«Nelle mura e nella torre le finestre parevano innumerevoli buchi neri scavati nel vuoto; ma la parte superiore del torrione girava lentamente, prima da una parte e poi dall’altra, immensa testa spettrale sghignazzante nella notte.»

J.R.R. Tolkien – Il Signore degli Anelli

Alla fine dell’agosto 1940 la battaglia d’Inghilterra si stava avviando verso la fase decisiva. Dopo aver inutilmente tentato di guadagnare la superiorità aerea sulla R.A.F. con schermaglie ininterrotte sulla Manica, la Luftwaffe cambiò strategia portando l’offensiva più in profondità. Ondate via via crescenti di Messerschmitt, Heinkel e Junkers furono dirottate contro gli aeroporti del Kent e del Sussex. I combattimenti si fecero più intensi, feroci e caotici. Il 24 agosto, un bombardiere tedesco di ritorno da una missione, forse in modo del tutto accidentale, sganciò il proprio carico di bombe sui quartieri residenziali di Londra. Winston Churchill colse l’occasione per ordinare al Comando Bombardieri un’immediata rappresaglia su Berlino. L’incursione non si preannunciava semplice. Tra i desideri dell’agguerrito primo ministro e le possibilità tecniche dei bombardieri c’era di mezzo un mare – quello del Nord – e, al di là di quello, come se non bastasse, l’intero territorio nemico. La missione era infatti al limite della possibilità tecniche dei velivoli di allora, non foss’altro perché la capitale del Reich si trovava a 950 chilometri dalle basi britanniche, praticamente al limite estremo del raggio dei bombardieri. Senza la protezione dei caccia, senza sistemi avanzati di guida e di puntamento, gli attaccanti avrebbero potuto considerare un successo il semplice arrivare a Berlino. Ma a dispetto di tutte le difficoltà, l’esigenza di dare un forte segnale di combattività prevalse su ogni altra considerazione di razionalità militare. Nella notte tra il 25 e il 26 agosto 1940, 95 tra bimotori Hampden, Wellington e Whitley misero la prua ad est e decollarono alla volta del Brandeburgo. I loro obiettivi erano l’aeroporto di Tempelhof e il quartiere di Siemensstadt. 81 di queste carrette dell’aria riuscirono a sganciare i loro ordigni. Come prevedibile, i danni furono irrisori. Per colmo di sfortuna, nemmeno il tempo era dalla parte dei britannici: quella sera Berlino era nascosta da una spessa coltre di nubi, cosa che rese impossibile ogni tipo di puntamento di precisione. Non si registrarono vittime, ad eccezione di un povero elefante indiano del giardino zoologico della città. La maggior parte degli ordigni si persero nei campi coltivati alla periferia della capitale. L’umorismo dei berlinesi si sfogò affermando che gli inglesi stessero tentando di affamare la città. Tre giorni più tardi, tra 28 e 29 agosto, i bombardieri ritornarono, questa volta causando 10 morti e 29 feriti. William Shirer, il corrispondente della CBS americana, rimarcò che: «per la prima volta dei tedeschi sono stati uccisi nella capitale del Reich.» Poi, notando lo sdegno popolare, concluse con preveggente realismo: «[…] non ci sono più possibilità di soluzioni di compromesso: o vinceranno i tedeschi o vinceranno gli inglesi.» Gli effetti delle prime incursioni dimostrative, se da un punto di vista materiale rappresentarono poco più di una puntura di spillo sul corpo di un gigante, dal lato psicologico generarono conseguenze notevoli. Nel marmo dei saloni della Cancelleria, Hitler era furente. Forse – e non sarebbe stata l’ultima volta nel corso di quella guerra – aveva concesso troppo credito alle spacconate di Göring. Il neopromosso Reichsmarschall aveva dichiarato pubblicamente che se anche un solo bombardiere britannico fosse riuscito a raggiungere i cieli della patria, ogni tedesco avrebbe avuto il diritto di chiamarlo “Meyer”. Con tutta evidenza, le difese aeree della Germania non dovevano essere poi tanto insuperabili. Il 4 settembre, in un discorso allo Sportpalast, il Führer lanciò una minaccia: «Se l’aviazione britannica sgancia due, tre, o quattro mila chili di bombe, noi in una notte ne sganceremo 150, 230, 300 o 400 mila. Se dichiarano che aumenteranno i loro attacchi sulle nostre città, noi raderemo al suolo le loro. Fermeremo l’operato di questi pirati notturni dell’aria, con l’aiuto di Dio!» Concluse poi con baldanza: «Verrà il momento in cui una delle due nazioni si piegherà, si spezzerà, e quella nazione non sarà la Germania.» Fuor di retorica, si trattava dell’atto di nascita della guerra aerea senza restrizioni. Da quel momento non ci sarebbe più stata alcuna distinzione tra obiettivi militari e civili. Tre giorni più tardi, la Luftwaffe iniziò ad infierire in forze su Londra attaccando i docks dell’East End.

L’escalation aerea che si profilava all’orizzonte comportava tuttavia una serie implicazioni di ampio respiro strategico che nemmeno Hitler poteva ignorare a cuor leggero. Per i tedeschi, nell’attesa di un crollo della R.A.F. che tuttavia si faceva sempre più improbabile col passare dei giorni, significava la scomoda ammissione di dover in qualche misura aspettarsi ulteriori attacchi di rappresaglia sulle loro città e, conseguentemente, di provvedere a consolidare le difese dei centri urbani. Hitler, in pieno accordo con la leadership dell’aviazione, decise di orientare lo sforzo produttivo dell’apparato industriale verso una maggiore quantità di cannoni antiaerei, piuttosto che di caccia intercettori. La staticità fu anteposta alla mobilità, in totale controtendenza con l’imperante dottrina di combattimento che aveva portato la Wehrmacht ad impadronirsi di mezza Europa nel giro di pochi mesi. Una delle conseguenze più evidenti e impressionanti di questa scelta fu la costruzione di gigantesche Flaktürme. L’idea era quella di erigere una serie di indistruttibili capisaldi che avrebbero dovuto funzionare da torri di avvistamento, direzione di tiro e, soprattutto, postazioni sopraelevate di difesa antiaerea. Si scelse di posizionarle in punti chiave all’interno delle città, nel centro stesso del tessuto urbano, evitando di proposito la soluzione meno invasiva e più comoda di un collocamento nelle periferie. La motivazione discendeva da considerazioni puramente militari. I bombardieri di inizio anni ’40 erano largamente imprecisi e, nelle manovre finali d’attacco ad un obiettivo, avevano la necessità di volare per qualche minuto lungo una traiettoria perfettamente rettilinea e ad altezza costante. Quella breve finestra temporale rappresentava il momento migliore per le batterie antiaeree al suolo. Le Flaktürme, necessariamente, dovevano quindi trovarsi a ridosso dell’obiettivo che erano incaricate di difendere, per poter colpire gli incursori quando erano più vulnerabili.

Il primo centro urbano a beneficiare del nuovo sistema di difesa fu Berlino. Comprensibilmente. In quanto capitale del Reich e sede degli apparati di governo la città era rivestita di un’alta valenza simbolica. Nel giro di sei mesi, senza badare ai costi, in un aberrante sfoggio di efficienza e determinazione totalitaria, l’organizzazione Todt fece sorgere tre mastodontici monoliti in cemento armato, irti di pezzi antiaerei. Le Flaktürme I, II e III furono posizionate a difesa del Tiergarten, di Friedrichshain e di Humboldthain. A breve distanza di tempo, l’esigenza si estese anche ad Amburgo e Vienna, ritenute non a torto bersagli prioritari del Bomber Command britannico. L’antica città anseatica fu dotata di due Flaktürme, la IV e VI (presso Heiligengeistfeld e Wilhelmsburg); l’ex capitale austriaca delle Flaktürme V, VII e VIII (Stiftskaserne, Augarten e Arenbergpark). La progettazione dei baluardi fu affidata all’architetto Friedrich Tamms, un esperto di pianificazione urbana formatosi a Monaco e poi all’università tecnica di Berlino. Il suo nome oggi è noto solo a pochi esperti, ma all’epoca si trattava di un’importante figura del regime. Una sorta di versione in tono minore di Albert Speer, di cui peraltro era collaboratore diretto. Uomo a metà strada tra arte, professionalità tecnica e fede nel nazionalsocialismo, Tamms era stato capo architetto del Brückenbauamt (l’ufficio per la costruzione di ponti) e dell’ufficio incaricato di sviluppare la rete autostradale della Germania. Prestigiosi incarichi che nel 1938, grazie alla competenza dimostrata, erano valsi all’architetto il passaggio al servizio della pianificazione di opere militari. Ispirato da alcuni schizzi di Hitler, Tamms si mise all’opera. Secondo il Führer, una volta terminata vittoriosamente la guerra in corso, le torri sarebbero dovute diventare “santuari del nazionalsocialismo” decorati di marmi e simboli del regime. Alla fine, l’idea di un complesso che non dovesse solo assolvere a funzioni militari di difesa antiaerea ma anche di rifugio contro incursioni e futuro luogo celebrativo prese forma in tre distinti modelli di Flaktürme ispirati ad alcuni grandi edifici dell’antichità: il Mausoleo di Teodorico a Ravenna, Castel Sant’Angelo a Roma e Castel del Monte nelle Murge pugliesi.

Una Flakturm era in realtà un complesso di due torri distinte pensate per agire in stretta cooperazione. La grande G-Turm (Gefechtsturm, o torre di combattimento) era il braccio; la L-Turm (Leitturm, o torre di direzione), di dimensioni più ridotte, costituiva il cervello. Il compito della seconda era infatti di garantire la copertura radar e fornire la direzione di tiro alle artiglierie posizionate sulla sommità della prima. Come accennato, le G-Türme furono realizzate in tre Bauart – o classi – differenti; le L-Türme, invece non furono mai standardizzate. La Bauart 1 era formata da un gigantesco mastio centrale a base quadrata, attorniato agli angoli da altre quattro torri ospitanti i pezzi dell’antiaerea. Le dimensioni possono essere definite ciclopiche senza paura di cadere in esagerazioni: 75 metri di larghezza, 75 metri di lunghezza, 39 metri di altezza, per un volume di oltre 200.000 metri cubi. Le pareti perimetrali erano formate da un muro di calcestruzzo spesso 3,5 metri. Nemmeno le Tallboy o le Grand Slam, le bombe più micidiali in dotazione alla R.A.F., potevano danneggiare una simile fortezza. Le tre Flaktürme di cui venne dotata Berlino erano tutte di questa tipologia. La Bauart 2 appariva come una versione semplificata della prima: un semplice cubo sormontato da quattro piazzole cilindriche poste sulla sommità del tetto. Rispetto alla sorella maggiore, anche volume e dimensioni erano inferiori: 57 x 57 x 42. La consistenza delle pareti si fermava a 2 metri di spessore, una soglia comunque sufficiente a proteggere da ogni attacco convenzionale. Completamente differente per concezione era invece la Bauart 3. In sostanza si trattava di una torre alta 55 metri, innalzata su di una base poligonale a 16 lati per un diametro di 43 metri, che da lontano generava l’illusione ottica di un perfetto cilindro. Lo spessore era di 2,5 metri. Questa tipologia fu impiegata solo in due torri, entrambe posizionate a Vienna. Quale che fosse la forma, ogni edificio costituiva un apparato multiruolo perfettamente autonomo e in grado di offrire protezione durante le infernali tempeste di fuoco di un area bombing. Al suo interno erano presenti scorte di cibo, di acqua, impianti per la produzione di energia, ventilazione e filtraggio dell’aria, officine e attrezzature mediche di livello ospedaliero. I piani superiori erano appannaggio del personale militare, i livelli inferiori venivano invece impiegati come rifugi antiaerei per la popolazione. A seconda del tipo, una torre poteva ospitare dai 10.000 ai 18.000 civili.

L’armamento di una G-Turm comprendeva il meglio che l’industria tedesca potesse produrre nel campo della balistica antiaerea. La tipologia più comune di pezzi impiegati variava dal cannone FlaK 39 da 105 mm al FlaK 40 da 128 mm sfornato dalle officine Rheinmetall. Il celeberrimo Flak da 88 mm non fu mai messo in posizione per via delle ridotte dimensioni dei proiettili che difficilmente avrebbero potuto danneggiare un bombardiere. I numerosi ballatoi lungo le pareti verticali annoveravano la presenza di piccole batterie di armi leggere ad alta cadenza di tiro, ideali quindi per contrastare eventuali attacchi a bassa quota. In totale, la porzione di cielo che una torre poteva difendere era un’area di 20 chilometri quadrati tutt’intorno alla sua sommità. L’impressione che ancora oggi si ricava dalle foto dell’epoca continua ad essere quella di un minaccioso pinnacolo a difesa di cielo e terra. La propaganda di regime fece il resto, edificando a sua volta, ad uso e consumo di una popolazione martoriata dalle incursioni alleate, un mito più resistente del cemento armato: quello di saldi bastioni, indistruttibili capolavori della moderna tecnica nazionalsocialista. In questa visione c’era un innegabile fondo di verità. Quando la R.A.F., nell’agosto del 1943, spianò letteralmente al suolo Amburgo causando oltre 40.000 morti e bruciando 22 chilometri quadrati di edifici, le due torri di Heiligengeistfeld e Wilhelmsburg furono tra le poche costruzioni a rimanere pressoché intatte. L’operazione “Gomorrah” accese nel cuore di Amburgo un incendio con una temperatura di 1.000°C e innescò venti di oltre 240 km/h, ma nell’inferno le Flaktürme resistettero. Descritte in questa ottica, e sullo sfondo delle immani distruzioni che subirono le città tedesche dal 1943 in poi, le Flaktürme potrebbero sembrare poco più di gigantesche, costose piazzole d’artiglieria sopraelevata. In altre parole, dal punto di vista più ampio dei rapporti costi/benefici, potrebbero entrare a pieno diritto nella lunga lista di esempi di sproporzione tra mezzi impiegati ed effettiva efficienza tipico di molti strampalati progetti del regime nazista. Le torri antiaeree, in parte rientravano in questa categoria, assieme agli spaventosi cannoni ferroviari Dora e Gustav, ai carri Tigre o alle V-2. Lo sforzo profuso per la loro costruzione fu di un’entità tale che per alcuni mesi le ferrovie del Reich dovettero modificare le tabelle di marcia dei convogli appositamente per consentire ai treni di fare affluire sui luoghi di costruzione i materiali necessari. È del tutto lecito domandarsi se le risorse finanziarie profuse nel progetto non avrebbero potuto essere meglio impiegati in altre iniziative di difesa, più semplici ed efficaci. Eppure il consenso era unanime, e non certo per ragioni militari. Persino ad un alto ufficiale come il generale della Luftwaffe Ludwig Wolff, non erano sfuggiti i vantaggi collaterali di una Flakturm. In riferimento alla torre di Vienna confessò di essere: «[…] molto favorevole alla costruzione di questa torre perché circa 6.000 civili avrebbero potuto trovarvi rifugio durante un attacco, supportati anche da un ospedale. Il tiro contraereo avrebbe però potuto essere efficace anche se posizionato semplicemente su di una collina.» Rifugi dunque, e insieme puntello psicologico per impedire il crollo morale della popolazione. Ma non solo. In teoria, le Flaktürme offrivano un ulteriore atout, più sottile, meno evidente, ma tuttavia potenzialmente decisivo. Se posizionate a distanza tra di loro, in modo da formare i vertici di un poligono, il loro volume di fuoco era in grado di scoraggiare i velivoli nemici dall’assumere la formazione serrata necessaria per il bombardamento a tappeto. La rappresentazione su di una mappa della disposizione delle torri di Vienna vale più di mille parole:

Questo, almeno fino a quando, i meri numeri degli attaccanti non soverchiarono ogni difesa tedesca. Contro stormi di centinaia e centinaia di bombardieri che attaccavano gli obiettivi a ondate in grado di protrarsi anche per giorni, non esisteva alcuna valida contromisura statica che la Germania potesse adottare.

I rapporti di forza sempre più sbilanciati a favore degli Alleati resero ben presto inutile ogni domanda circa l’effettiva utilità delle Flaktürme. Il fronte aereo finì con l’assorbire una parte sempre più rilevante delle risorse belliche tedesche. Secondo lo storico Steven Zaloga: «Le esigenze dell’apparato antiaereo tedesco rappresentarono tra un quarto e un terzo degli ordinativi di munizioni dell’intera Wehrmacht; l’equipaggiamento radar e di comunicazione consumò metà della produzione elettronica.» Ma era pur sempre troppo poco di fronte allo strapotere industriale di americani e inglesi. Tutta questa profusione di energie non impedì – secondo gli “Strategic Bombing Surveys” – alla sola R.A.F. di sganciare un milione di tonnellate di esplosivo in oltre 400.000 incursioni sul territorio del Reich. L’aggiungersi dell’ottava forza aerea americana rappresentò un nemico non meno terribile quando, a partire dal 1942, intervenne nella campagna con i propri B-17 e B-24. Furono attaccate 131 grandi città e, di esse, parecchie furono ridotte a cumuli di macerie fumanti. Secondo le stime più aggiornate, oltre 600.000 civili tedeschi persero la vita. I cartelli fatti apporre sui muri diroccati dall’apparato di propaganda del regime: “Unsere Mauern brechen, aber unsere Herzen nicht!” – “I nostri muri si rompono, ma i nostri cuori no!” iniziarono ben presto ad apparire grotteschi quando i maggiori centri urbani tedeschi finirono inceneriti in devastanti “Feuerstürme” o “tempeste di fuoco”. Le Flaktürme, con la loro abnorme mole, fanno parte a pieno diritto di questa paradossale, tragica assurdità. A fine guerra, nel maggio del 1945, si ergevano ancora pressoché intatte, là dove la brutale follia nazista aveva voluto che venissero costruite. Le truppe sovietiche che entrarono a Berlino iniziarono a usarle come bersagli per i carri armati e l’artiglieria, senza tuttavia riuscire a scalfirle. Si tentò allora di distruggerle con metodi più drastici, ma l’impresa si rivelò più difficile del previsto per via della loro mole inusitata e della perizia con la quale erano state edificate. Tonnellate di esplosivo ebbero ragione delle torri di Amburgo. La Flakturm I del Tiergarten di Berlino seguì la stessa sorte, ma la II e la III furono demolite solo in parte. Per occultarle in qualche modo alla vista si dovette interrarle utilizzando le macerie degli edifici circostanti. La collinetta erbosa di Humboldthain, dalla quale spuntano strane terrazze in cemento armato, è in realtà una “Bunkerbergs”, un rilievo artificiale che al suo interno cela una surreale eredità lasciata dalla guerra. Le Flaktürme di Vienna, invece, sono in piedi ancora oggi. Nella signorile città del Duomo di Santo Stefano, dell’Hofburg, di Schönbrunn e del Castello del Belvedere, assomigliano ad uno sfregio irrecuperabile lasciato da una breve ma spaventosa età del ferro. Questi grigi monoliti appaiono come eterni, tragici moniti che un passato ci rivolge circa l’abbruttimento portato dalla guerra. I numerosi progetti urbanistici avanzati in vista di una loro riconversione non sono mai riusciti a giungere pienamente in porto, se non in rari casi. Le mostre e le esposizioni che vi si svolgono seguitano ad essere avvolte da una irrimediabile sensazione di gelo. Le torri volute da Hitler per il suo Reich millenario sono forse refrattarie ad ogni tentativo di recupero o di risanamento per mezzo del balsamo della cultura e della bellezza. È difficile pronunciarsi sull’ipotesi se debbano essere tutelate o meno in quanto testimonianze del passato, per quanto doloroso. Di certo sono destinate a rimanere di fronte ai nostri occhi per molti anni a venire, per lo stesso motivo che le ha conservate sino ad oggi: sono troppo difficili da demolire e posizionate in luoghi troppo prossimi al cuore pulsante delle città. Anche per questo, di tutti i tragici resti lasciati dalla Seconda guerra mondiale, le Flaktürme sono forse quelli più tristi, raggelanti ed enigmatici.

Nome Luogo Bauart Completamento Fine
Flakturm I Berlino (Tiergarten) 1 Aprile 1941 Distrutta e smantellata
Flakturm II Berlino (Friedrichshain) 1 Ottobre 1941 Distrutta e sotterrata
Flakturm III Berlino (Humboldthain) 1 Aprile 1942 Distrutta parzialmente
Flakturm IV Amburgo (Heiligengeistfeld) 1 Ottobre 1942 Ancora in uso come centro multimediale
Flakturm V Vienna (Stiftskaserne) 3 Luglio 1944 Ancora in uso come museo
Flakturm VI Amburgo (Wilhelmsburg) 2 Ottobre 1943 Distrutta e smantellata
Flakturm VII Vienna (Augarten) 3 Gennaio 1945 Inutilizzata
Flakturm VIII Vienna (Arenbergpark) 2 Ottobre 1943 Ancora in uso come centro espositivo

Steven Zaloga, Defense of the Reich: 1941-1945

https://it.wikipedia.org/wiki/Flakturm

https://austria-forum.org/af/AustriaWiki/Wiener_Flakt%C3%BCrme

W.G. Sebald, Storia naturale della distruzione, Adelphi, 2004

Max Hastings, Inferno – Il mondo in guerra, Neri Pozza, 2012

William Shirer, Qui Berlino – Radiocronache dalla Germania nazista, Il Saggiatore, 2011