«Il linguaggio è la casa dell’essere e nella sua dimora abita l’uomo.»

Martin Heidegger

Tahiti. L’isola più grande e famosa della Polinesia francese. Se siete come me probabilmente fareste fatica nell’indicarla a colpo sicuro su una mappa del Pacifico. Poco importa. Altrettanto probabilmente, il solo nome – col suo suono esotico – evoca nella mente di ognuno incontaminate spiagge di sabbia scura, vegetazione lussureggiante e casupole col tetto di paglia, abitate da indigeni accompagnati dalla reputazione di essere gente mite e socievole, che conduce una vita indolente e rilassata, dove ogni passione violenta sembra non trovare posto. Un autentico paradiso, insomma. Un luogo da sogno che noi occidentali tendiamo ad associare all’idea della vacanza della vita. Beh, potrebbe non essere esattamente così, a seconda dei punti di vista.

Purtroppo, inciampare nei luoghi comuni è dannatamente facile. Aveva ragione William James: il più delle volte, quando crediamo di pensare, in realtà non stiamo facendo altro che mettere in ordine i nostri pregiudizi. A me sono bastate un paio di righe per cadere in una generalizzazione. Come reagireste se vi dicessi che Tahiti è stata a lungo uno dei luoghi con il più alto tasso di suicidi del mondo, con numeri da far impallidire paesi tradizionalmente associati al “male di vivere” come la Svezia, la Germania Est o il Giappone? Pensereste ad un inferno, vero? Ad accorgersi dell’incongruenza e a decidere di indagare fu l’antropologo e psichiatra americano Robert Levy. All’inizio degli anni Sessanta, dopo oltre due mesi trascorsi sull’isola, Levy raccolse le sue osservazioni in un libro presto divenuto una pietra miliare degli studi etnografici: “Tahitians: mind and experience in the Society Islands”. Il titolo contiene in sé il senso dell’intera opera. Levy, sovrapponendo il piano dei contesti storici e sociali a quello psicologico, pose i fondamenti dell’etnopsicologia, allargando il campo dei principi con i quali fino ad allora si era soliti considerare le società del mondo non-occidentale.

Ma cosa aveva intravisto Levy dietro l’elevato numero di suicidi che avevano luogo su di una piccola isola nel cuore dell’Oceano Pacifico? Ragionando col metro del senso comune, la popolazione non avrebbe dovuto avere alcun serio motivo per ricorrere con tanta frequenza ad una scelta così estrema. I Tahitiani erano una società strutturata intorno ai clan, e quindi connotata da una forte componente di solidarietà e coesione interna. Le pratiche più violente dell’era precristiana erano state presto abbandonate senza troppi rimpianti in seguito all’arrivo dei primi colonizzatori nel XVIII secolo: tatuaggi, guerre, infanticidi, mutilazioni, e persino sacrifici umani appartenevano ad un passato remoto di cui non si serbava quasi più la memoria. Dove risiedeva dunque la ragione dei suicidi? Levy ne rintracciò l’origine in un ambito insospettabile: nel linguaggio, e nella relativa povertà di alcune sue aree di significato. Per questa menomazione lessicale, lo studioso americano coniò il termine “ipocognizione”.

Al di là del nome altisonante, il fenomeno osservato da Levy era piuttosto semplice. La lingua dei tahitiani annoverava parole in grado di descrivere il dolore fisico ma non quello psichico. Gli indigeni sapevano inquadrare il dolore in una cornice di senso solo se esso concerneva concreti aspetti corporali. La sofferenza spirituale permaneva in una sorta di limbo del pensiero: i tahitiani, come tutti gli uomini, la provavano e ne soffrivano, ma non potevano gestirla poiché non possedevano gli strumenti concettuali per elaborare attorno ad essa strutture capaci di identificarla. Malinconia, tristezza, angoscia, paura, rimorso, vergogna, senso di inadeguatezza, e tutti gli altri fantasmi che abitano la nostra personale casa degli orrori, rimanevano incomprensibili ombre che spesso, nei casi più gravi, nell’incapacità di essere elaborate, portavano al suicidio. Affrontare senza parole adatte sofferenze destinate a restare monoliti incomprensibili generava uno sconcertante cortocircuito mentale per il quale non esisteva terapia.

L’atrofizzazione delle parole, la compressione dell’orizzonte interiore segnato dal linguaggio, è una funzione diretta della povertà intellettuale. Meno parole conosciamo, più siamo deboli e più la nostra vita interiore è confinata in spazi angusti. Pensiero e linguaggio sono termini di una stessa equazione e senza di essi viene a mancare un imprescindibile strumento di autocontrollo – di sopravvivenza, oserei dire – che ci consente di tenere a bada i demoni che instancabilmente assediano i contrafforti della rocca che custodisce la nostra salute mentale. La brutalità incontrollata, che spesso emerge dalle pieghe della nostra società e di cui spesso per via diretta o indiretta siamo testimoni, non è che una conseguenza di questa miseria emotiva incapace di contestualizzare il reale. Di fronte ad un disagio psichico per il quale non ci sono parole in grado di lenirlo non resta che la violenza, spesso fisica, la quale può essere rivolta contro sé stessi, come nel caso dei tahitiani, o verso l’esterno e gli altri, in uno stadio, in una piazza, ai bordi di una strada o persino tra le mura della propria casa.

Lo psichiatra e neurologo viennese Viktor Frankl sosteneva che la sofferenza smette di essere tale nel momento in cui trova un senso. Prima di liquidare la frase come un’ovvietà considerate che Frankl, tra il 1942 e il 1945, subì la deportazione in quattro campi di concentramento nazisti, tra cui Auschwitz e Dachau. Sapeva pertanto bene ciò di cui stava parlando, per aver sperimentato in prima persona gli abissi del male che l’uomo può infliggere ai propri simili. Il linguaggio è probabilmente la sola arma in nostro possesso per raggiungere quanto auspicato da Frankl, il solo modo per edificare una visione mentale della realtà in cui il dolore, e la sua cognizione, siano iscritti come elementi ineludibili ma in armonia con la struttura del mondo e il processo di crescita a cui tutti siamo chiamati. Sono sempre di più ossessionato dalla potenza delle parole. Inventato un centinaio di migliaia di anni fa da homo sapiens nel buio profondo della preistoria, il linguaggio rimane forse ancora oggi la più straordinaria delle sue invenzioni. Frammenti da un passato poco meno remoto rendono testimonianza del suo valore. Non a caso l’evangelista Giovanni pose a principio del suo testo il celeberrimo versetto: «In principio era la Parola, e la Parola era presso Dio, e Dio era la Parola.» In tempi più recenti Martin Heidegger poté affermare che: «è la parola che procura l’essere alla cosa.» La realtà viene dunque posta in essere dal linguaggio? Alcune filosofie lo sostengono. Ma forse a noi gente comune conviene tenere in sospetto concezioni apertamente superomistiche o teologiche. Meglio tenere a mente la lezione offerta dalla storia degli abitanti di Tahiti. Le parole devono prima di tutto servire all’uomo per scopi più aderenti al suo bisogno di orientarsi nell’intrico della giungla del mondo, conducendolo dal buio del non-senso di un dolore innominabile verso una radura illuminata da valori come la giustizia, l’onestà, la solidarietà, la sapienza, e il benessere mentale che esse generano.