«C’era la guerra, la guerra fatta da lui, e lui era in macchina coi generali; aveva una divisa nuova, passava le giornate più attive e trafelate, traversava di corsa i paesi riconosciuto dalla gente, in quelle sere estive. E come in un gioco, cercava solo la complicità degli altri, poca cosa, tanto che quasi s’era tentati di concedergliela, per non guastargli la festa, tanto che quasi si sentiva una punta di rimorso, a sapersi più adulti di lui, a non stare al gioco.»

Italo Calvino, L'entrata in guerra

 

L’undici aprile 1940 il ministro degli esteri Galeazzo Ciano riportò nel suo diario questo sfogo di Mussolini: «È umiliante stare con le mani in mano mentre gli altri scrivono la storia… Per fare grande un popolo bisogna portarlo al combattimento magari a calci in culo. Così farò io. Non dimentico che nel ’18 in Italia c’erano 540.000 disertori. E se non cogliamo questa occasione per misurare la nostra marina con quelle franco-britanniche perché dovremmo avere 600.000 tonnellate di naviglio? Basterebbero dei guardiacoste e dei panfili per portare a passeggio le signorine.» I tedeschi avevano dato il via all’invasione della Norvegia e della Danimarca da soli due giorni ma già le prime notizie in arrivo dal fronte lasciavano intendere che la loro offensiva stesse ancora una volta evolvendosi in un folgorante successo. Dopo aver conquistato la Polonia in due settimane adesso era il turno della Scandinavia: Hitler e la Wehrmacht stavano letteralmente stracciando la carta politica d’Europa e il Duce, in preda alla paura di “arrivare tardi” all’appuntamento con la Storia, smaniava di rompere l’inattività che l’impreparazione delle Forze Armate gli aveva imposto. Qualche giorno prima, il 31 marzo, in un promemoria segreto inviato al Re Vittorio Emanuele III e successivamente ai vertici militari, Mussolini aveva esposto l’urgenza di un intervento italiano in una guerra “parallela a quella della Germania”, concludendo col suo tipico tono polemico da direttore di giornale che: «L’Italia non può rimanere neutrale per tutta la durata della guerra, senza dimissionare dal suo ruolo, senza squalificarsi, senza ridursi al livello di una Svizzera moltiplicata per dieci.» Sul finire del maggio 1940, quando appariva con sempre maggiore evidenza come, dopo Polonia, Danimarca, Norvegia, Olanda, Belgio e Lussemburgo, anche la Francia stesse collassando, l’impazienza del Duce si gonfiò al livello di paranoia. Ancora Ciano, il 28 maggio, annotò preoccupato: «[…] è convinto che ormai tutto precipita e vuole crearsi i titoli per partecipare alla successione…» Il giorno seguente vennero convocati a Palazzo Venezia i quattro vertici delle Forze Armate: il maresciallo Badoglio e i tre capi di Stato Maggiore, il generale Rodolfo Graziani, l’ammiraglio Domenico Cavagnari e il generale di squadra aerea Francesco Pricolo. L’incontro durò mezz’ora; Mussolini fu categorico: «[…] se tardassimo due settimane o un mese, non miglioreremmo la nostra situazione militare, mentre potremmo dare alla Germania l’impressione di arrivare a cosa fatta, quando il rischio è minimo, oltre alla considerazione che non è nel nostro costume morale colpire chi sta per cadere.» Il 30 venne inviato ad Hitler l’annuncio che l’Italia sarebbe entrata in guerra mercoledì 5 giugno. Il Führer rispose chiedendo una dilazione di una settimana dell’intervento, per il timore che la Francia fosse indotta a spostare forze aeree su altri campi, sottraendoli così al raggio delle incursioni tedesche. Come a dire: “ce la stiamo cavando così bene… dovete proprio intervenire?” Fu accontentato, e fu l’ennesima umiliazione di fronte allo strapotere militare germanico. La decisione di portare l’Italia nel conflitto venne pertanto posticipata a lunedì 10 giugno 1940.

Il livello di impreparazione dell’esercito italiano era inquietante oltre ogni possibile immaginazione. Tutti i protagonisti di questa vicenda, Re, Duce, ministri e comandanti militari ne erano perfettamente consapevoli. Il dispendio di risorse per sostenere le recenti guerre di Etiopia e di Spagna, la fragilità strutturale dell’industria italiana e l’inefficienza del regime, erano i diretti responsabili di questo stato di debolezza. Nel maggio del 1940 vennero mobilitate 73 divisioni ma di esse solo una ventina poteva dirsi pronta al 70%, mentre un’altra ventina lo era al 50%. Il resto dell’esercito esisteva più sulla carta che nella realtà. Ben 67 divisioni erano di fanteria, per un totale di oltre un milione di soldati. Le otto milioni di baionette tanto sbandierate della propaganda esistevano solo nella fantasia di Mussolini (non si disponeva nemmeno del ferro per fabbricarle…), ma si trattava comunque di un numero a prima vista considerevole. Purtroppo, analizzando nel dettaglio questa massa di uomini, il loro armamento, il morale e le dottrine che ne regolavano l’impiego operativo, non si può che rimanere esterrefatti. Più che un esercito pensato per affrontare una guerra moderna sembra di osservare un fossile riemerso dalle nebbie della storia: un’armata pachidermica, male equipaggiata e peggio comandata che, quanto ad efficienza e capacità di combattimento, avrebbe fatto una magra figura persino di fronte a quelle – tutt’altro che irresistibili – mobilitate dall’Italia nella Prima guerra mondiale. Le divisioni erano organizzate su di una esile struttura binaria, ossia imperniate su due brigate di fanteria anziché tre, come avveniva nella maggior parte degli eserciti del tempo. Questa caratteristica, se da una parte ne aumentava il numero, dall’altra conferiva alle unità un’intrinseca fragilità. Il loro armamento era carente sia a livello quantitativo che qualitativo: la sola arma affidabile era la mitragliatrice pesante prodotta dalla Breda; il resto, dall’ingombrante fucile Carcano modello 91, ai mortai, era materiale bellico obsoleto e inadatto. L’artiglieria infine languiva ad un livello semplicemente indegno di una nazione che nutriva ambizioni da grande potenza: ancora nel 1940 la maggior parte dei pezzi pesanti in dotazione erano obici Škoda da 420, vale a dire prede belliche sottratte nel 1918 agli austriaci in ritirata. Non stupisce quindi che la potenza di fuoco di un reparto italiano fosse all’incirca un quarto di un’omologa unità francese e addirittura un nono di una tedesca. Inutile poi sottolineare che questa specie di armata Brancaleone non venisse condotta sulla base di dottrine militari al passo con i tempi. Non che non esistessero ufficiali di valore e animati da una sincera volontà innovatrice, ma le loro idee erano costantemente schiacciate dal peso del conformismo di una ristretta casta di grandi ufficiali dediti al carrierismo e al perseguimento di interessi del tutto personali. Per rendersi conto di quanto arretrato fosse il pensiero militare italiano è sufficiente consultare il regolamento militare del generale Alberto Pariani: ad un certo punto è possibile imbattersi nel demenziale principio che la divisione di fanteria fosse ancora il fondamento di ogni tattica: “Se essa avanza tutti avanzano, se si ferma tutti si fermano, se arretra tutti arretrano.” Nel 1940 l’esercito italiano marciò nella più letale guerra della storia con lo sguardo ancora rivolto al Piave e a Vittorio Veneto.

L’aviazione era stata a lungo il fiore all’occhiello del fascismo e, in quanto tale, aveva beneficiato di ingenti sovvenzioni, così come di una continua attenzione da parte della propaganda di regime. Alcune delle sue imprese compiute tra gli anni Venti e Trenta, come le trasvolate atlantiche di Italo Balbo, avevano goduto di una risonanza mondiale e contribuito a dare l’idea di un dinamismo e di una forza che la Regia Aeronautica nei fatti non possedeva. All’apertura delle ostilità i livelli di preparazione dell’aviazione non erano molto più elevati di quelli miserandi dell’esercito. Era dotata, si fa per dire, di quasi 3.000 apparecchi, ma quasi la metà di essi era costituita da velivoli obsoleti. Le forze aeree non potevano alla lunga reggere il confronto con quelle francesi e men che meno con la combattiva R.A.F. britannica. A livello di progettazione esistevano alcuni ottimi modelli, ma il tutto rimaneva confinato a livello di artigianato: materie prime inesistenti e ridotta capacità industriale, specie nella fabbricazione di motori, impedivano la produzione di massa. Alla fine della guerra, nell’arco di 5 anni, risultò che le fabbriche italiane avessero costruito quasi 10.000 velivoli. A titolo di paragone si tratta dello stesso numero prodotto dagli Stati Uniti in un solo mese, all’apice del loro sforzo. Caccia e bombardieri erano in gran parte inferiori alle rispettive controparti nemiche, sia in termini di armamento che di velocità e raggio operativo. «Parecchi sono autentici pezzi da museo…» ammetterà con amarezza il generale Francesco Pricolo.

Di tutte le Forze Armate la marina era quella in condizioni migliori. Da un punto di vista numerico si trattava di una forza imponente: 4 corazzate più altre due in produzione, 7 incrociatori pesanti e 12 leggeri, 43 cacciatorpediniere, 115 sommergibili e 120 mas. Sulla carta la flotta italiana avrebbe potuto essere un brutto cliente anche per la Mediterranean Fleet. Purtroppo, anche in questo caso, i numeri ingannano e mascherano alcune debolezze che nel corso della guerra non tardarono a rivelarsi decisive. L’esperienza di combattimento in un conflitto su larga scala, anche considerando quella maturata nella Prima guerra mondiale, non andava oltre i compiti di scorta e la protezione delle rotte commerciali. Le rare esercitazioni in mare, effettuate col contagocce per via della scarsità di carburante anche in tempo di pace, non erano certo sufficienti a colmare il divario con la tradizione della Royal Navy, una marina che da oltre 300 anni conduceva operazioni su una scala planetaria. Non a caso le imprese più gloriose della marina italiana furono compiute da piccole unità e condotte all’insegna del coraggio individuale più che di un’organizzazione collettiva. La criticità più grande delle navi italiane era però costituita dal non poter disporre del radar, mancanza che nel combattimento notturno (dove invece gli inglesi eccellevano), le rendeva completamente cieche. A questo punto debole andava poi sommata la deliberata assenza di portaerei e di un’aviazione di marina. Negli anni Trenta era infatti prevalsa la convinzione mussoliniana che l’Italia fosse “un’unica, grande portaerei naturale” e pertanto ci si era concentrati sulla costruzione di imponenti navi da battaglia, nell’erroneo convincimento che queste fossero in grado di difendersi da eventuali attacchi dal cielo con la semplice potenza di fuoco. I fatti smentirono ben presto questa illusione: nella notte tra l’11 e il 12 novembre 1940, 20 antiquati aerosiluranti Swordfish decollati dalla portaerei Illustrious attaccarono la base navale di Taranto mettendo fuori combattimento tre corazzate italiane e alcune unità minori. A soli cinque mesi dall’inizio della guerra, la mastodontica flotta da battaglia italiana venne praticamente decapitata da un pugno di biplani. Molto prima di Pearl Harbor la portaerei aveva già provato di avere scalzato la corazzata dal trono di regina dei mari. La conformazione geografica italiana, effettivamente protesa da nord a sud nell’asse del Mediterraneo, non venne sfruttata a causa della mancanza di aeroporti adeguatamente attrezzati e delle insanabili quanto folli rivalità tra aviazione e marina. Sembra una barzelletta, ma le operazioni aeronavali dal 1940 al 1943 registrarono alcuni casi in cui, dopo uno scontro navale, i bombardieri italiani per mancanza di coordinamento intervennero attaccando le nostre navi invece di quelle inglesi.

Il 10 giugno 1940, dal balcone di Palazzo Venezia, Mussolini dichiarò la guerra. Indro Montanelli, nella sua “Storia d’Italia” afferma che si trattò del peggiore discorso mai pronunciato dal Duce: “Tutto vi suonava falso, toni di sfida e accenti eroici. Ma non meno false furono le ovazioni che la piazza gli rimandò.” Difficile non essere d’accordo. In effetti, ancora oggi, quei momenti danno l’impressione di una farsesca tragicommedia tipicamente italiana in cui tutte le parti sanno di ingannare e di essere a loro volta ingannate. Quel giorno gli italiani ricevettero la parola d’ordine “Vincere”, ma in realtà nessuno la prese sul serio: non già perché si dubitasse di poterlo fare, quanto perché non ci si aspettava minimamente di dover combattere per davvero. Mussolini per primo. I tedeschi stavano per entrare a Parigi, l’esercito francese, che allora godeva di un prestigio immenso, era in rotta e con esso l’intero corpo di spedizione inglese, appena ributtato in mare dopo aver dovuto abbandonare l’intero equipaggiamento: in un simile scenario come poteva la guerra durare ancora a lungo? La prima preoccupazione di Mussolini era pertanto quella di riuscire ad accaparrarsi i dividendi dell’inopinato trionfo della Germania, mascherando nel migliore dei modi questa vera e propria operazione di sciacallaggio. L’impreparazione militare dell’Italia, in quest’ottica, non lo turbava più di tanto: Hitler aveva vinto la guerra anche per lui, ed ora che il rischio appariva minimo, si trattava solamente di raccattare quanti più frutti possibili contro nemici ormai in ginocchio e che – a torto, nel caso degli inglesi – si riteneva senza più voglia di lottare. “Adesso mi serve qualche migliaio di morti per sedermi al tavolo della pace quale vincitore…” si dice abbia detto Mussolini. Fu una delle più ignobili frasi mai pronunciate da un capo di stato, un abominio che nemmeno autentici mostri come Hitler e Stalin ebbero mai il coraggio di pronunciare apertamente e che rivela un cinico, immorale opportunismo che, a sua parziale discolpa, è sempre stato proprio di buona parte della classe dirigente italiana dall’Unità in poi. Tutti, popolo e tiranno, caddero vittima di un clima che essi stessi avevano contribuito reciprocamente ad instaurare, uno stato in cui finzione e realtà si sovrapponevano sino a fondersi in un inestricabile tutt’uno. L’effetto di anni di martellante e stucchevole retorica sulle virtù guerriere degli italiani svanì in un secondo, allo spegnersi dell’eco delle parole del Duce quel giorno. Alla prova dei fatti apparve subito chiaro come le riserve morali del Paese fossero ormai esaurite: in un’aria di leggera spensieratezza un’intera nazione venne sospinta verso un conflitto del quale ignorava gli orrori futuri. Si instaurò un’apatia che si alimentava del non senso e dell’assurdo della situazione. Il carattere opportunistico dell’intervento italiano era smaccato; dunque perché combattere, se tutto sarebbe finito di lì a poco, e poi, perché proprio a fianco dei tedeschi? Rapporti dei prefetti di molte città del nord riportavano di come la gente, che ancora ricordava la Grande Guerra del 15-18, continuasse a percepire la Germania come il proprio nemico naturale e, comunque, tutto fuorché un leale alleato. La Francia, la sorella latina che tanto aveva contribuito al Risorgimento italiano, colpita vigliaccamente a tradimento, suscitava un trasporto emotivo sconfinante nella simpatia. La Gran Bretagna invece, altra storica alleata, col suo testardo continuare a combattere, ispirava invece una profonda ammirazione. Non pochi italiani iniziarono a sintonizzare i propri apparecchi su Radio Londra proprio allora. Non si poteva dirlo apertamente, ma un’Europa schiacciata sotto il pesante tallone degli stivali prussiani era una prospettiva che incuteva sgomento a chiunque, a Londra e Parigi come a Roma.

Il primo fronte della guerra fascista divenne così quello delle Alpi occidentali, dalla Svizzera alla riviera ligure. Uno scenario impervio, per nulla adatto al movimento di grandi masse di uomini, dominato da vette e ghiacciai oltre i tremila metri e ben pochi colli praticabili: il Piccolo San Bernardo, il Moncenisio, il Monginevro, la Maddalena e il Tenda. Clausewitz, il grande teorico militare dell’Ottocento, non a caso aveva scritto: «Attaccare la Francia dalle Alpi sarebbe come pretendere di sollevare un fucile afferrandolo per la punta della baionetta.» Le guarnigioni francesi attestate sulla “Maginot alpina” erano esigue ma solide: a differenza del resto dell’esercito, il loro morale non era stato intaccato dalle sconfitte sul fronte settentrionale contro la Wehrmacht e la natura stessa della dichiarazione di guerra italiana, percepita come un vile coup de poignard, fornì loro l’incentivo morale a resistere ad ogni costo. Il 21 giugno, una settimana dopo l’entrata delle truppe tedesche a Parigi e un giorno prima della firma dell’armistizio a Compiègne, gli italiani attaccarono con 21 divisioni. Fu un disastro foriero di sinistri presagi. 6 divisioni francesi arginarono ogni velleità italiana di sfondare il fronte. Il vecchio forte delle Traversette, presidiato da pochi Chasseurs des Alpes, tenne in scacco forze numericamente superiori sino alla conclusione delle ostilità, impedendo agli italiani la conquista della cittadina di Bourg-Saint-Maurice, l’unico obiettivo realisticamente raggiungibile. Più a sud, in Liguria, si riuscì ad entrare a Mentone, ma nulla di più. La linea francese aveva tenuto praticamente ovunque. In pochi giorni di confuso combattimento l’Italia pagò un prezzo di 642 morti, 616 dispersi, 2.631 feriti e 2.151 congelati, cifra quest’ultima che avrebbe dovuto imporre una riflessione sul livello degli equipaggiamenti dell’esercito. I francesi ebbero 20 morti, 84 feriti e 155 prigionieri. Il 24 giugno 1940, a Villa Incisa sulla via Cassia, venne firmato l’armistizio tra Italia e Francia. L’incaricato francese, generale Huntziger, notò: «I delegati fascisti, paiono sinceramente commossi, un poco contriti, forse umiliati.» Le condizioni italiane furono in effetti miti: il Mussolini e Badoglio, frenati per la verità dalla volontà di Hitler di non umiliare la Francia oltre il dovuto, mostrarono se non altro la decenza di non eccedere nelle richieste. Gli italiani si accontentarono pertanto di mantenere quel poco di territorio francese che erano riusciti ad occupare con le proprie forze, chiedendo nel contempo la creazione di una fascia smilitarizzata intorno ad esso. Nessuna pretesa venne avanzata in merito alla ventilata consegna della flotta navale francese, né dei fuoriusciti antifascisti rifugiatisi in Francia negli anni precedenti.

La guerra tuttavia sarebbe durata molti altri anni, sino alla primavera del 1945. Mussolini ebbe i suoi morti, e molti di più di quanti ne avesse ritenuti necessari. Da poche migliaia, il computo di coloro che persero la vita in guerra salì alla fine ben oltre quota 400.000. Quanto al tavolo della pace, come noto, non vi si sedette mai. Non è questo il tempo per entrare nel dettaglio delle vicende italiane nella Seconda guerra mondiale. Articoli successivi tratteranno più nel dettaglio aspetti di quella che Giorgio Bocca definì “…una storia di cose e di uomini a volte eroici, spesso mediocri, dentro una tragedia epocale.” A volte può essere saggio non affrontare direttamente l’orrore, tenersi consapevolmente ai margini dell’abisso, distogliendo lo sguardo da oscure profondità da cui ancora proviene l’eco della morte e del dolore di centinaia di migliaia di persone. Le sofferenze inflitte a moltitudini di uomini e donne, le devastazioni patite da città attraversate da eserciti stranieri, le lacerazioni ancora oggi presenti nella vita sociale di un Paese fragile… tutto questo, a distanza di molti anni, non è ancora stato interamente consegnato alla storia; e resta alla ricerca di un senso condiviso dalla maggior parte degli italiani. Per questo, nello scrivere dell’ingresso nella Seconda guerra mondiale dell’Italia, e delle scelte criminali del regime che volle quel conflitto, reputo opportuno chiedere conforto alla letteratura, in particolar modo a un racconto di Italo Calvino intitolato appunto “L’entrata in guerra”. Questo piccolo testo pubblicato nel 1954 tratteggia meglio di molti manuali specialistici il clima di farsesca impreparazione, di apatia e di tragedia incombente che intossicava l’Italia nel giugno del 1940. Meno di una decina di pagine: nessuna dettagliata analisi militare o diplomatica. Solo il secco, asciutto stile di Calvino. Eppure, pochi testi conducono così a fondo e nello stesso tempo in maniera così sommessamente delicata nella dimensione umana sconvolta da un evento di portata epocale.

Il 10 giugno del 1940 era una giornata nuvolosa. Erano tempi che non avevamo voglia di niente. Andammo alla spiaggia lo stesso, al mattino, io e un mio amico che si chiamava Jerry Ostero. Si sapeva che al pomeriggio avrebbe parlato Mussolini, ma non era chiaro se si sarebbe entrati in guerra o no. Ai bagni quasi tutti gli ombrelloni erano chiusi; passeggiammo sulla riva scambiandoci supposizioni e opinioni, con frasi lasciate a mezzo, e lunghe pause di silenzio. Venne un po’ di sole e andammo in moscone, noi due con una ragazza biondastra, dal lungo collo, che avrebbe dovuto flirtare con Ostero, ma che di fatto non flirtava. La ragazza era di sentimenti fascisti, e talvolta opponeva ai nostri discorsi un sussiego pigro, appena scandalizzato, come a opinioni che neanche valesse la pena confutare.

Tutti i temi del periodo intercorso tra il giugno 1940 e l’aprile 1945 sono già presenti, poco al di sotto della dimensione narrativa. Continuando nella lettura emergono le immagini di un vecchio sfollato accoccolato in una cesta, il cornicione di una casa che cade per una bomba, l’adesione conformistica da parte di tutti alla vuota retorica di partito: da questi e altri elementi del racconto emerge a tratti il drammatico irrompere della grande Storia nella piccola vita di ognuno, il suo provocare tanto gli egoismi opportunistici quanto gli slanci ingenui, in un clima di impreparazione totale dinnanzi ad una tragedia di cui ingenuamente non si sospetta la portata.

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