«Perché a volte, nei momenti più impensati, per strada, puoi sentire l’anima lacerarsi, catturata dalla storia di qualcuno che ti è appena passato accanto.»

David Grossman

Chi è il signor Sommer? E perché passeggia di continuo, dalla mattina alla sera, su e giù per la regione, attorno al grande lago sulle cui sponde si affacciano a poca distanza Unternsee e Obernsee? Neve, grandine, pioggia, sole…Niente e nessuno sembra in grado di arrestare questo misterioso moto perpetuo simile agli eventi della natura: il signor Sommer cammina sempre, armato solo del suo zaino e del suo bastone di noce. Dove andrà mai così di fretta, si chiedono – senza risposta – gli abitanti dei due villaggi, che occasionalmente tentano di fermarlo? Come i suoi concittadini, se lo domanda anche il protagonista del racconto, un ragazzino “alto poco più di un metro, col ventotto di scarpe e talmente leggero da poter volare nelle giornate di vento.” Non sappiamo il suo nome: l’autore semplicemente non ce lo dice. Sappiamo solo, e fin dall’inizio, che adora arrampicarsi sui giganteschi alberi della foresta e passarci intere giornate, un po’ come Cosimo Piovasco di Rondò, il barone rampante di Italo Calvino, dimostrando che l’utopia è possibile. In effetti, anche il piccolo narratore è a suo modo eccezionale: è la sola persona sensibile e sognatrice all’interno di una comunità dove nessuno sembra corrispondergli. Non l’austero e un po’ ipocrita padre appassionato delle corse dei cavalli, né i saccenti fratelli. Tantomeno la bella Carolina Kückelmann o la terrificante insegnante di piano, la signorina Marie-Luise Funkel. È proprio questa megera a far passare al protagonista i peggiori trenta secondi della sua vita, quando un fa al posto di un fa diesis è sul punto di generare una tragedia. Il piccolo, ingiustamente umiliato e spaventato, fugge via spaventato dalla casa della strega – forse simile a quelle dei fratelli Grimm – e corre su un alto abete rosso per gettarsi di sotto. Uno… Due… Tr… poi all’improvviso, quando il vuoto sembra aver vinto la sfida nel reclamarlo a sé, il protagonista scorge alla base del tronco il signor Sommer. Il nostro lo vede gettare a terra bastone e zaino, guardarsi attorno furtivamente, e infine divorare un panino col burro. Incredibile, si è fermato… La sosta dura un attimo, il tempo di trangugiare il tutto e ripartire con il solito perpetuum mobile, come un metronomo umano che col proprio bastone scandisce un tempo misterioso ed indecifrabile: tac-tac-tac-tac… L’assurdità di cui il protagonista è stato testimone mette nella giusta scala la sua, o meglio, quella del gesto che stava per compiere. La voglia di saltare nel vuoto passa come per magia…

Cinque o sei anni più tardi, le loro vite tornano a lambirsi. Il protagonista è ormai cresciuto; ha sedici anni, frequenta la quarta ginnasio ha già fumato la prima sigaretta, può vedere tutti i film che vuole, ha letto l’Odissea e risolve equazioni a tre incognite. Nel frattempo, nell’indifferenza degli abitanti dei villaggi, il signor Sommer è diventato un inoffensivo elemento di contorno. “[…] E neppure interessava a qualcuno. La gente adesso aveva altro a cui pensare. Pensava all’automobile, alla lavatrice, all’impianto d’irrigazione da giardino, ma non certo a dove potesse dormire un vecchio originale. Parlava di quello che aveva sentito alla radio e visto alla televisione il giorno prima o del nuovo supermercato della signora Hirt, ma non certo del signor Sommer! Il signor Sommer, sebbene talvolta fosse ancora visibile, non era più presente nella coscienza degli altri. Il tempo aveva lasciato da parte, come si suol dire, il signor Sommer.” Una sera, mentre il protagonista sta risistemando la catena della bicicletta scorge il signor Sommer camminare direttamente verso il lago. Vorrà forse fare un bagno? No, è ottobre, e fa freddo. Vorrà attraversarlo a piedi camminando sul fondale? No, assurdo. Solamente quando l’acqua gli arriva alla gola il protagonista inizia ad essere sfiorato dalla più ovvia delle risposte. È allora che il giovanotto si ricorda di un episodio di alcuni anni addietro. In macchina col padre, subito dopo una tremenda burrasca, avevano visto il signor Sommer passeggiare imperturbabile al freddo, nel panorama devastato da chicchi di grandine grossi come palle. “Salga! Le diamo un passaggio! Per favore! Con questo tempo… la riporto a casa! È bagnato fradicio! Si prenderà di sicuro un accidente!” L’invito del padre cade nel vuoto. Il signor Sommer rifiuta scandendo le sue uniche parole del racconto: “Ma lasciatemi in pace una buona volta!” Poi di nuovo il lago e il presente. Due grosse bolle, e il cappello che galleggia sulla superficie dell’acqua, sono le ultime immagini del misterioso signor Sommer. A Unternsee e Obernsee se ne accorgeranno dopo due settimane. Dove si sarà cacciato quello stramboide? Tutti faranno finta di mostrare preoccupazione per la sua scomparsa ma solo il protagonista sarà il depositario di questo segreto.

Come arrestare l’inarrestabile? Come opporsi al mistero di alcune cose che avvengono di continuo nel mondo, eventi all’apparenza banali ma in fondo grandiosi e terribili, come il passaggio alla maturità? Come opporsi ad una delle forze che plasma il mondo, quella della perdita, intesa come il necessario lasciarsi qualcosa alle spalle per crescere e divenire altro? A volte, per semplificazione, siamo tentati di definirla morte. Parola sinistra, che sempre più spesso ci rifiutiamo di considerare come un qualcosa di perfettamente inserito nell’ordine naturale delle cose. La storia del signor Sommer ci induce a riflettere su questo che in fondo resta un mistero a cui tutti partecipiamo nella nostra vita, ammonendoci sommessamente di non fare come la gente di Unternsee o di Obernsee, villaggi forse da cartolina, ma abitati da stolidi ai quali non vorremmo assomigliare.