallacanestro. Assomigliano sinistramente all’identikit della franchigia che, per un motivo o per l’altro, non riesce mai ad esprimere compiutamente il proprio potenziale. Le stelle sono Tracy McGrady e Yao Ming. Il primo è un giocatore ormai a fine carriera, tormentato dagli infortuni alla schiena e dal fantasma psicologico di non aver mai vinto una serie di playoff. Il secondo, un centro cinese di 2 metri e 29 per 141 kg, è la dimostrazione che un’altezza fuori scala nella pallacanestro è spesso più un problema che un vantaggio. La sua imponente struttura corporea lo rende incline a problemi fisici di ogni tipo e soprattutto ne fa un giocatore statico e lento, proprio in un periodo in cui il baricentro del gioco sta migrando sul perimetro. Houston riesce a stare a galla per diversi campionati barcamenandosi in dignitose stagioni regolari e premature uscite di scena nei primi round della postseason. Morey nel frattempo sposta giocatori e, trade dopo trade, ingaggio dopo ingaggio, lavora per creare una squadra che corrisponda alle sue idee. Già, ma quali sono?

Le statistiche tradizionali con le quali interpretiamo una partita sono in genere affidabili. Tiri, rimbalzi, palle perse e recuperate, punti, assist, minuti… Tutta questa mole di dati necessita di uno sforzo interpretativo ma nel complesso riesce a descrivere in maniera abbastanza fedele l’andamento e le tendenze generiche di un incontro, di una stagione, oltre che del rendimento dei singoli giocatori. Si tratta in fondo di un semplice insieme di medie calcolabili con un banale foglio di excel. Il suo limite più evidente emerge però se vogliamo sovrapporle alla topografia del campo da basket. Pensate ad esempio alla percentuale da due punti. Dire che una squadra tira con il 45,5% è un dato al limite dell’inutilità, quasi quanto l’affermare che in una discarica ci sono molti rifiuti. Lo spazio al di qua della linea da tre punti è infatti vasto, e il nostro numero non ci fornisce un accurato resoconto del rendimento di ogni singolo tiro in relazione alla zona specifica da dove viene preso. Nella percentuale confluiscono in maniera indifferenziata sia una conclusione in sottomano da pochi centimetri che un jumper da 6 metri. Come facciamo poi a contestualizzarlo in base alla marcatura o alla situazione di gioco? A partire dalla fine della prima decade del Duemila gli avanzamenti tecnologici di computer e telecamere consentono di guardare oltre l’orizzonte immediato di un match e aggiungere un livello di analisi incredibilmente più approfondito. Per la prima volta si inizia a parlare – dati alla mano – di concetti come plus/minus, offensive rating, percentuali effettive, win shares e, soprattutto, la resa media di ogni singolo tiro alla luce della posizione da dove viene preso. I dati che emergono sono sconcertanti e gente con un background come quello di Morey è tra i privilegiati in grado di coglierne immediatamente l’essenza.

Guardate questa immagine:

È liberamente tratta da Sprawlball, un illuminante libro di Kirk Goldsberry: nella sua semplicità è tutto ciò di cui hanno bisogno coloro che vogliono capire le ragioni per la quali la pallacanestro di oggi è tanto differente da – poniamo – quella che si giocava negli anni Novanta. Cosa ci dice in sostanza? Che i tiri statisticamente più efficienti sono quelli ravvicinati e quelli da tre punti. Tutto il resto è, passatemi il termine, antieconomico. Una cattiva scelta strategica, per non dire un inutile spreco di energie. Ricordate gli Houston Rockets del 1995? Quella squadra aveva intravisto qualcosa che sarebbe esploso anni dopo. La rappresentazione di Goldsberry è più di un’infografica: rappresenta il brutale epitaffio per la tomba del midrange game. Affermare che un canestro da tre sia meglio di uno da due è un truismo. Da quando esiste il gioco è palese che più ci si avvicina al ferro, maggiori sono le possibilità di convertire il tiro. Le statistiche avanzate rivelano che questo è vero solo per la zona interna dell’area. Ammaliati dalla grazia di specialisti del gioco intermedio come Michael Jordan, quello che non si sospettava era la non linearità della progressione. Un tiro da 4 metri, ha meno chance di incidere sul punteggio di una gara di uno da tre punti, pur essendo scoccato da tre metri più indietro. Non solo: spesso ha anche una percentuale di realizzazione minore. Di qui ad iniziare a prospettare sistemi di gioco ragionando per assurdo è un attimo. Pensiamo ad una semplice proporzione: se una squadra prendesse solo tiri da tre, e li segnasse con una percentuale del 40%, gli avversari, tirando solo da due, dovrebbero mantenere una media del 60% solo per restare in pareggio. Il fatto è che esistono pochissimi giocatori in grado di tirare col 60% (solo 9 nel 2020/2021), e molti di più in grado di sparare bombe con il 40% (ben 50, sempre nel 2020/2021). Abbiamo visto che il tiro da tre è semplicemente più pregiato in termini di rendimento. Il corollario è che la squadra che lo utilizza di più, e meglio, alla fine è statisticamente quella con più possibilità di vittoria. La tendenza, del resto, inizia sin dal 1979, anno di introduzione del tiro da tre, forse più per inerzia che per un disegno consapevole. Negli anni Ottanta le squadre prendono tra i 2 e i 6 tiri da tre a partita. Negli anni Novanta il numero sale nel range tra 7 e 16. Nel 2019 il dato esplode toccando quota 34. Oggi, nel momento in cui scrivo, siamo a 36. E la cosa inquietante è che la tendenza potrebbe non arrestarsi: il futuro deve forse ancora arrivare.

Galileo era convinto che il libro del mondo fosse scritto con un solo linguaggio: quello dei numeri e della matematica. Se la verità è contenuta nella loro voce, Morey allora decide di ascoltarla mettendosi a plasmare i Rockets secondo la sua visione. Napoleone ha affermato che “la Rivoluzione è un’idea che ha trovato delle baionette.” Oggi non siamo più nell’inquieto clima della Francia di fine Settecento. E meno male. Tuttavia resta valido il principio fondamentale contenuto nella frase del grande condottiero còrso: quando il pensiero fornisce nuovi strumenti per interpretare la realtà, e ogni volta che ci sono uomini disposti a credere in una nuova visione portatrice di una discontinuità, allora siamo potenzialmente in uno stadio che può sfociare in un cambiamento epocale. Il 27 ottobre 2012 Morey coinvolge gli Oklahoma City Thunder in uno scambio che porta la guardia James Harden a Houston. In lui il GM texano scorge il giocatore ideale per tradurre in realtà il suo progetto. Harden è fatto su misura per la pallacanestro analitica: è un maestro del tiro da tre punti e un infallibile cecchino dalla linea della carità, da dove tira con l’85% abbondante. Ma non solo: grazie al suo fisico solido e compatto, eccelle anche nell’entrata a canestro. Infine, la sua abilità di palleggio e nel passaggio lo rende l’arma totale per il tipo di basket che i Rockets dovranno giocare. Ma non è tutto. Nel luglio del 2016 Morey compie un’altra eclatante scelta di mercato destinata a rimanere nella storia. Per l’incredibile cifra di 80 milioni di dollari firma come free-agent Ryan Anderson. Un’ala bianca di 2 metri e 6, lenta e per nulla atletica, che fino a quel momento in carriera ha segnato poco più di 13 punti di media a partita, riceve un contratto degno di una superstar. Si grida allo scandalo, ma esiste una precisa e voluta razionalità dietro la scelta. Il motivo è semplice: Anderson è un eccellente tiratore da tre punti e questa caratteristica consente ai Rockets di schierare quattro giocatori pericolosi da oltre l’arco. Su un campo da basket sa fare solo quello e poco altro, ma lo sa fare estremamente bene. In carriera tira da tre quasi con il 40%, ed è esattamente quanto serve ai Rockets. La sua stessa presenza è un fattore che favorisce le spaziature del quintetto. Dopo Harden, Anderson è il tassello più funzionale al mosaico che Morey vuole iniziare a comporre. Se ragioniamo con la mentalità pragmatica di un direttore d’azienda capiamo subito le motivazioni della scelta dei Rockets: il salario di un giocatore è commisurato non al suo valore assoluto, ma a quello relativo, considerando cioè l’impatto particolare che può esercitare sulla squadra che lo assume. Infine, bisogna parlare del coach incaricato di far funzionare il tutto: chi sarà? Una vecchia conoscenza: il 1° giugno 2016 viene infatti assunto Mike D’Antoni, lo stesso allenatore dei Phoenix Suns dei Seven-Seconds-or-Less. Con una guida così orientata ad accettare i rischi dell’innovazione spericolata in panchina, la Moreyball può iniziare sul serio.

Il nuovo slogan – curiosamente tripartito come il celeberrimo Liberté, Égalité, Fraternité – è un più prosaico Threes-Frees-Layups. Come tutti i motti, accanto alla carica di ipersemplificazione e orecchiabilità, risiede anche una buona dose di verità. Il gioco di Houston viene spinto ai limiti estremi della coerenza scientifica. Se, come abbiamo visto, i tiri più efficienti del basket sono triple, sottomano e tiri liberi, allora la squadra dovrà costantemente andare alla ricerca di queste situazioni, senza mai deviare dal proposito. Le partite della franchigia texana assumono presto una connotazione robotica, tanto è inflessibile e ossessivo il piano partita. Siamo ormai alla logica del sistema binario: o tiri da tre o penetrazioni a canestro. Tertium non datur. I numeri che descrivono la metamorfosi verso la monocultura dell’efficienza sono tanto sconvolgenti quanto autoesplicativi. Nel 2018 i Rockets prendono lo sproposito di 45,3 tiri da tre a partita, primi assoluti in tutta la lega. Praticamente uno al minuto. Stesso discorso per il numero di tiri liberi: 2.407 nel 2015/2016, 2.177 l’anno dopo e 2.061 nel 2017/2018. In questo contesto Harden è una macchina: tra il 2017 e il 2020 segna in media 30,4 – 36,1 – 34,3 punti a partita, tirando solo da tre in step-back o penetrando a canestro. Il 31 dicembre 2016, contro i Knicks, segna 53 punti. Sui 26 tiri che scocca quella sera 16 sono da tre. 18 tiri liberi completano la prestazione. Tre anni prima, il 26 dicembre, contro i Memphis Grizzlies, marca una delle prestazioni più assurde di sempre: 27 punti, con 2 su 9 dal campo e 22 su 25 ai tiri liberi. Houston, neanche a dirlo, vince quella partita. Leggendo tra le righe di questi exploit siamo già in grado di riconoscere una linea di tendenza: Threes-Frees-Layups, come dicevamo. Nessuna squadra estremizza il proprio credo tattico con una simile sfacciataggine. Veder giocare i Rockets è per molti esteti del gioco un supplizio. La pallacanestro dei texani è monocorde e noiosa, ma anche tremendamente efficace. I risultati sono infatti incredibili. Houston vince 55 partite nella regular season del 2017. L’anno dopo, nel 2018, frantuma il precedente record di franchigia ammassando 65 vittorie. Cala un po’ nel 2019, scendendo a 53. Anche nei playoff questo tipo di basket prosegue imperterrito. E sembra funzionare, finché non viene messo alla prova dalle sfide contro l’altra grande corazzata che incrocia nelle acque della western conference: una squadra per certi versi simile a Houston, eppure allo stesso tempo molto distante per approccio alla partita e caratteristiche dei giocatori. Sto ovviamente parlando dei Golden State Warriors. Per introdurre la franchigia che più di ogni altra ha cambiato la storia dell’NBA dobbiamo prima scendere nel particolare, addentrandoci in una singola gara che segna lo scontro tra questi due titani del nuovo basket contemporaneo.

Quarto Quarto: Il nuovo potere

È il 28 maggio 2018. Al Toyota Center di Houston va in scena gara 7 delle finali della western conference. Uno spartiacque, in tutti i sensi. Non solo perché si tratta di un elimination game: chi perde va in vacanza e chi vince in finale, probabilmente a macellare un’avversaria dell’est più debole. Ma perché il fatto stesso che Houston e Golden State siano i protagonisti di quella sfida costituisce già di per sé una prova evidente di un cambiamento ormai pienamente compiuto. Le squadre che più di tutte affidano le loro sorti al tiro da tre si affrontano in una gara senza ritorno. Win or go home. Warriors vs Rockets è ormai una costante dei playoff: è successo per due anni consecutivi, nel 2015 e nel 2016. Golden State è sempre riuscita a spuntarla, ma questa volta sembra diverso. I Rockets danno l’idea di essere in controllo: acquisiscono sin da subito un chiaro vantaggio nei tiri in area, ai liberi e a rimbalzo, come da copione. All’intervallo sono infatti avanti 54 a 43. È quasi fatta: se resistono per 24 minuti sono in finale. La Moreyball è vicinissima ad ottenere la consacrazione definitiva. Poi, al rientro dopo l’intervallo, un unico aspetto del gioco tradisce i Rockets in maniera clamorosa. Ironicamente si tratta proprio del loro marchio di fabbrica: il tiro da tre punti. Tra terzo e quarto quarto Houston spara da oltre l’arco con 1 su 21. Alla fine della partita la statistica dirà un irreale 7 su 44, record negativo di ogni tempo per una squadra con più di 40 conclusioni. Un articolo di Chris Herring fa impietosamente notare che le probabilità dei Rockets di tirare così male sono quantificabili in un rapporto di 1:72.000. Golden State invece fa registrare un ottimo 41%, segnando 16 canestri su 39. Tanto basta per spostare l’ago della bilancia e vincere la partita. Chiunque abbia mai giocato o seguito con un po’ di costanza il basket sa bene che a tutte le squadre capita di incappare in cattive serate al tiro. Alcune volte la palla non vuole entrare. Punto. I Rockets non fanno eccezione, ma hanno la suprema sfortuna di subire la loro proprio nel peggior momento della stagione. Oltre a questo, commettono l’errore di mettere in risalto la componente di ottusità insita nella testardaggine. Il tiro da tre non è solo meccanica muscolare: è anche e soprattutto una questione di “testa”. Un tiro è influenzato anche dal precedente, e più ne sbagli, più diventa difficile segnarne uno mano a mano che la serie negativa prosegue. I Rockets però non sanno giocare in maniera diversa. Il giocattolo di Morey alla fine si rompe per un micidiale connubio di circostanze e propri limiti intrinseci. Intendiamoci, c’è anche della sfortuna, come sempre in un fallimento: quella sera, Chris Paul, il playmaker titolare di D’Antoni, non gioca per infortunio. Quel rovinoso 7 su 44, con 27 errori consecutivi, alla fine sembra però in massima parte l’episodio di una singola partita sfortunata. Concettualmente il sistema godeva di tutti i presupposti per dimostrarsi vincente. Poteva non essere esteticamente appagante, poteva essere monotematico, ma non si può disconoscere che non fosse efficiente. Houston in ultima analisi è arrivata sin lì, ad un passo dal titolo, essendo la prima squadra della storia a prendere più della metà dei propri tiri dalla linea dei tre punti. Ma gli dèi a volte sono capricciosi. Il tiro dà, il tiro toglie. Al di là del risultato particolare di quella gara 7, rimane il verdetto globale sullo spirito dei nuovi tempi. «Dopo la partita si guarda ad un foglio di statistiche e la prima cosa che si va a cercare sono i tiri da tre. Se li hai segnati e l’avversario no, hai vinto…» Le parole di Gregg Popovich poste in esergo esprimono un teorema che ottiene la dimostrazione definitiva. Sono il miglior certificato che attesta l’avvenuta metamorfosi della NBA.

Dicevamo dei Golden State Warriors. Dopo aver resistito all’assalto dei Rockets i californiani vanno in finale, dove impiegano il minimo indispensabile per smantellare i Cleveland Cavaliers di LeBron James. Perentorio cappotto in quattro partite che vendica la finale dell’anno prima, persa contro la franchigia dell’Ohio dopo essersi fumati un vantaggio di 3-1. Kevin Durant viene nominato M.V.P. della serie. Segna 28,8 punti tirando con il 52,6% da due, il 41% da tre e il 96% ai liberi. Stephen Curry lo imita con 27,5 punti e il 41,5% dalla distanza, ma su 53 tiri. In sostanza il play dei Warriors prende più conclusioni da tre che da due (39). Golden State mette in bacheca il terzo titolo in quattro anni. Il traguardo segna la definitiva consacrazione di una squadra dominante che, al pari dei Bulls di Jordan o dei Lakers di Magic, è stata in grado di marchiare a fuoco un’intera epoca imponendo propria cultura di gioco. L’NBA – copycat league per eccellenza – è già piena di emuli dei Warriors. Eppure gli inizi non lasciavano presagire un simile destino di grandezza.

Roma non è stata costruita in un giorno. Men che meno i Warriors, una squadra che nel 2009 lascia presagire tutto fuorché l’instaurazione di una dinastia. Dai tempi del Run T-M-C l’intera franchigia si porta dietro la sinistra nomea di organizzazione perdente, capace di ammassare talento solo per gestirlo in modo dilettantesco o disperderlo in scelte dirigenziali bislacche. La Golden State di inizio millennio è la diretta emanazione di questo karma negativo. I tifosi (che sono quelli americani – intendiamoci: quindi abbastanza cloroformizzati di loro, almeno secondo i nostri standard dove tutto ciò che non implica una spranga in metallo è ritenuto accettabile) sono al limite della sopportazione. Negli anni sono stati testimoni di perle di rara incompetenza manageriale. Gregg Popovich, George Karl e Rick Adelman, tre geni della panchina, sono lasciati andare a cambiare i destini di altre squadre. Latrell Sprewell è stato ceduto per il trentasettenne Terry Cummings; Antawn Jamison per Popeye Jones. Nei vari draft, giocatori-franchigia come Kobe Bryant, Tracy McGrady, Kevin Garnett e Tony Parker sono stati snobbati a favore di Todd Fuller, Adonal Foyle e Mike Dunleavy. La situazione diviene tanto grottesca che nel marzo 2012 il grande Bill Simmons crocefigge la squadra della Baia con un articolo dal titolo che è tutto un programma: “Come irritare una tifoseria in 60 semplici mosse.” Eppure i Warriors del 2009 non sarebbero nemmeno tanto male, almeno sulla carta. Sono infatti una squadra composta da un paio di grandi stelle offensive attorniate da un supporting cast passabile. Ma la chimica è del tutto inesistente. Nulla di nuovo: nelle ultime 15 stagioni, quelle che i californiani chiudono con un record vincente, sono solo 2. I leader di quell’ultima incarnazione sono la veloce combo-guard Monta Ellis e l’ala Stephen Jackson, giocatori spettacolari, con molti punti nelle mani, ma che si portano appresso i fantasmi di una lunga storia di problemi caratteriali e di incapacità di adattamento nella cornice degli equilibri di un team. Il Plus/Minus di Ellis, calcolato sulle presenze di un’intera stagione, è un devastante -7,5. Quello di Jackson -2,6. Non esattamente la caratteristica dei condottieri. Accanto a loro, c’è però un giovane esordiente di appena 21 anni. Sulle prime, a guardarlo in viso, sembra che ne abbia non più di una quindicina. È una piccola guardia/playmaker di 190 cm per 83 kg. Uno scricciolo, per gli standard dell’NBA. La sua struttura appare così esile che molti dubitano seriamente sulla sua sopravvivenza in una lega di bruti, dove contatti e intimidazione fisica sono all’ordine del giorno. Ma Stephen Curry – questo il suo nome – è un tiratore di irreale bravura e velocità, oltre che un eccellente passatore e trattatore di palla. D’altra parte rimane pur sempre il figlio di Dell Curry, un ottimo giocatore degli anni Novanta. Sin dall’inizio Steph non tradisce le aspettative e si dimostra affidabile, sotto tutti i punti di vista. Segna 17,5 punti a partita, tirando col 46,2% e col 44% da tre. Soprattutto gioca 80 partite. La sua seconda stagione è altrettanto positiva: Curry incrementa praticamente ogni statistica di gioco. Poi, la caduta. Nel 2011-2012, succede quello che tutti temono: il fisico non regge al carico di stress della terza regular season. Una serie di infortuni alle caviglie costringe Curry a giocare solamente 26 partite. “Glass ankles”, iniziano a mormorare i pettegoli NBA. Ma in quella stagione c’è spazio per una nota positiva: quello stesso anno i Warriors scelgono al draft Klay Thompson, una guardia di 1,98 dotata di una facilità ed una precisione di tiro in grado di rivaleggiare con quelle già sovrannaturali di Curry. Per una curiosa coincidenza anche Thompson è figlio di un altro ottimo giocatore: Mychal Thompson. E come il compagno di reparto, anche lui si rivela subito un giocatore di certezze, sul quale poter costruire il domani di una squadra vincente. È forte fisicamente, difende con impegno, e soprattutto in attacco è una stupefacente combinazione di abilità balistiche, capacità di giocare senza palla correndo sui blocchi e solidità nelle penetrazioni a centro area. Non sorprendentemente, nel 2012-2013 Golden State svolta. Curry e Thompson sono in salute e giocano rispettivamente 78 e 82 partite. La squadra per conseguenza registra un record di 47 vinte e 35 perse, entra nei playoff come testa di serie numero 6 ed elimina i Denver Nuggets per 4-2, prima di arrendersi con onore ai fortissimi San Antonio Spurs, lanciati verso la finale NBA. Parte del merito va al nuovo coach Mark Jackson. È lui a instaurare un sistema basato su esecuzione, ordine, disciplina. Forse troppo. La sensazione dei più acuti tra gli esperti è che Jackson sia un freno per il potenziale offensivo che la squadra a volte lascia intravedere. In ogni partita dei Warriors ci sono almeno una decina di minuti di follia totale, in cui la squadra letteralmente esplode. Curry e Thompson – ormai per tutti gli Splash Brothers – infilano una devastante sequela di tiri da tre, recuperi, contropiedi, uscite dai blocchi che, dopo un palleggio e una finta, generano nuovi tiri da tre che uccidono l’avversario. Per chi si trova a fronteggiare questa terrificante mareggiata l’impresa diventa “come bere dall’idrante…” per usare un’azzeccatissima espressione di un famoso telecronista. Ma Jackson dà la strisciante impressione di non gradire troppo. Il basket per lui non è un carnevale di esuberanza offensiva. A giocare a suo sfavore ci sono poi alcuni elementi che esulano dal basket vero e proprio. In una città connotata dalla cultura di tolleranza, dal laicismo e dall’apertura mentale dei suoi abitanti gli atteggiamenti paternalistici e religiosi che il coach dimostra a più riprese suonano come note stonate. I sermoni intrisi di citazioni religiose e bibliche propinati ai giocatori durate il prepartita e i timeout non piacciono troppo. Figuriamoci quando, per scongiurare gli infortuni, arriva a benedire la caviglia di uno sbigottito Curry con l’olio santo. Con una certa arguzia coach Jackson inizia ad essere soprannominato “Reverendo Jackson”, titolo che in effetti non è così campato per aria, in quanto l’allenatore è anche un pastore ufficiale della Chiesa, e spesso non risulta ben chiaro dove inizi uno e finisca l’altro.

Nel 2014 la franchigia sente di dover compiere una scelta coraggiosa. Il 6 maggio, dopo una prematura eliminazione dai playoff per mano dei Los Angeles Clippers, il rever… ehm… coach Jackson viene licenziato. Due settimane più tardi, al suo posto, l’executive Bob Myers assume Steve Kerr. Sarà suggestione, ma il cambio di rotta assume un immediato valore simbolico. Mark Jackson da giocatore è stato un playmaker cerebrale, ordinato, amante della gestione e del controllo del ritmo di gioco. Nei piani, i suoi Warriors avrebbero dovuto giocare in questo modo. Steve Kerr, nella sua incarnazione sul parquet, è stato tutt’altro tipo di giocatore. Dotato di un talento puro infinitamente minore, ma non di minore intelligenza cestistica, è stato un incredibile specialista del tiro da tre punti, oltre che uno dei più abili giocatori nello sfruttare scarichi e spazi lasciati liberi dalle stelle accanto alle quali ha avuto la fortuna di giocare. Per impostazione mentale sa dunque bene come giocare accanto al talento, rispettarlo e sfruttarlo allo stesso tempo. Come capo allenatore sarà anche un esordiente, ma la esperienza ed intelligenza lo rendono l’uomo migliore per la missione che la dirigenza gli affida sin da subito: togliere il freno a mano ai Warriors. L’espressione non è certo da intendersi come “anarchia totale e liberi tutti” e Kerr lo sa bene: è deciso a mantenere l’impianto del suo predecessore e la fiducia in sé stessa che la squadra ha acquisito nel tempo. Ma di suo introduce concetti e schemi di gioco più dinamici, responsabilizzando i giocatori a sua disposizione, fidandosi del loro innato istinto orientato al basket del futuro. Un uomo cresciuto in un sistema di pallacanestro duttile, fatto di letture e di adattamenti come il triangolo dei Bulls di Jackson, non può che pensare in questi termini. In fin dei conti, come dice Naismith, il padre fondatore del Gioco: «il basket non si allena, si gioca.» Il baricentro di Golden State graviterà sul perimetro, la squadra userà il tiro da tre come arma principale, ma non alla maniera statica e robotica di Houston. Le conclusioni dalla distanza non nasceranno da una catena di montaggio, ma da situazioni di movimento quali palleggi, passaggi, tagli in backdoor, blocchi dei lunghi, passaggi consegnati. L’equilibrata motion offense imparata da Popovich agli Spurs si amalgama alla perfezione con il lascito di tutti i concetti estremistici che abbiamo conosciuto fin qui e che per un motivo o per l’altro sono falliti: il run&gun, il positionless basket, il pace&space, il seven-second-or-less. Questa volta però la sintesi riesce. I tempi sono maturi. La rivoluzione inizia con i modi gentili e l’ironia del nuovo allenatore ma sul campo i Warriors del 2014 prendono d’assalto il trono dell’NBA come i parigini la Bastiglia nell’agosto del 1789.

La squadra quell’anno vince 67 partite, 11 più dei secondi nella western conference. I Warriors danno veramente l’idea di giocare al massimo, con tutto il potenziale che si è sempre sospettato fossero capaci di esprimere. Terminano al primo posto nella lega per punti di media (110), percentuale dal campo, da tre e assist. La sera del 14 dicembre, dopo aver battuto i Pelicans ai supplementari, scoprono che il loro record dice 21 vinte e 2 perse. Insomma, un dominio assoluto. Il gioco è spettacolare, scorre liscio come la seta, a volte sembra assopirsi specchiandosi nella propria bellezza, poi d’improvviso una sfuriata da tre punti con una sequenza di missili da 9 metri, chiude l’incontro togliendo agli avversari ogni voglia di recuperare. In campo i giocatori corrono, si passano la palla, si divertono e fanno divertire. Mai un atteggiamento negativo o un moto di stizza. Curry segna 23,8 punti di media, ma soprattutto batte un record che apparteneva a Ray Allen, quello per tiri da tre segnati in stagione da un singolo giocatore: con 286 triple Steph legittima la propria candidatura a miglior tiratore puro di tutti i tempi. Al termine della regular season l’M.V.P. non può che essere lui. Nei playoff la marcia trionfale non si arresta. Golden State passa sul corpo di New Orleans, Memphis, Houston e infine di una Cleveland falcidiata dagli infortuni: campioni NBA la sera del 16 giugno. Andre Iguodala, lo specialista difensivo della squadra, riceve il titolo di miglior giocatore delle finali. Strano: perché lui e non Curry o Thompson? Perché nel giudizio pesano le ultime tre partite, quando coach Kerr toglie dal quintetto il centro Andrew Bogut e scala l’intera frontline di una posizione per giocare con quattro piccoli. Tatticamente è la mossa che decide la serie. La “Death lineup”, come verrà macabramente soprannominata, è un quintetto di quattro esterni completato da un lungo atipico come Draymond Green, un giocatore capace di stazionare in area ma anche di uscire sul perimetro per assistere le guardie con un pick-and-roll o per tirare da tre. Nel basket moderno non c’è più spazio per giocatori statici: le nuove parole d’ordine sono versatilità, movimento, e jump shots from downtown. Gli Al Jefferson, i Brandon Bass e i Roy Hibbert di questo mondo si estinguono, o fanno valige e migrano nel campionato cinese. Una lega che dai tempi di George Mikan, Bill Russell e Wilt Chamberlain è sempre rimasta ancorata all’area, attorno a big men dominanti, trasloca sul perimetro.

Inutile continuare ad incensare quei Warriors descrivendo i loro successi. È storia recente che ogni appassionato di NBA conosce. Facciamo solo un breve riassunto, per dare comunque l’idea del loro dominio. 73 vittorie l’anno successivo – nel 2016 – battendo il record di 72 stabilito dai Bulls di Jordan, un primato che si riteneva infrangibile. Si va ancora in finale, anche se i sogni finiscono in gara 7, quando LeBron James cava dal cilindro “The Block” la stoppata più incredibile della storia. Bisogna però pazientare solamente qualche mese, perché nel 2017 è di nuovo titolo. E poi ancora nel 2018. Vittime sempre i Cleveland Cavaliers di LeBron James, in una sorta di affare privato tra le due migliori squadre della decade. Finale ancora nel 2019, anche se inopinatamente persa contro i Toronto Raptors di Leonard. L’era dei Golden State Warriors si chiude con quella sconfitta, anche perché una delle stelle della squadra, l’ala Kevin Durant, scappa a Brooklyn. Un infortunio serio a Klay Thompson fa il resto. Nel 2019-2020 i Warriors precipitano a 15 vittorie. Difficilmente torneranno ad alzare un trofeo di campioni in tempi brevi. Eppure il loro lascito ideale è incalcolabile, quale che sia il destino che il futuro riserverà loro. Nessuna squadra nella storia dell’NBA è riuscita ad alterare così nettamente il modo di giocare, le categorie con le quali siamo soliti guardare al basket, facendo nel contempo moda. Certo, all’apparenza si tratta sempre di mettere un pallone in un canestro: “Put the biscuit in the basket”, ma nessuno sospettava che questa semplice azione potesse essere compiuta nella maniera con la quale Golden State ha ammaliato milioni di spettatori in tutto il mondo. Consapevolmente o meno, oggi tutte le squadre, non solo nell’NBA, tendono a voler replicare quel modello. Oggi tutti corrono e tirano da tre. Quasi più nessuna squadra schiera un lento, statico, big man intimidatore a centro area. I quintetti si sono abbassati, il gioco è incredibilmente più veloce e periferico. E dannatamente analizzato, azione dopo azione, su basi rigidamente scientifiche grazie ai mezzi informatici. Tutto a causa di Curry, Thompson, Durant e Kerr. E del loro modo di adattarsi ai tempi, interpretandone le tendenze culturali e tecnologiche. I Celtics degli anni Sessanta, i Lakers degli anni Ottanta, i Pistons e i Bulls degli anni Novanta, gli Spurs del Duemila… nessuna di queste grandi squadre, pur essendo magari più vincenti in termini quantitativi, può dire di aver cambiato il mondo della pallacanestro così profondamente come i Golden State Warriors.

Post-game: Che fare?

Anni fa, quando ero ragazzo, lessi su American Superbasket uno strepitoso articolo di Federico Buffa. La storia narrata ruotava attorno al Grinnell College, la stessa squadra che apre questo racconto. Era la metà degli anni Novanta: quel basket, che noi fan potevamo vedere solo attraverso le parole, sembrava un’inconcepibile follia, anche da così lontano. Risultati tipo 179-104. Giocatori con 138 punti a fine partita. Un’insania. Il mio amico Paolo ed io non ritenevamo che fosse replicabile nemmeno in un videogame, nelle nostre sfide a Nba Live sul Super Nintendo. Le nostre “squadre elettroniche” schieravano tutte un centro e un’ala forte tradizionale. Con un joypad in mano tiravamo da tre – e parecchio – ma non al punto da far prendere ai nostri alter-ego virtuali oltre la metà dei tiri complessivi di una partita. Com’era invece possibile che nella realtà dei pazzi giocassero in quella maniera? E che fossero pure una squadra sostanzialmente vincente? Nello spirito del gioco coach Arseneault aveva evidentemente intravisto qualcosa che pochissimi altri potevano cogliere. Grazie ad internet oggi è piuttosto semplice reperire immagini di Grinnell. Su YouTube ne ho visionate parecchie prima di mettermi a scrivere queste parole. L’impressione sconcertante è che ora quel basket così estremizzato sembra molto meno alieno di quanto non apparisse fino a un decennio fa. Anzi, oserei dire quasi normale. Gli Houston Rockets di Harden e Morey in fondo sono stati qualcosa di simile. Anche i Golden State Warriors, sebbene con una carica di “finesse” e di “glamour” molto maggiore. Ora sappiamo che correre, tirare da tre in modo smodato, giocando un’intera partita – anzi un’intera stagione – in funzione dell’azione perimetrale, è non solo possibile, ma anche il modo razionalmente migliore per tendere alla vittoria. Yes, we can. Now. Non è però questo il punto. Il problema è che attualmente ogni squadra si è omologata in nuovo conformismo tattico. L’eresia ha scacciato i vecchi dèi dal tempio dei canestri. Le statue sono state abbattute; le icone sacre date alle fiamme; il catechismo stracciato. L’ortodossia ha ceduto il posto alla blasfemia, la quale, a sua volta, si è presto mutata in una nuova ortodossia, addirittura più rigida della precedente. Non mi credete? Riandate con la memoria al 23 aprile 2019, quando abbiamo tutti avuto la prova di essere ormai entrati in una nuova era…

Gara 5 del primo turno di playoff tra i Portland Trail Blazers e gli Oklahoma City Thunder. La partita è in parità sul punteggio di 115. Sul cronometro mancano una decina di secondi. Nelle mani del suo playmaker Damian Lillard, Portland ha il possesso di palla per l’ultimo tiro. Lillard fin lì ha ammassato 47 punti con 9 su 17 da tre. Il tempo scivola via scandito dai numeri: sette, sei, cinque… Lillard tuttavia non ha intenzione di avvicinarsi all’area, né di attaccare dal palleggio. Continua ad indugiare poco al di là della linea di metacampo. Quattro… tre… due… Lillard fa improvvisamente un passo laterale e all’indietro, per staccarsi ulteriormente dal suo difensore. E tira. Praticamente da 12 metri. È un logo-shot. Nell’attimo in cui il cronometro tocca il doppio zero la palla termina la propria corsa nella retina. Sembra che sia stata in aria una vita, da tanto lontano che è partita. Ad un certo momento, nel punto più alto della sua parabola, esce persino dallo schermo. Dieci anni fa, per un tiro gestito in quella maniera, ogni allenatore avrebbe scannato a mani nude il proprio giocatore, persino se avesse segnato. Oggi invece quel tiro è perfettamente normale. Perché? Per via delle statistiche analitiche, dell’immane mole di dati che continuano a dirci come le zone più efficienti dalle quali tirare siano la linea da tre il centro area. È matematica di base, razionalità allo stato puro. Come non inchinarsi di fronte alla sua evidenza. È un basket brutto? Certo, specie se nella tua memoria conservi ancora le immagini di un generico “prima” identificato nella pallacanestro degli anni Novanta. Ma è anche un basket logico, coerente con i dati empirici, se lo scopo rimane – comprensibilmente – quello di vincere.

Quando iniziai a seguire l’NBA, non avevo gli strumenti critici per capire l’essenza profonda del gioco espresso a livello collettivo e globale dalle varie squadre. L’NBA – tutta – era stupenda e basta. Stupenda in quanto tale. Voglio dire: in quanto basket e in quanto americano. Credo che una parte non trascurabile dello charme dipendesse anche dal fatto che immagini e notizie arrivassero col contagocce, spesso filtrate o distorte dall’eccitazione di sbirciare in un mondo lontano, vagamente esoterico ed affascinante. Quanto alle immagini, l’alta definizione si raggiungeva orientando a casaccio l’antenna di un catafalco a tubo catodico, tra sfarfallii ed effetto neve, cose che oggi sperimentiamo solo smanettando con i filtri di un programma di fotoritocco. Per i risultati invece non c’era alcuna app: solo il lapidario televideo, che già sembrava un mezzo di fantascienza. Ogni tanto, sui quotidiani sportivi, compariva qualche maldestro e cialtronesco accenno al mondo dei canestri oltreoceano. Tragicomici trafiletti in penultima pagina, tra il curling e il softball, dove coach Rudy Tomjanovich diventava “Tom Janovich”. Le poche partite che accoglievo come la manna dal cielo venivano trasmesse a volte di notte, ad orari improponibili, e per giunta in notevole differita. Una faticaccia, ma la passione è passione. Pretesi il mio primo videoregistratore a cassette giusto in tempo per evitare la metamorfosi in un vampiro. Oggi, alle prese con il problema opposto, e molto più sale in zucca, posso affermare di essere stato un privilegiato. Negli anni Novanta la lega professionistica americana era il regno della varietà nell’interpretazione della fase offensiva. Oltre la metacampo c’era il politeismo. O la democrazia, se non volete metterla in termini troppo religiosi. Squadre come Houston, San Antonio e Orlando basavano il loro piano partita sul servire il proprio pivot a centro area. Altre invece incanalavano il gioco nel midrange. La Chicago di Jordan era il pinnacolo di questa tendenza. C’erano poi squadre che si affidavano ad un’esecuzione ragionata e precisa. Non serve citare i cronometrici Utah Jazz di Stockton e Malone, vero? C’erano poi squadre che difendevano come se ne andasse della loro vita, tipo i Cleveland Cavaliers di Mike Fratello o i New York Knicks di Riley. E infine c’erano squadre che correvano e segnavano come i Phoenix Suns di Westphal o i Seattle Supersonics di Karl. Il ritmo di gioco era generalmente lento, ma nondimeno la decade 1990-2000 ha rappresentato il periodo più variegato del basket. Vedere una partita del tempo significava assistere ad uno scontro di idee e di stili. Michael Jordan ti batteva con la sua agilità felina e la sua abilità nel segnare a piacimento dalla distanza intermedia. Hakeem Olajuwon faceva più o meno lo stesso portandoti vicino a canestro e irridendoti con la grazia delle sue infinite finte e controfinte. All’opposto Shaquille O’Neal imponeva il suo dominio fisico fatto di brutali schiacciate che mettevano a dura prova la resistenza della struttura del canestro, oltre che all’autostima del malcapitato che le subiva. Reggie Miller era il re del perimetro e nello sfruttare lo “stagger”, ossia delle corse sui blocchi dei compagni per liberare il suo letale jump shot. Clyde Drexler, Shawn Kemp e Dominique Wilkins erano campioni di atletica leggera prestati al basket, i quali passavano la loro partita a volare sopra al ferro e a correre in contropiede. Charles Barkley era invece il maestro indiscusso del gioco in post basso e nel mettere la schiena a canestro. Sapreste sostituire il nome di ognuno di questi campioni del passato con quello di un giocatore attuale? Non credo, perché ora giocatori e squadre si somigliano tutti. Di quella NBA non resta che il ricordo.

“Non è più l’NBA dei vostri padri…!” Quante volte in passato abbiamo sentito, o usato a sproposito, questa espressione? Oggi cosa dovremmo dire? Le “advanced stats” hanno alterato il volto e l’anima del basket, consegnandoci un gioco monocorde e – passatemi il paradosso – monotono nel suo divertimento, che tuttavia permane. L’analisi e la razionalità statistica hanno ucciso la pallacanestro? Non ancora, ma i sintomi sotto i nostri occhi indicano una malattia molto più profonda di una semplice crisi a livello estetico. La verità portata dai numeri ha inaridito la componente irrazionale e di poesia che pervadeva questo magico sport. Gli “intangibles” sono in via d’estinzione. Viviamo nell’era della tecnica e della razionalità, principi che hanno plasmato, forse senza che ce ne accorgessimo, un mondo dominato dal calcolo e dall’economia di forze, al solo fine del perseguimento del massimo risultato col minimo dispendio. “Denken als Rechnen”, ossia il pensiero come computo, secondo l’espressione coniata dal filosofo tedesco Heidegger. I numeri di Morey non sono solo un metodico approccio al basket. Possono essere considerati uno dei tanti segnali di una società che reputa necessario tradurre tutte le qualità in quantità. Tradurre. Un verbo che – etimologicamente – significa “portare di là”. Nel passaggio sarebbe logico supporre che qualcosa vada necessariamente perso. Se è così, forse siamo arrivati al motivo per il quale noi vecchi appassionati, nell’accomodarci sul divano per assistere ad una partita, sentiamo un sottile disagio. Una sensazione appena temperata da una verità suffragata da evidenze inoppugnabili. Ci diciamo che in fondo si gioca così perché è logico giocare così. Le parole esternate da Popovich: «è quello che è, e dobbiamo farci i conti.» sono in fondo le stesse che, in forme diverse, ci diciamo tutti. Ma non si tratta di una conclusione consolatrice. Siamo di fronte ad un progresso del nostro gioco preferito? Difficile dire. Di sicuro mi verrebbe da affermare che tempo fa era tutto più bello. Poi siamo cresciuti, diventando adulti. Il nostro sport basato su miti e passioni ha lasciato il posto ad un gioco dominato dalla tecnica analitica volta alla ricerca dell’efficienza. Anch’esso in un certo senso è uscito dall’adolescenza per entrare nella maturità e nel mondo del lavoro, del rendimento ad ogni costo. Ripeto, perché in fondo non so rispondermi: si è trattato di un progresso? Non credo affatto. Così come tuttavia non credo che si debba tornare indietro. Qualcosa però deve essere fatto, oppure il basket rischia la fossilizzazione. Il cambiamento va però messo in atto, non tentando una restaurazione all’indietro, ma continuando ad avanzare sugli errori.

Molti ci stanno pensando da tempo. Mentre scriviamo, leggiamo e guardiamo i think tank sono già all’opera. La soluzione che si sente evocare con maggiore frequenza è quella di introdurre una nuova linea supplementare, da dove un tiro valga 4 punti. Una simile decisione sarebbe l’errore definitivo. Il gioco si ridurrebbe ad un continuo ping-pong balistico, o ad una pallavolo sotto mentite spoglie. Oggigiorno nell’NBA circolano già troppi giocatori in gradi di tirare con percentuali incredibili anche da 9 metri, una distanza in passato considerata siderale. Damien Lillard, come ho ricordato prima. Stephen Curry, Trae Young, Joe Harris, Luka Doncic…e molti altri. Per loro 7, 8 o 9 metri non farebbero alcuna differenza. Secondo il sito Basketball Reference, già nel 2016, sono stati presi 142 tiri da oltre 30 piedi. Nel 2018 la cifra è salita a 265. Pensate alla semplice proporzione che ho citato in precedenza: se il 60% da due equivale a tirare col 40% dall’attuale distanza da tre, con il tiro da quattro basterebbe una percentuale del 25% per eguagliare la prima cifra. Non occorre la sfera di cristallo per immaginare le conseguenze. Un’altra idea piuttosto popolare è quella di cambiare la “geografia” dei campi, eliminando la zona di tiro dagli angoli laterali. Una conclusione da lì, pur valendo tre punti, viene scoccata da una distanza inferiore ai 7 metri, per via del fatto che la linea non è un semicerchio perfetto. Sempre al riguardo, altri propongono di attivare i “corner threes” solo nei minuti finali dei quarti di gioco. Oppure di rimpicciolire l’area, riportandola alla conformazione degli anni Quaranta-Cinquanta, vale a dire alla preistoria della pallacanestro, quando il gioco in post era dominante. Impossibile dire verso quale direzione l’NBA spingerà il gioco. Di certo non lascerà incancrenire la situazione. Il Commissioner e i proprietari della lega continueranno a voler migliorare il loro prodotto, per raggiungere un numero sempre più alto di appassionati in tutto il mondo. Per farlo devono però intraprendere una correzione di rotta. Pur malato, il basket americano resta sempre un grande spettacolo, oltre che una spietata, gigantesca macchina da soldi. Come amanti del gioco, la nostra speranza risiede nel suo essere diretta espressione di una società e di una cultura dinamiche, per loro stessa natura portate alla sperimentazione, all’adattamento e al pragmatismo. Sapete… il basket vive con noi e partecipa della nostra condizione umana, un qualcosa di misterioso e sfuggevole, che possiamo definire solo a tratti e per approssimazioni, la più veritiera delle quali è l’incessante propensione al cambiamento. Una nuova religione del gioco, anche se ora non la vediamo, sta già scendendo verso di noi, direttamente dal futuro.