«Ci sono sempre momenti in cui il posto del comandante non è indietro con il suo stato maggiore ma avanti con la truppa. Non ha davvero senso dire che l’unico compito del comandante di battaglione è di tenere alto il morale degli uomini. Più alto è il grado, maggiore è l’effetto che si ottiene con l’esempio. I soldati sentono di non avere niente a che fare con un comandante che se ne sta seduto da qualche parte nel quartiere generale. Quello che vogliono è ciò che si può definire un contatto fisico con lui. In momenti di panico, fatica o disorganizzazione, o quando viene loro chiesto qualcosa fuori dell’ordinario, l’esempio personale del comandante fa meraviglie, specialmente se questi ha avuto l’accortezza di creare intorno a sé un alone di leggenda.»

Erwin Rommel

 

Il 7 dicembre del 1940 la piccola ma ben equipaggiata Western Desert Force del generale Richard O’Connor diede inizio all’operazione Compass. La 7a divisione corazzata britannica, i famosi “Topi del deserto”, con il supporto di due divisioni di fanteria (la 4a indiana e la 6a australiana), lanciò una controffensiva contro la 10a Armata italiana di Graziani, attestata a difesa della cittadina egiziana di Sidi El Barrani. L’attacco era stato concepito come nulla di più di un’incursione su scala locale con obiettivi tutto sommato modesti: gli inglesi si riproponevano al massimo di ricacciare i propri nemici oltre Sollum e la frontiera libica, riconquistando così la striscia di litorale che avevano dovuto cedere nel settembre del 1940, quando si erano intenzionalmente ritirati di fronte alla lenta e svogliata avanzata italiana. Ma come spesso accade in guerra, nulla va secondo i piani, nella vittoria come nella sconfitta. In appena tre giorni di combattimento i britannici annientarono il XXI Corpo d’armata italiano, vale a dire l’intera ala destra dello schieramento di Graziani. Questi, di fronte alla minaccia di un accerchiamento di dimensioni catastrofiche, iniziò a ritirare in disordine le proprie forze, le quali presero rapidamente a disunirsi mentre rifluivano verso ovest. Da quel momento Compass assunse i tratti di un successo travolgente e del tutto inaspettato, ben al di là di ogni possibile previsione che il comando inglese potesse mai aver concepito in sede di pianificazione. Giorno dopo giorno l’offensiva sembrava infatti crescere e alimentarsi su sé stessa, scandita dal ritmo incessante dei nomi delle città catturate e dall’impressionante numero di reparti italiani distrutti. In due mesi, come tessere di un tragico domino, caddero Sollum, Bardia, Tobruk, Gazala, Derna e infine Bengasi. Intere divisioni, come la Catanzaro e la Sabratha, vennero letteralmente fatte a pezzi e cancellate dall’ordine di battaglia italiano. Quando finalmente gli inglesi si fermarono per lo sfinimento a El Agheila, a oltre 700 chilometri dalle proprie linee di partenza, avevano alle spalle l’intera Cirenaica e nelle proprie mani oltre 100.000 prigionieri. 400 mezzi blindati erano stati distrutti o catturati, così come 1.292 pezzi d’artiglieria e oltre 200 aerei. Al prezzo di 500 caduti e 1.300 feriti la Western Desert Force era riuscita nell’impresa di spazzare via la gigantesca 10a Armata italiana.

Dopo una simile catastrofe militare la situazione italiana in Africa settentrionale appariva appesa ad un filo. A guardia della Tripolitania non restavano che quattro fragili divisioni di fanteria della 5a Armata e pochi disorganizzati reparti della divisione corazzata “Ariete”, appena giunti dall’Italia. Un ulteriore attacco, anche se condotto con forze di modesta entità, avrebbe probabilmente segnato la fine della presenza italiana in Libia. Ma per una lunga serie di ragioni di varia natura l’offensiva britannica non proseguì. A dispetto delle perdite ridotte, le truppe erano sfinite per il logoramento imposto dai continui combattimenti e dalle lunghe avanzate attraverso il deserto. Gli inglesi, non meno dei loro nemici, necessitavano di un periodo di riorganizzazione. La catena logistica che garantiva la capacità combattiva di intere unità, come un elastico eccessivamente teso, era ormai prossima al punto di rottura. La guerra nel deserto, fatta di fulminee avanzate di reparti corazzati supportati da truppe di fanteria che operavano in condizioni ambientali estreme, poneva infatti enormi problemi organizzativi e gestionali, che non sarebbero stati mai del tutto risolti per l’intera durata della guerra. Ma soprattutto, nello scenario della campagna del nord Africa si innestarono a questo punto le esigenze dei molti fronti di guerra sui quali si trovava impegnata la Gran Bretagna. La 4a divisione indiana venne trasferita nel Sudan e posta sotto il comando del generale Platt per l’imminente offensiva contro l’Eritrea. La 6a divisione australiana prese invece la direzione opposta e attraversò l’Egeo per essere dislocata in Grecia. Churchill, con una scelta strategicamente discutibile, aveva infatti deciso di soccorrere i greci, i quali erano stati attaccati da Mussolini nell’ottobre del 1940. A conti fatti la Western Desert Force si vide portare via oltre 60.000 uomini e con essi la concreta possibilità di chiudere la guerra in nord Africa con due anni di anticipo. Si è discusso a lungo sull’opportunità di investire risorse in un teatro di guerra che nonostante tutto stava reggendo l’urto dell’invasione italiana e che, comunque, sarebbe crollato di schianto con l’intervento dei tedeschi a supporto dei loro alleati nell’aprile del 1941. Di sicuro Churchill, che rispetto ai militari possedeva una sensibilità politica più acuta, intravedeva i pericoli insiti in una caduta della Grecia. Non era infatti fuori luogo figurarsi che dei Balcani saldamente nelle mani delle potenze dell’Asse avrebbero potuto aumentare la pressione nei confronti della Turchia, già allineata su posizioni filotedesche, e spingerla ad avvicinarsi ulteriormente al campo di influenza di Roma e Berlino. A quel punto, il controllo britannico sul Medio Oriente, da cui l’impero traeva la quasi totalità dei propri approvvigionamenti di petrolio, sarebbe stato gravemente minacciato.

Giudicata a posteriori, Compass può dunque apparire come un’opportunità sprecata. In realtà da un punto di vista storico sarebbe più pertinente limitarsi a considerarla per gli effetti che ebbe, piuttosto che per quelli – del tutto ipotetici – che mancò di provocare. Fu infatti un colpo pesantissimo inferto al più debole degli Stati dell’Asse, e che alterò pesantemente gli equilibri tra l’Italia e la Germania nell’ambito del comune sforzo bellico. Forse fu proprio allora, in quei mesi tra il dicembre 1940 ed il febbraio 1941, che la maschera sulle illusioni italiane di una guerra parallela e autonoma rispetto a quella tedesca cadde definitivamente. A metà del dicembre 1940, con l’offensiva inglese in pieno svolgimento e la disfatta italiana che iniziava a profilarsi in tutta la sua gravità, negli alti comandi di entrambi i Paesi si fece strada l’idea che un diretto coinvolgimento tedesco in Libia fosse ormai indispensabile. Paradossalmente nessuno desiderava che ciò avvenisse. Mussolini era ostile a questa soluzione per evidenti ragioni di prestigio e per salvaguardare l’autonomia militare e strategica del suo Paese. Il generale Mario Roatta, uno dei più influenti ufficiali dello stato maggiore italiano, colse immediatamente e con chiarezza i pericoli nascosti in una più stretta collaborazione con la Wehrmacht, e ammonì: «l’OKW può disinteressarsi delle operazioni dell’alleato, ma se ad un certo punto prende ad occuparsene non è per collaborarvi bensì per dirigerle.» Ma, come detto, in prima battuta anche Hitler si opponeva ad un diretto coinvolgimento nella sfera d’azione bellica del proprio alleato, soprattutto per evitare una dispersione delle proprie forze proprio mentre erano in corso i preparativi per l’attacco all’Unione Sovietica. Tuttavia, la situazione in nord Africa era talmente grave che i due dittatori, così come molti consiglieri dei rispettivi stati maggiori, furono forzati ad avallare una scelta sgradita ad entrambi. L’Italia non poteva permettersi di venire estromessa in un modo tanto umiliante dalla sua colonia più importante. Perdere la Libia, così vicina al proprio territorio nazionale, avrebbe significato ritrovarsi con la minacciosa presenza della Royal Navy e della Royal Air Force praticamente nel cortile di casa. La Germania, per ragioni non meno egoistiche, capì ben presto di avere tutto l’interesse a tenere impegnata la Gran Bretagna nel lontano teatro africano, supportando il proprio alleato quel tanto che bastava per stabilizzare il fronte e impedire un crollo definitivo dalle conseguenze incalcolabili. L’Italia, pur nella sua evidente debolezza ed impreparazione, impediva con la sola presenza della propria flotta che il Mediterraneo si trasformasse in un lago inglese e distoglieva nel contempo considerevoli forze britanniche da altri fronti di guerra. La realtà effettiva sul campo spingeva ormai per questa soluzione. Lo stesso comandante in capo delle forze italiane in nord Africa se ne rese conto. Il 17 dicembre Graziani inviò l’ultimo di una lunga serie di cupi telegrammi recriminatori a Mussolini: “Il momento è grave e per quanto possa riuscirci amaro penso che si debba passar sopra a giuste fierezze di altri tempi ricorrendo all’aiuto della Germania. Se potessimo avere uno o due divisioni corazzate faremmo sicuramente ripassare al nemico il ciglione di Sollum…” Secondo il diario di Galeazzo Ciano il duce sprofondò nell’indignazione commentando: “Ecco un altro uomo col quale non posso arrabbiarmi perché lo disprezzo.” Ma il maresciallo aveva ragione: ormai la situazione era compromessa e se gli italiani avessero voluto quantomeno mantenere una presenza in Libia, avrebbero dovuto necessariamente piegare la testa e chiedere il supporto dei loro ingombranti alleati, per quanto umiliante la cosa potesse apparire. Il 19 gennaio 1941, in un incontro a Berchtesgaden, gli stati maggiori italiano e tedesco si accordarono per instituire una più stretta collaborazione militare nel Mediterraneo. In sostanza la Germania avrebbe inviato in Libia la 5a divisione leggera e, a distanza di pochi mesi, anche la 15a divisione corazzata. Il compito di comandare queste unità (presto rinominate Afrika Korps) ricadde su uno dei più famosi, abili e carismatici generali della Seconda guerra mondiale: Erwin Rommel.

Rommel arrivò all’aeroporto di Tripoli il 12 febbraio 1941, precedendo di poco lo sbarco dei primi reparti tedeschi al suo comando. Aveva 48 anni ed era un uomo nel pieno delle proprie forze fisiche ed intellettuali. La sua figura era già allora circondata da un’aura di leggenda, meritatamente guadagnata durante la campagna di Francia dell’anno precedente, quando, al comando della 7a Panzerdivision, aveva compiuto imprese ritenute al limite dell’impossibile. Tra il 16 ed il 17 maggio la sua unità fu la prima dell’intero esercito tedesco ad attraversare l’imponente ostacolo naturale della Mosa. Nei pressi dalla diga di Houx si calò egli stesso nelle acque del fiume per spronare i genieri che stavano gettando passerelle per i suoi carri. La determinazione e lo slancio che seppe sin da subito imprimere agli uomini sotto il suo comando contribuirono in maniera determinante a causare il collasso delle difese francesi del settore. Dopo aver respinto un contrattacco del corpo di spedizione britannico ad Arras, Rommel si addentrò sempre più in profondità nel territorio francese e iniziò una forsennata corsa verso la Manica che si concluse il 10 giugno nei dintorni di Dieppe. Il comando supremo della Wehrmacht seppe allora che l’intera ala sinistra degli Alleati era stata tagliata fuori dal resto dell’esercito con quattro scabre parole: “Bin an der Küste”. La 7a panzer, per la velocità e la spericolata imprevedibilità del suo comandante, si guadagnò così il nomignolo di “Gespensterdivision”, vale a dire “la divisione fantasma”. Durante la campagna nemmeno lo stato maggiore tedesco poteva dirsi certo, ad un dato momento, di dove si trovasse esattamente Rommel. L’intera storia militare annovera pochi esempi di comandanti capaci di trasmettere la propria personalità ai soldati in modo così diretto ed evidente. Rispetto ai compassati e prudenti generali alleati, Rommel si situava esattamente agli antipodi. Un comandante impetuoso, un trascinatore dotato di un dinamismo quasi sovrannaturale e contagioso; allo stesso tempo era anche un tattico insuperabile, un opportunista dotato di un senso della sorpresa a dir poco leggendario, che gli consentiva in ogni azione di cavalcare magistralmente il sottile crinale del rischio calcolato, senza mai precipitare nel disastro. Per un uomo con simili caratteristiche, l’incarico che si preparava ad assumere non sembrava affatto consono alle sue qualità. Arrivato in Africa, la sua posizione all’interno della scala gerarchica ed i suoi ordini erano infatti chiari. Nominalmente era sottoposto all’autorità del comandante italiano, il prudente generale Italo Gariboldi, che l’11 febbraio era subentrato all’incompetente Graziani. Quanto alla condotta impostagli dall’OKW, essa aveva sostanzialmente carattere difensivo: Rommel doveva limitarsi a puntellare il dispositivo difensivo italiano nel caso si fosse verificato un attacco inglese mirante alla conquista della Tripolitania. La libertà di iniziativa, almeno sulla carta, appariva decisamente limitata, ma Rommel non era certo il tipo da stare con le mani in mano in attesa degli eventi. Il teatro di guerra africano stava per essere sconvolto dall’entrata in scena della “volpe del deserto”.

Il 13 marzo 1941 Rommel stabilì il proprio comando a El Agheila, direttamente in prima linea. Anche se disponeva di scarse informazioni sull’effettiva consistenza dell’esercito inglese, da questa posizione così vicina al fronte riuscì ad intuire come i suoi avversari non avessero alcuna intenzione di attaccare e quanto rilassato fosse il loro livello di guardia. Wavell era stato informato dello sbarco a Tripoli dei primi contingenti dell’Afrika Korps ma li riteneva numericamente troppo esigui per lanciare un’offensiva in grado di impensierirlo: «È improbabile che un attacco possa svilupparsi prima della fine dell’estate.» Paradossalmente il generale inglese aveva ragione e torto nello stesso tempo: la 15a panzer non era ancora arrivata in Libia e Rommel non disponeva che della 5a divisione leggera e del precario supporto delle divisioni italiane Brescia, Pavia e Ariete. Oggettivamente una forza d’urto alquanto modesta per orchestrare un’offensiva su vasta scala. Ma Rommel era Rommel per un motivo: il suo Fingerspitzengefühl gli diceva che in quel frangente gli inglesi si aspettavano tutto fuorché un attacco, e che questo senso di sicurezza poteva essere ritorto contro di loro e sfruttato per generare un effetto sorpresa dalle conseguenze imprevedibili. Decise quindi di rischiare: il 31 marzo lanciò un’incursione su Marsa Brega e la sua audacia venne ampiamente ripagata. Gli inglesi persero 50 autoblindo e 30 carri leggeri e, vistisi aggirati, si ritirarono. Ma come era successo agli italiani qualche mese prima, quell’episodio generò un effetto valanga che impedì loro di ricompattarsi e di organizzare una resistenza credibile. Il 2 aprile, visti i buoni risultati iniziali, Rommel impresse all’attacco ancora maggiore slancio, trasformandolo in un’offensiva generale con tutte le forze di cui poteva disporre. Le difese inglesi in Cirenaica crollarono. L’esperta 7a divisione corazzata era stata richiamata al Cairo e sostituita con la 2a del generale Gambier-Parry, un’unità che praticamente non possedeva alcuna esperienza di combattimento e che venne messa in rotta sin dalle prime fasi dello scontro. Rommel decise quindi di dividere le proprie forze per un attacco su due direttrici: assegnò alla divisione Brescia il compito di avanzare lungo il litorale, mentre la 5a leggera venne lanciata verso l’interno, a est del massiccio dello Jebel Akhdar. La mossa comportava un’elevata percentuale di rischio, ma con un nemico in stato confusionale, esistevano allo stesso tempo buone possibilità che generasse l’impressione di fare sembrare che le forze dell’Asse fossero ovunque. Se esisteva un generale capace di trasformare l’aspetto psicologico della battaglia in un moltiplicatore di forze, quello era certamente Rommel. Il 3 aprile l’Afrika Korps, prese Bengasi; l’8 l’importante forte di Mechili nell’entroterra e l’11 iniziò ad assediare Tobruk, la quale però riuscì a resistere. Enormi quantità di materiali e carburante furono catturati dagli attaccanti che alleviarono così il problema principale di un esercito in marcia nel deserto, e cioè i rifornimenti. Nel mentre, il 7 aprile, i generali Neame e O’Connor furono catturati da una pattuglia di motociclisti tedeschi vicino Martuba, mentre tentavano di raggiungere il proprio quartier generale. La Western Desert Force ora non aveva più nemmeno un cervello. L’entità del successo fu tale che per un momento Rommel iniziò a considerare il canale di Suez come un obiettivo raggiungibile.

Tuttavia, gli inglesi non intendevano restare a guardare subendo passivamente l’iniziativa di Rommel. Riorganizzate le proprie forze, e con Tobruk che ancora resisteva all’assedio degli eserciti dell’Asse, le condizioni per una controffensiva sembravano mature. Il 15 giugno 1941 prese il via l’operazione “Battleaxe”. Gli obiettivi di Wavell questa volta erano ambiziosi sin dal principio: la 4a divisione indiana, appoggiata da una brigata corazzata dotata dei carri pesanti Matilda avrebbe aggredito le posizioni italo-tedesche tra Sollum e Halfaya. Ai suoi fianchi la 7a divisione corazzata si sarebbe avventurata nel deserto compiendo una vasta manovra aggirante in direzione di Sidi Azeiz contro il fianco della 5a divisione tedesca. Poi, puntando a nord-est su Tobruk avrebbe liberato la piazzaforte e assieme ai suoi difensori avrebbe infine intrapreso la terza fase del piano, che comportava l’annientamento di ciò che restava dell’Afrika Korps. Sin dai primi giorni dell’offensiva gli inglesi scoprirono però che l’abilità in difesa della Wehrmacht era pari, se non addirittura superiore, alla sua capacità offensiva. L’attacco dei carri inglesi si infranse rovinosamente contro la linea formata dai rilievi di quota 208 e quota 206. Rommel aveva predisposto un’autentica trappola dotando questi punti fortificati di batterie di cannoni da 88 millimetri, micidiali pezzi di artiglieria antiaerea che, se impiegati contro bersagli di terra, potevano letteralmente fare a pezzi qualsiasi mezzo corazzato. Al termine della prima giornata di combattimento gli inglesi avevano già perso più della metà delle loro forze corazzate. Il Passo Halfaya venne macabramente ribattezzato dai carristi britannici “Hellfire Pass”. Il secondo giorno Battleaxe era già fallita e l’iniziativa si trovava saldamente nelle mani di Rommel. Questi ordinò a tutte le sue forze mobili di aggirare a loro volta il fianco sinistro di Wavell per tagliare ogni possibilità di ritirata ai britannici, i quali, resisi conto del pericolo, riuscirono a ritirarsi sulle proprie linee di partenza, dove fermarono l’attacco dell’Afrika Korps per il rotto della cuffia.

A metà novembre del 1941, dopo i confusi e deludenti scontri dell’estate, i britannici si sentivano pronti a dare una nuova spallata al fronte libico. Churchill era ossessionato dallo sconfiggere Rommel e ricacciare in mare italiani e tedeschi. Sostituì il prudente Wavel con il generale Claude Auchinleck e inviò in nord Africa un fiume di truppe e rifornimenti, arrivando persino a sottrarre risorse ad altri fronti non meno importanti, come Singapore e l’Estremo Oriente. L’impero poteva ora schierare 4 brigate corazzate al completo e altrettante divisioni di fanteria motorizzata. A Tobruk, ancora assediata, fu inviata via mare la 70a divisione britannica, a dare il cambio all’esausta 9a australiana. La copertura aerea di questa imponente forza d’assalto (ribattezzata 8a Armata) era garantita da oltre 700 apparecchi che dovevano vedersela con solamente 120 velivoli tedeschi e 200 italiani. Dall’altra parte Rommel non ricevette praticamente nulla dalla Germania e dall’Italia. La 5a divisione leggera fu rinominata 21a divisione corazzata, ma in realtà la sua dotazione di carri e automezzi rimase immutata. I veterani della 15a Panzer e la 90a divisione leggera completavano i ranghi dell’Afrika Korps. Gli alleati italiani contribuirono allo sforzo con quello che potevano, cioè tanto e poco nello stesso tempo. Le sette divisioni messe a disposizione dal comando supremo (Savona, Pavia, Bologna, Brescia, Trento più la divisione motorizzata Trieste e la divisione corazzata Ariete) erano una forza numerosa ma male comandata e dotata di un equipaggiamento a dir poco sorpassato. Rommel stesso, vedendo un giorno i soldati italiani, in un misto di incredulità e indignazione, ebbe a commentare: «C’era da sentirsi rizzare i capelli pensando con quale armamento il duce mandava a combattere le sue truppe…» Quanto al livello dei comandanti italiani il suo giudizio non era meno drastico: «buoni gli ufficiali di complemento e discreti gli effettivi di medio grado; gli alti gradi: semplicemente merda.» La triste realtà era che le divisioni dell’esercito italiano, che in determinate situazioni si batterono con un coraggio ammirevole, erano quanto di più inadatto al tipo di guerra nella quale erano state gettate. In una guerra di movimento come quella combattuta nel deserto esse costituivano un fardello, piuttosto che un rinforzo. Con la loro scarsa mobilità e potenza di fuoco potevano rivestire una qualche utilità esclusivamente se impiegate con compiti statici e di presidio, in altre parole per occupare e consolidare le conquiste delle forze corazzate e motorizzate, le quali erano ascese al rango di fattore decisivo della campagna d’Africa.

La mattina del 19 novembre 1941 Auchinleck lanciò “Crusader”. Come detto, aveva a disposizione una forza di uomini e mezzi che Rommel poteva solamente sognare e intendeva sfruttare questo schiacciante vantaggio numerico per chiudere definitivamente i conti con il proprio nemico. La spinta principale dell’offensiva britannica sarebbe stata condotta dal XXX Corpo d’armata e dai suoi carri costituiti principalmente dai temibili modelli Crusader e dai veloci M-3 Stuart di fabbricazione americana. Una volta addentratosi in profondità nello schieramento italo-tedesco in direzione di Tobruk, il XXX Corpo avrebbe dovuto attendere la reazione di Rommel, il quale, nei piani britannici, avrebbe contrattaccato in massa con le proprie forze corazzate. Si sarebbe pertanto generata la battaglia decisiva, uno scontro in cui il numero degli inglesi avrebbe prevalso sull’abilità di manovra dei tedeschi. In realtà l’andamento dell’offensiva fu ben altro e degenerò rapidamente nella confusione di una continua sequenza di attacchi e contrattacchi. La 7a divisione tank e la 4a brigata corazzata britannica ingaggiarono con la 21a e la 15a panzer una frenetica danza in cui ogni unità cercava di aggirare l’altra e colpirla sul fianco. Tra il 22 ed il 23 novembre, durante il Totensonntag, il giorno in cui i luterani in Germania commemorano i defunti, a Sidi Razegh infuriò una terrificante mischia di carri che venne alla fine decisa dalla superiore abilità ed esperienza dell’Afrika Korps. L’8a Armata britannica ne uscì letteralmente a pezzi, con i resti di tre intere brigate corazzate che a stento riuscirono a far ritorno sulle loro posizioni di partenza. Ma anche le forze di Rommel vennero duramente provate dai combattimenti. Questi però, a differenza degli inglesi, non disponeva di riserve e della possibilità di reintegrare le perdite subite in battaglia con la stessa facilità dei britannici. L’esercito di Auchinleck era stato respinto ma, anche se duramente scosso, non era stato annientato ed era ancora in grado di riprendere la lotta dopo una breve pausa di riorganizzazione. A dicembre, dopo un nuovo tentativo offensivo che andò incredibilmente vicino a travolgere le retrovie dell’8a Armata, Rommel comprese con intelligenza che l’Afrika Korps correva il rischio di morire per le vittorie: insistere in un contrattacco in direzione dell’Egitto con truppe esauste avrebbe esposto le sue forze alla concreta possibilità di una distruzione per logoramento. Decise pertanto di lasciare gli inglesi padroni del campo e di ritirarsi verso ovest su posizioni più difendibili, per accorciare la propria catena di rifornimento. Il 30 dicembre a Marsa El Brega ebbe termine il suo ripiegamento. L’intera Cirenaica tornò in mani britanniche e Tobruk fu liberata dopo 242 giorni di assedio. All’inizio del 1942 la situazione sul campo assomigliava alla stessa venutasi a creare all’arrivo in Africa di Rommel nel febbraio 1941 a seguito di Compass. Ma intanto nel mondo molti importanti eventi erano avvenuti. In Unione Sovietica la Wehrmacht era stata fermata alle porte di Mosca, subendo la prima vera sconfitta strategica del conflitto. Nel Pacifico, il 7 dicembre, la flotta imperiale giapponese aveva attaccato le navi da battaglia americane alla fonda nella base di Pearl Harbor, causando l’entrata in guerra degli Stati Uniti d’America. L’11 dicembre, con una delle scelte più discusse della storia, Germania e Italia dichiararono a loro volta guerra agli U.S.A. Gli effetti di questa catena di eventi epocali si sarebbero presto fatti sentire anche sul lontano fronte africano.

 

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