L’abdicazione dell’intelletto e del senso morale davanti al principio d’autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un’idea.

Primo Levi

Il ventre metallico degli armadi di un ufficio pubblico contiene un’intimorente congerie di scartoffie. Pile su pile di carta ingiallita, consunta, raccomodata alla bell’e meglio e pietosamente trattenuta in equilibrio da tenui fili di spago. Registri, verbali, delibere, ricevute, elenchi, certificati, autorizzazioni… e Dio solo sa quale altro scartafaccio su cui si è depositata la patina del tempo, o della polvere, a seconda del vostro grado di sensibilità estetica. L’impressione dominante resta comunque quella di trovarsi dinnanzi all’ottuso bric-à-brac della pubblica amministrazione in tutta la sua interezza. Materiale sprofondato in un sonno duro e inerte, nell’incerto limbo tra un residuo di utilizzo e il definitivo oblio del nulla. Scoperchiare una di queste arche del tempo perduto – almeno per i più sensibili e curiosi tra noi impiegati – significa in prima battuta precipitare nel mezzo della scomoda domanda sul senso della conservazione. Non è detto che al termine della caduta ci si rialzi con una risposta, avviluppati come siamo nei lacci inconsci della coazione a ripetere tipica dell’archivista. Il punto però è un altro. Da questa base di partenza, a seconda del tipo di documento o di dato in esso contenuto, è possibile che derivino ulteriori domande di natura ben più alta ed inquietante. Anche in questo caso particolare, in maniera del tutto simile a quanto accade in molte altre situazioni della vita, per vedere oltre l’apparenza della realtà immediata e sensibile è necessaria la struttura mentale di un estraneo a questo mondo di prassi e procedimenti burocratici. Occorre cioè uno scatto oltre l’autoreferenzialità e il pensiero rigidamente compartimentale. Almeno idealmente, bisogna indossare le vesti di un sociologo, un filosofo o forse, accontentandosi, anche solo di un modestissimo storico. Solo così si arriva a scorgere i fiochi bagliori dell’ostinata cinigia della vita che questi documenti hanno fissato in sé e che, pur nel loro algido linguaggio, continuano a riverberare ai sensi di chi è in grado di coglierla. Il semplice trascorrere di un numero sufficiente di anni può sublimare l’apparente mole di inutilità burocratica in frammenti di quel materiale nobile ma bistrattato che siamo soliti chiamare col nome di “storia”. Uno sguardo critico e consapevole gettato sul passato può guidarci nell’interpretare parte del nostro presente e di noi stessi.

Dunque, dicevamo degli armadi. In realtà vorrei parlarvi dell’armadio, cioè di uno in particolare tra i tanti che ingombrano il nostro ufficio. Provate innanzitutto ad immaginarvelo con me. È un giochino, ma ci può servire a capire come la storia a volte si annidi negli oggetti della nostra quotidianità, anche i più prosaici. E poi, in fondo, non si tratta che di un armadio. Coraggio, potete farcela. Non vi sto chiedendo di figurarvi i colori dell’alba sull’Uluru o il fragore delle cascate nel fiordo di Piopiotahi. Facciamo come Leopardi davanti alla siepe: “…nel pensier mi fingo…” Ora riuscite a vederlo con gli occhi della mente, vero? Sì… un solido parallelepipedo in metallo brunito, di tre metri per due e profondo poco più di un paio di spanne. Nel mezzo, una minuscola serratura rotonda sblocca alla bisogna le ante scorrevoli. Anonimo, dimesso, confuso nel paesaggio, là nell’angolo tra il bancone e la postazione delle carte di identità elettroniche. Non sottovalutatelo. È il solo a contenere un tesoro di inestimabile valore storico e sociale. Questo patrimonio sono i registri dello stato civile dal 1860 ad oggi. I miei colleghi ed io non ci pensiamo mai, ma le rare volte che li tocchiamo per riordinarli o consultarli, mettiamo le nostre mani su uno degli spartiacque che hanno segnato il travagliato passaggio dall’Ancien Régime all’età contemporanea. Questo lascito diretto della Rivoluzione francese ha infatti marcato l’occupazione di un terreno da sempre appannaggio della Chiesa, concorrendo alla nascita di una società laica e multipolare, la stessa in cui noi viviamo oggi.

Non bisogna tuttavia essere dei fini esteti del procedimento amministrativo o dei luminari in archivistica e biblioteconomia per godere appieno del valore di questo materiale. Basta un po’ di semplice curiosità. Ognuno di questi scomodi tomi dal formato immaneggiabile è infatti un’autentica miniera di informazioni. Ci si trova di tutto. Che siano di nascita, matrimonio, cittadinanza o morte, poco importa: lì dentro c’è l’intero spettro della vita di un mondo precedente. Marche da bollo da dieci lire con l’effige di Vittorio Emanuele III; timbri recanti lo scudo di casa Savoia, ai quali da un certo punto fa seguito l’ingranaggio della Repubblica fondata sul lavoro; macchie di inchiostro nel flusso di una calligrafia a tratti di difficile decifrazione. E un profluvio di diciture, formule ed espressioni all’apparenza neutre, ma che in realtà aprono scorci sulla quotidianità di generazioni che hanno poi finito col passare il testimone alla nostra: “Professione levatrice…” – “…Morto nel combattimento di quota 208 il primo novembre 1916” – “…contadina, sua moglie, seco lui convivente…” – “il Podestà…” – “… anno XII E.F.” – “… di razza ariana”. Sì, avete letto bene: “di razza ariana”. La dicitura, apposta con meticolosa acribia dall’estensore dell’atto, inizia a fare la propria comparsa a partire dai registri del 1940. La triste storia dietro di essa credo sia nota ai più, almeno a grandi linee, ma forse è bene tratteggiare un minimo di contesto.

Trieste, Piazza Unità d’Italia, domenica 18 settembre 1938. Una luminosa giornata di sole, almeno in apparenza. In realtà il buio di una notte profonda avvolge l’intera Europa. Il meccanismo che precipiterà il mondo nella barbarie di una nuova guerra mondiale sta compiendo i propri ultimi scatti: mancano dieci giorni alla crisi dei Sudeti e poco meno di un anno all’invasione della Polonia. Da un palco di fronte al municipio della più multiculturale delle città italiane Mussolini tiene un discorso che prepara la via all’imminente promulgazione delle leggi razziali su tutto il territorio del Regno. Il prestigio di un impero – afferma il duce con una coerenza del tutto arbitraria – esige “una chiara, severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze, ma delle superiorità nettissime.” Parole che segnano l’intromissione di un’immaginaria componente biologica nel processo di consolidamento del nazionalismo e del senso di superiorità dell’ideologia fascista. Tra le pause perfettamente studiate del discorso una massa di 150 mila persone applaude e inneggia al capo del regime. L’Italia in camicia nera di allora, secondo la definizione di un giornalista inglese, appare abitata da “un popolo di reclusi condannati all’entusiasmo”. Soprattutto è un Paese anestetizzato da una retorica che ottunde menti e coscienze. Forse non ci siamo mai del tutto liberati delle scorie di quel periodo dominato da conformismo, prona genuflessione al potente di turno e opportunistico discarico della responsabilità. A tutti i livelli: lo stesso carattere pretestuoso del proclama di Mussolini mette in risalto il servile ossequio ai nuovi violenti padroni d’Europa al di là delle Alpi, dove un popolo di 80 milioni di persone, spinto dal suo Führer, sta marciando alla guerra armato fino ai denti. Fatto sta che quelle parole non restano lettera morta: ad esse ne seguono altre, meno roboanti ma non meno foriere di drammatiche conseguenze, sotto forma di leggi dello Stato. A partire dal settembre del 1938 una sequela di regi decreti istituzionalizza l’antisemitismo italiano. Si tratta di una delle più vergognose pagine della storia di un popolo che un paio millenni prima ha contribuito in modo determinante a porre i fondamenti del diritto, della giustizia e del vivere civile. Le nuove leggi, sebbene non arrivino a prospettare la reclusione e l’eliminazione fisica degli ebrei, gettano sulle loro vittime un intollerabile fardello discriminatorio. I non ariani vengono declassati a cittadini di serie B attraverso la negazione della possibilità di essere soggetti di diritto a pieno titolo. All’atto pratico gli ebrei vengono separati dal resto della popolazione italiana da un filo spinato rappresentato da una serie di divieti, tra i quali quello di accedere ad incarichi nelle amministrazioni civili e militari, di svolgere professioni intellettuali, di detenere proprietà, o di contrarre matrimoni misti.

È per questo motivo che sui registri di nascita e di morte del nostro Comune tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta compare la dicitura “di razza ariana” riferita al soggetto dell’atto. Il regio decreto-legge n. 1728 del 17 novembre 1938, dall’eloquente titolo “Provvedimenti per la difesa della razza italiana”, è categorico al riguardo. L’articolo 9 del capo secondo recita infatti: «L’appartenenza alla razza ebraica deve essere denunziata ed annotata nei registri dello stato civile e della popolazione.» Mosso dalla curiosità ho scelto di leggere questo testo con i miei stessi occhi, sulla stessa carta che devono aver visto e sfogliato i miei colleghi di allora. Incredibilmente nelle profondità del nostro archivio comunale si è infatti conservata una serie di volumetti contenenti tutte le leggi del Regno d’Italia e della Repubblica, almeno fino a quando internet non è entrato a gamba tesa anche nel mondo di noi impiegati pubblici. L’infame decreto n. 1728 è ancora lì, racchiuso tra altri due dallo scopo molto più dimesso: il n. 1727 – “Dichiarazione formale dei fini della Confraternita detta Congregazione di San Carlo Borromeo dei 63 fratelli sacerdoti ed altrettanti benefattori, in Napoli” e il n. 1729 – “Modificazione alla classificazione degli alberghi, delle pensioni e delle locande”. Mi sono subito domandato se anche gli estensori di leggi contrarie alla più elementare nozione di umanità non conoscano un loro particolare senso del pudore. Celare una norma dirompente tra altre due innocue potrebbe forse essere il loro modo di arrossire. Sia come sia, nel caso particolare del nostro ente, la prassi di emarginare l’appartenenza biologica di una persona continua imperterrita per tutti gli anni dal 1940 al 1945. Il fatto appare perfettamente spiegabile, pur in tutta la sua carica di disgusto. Essendo un Comune del nord Italia, l’otto settembre del ‘43 per noi non è stato che una breve parentesi di illusioni presto dissoltesi nel fuoco di una guerra che, invece di finire, riprende con maggior furia. Cade un regime e subito gli ex alleati, ora trasformatisi in occupanti, ne instaurano una nuova versione più violenta e fanatica. La lotta partigiana inizia e prende vigore, nelle città come nelle colline e sui monti. Nel frattempo, lontano da noi, procedendo paralleli agli sviluppi bellici, vengono portati i primi maldestri colpi di spugna alle leggi razziali. Sono rappresentati dai decreti-legge 25 e 26 del 20 gennaio 1944, emanati nel Regno del Sud, ossia in quel moncone d’Italia liberata dagli eserciti anglo-americani. Un nuovo flusso di leggi, questa volta di segno opposto, tenta di aprirsi una via nel caos della storia, e di ricucire la ferita. Pressati dagli Alleati, i governi della nuova Italia liberata, tra il 1944 e il 1947, adottano ben ventidue leggi finalizzate all’abrogazione della normativa razziale ereditata dal regime fascista. Tuttavia, la fase iniziale di questo moto riparatorio, come detto, non riguarda l’intero territorio nazionale: una buona metà del Paese deve attendere la conclusione definitiva della guerra. A questo punto si potrebbe pensare che lo spartiacque del ripristino di una legalità giuridica per i soggetti discriminati sia avvenuto dalla metà del 1945, ossia dall’anno che segna il crollo della Repubblica Sociale Italiana e del suo apparato di coercizione. In realtà le cose non stanno esattamente così. Limitandomi alla storia del Comune dove lavoro, le annotazioni razziali continuano per tutto il 1946. È solo a partire dal 1947 che la frase “di razza ariana” cessa del tutto di comparire. Strano, vero? A maggior ragione se pensiamo che l’altra celeberrima formula che connota i tempi del fascismo, ossia il tragicomico “anno … dell’era fascista”, viene eliminata senza troppi complimenti, immediatamente dopo il crollo del regime.

Perché questo ritardo sulla corrente degli eventi storici? La prima motivazione che sarebbe facile invocare a giustificazione è la palese evidenza che, in un’Italia prostrata, ridotta in macerie tanto materiali quanto morali, le direttive di uno Stato centrale per forza di cose ancora gracile non potessero diffondersi in maniera uniforme su tutto il territorio e simultaneamente, allo stesso modo garantito oggi dai nostri mezzi di comunicazione. Siamo onesti: per tutto il 1946 e oltre resta difficile trovare persino del cibo e un tetto. Governi e popolazione sono immersi in un ordine di priorità così pressanti da risultare indistinguibili dal mero istinto di sopravvivenza. È plausibile che l’amministrazione di un piccolo ente rinserrato sul fondo di un’oscura valle del settentrione non sia neppure venuta a conoscenza della legislazione adottata nella parte del Paese libera dall’occupazione nazifascista. Oppure, che pur essendone consapevole, nel vuoto istituzionale e normativo in cui si dibatteva, non sapesse se andasse applicata o no. Esistevano insomma ottimi alibi. Come sempre nella vita, del resto.

Eppure l’inflessibile “di razza ariana”, macchinalmente ripetuto dal gennaio al dicembre del 1946, ai miei occhi non cessa di essere disturbante. Non riesco a togliermi dalla mente il fatto che un ufficiale dello stato civile, per un intero anno, abbia consapevolmente perseverato nell’annotare su un atto fondamentale dell’amministrazione il più odioso e vile dei tratti con i quali si può arrivare a discriminare un essere umano. Riflettete: il 1946 non è più il 1939 o il 1943. Non è nemmeno il 1945. S.S., Wehrmacht e Repubblichini sono spariti, così come il Führer e il Duce, le figure che incarnano la benzina ideologica nei motori di queste macchine di morte. Delatori, polizie segrete, rastrellamenti e plotoni di esecuzione sono fantasmi ancora freschi nella memoria, ma appartengono ormai ad un passato che non tornerà. Non ci sono più fattori di costrizione ad alterare le coscienze e i comportamenti. Al loro posto stanno rinascendo una stampa indipendente, le libertà di espressione e di associazione, i partiti politici. Sono già esplosi ovunque voglia di raccontare, di conoscere, di tornare a vivere. Non importa quanto lontano si sia dalle grandi città o dall’epicentro dei grandi eventi. La verità emerge perché mai come nella Seconda guerra mondiale la Storia è andata a bussare alla porta di ognuno. Si sa dei camini di Auschwitz e di Birkenau. Si sa – per averla vista o sperimentata direttamente – della carica di violenza propagata dagli uomini in divise recanti gli emblemi del fascio littorio o dell’aquila germanica. Molte famiglie hanno avuto un parente morto nella guerra voluta dal fascismo o un deportato nel Reich hitleriano. Chiunque, dagli operai nelle città ai contadini sui monti, ha visto case date alle fiamme o cadaveri di partigiani lasciati sul selciato delle vie per fomentare il terrore. Il male sarà anche una categoria metafisica, ma a volte, dalla trama degli eventi concreti, si rivela in maniera perfettamente intelligibile. La dicitura “razza ariana” fa parte a pieno titolo di questo clima di brutalità, e rimanda alla sua causa diretta – il fascismo – tanto quanto la soppressione del dissenso, la violenza, la guerra d’aggressione. Scriverla, nel 1946, non è più giustificabile come un atto di sottomissione ragionevolmente dettato dall’istinto di sopravvivenza, ma diventa un’implicita accettazione di ideologie che hanno rappresentato le più terrificanti dispensatrici di morte del XX secolo.

Nel 1946 non si poteva più non sapere o quantomeno non essere in grado immaginare, e quindi di formarsi un’opinione, specie nel caso di una persona sufficientemente istruita per vergare delle parole su un atto di stato civile. Colui – o colei – che per un anno ha continuato a sottostare ad una norma palesemente offensiva della dignità umana è stato un vile; un individuo segnato tuttavia da un particolare tipo di vigliaccheria, forse la più spregevole: quella ammantata di conformismo, ignavia e deferenza nei confronti delle regole. In questo contesto, la questione non è però di assolvere o condannare quella persona, ma paradossalmente diventa quella di capirla e, attraverso questa vicenda, fortificare il nostro già vacillante senso morale, per non arrivare ad assolvere noi stessi se mai ci dovessimo trovare in una situazione simile, ossia di fronte ad una palese ingiustizia che ci offra un comodo pretesto per non denunciarla. La storia è inutile se non si trasforma in un mezzo in grado di immetterci in una consapevolezza che amplifichi la capacità interpretativa della nostra quotidianità. Oggi come allora piccoli gesti di indifferenza possono dare origine a conseguenze catastrofiche. Rimaniamo al nostro caso, e sovrapponiamogli in controluce le parole del giurista e storico Alessandro Galante Garrone: «Non dobbiamo mai dimenticare quando prendiamo in esame le leggi antisemite del 1938 e le liste degli israeliti che furono burocraticamente compilate in attuazione di quelle leggi e lo zelo dei funzionari che la suprema infamia del grande olocausto degli ebrei è cominciata in Italia proprio con quelle leggi, e con tutto quello che le accompagnò e le seguì. Tra queste leggi del 1938-39 e l’ecatombe di alcuni anni dopo c’è una diretta continuità.» Soffermatevi su quel “burocraticamente compilate”. La metodica, scientifica persecuzione degli ebrei, e la speditezza con cui è avvenuta, sono state enormemente facilitate dal lavoro meccanico e irriflesso di un esercito di grigi burocrati da ufficio, che in tempi precedenti, annotando un’inesistente appartenenza biologica di una persona in un atto, hanno reso possibile ai persecutori la redazione immediata di liste di vittime da ricercare. Lo aveva del resto intuito alla perfezione la stessa Hannah Arendt, rendendosi conto che i macellai del XX secolo non possiedono la tragica aurea di “grandezza” dei demoni, ma le dimesse e grigie sembianze di tecnici ed esecutori burocratici.

In questo giudizio mi rendo conto di essere fuorviato – se così si può assurdamente dire – da una sensibilità tipica ormai di larga parte della nostra società, una comunità che, pur in tutte le sue storture, considera ormai irrinunciabili valori e diritti che attengono alla sfera della libertà e della dignità umana. Allora, nel 1946, in un mondo molto più duro e difficile di quello attuale, molti principi ora acquisiti erano molto più inaccessibili. O forse no. Anche il fatto di ritenersi più civili di gente del passato è un’impostura dettata dalla contemporaneità assurta a riferimento. La civiltà non è un irreversibile processo di crescita continua. Ciò che viene acquisito da una generazione, può essere perso da una successiva. A instillarmi il dubbio che non sia cambiato nulla e che anzi la situazione sia persino peggiore di allora sono state le risposte dei miei colleghi quando ho sottoposto loro la seguente domanda: «se fossi stato il nostro ufficiale dello stato civile nel 1946, avresti continuato ad apporre la dicitura “di razza ebraica”?» Voglio loro un’infinità di bene, e li considero persone degne della stima più alta, sotto ogni profilo, non ultimo quello umano. Ma le loro reazioni mi hanno lasciato di stucco. «Ovvio! Se esiste una legge bisogna obbedire! Lo stato civile funziona così! Che ti salta in mente?» «Uhm… beh… forse… no perché… Sì, alla fine l’avrei scritto, sai, se c’è una legge che te lo dice… e poi è prestampato sul foglio! Che fai lasci lo spazio bianco?» Sì. Uno spazio bianco sarebbe stato perfetto per comunicare efficacemente il mio sdegno morale. Oppure ancora: «Certo. Un dovere è un dovere. E poi considera quanto fosse ignorante la gente di allora. Figurati se si rendeva conto di cosa potesse significare…» Un branco di minus habentes. Come dire che il 1946 fosse una sorta di medioevo; cosa che non spiega come mio nonno, nelle stesse condizioni e appena ventenne, abbia trovato la spinta morale per mettersi un fazzoletto rosso al collo, salire su una montagna imbracciando un fucile e rischiare la propria vita per dare il suo contributo nell’abbattere un regime sanguinario e costruire un’Italia migliore. Nessuna legge è applicabile quando è palesemente sbagliata. Oserei persino dire che, da un punto di vista filosofico, l’obbedienza canina è un antivalore ontologico. Se così non fosse, perché allora ne “L’Homme révolté” Albert Camus, si prende la briga di affermare che: «Per essere, l’uomo deve rivoltarsi, ma la sua rivolta deve rispettare il limite che scopre in sé stessa.»? Non bruciare il mondo, ma lottare per le giuste cause che definiscono il nostro senso di umanità, anche quando esse vanno a detrimento del nostro interesse particolare o della nostra tranquillità.

Nella nostra routine lavorativa di impiegati in un minuscolo Comune italiano, intrecciata di mille risibili problemi quotidiani, quel “di razza ebraica” è ancora lì che ci osserva in silenzio dal chiuso del libro in cui è stato scritto. È bene che sia così, che quelle parole rimangano fissate a monito. Presto, la storia dietro questa espressione potrebbe rivelarsi utile. Nella nostra epoca incerta, non possiamo avere la sconsideratezza di pronunciarci sul carattere dei tempi che stanno per arrivare. Negli anni Ottanta dell’Ottocento Friedrich Wilhelm Nietzsche prefigurò il futuro con drammatica preveggenza parlando di “ungeheuren Umstürze”. Potremmo essere nella medesima situazione: “tremendi sconvolgimenti” potrebbero di nuovo scuotere la nostra vita come foglie nella bufera della storia. Cambiamenti climatici, crisi economiche, movimenti di popolazioni, l’invasivo strapotere delle biotecnologie… tutte queste forze potrebbero assurgere a nuovi fattori in grado di scavare arbitrari solchi nella comunità umana. Nel mentre, sospinti dal malcontento popolare, nuovi governi che si rifanno apertamente all’esperienza del fascismo avanzano dall’orizzonte, come nere nubi temporalesche. Qualcuno che si presenterà con l’abito dell’autorità e della rispettabilità potrebbe nuovamente chiedere a noi impiagati, a noi piccoli ingranaggi di una macchina di potere e controllo, di compiere formali atti di acquiescenza, all’apparenza innocui, che tuttavia frammenteranno l’aspirazione all’uguaglianza dei diritti. Senza un’onesta visione del nostro passato non saremo in grado – non dico di resistere e di conservare la nostra umanità – ma anche solo di riconoscere il pericolo.