Navigammo su fragili vascelli, per affrontar del mondo la burrasca…

Fabrizio De Andrè, Recitativo (Due invocazioni e un atto di accusa)

Una delle metafore che sembrano meglio descrivere la precarietà della condizione umana è quella che ci paragona tutti a foglie in balia del vento d’autunno. Non credo occorra citare i celeberrimi versi di Ungaretti. Così come non credo che simili immagini, per quanto affascinanti, corrispondano ad una realtà effettiva. Le cose sono molto più prosaiche di quanto ci piace pensare. In questo scorcio di secolo, nel nostro ristretto spicchio di mondo, la ragione della nostra vita non si appoggia ad altro che alla creazione di un insieme di garanzie, ancoraggi, reti di salvataggio sociali. Difficilmente oggi finiamo in balia di eventi ed imprevisti. Solide funi ci impediscono di cadere o di andare alla deriva; in ogni occasione vediamo un appiglio: dalla vuota inutilità del lavoro al mantenimento di inconsistenti relazioni affettive fondate sull’egoismo. Ormeggiati ad aspettare la vecchiaia e la fine in un quieto porto che ha le sembianze di un ufficio o di pareti domestiche ci immaginiamo al sicuro dalle burrasche della Storia. Ed effettivamente è così, forse perché è la Storia stessa ad essersi dimenticata di noi, avendo deviato le sue impetuose correnti in altri luoghi. Per questo una vicenda come quella di Yong Kyoungjong oggi potrebbe apparirci più surreale e aliena di quanto già non sia di per sé stessa.

È da poco passata la mezzanotte del 6 giugno 1944. Uno dopo l’altro, i paracadutisti della 101° divisione americana iniziano a lanciarsi dai loro bimotori Douglas C-47 Dakota. Sotto di loro, avvolta nel silenzio, la campagna normanna riposa per l’ultima notte nell’oscurità dell’occupazione nazista. Il dramma del D-Day sta per cominciare e queste truppe d’élite ne suoneranno l’ouverture. Il loro compito è di prendere posizione nell’entroterra di Utah beach, favorendo lo sbarco dei compagni che di lì a qualche ora assalteranno dal mare la “Fortezza Europa” di Hitler. Intorno ai piccoli villaggi di Sainte-Marie-du-Mont e Sainte-Mère-Église si accende una battaglia che presto volge in favore degli americani. Ad un certo punto il tenente Robert Brewer del 506° reggimento cattura quattro soldati che vestono le uniformi della Wehrmacht. Bob si accorge subito di qualcosa di strano: i tratti dei loro visi sono asiatici e, una volta condotti nelle retrovie, nessuno si rivela in grado di capire la lingua dei prigionieri. Che ci fanno tipi così in Normandia? E da dove vengono?

La risposta alla prima domanda è facile: sono coscritti di un Ost-Bataillon, vale a dire di un’abborracciata unità della Wehrmacht formata da prigionieri di guerra e volontari reclutati nei territori soggetti all’occupazione nazista. In particolare, si tratta di soldati appartenenti alla 709° Infanterie-Division. Secondo l’asettica terminologia tecnica degli alti comandi una “Bodenständig Division”, ossia una divisione statica, o meglio ancora: “ancorata al terreno”, traducendo alla lettera. È infatti totalmente sprovvista di veicoli e armamento pesante. In quel giugno del 1944, il fronte della Normandia pullula di reparti del genere. A queste truppe raccogliticce non viene chiesto granché, almeno secondo la crudele ottica dell’OKW: da loro ci si aspetta solamente che si facciano macellare sul posto, rallentando il più a lungo possibile l’avanzata degli Alleati. Nel 1944 la situazione dell’esercito tedesco è drammatica: senza più riserve di uomini, e con territori immensi da difendere, i criteri di reclutamento, selezione e addestramento sono totalmente saltati. Quando si tratta di spingere qualcuno in battaglia si chiude spesso un occhio, quando addirittura non tutti e due. Tutto pur di avere della carne da cannone. In meno di tre anni di guerra totale le armate che hanno scioccato i nemici col loro Blitzkrieg si sono ridotte all’ombra di sé stesse.

Quanto alla seconda domanda, l’incredibile risposta è che quegli strani uomini arrivano dalla Corea, praticamente dall’altro capo del mondo. Uno di essi si chiama Yong Kyoungjong. Arruolato a forza nell’armata giapponese del Kwangtung che occupava il suo paese, viene catturato dai sovietici durante la battaglia di Khalkhin-Gol. È l’estate del 1939. La Seconda guerra mondiale è ormai alle porte, ammesso che non sia già cominciata: quella battaglia dimenticata, che i nipponici chiamano Nomonhan, fa quasi 31.000 tra morti e feriti, e a vincerla è il generale Žukov, il futuro eroe di Mosca, Leningrado e Berlino. Yong, dalle steppe della Mongolia, viene internato in un campo di lavoro, dove resta fino al 1942, quando l’Armata Rossa lo “libera” dal Gulag e lo incorpora nei propri ranghi per ripianare le spaventose perdite umane subite in occasione dell’offensiva estiva della Wehrmacht. Mandato di nuovo al fronte, Yong viene catturato durante terza battaglia di Char’kov, questa volta dai tedeschi. Passa un anno e anche l’esercito del Führer si scopre a corto di reclute. Lo sfortunato coreano finisce inquadrato in un Ost-Bataillon e spedito in Normandia a rinforzare le difese del Vallo Atlantico, dove viene per l’ennesima volta catturato dagli americani. Finita? No, ovviamente. Yong passa in Inghilterra e da lì negli Stati Uniti. Trascorre il resto della guerra nei soliti campi di prigionia, anche se viene ironicamente da supporre che, dopo aver sperimentato quelli giapponesi, quelli sovietici di Stalin e quelli tedeschi di Hitler, le strutture di internamento alleate debbano essergli sembrate ameni Grand Hotel. Per lui, la giostra della storia, a quanto ci è dato sapere, finisce di girare nel Nuovo Mondo. Yong Kyoungjong diventa cittadino americano e trasloca – questa volta volontariamente – nell’Illinois, dove muore nel 1992 all’età di 72 anni.

Alcuni storici hanno sollevato dei dubbi sul fatto che questa anabasi dei tempi moderni possa essere mai accaduta. La foto stessa che apre questo articolo potrebbe non ritrarre Yong come si è sempre creduto, ma un soldato georgiano del 795° battaglione, almeno secondo la teoria dello storico Martin Morgan. Altri studiosi come Stephen Ambrose e Antony Beevor sono invece di parere opposto. In conclusione non disponiamo di solide prove, ma solo di una serie di plausibili circostanze che ci viene facile concatenare lungo il filo di una sceneggiatura tutta nostra. Lo stesso Yong – l’unico soggetto che avrebbe potuto fornire una versione diretta circa lo svolgimento dei fatti – si è sempre guardato dal rivelare la propria storia. Anche se indiretto, proprio questo potrebbe essere un ottimo indizio che allude alla veridicità di questa vicenda. Dopo tanto peregrinare coatto, non è insensato ritenere che lo sventurato soldato di tre eserciti non desiderasse altro che tranquillità, silenzio e un po’ di stabilità. Quanto a noi, giunti sin qui, si tratta in fondo di credere, anche se al modo di Tertulliano: Credo quia absurdum. Ci troviamo in un territorio così lontano dalla ragione e dal buon senso che la fede è la nostra unica àncora, nonostante essa si presenti in forma di paradosso o se vogliamo di scandalo, come direbbe Kierkegaard.

C’è tuttavia un ultimo, inesplicabile sottofondo in questa vicenda che sembra degna di un film comico. Un significato sfuggente gioca a nascondino in controluce tra le pieghe della nostra attuale nozione di surreale e di improbabile. Le soverchianti forze storiche che nell’arco di pochi anni hanno disperso la vita di Yong Kyoungjong da un capo all’altro della Terra oggi sembrano essersi diradate. Ne sentiamo forse la mancanza, in un modo inconfessabile prima di tutto a noi stessi? Davvero non desideriamo altro che la tranquillità e la stabilità, in una parola la sopravvivenza, il tirare a campare comodamente e senza rischi? E se, come afferma il politologo Francis Fukuyama, vivessimo davvero in tempi caratterizzati dalla “fine della storia”? Di più: e se ad essersi arrestato non fosse solamente il processo di evoluzione che tende ad un continuo superamento di forme politiche, sociali e filosofiche precedenti ma addirittura gli eventi stessi, intesi come vettori di una discontinuità che segna la trama di una routine apparentemente invariabile? Il vuoto, sterile senso di attesa che circonda la nostra vita forse ci incanala verso una possibile e tremenda risposta. Per nostra natura siamo tutti delle storie con due gambe, due braccia e una testa. Non bramiamo che di raccontare qualcosa a qualcuno. È sul passato, e sul modo in cui lo raccontiamo agli altri e a noi stessi, che edifichiamo la nostra personalità e la nostra visione del mondo. E il nostro agire nel futuro. Storia è un termine che va ben al di là degli aspetti legati dalla dimensione dell’indagine scientifica. Significa anche vivere e raccontare. Racconto, se ci pensate bene, è in fondo un’altra forma della parola storia. “Mamma, mi racconti una storia?” Il senso di una delle frasi che tutti noi abbiamo almeno una volta pronunciato nella vita è appunto questo. Ora però ci siamo scoperti a corto di eventi. La nostra vita si è frazionata in una lunga sequela di meschinità che non ci dicono che una cosa: non siamo più al centro di nulla, non contiamo più nulla, e per questo motivo non abbiamo più nulla di grande da raccontare. Immobili nella bonaccia di questo placido mare di inconcludenza viene quasi da invidiare il burrascoso destino di Yong Kyoungjong.