Da una parte la squadra campione in carica, sopravvissuta non si sa bene come a tre massacranti round contro le superpotenze della western conference. Dall’altra gli sfidanti: un allegro branco di giovani, dotati dalle divinità del basket di un talento immenso e trascinati dall’entusiasmo di avere eliminato i Bulls di Michael Jordan. Da una parte un improbabile mix di veterani e giocatori di ruolo che risplendono della luce emessa dal centro più tecnico della storia della NBA. Dall’altra il team del futuro: un centro, anzi un gigante, che è la cosa più dominante in area mai apparsa dai tempi di Wilt Chamberlain; al suo fianco un playmaker di oltre due metri che tutti pronosticano come un sicuro erede di Magic Johnson. Si sarebbe portati a pensare che esistano almeno un migliaio di modi per iniziare un articolo su gara 1  di una finale NBA che parte con queste premesse. Se poi, su di un piano strettamente personale, lo spettacolo sportivo che ti sei messo in testa di narrare coincide con la prima partita di finale che vedi in vita tua… beh non avresti che l’imbarazzo della scelta, no? Invece, se la partita in questione è Houston Rockets vs Orlando Magic del 1995, non esiste -e non esisterà mai- che un solo punto di partenza per raccontarla:

I Magic sono in attacco, conducono 107 a 110 una partita che hanno a lungo dominato sin dal primo quarto. Mancano 23 secondi alla fine. Dopo un pick and roll, Brian Shaw tira da tre punti. Sbaglia, ma Penny Hardaway prende miracolosamente il rimbalzo e riapre sul perimetro. Il cronometro dei 24 secondi viene resettato: adesso Orlando può tenere il possesso fino alla fine. Con un paio di passaggi i Magic mangiano qualche secondo sul cronometro; quando la palla finisce a Nick Anderson, i Rockets finalmente riescono a fare fallo e fermano il tempo. Sono rimasti solamente 10.5 secondi e Houston adesso è con le spalle al muro. La guardia di Orlando va in lunetta per due tiri liberi: metterne anche solo uno significa vittoria assicurata. Per un giocatore che in regular season ha mantenuto una media del 70% non dovrebbe essere una cosa difficile. Il primo libero però è corto; Nick si abbandona ad un moto di stizza correndo nervosamente verso il centrocampo. Ritorna in lunetta battendosi un pugno sul petto, come a volersi infondere coraggio. In quel momento le sue statistiche dicono 22 punti, 5 assist e 3 palle rubate: la sua solita, solidissima partita. Tira di nuovo e sbaglia anche il secondo tentativo. La palla però rimbalza in modo strano, si crea una mischia confusa, qualcuno la devia verso il perimetro, proprio dove è rimasto Anderson, il quale ha la presenza di spirito di saltare in avanti e afferrarla. Houston deve commettere di nuovo fallo. Incredibilmente Nick avrà un’altra possibilità per dare a Orlando la sua prima vittoria assoluta in una finale NBA. Verrebbe quasi da pensare che il destino abbia voluto essere magnanimo. Anderson gioca con i Magic sin da quando sono entrati nella lega come squadra di espansione, è stato la loro prima scelta nel draft del 1989 ed ha incarnato il volto della franchigia ben prima dell’arrivo di Shaquille O’Neal. Che sia proprio lui a sbagliare i tiri più importanti della storia degli Orlando Magic è uno scherzo troppo crudele, persino per i capricciosi dèi del basket. La regia fa sfrecciare una sequenza di primi piani dei protagonisti: il capannello dei giocatori di Orlando, il coach dei Rockets, Rudy Tomjanovich, impietrito; quello dei Magic, Brian Hill, che urla qualcosa agli arbitri. E poi Nick Anderson, il protagonista, sul quale si appuntano gli occhi di milioni di spettatori in tutto il mondo e che nel frattempo sta tornando in lunetta con un’espressione sul volto che sembra di fermezza ma che in realtà nasconde una tensione impensabile. Tira una terza volta. Lungo. Nick sorride amaramente. Non lo sapremo mai, ma credo che in quel momento stesse pensando: “ma che incubo è questo? Cosa diavolo sta succedendo?” Rivedendo ancora oggi il filmato di quei momenti, sembra che prima di tirare il quarto ed ultimo libero, la guardia di Orlando sappia già come andrà a finire, come un condannato che accetta il proprio destino. Anderson tira comunque. E sbaglia. Di nuovo. Per la quarta volta in pochi secondi. Houston ha ancora una flebile speranza. Dispone ancora di un timeout e può quindi rimettere la palla nella metacampo dei Magic per costruire un ultimo, disperato tentativo di riacciuffare la partita. Mancano 5.9 secondi. Prende la palla Kenny Smith. Il playmaker dei Rockets ha già segnato sei tiri da tre, sta avendo la classica serata di grazia del tiratore, quella in cui entra praticamente di tutto, basta buttare la palla verso il canestro. Smith palleggia verso il centro della metacampo dei Magic. Penny Hardaway lo marca da vicino, sembra che riesca a contenerlo, ma Smith fa una finta e Penny abbocca. Tiro in sospensione da tre. Canestro. Partita in parità 110-110, tutti ai supplementari, dove i Magic si arrendono 120-118, beffati da un tap-in di Hakeem Olajuwon a 0,3 decimi di secondo dalla fine. Gara 1 finisce così e con essa anche l’intera serie. Da quella tremenda botta psicologica i Magic non si risollevano più. In gara 2 vengono spazzati via senza troppi complimenti. La serie si sposta al Summit di Houston in Texas. Gara 3 e 4 sono più equilibrate, ma i Rockets danno sempre la sensazione di essere in controllo della serie: ogni volta che Orlando si avvicina piazzano facilmente un parziale. A volte sembra addirittura che si divertano a giocare con i loro sfidanti come il gatto col topo. Nei momenti finali dell’ultima partita Olajuwon segna persino da tre punti. La serie termina in un massacro: 4-0.

Tra le tante dichiarazioni rilasciate nel dopo partita ce n’è una che passa inosservata ma che riletta oggi, a tanti anni di distanza, è forse la più meritevole di essere ricordata. A farla è Carroll Dawson, assistant coach di Houston: “Nell’86 noi eravamo i Magic di oggi e Boston diventava vecchia. Pensavamo di vincere chissà quanti titoli. Abbiamo dovuto aspettare 8 anni con una squadra tutta diversa. Questo dimostra quanto aleatoria sia la NBA. Il mio consiglio ad Orlando è di vincere quando ne se ha l’occasione. Non rimandate mai.” Il luminoso futuro di vittorie che tutti pronosticavano per i Magic non si concretizzerà mai. La stagione successiva vengono brutalmente eliminati 4-0 in finale di conference dai Chicago Bulls delle 72 vittorie. Nick Anderson gioca un’altra serie tragica: in gara 3 si infortuna e chiude la mestamente la propria stagione. Durante l’estate Shaquille O’Neal decide di firmare con i Los Angeles Lakers dove finalmente, dopo tante delusioni, coronerà  il sogno di vincere un campionato NBA. L’altra stella, Penny Hardaway, rimane un paio di stagioni in più, ma è tormentato da problemi fisici e ormai la squadra è stata smantellata. All’inizio degli anni duemila, di quei Magic e delle loro promesse, non rimangono quasi più nemmeno le macerie. La squadra che avrebbe potuto dominare la lega non vincerà mai nulla. La finale del 1995 rimane il punto più alto della parabola di quegli Orlando Magic.

E Nick Anderson? Dopo quella maledetta sequenza di tiri liberi sbagliati non si riprende mai più. Tanti giocatori hanno sbagliato tiri sotto pressione. Ma quanti hanno avuto ben quattro possibilità consecutive di fare vincere la propria squadra e le hanno sbagliate tutte? Nessuno. Nessuno tranne Nick. È ancora un giocatore di valore assoluto, atletico, veloce, grande difensore, ottimo nel gioco lontano e vicino al canestro, ma la fiducia in se stesso è sparita. Venti anni più tardi, in occasione dell’anniversario di quella gara 1, ammetterà in un’intervista: “I made it. I’m not afraid. I’m not ashamed. I used to be — I admit to that. I fought with it for a long time. I struggled with it”. Nello spazio di una stagione diviene l’ombra del giocatore che era. Il sette giugno 1995 sarà lo spartiacque emotivo della sua carriera. Nel basket le statistiche non raccontano che una piccola parte della storia di una partita, ma pur nella loro aridità, niente meglio delle cifre può illustrare le conseguenze di quella gara nell’animo della guardia dei Magic:

Lo sport a volte sa essere crudele come nessuna altra cosa nella vita. Nick Anderson sarà per sempre ricordato come “quello dei tiri liberi sbagliati”. In America, dove rime e giochi di parole sono un’autentica passione nazionale, iniziano a soprannominarlo “Nick the brick”, associando al suo nome il termine che nello slang del basket indica un tiro grossolanamente sbagliato. Ma nessuno si ricorda mai di riconoscere che i Magic, senza il contributo di Anderson, alle finali del 1995 non ci sarebbero mai arrivati. Nella prima gara delle semifinali della eastern conference è lui che con una grande giocata difensiva nei secondi finali ruba palla a Jordan e regala la vittoria alla sua squadra. Forse sarebbe ora che questo campione sfortunato torni ad essere visto come merita: il primo giocatore franchigia di Orlando ed un componente fondamentale della squadra che ha regalato ai Magic la loro prima storica finale NBA. Quanto è difficile staccare di dosso, da una persona che non se la merita, un’etichetta appiccicata dalla massa di chi si ferma all’apparenza immediata delle cose, lo sterminato oceano dei superficiali che infestano il mondo…