Il maresciallo von Schlieffen e il generale von Falkenhausen hanno rielaborato in anticipo, ai danni della Francia, una battaglia di Canne, stile Annibale, con contenimento dell’avversario lungo l’intero fronte e avanzamento sulle due ali…

Marcel Proust, La parte di Guermantes, I

 

Sulle dinamiche che condussero allo scoppio della Prima guerra mondiale sono stati scritti migliaia di libri e con tutta probabilità altrettanti lo saranno in futuro. Lo spartiacque epocale marcato dagli eventi occorsi nell’estate del 1914 è infatti di tale entità che l’interesse storico su di esso è destinato a non affievolirsi mai, nemmeno a distanza di secoli. L’assassinio in circostanze rocambolesche dell’erede al trono austro-ungarico, il conflitto originatosi, e le conseguenze di lunga portata che da esso si irradiano, costituiscono il centro attorno al quale gravita buona parte delle vicende del Novecento. Svolte radicali impresse al corso della storia come la Rivoluzione russa, la nascita dei totalitarismi degli anni Venti-Trenta, e da ultima, la perdita da parte dell’Europa del proprio ruolo mondiale – solo per citare alcuni esempi – sono conseguenze più o meno dirette dell’attentato di Sarajevo. Appare pertanto naturale che sulla rottura della lunga pace europea che durava dal 1871 sia stata versata una quantità di inchiostro pari, se non superiore, a quella del sangue versato da tutti coloro che furono investiti dalla tragedia della Grande Guerra. Una simile mole di libri e articoli, dove gli autori sembrano gareggiare nel non trascurare nemmeno il più piccolo appunto ritrovato sui tavoli delle cancellerie e degli stati maggiori dell’epoca, contiene però in sé due principali pericoli:

  1. Il rischio di analizzare gli eventi come attraverso le lenti di un potente microscopio, con il risultato di ingigantirne a dismisura i dettagli finendo così con lo smarrire una prospettiva d’insieme in grado di fornire una spiegazione di carattere generale che non precipiti in un’inestricabile complessità.
  2. Il bisogno di individuare un capro espiatorio. Fatalmente, chiunque decida di ricostruire la catena di eventi che portarono le potenze europee nel vortice della guerra, deve fare i conti con l’insopprimibile tendenza a ricercare una chiara ed inequivocabile responsabilità, come se ci si ritrovasse nelle vesti dell’accusa nel tribunale della Storia. Ma se da un lato umano una simile sete di verità può essere giustificabile, da un punto di vista storico ciò è assurdo, per il fatto che non ci si trova alle prese con un giallo irrisolto, ed una “smoking gun” semplicemente non esiste. Non possono esserci risposte corrette ad una domanda mal posta. L’indagine storica in questo particolare caso dovrebbe concentrarsi sui perché e non sull’attribuzione di una non ben precisata colpa.

Di tutte le interpretazioni che sono state avanzate sulle origini della Prima guerra mondiale una delle più convincenti è forse quella delineata da Henry Kissinger nel suo libro “Ordine mondiale”. Essa, come tutte le spiegazioni di genio, possiede l’immenso pregio di racchiudere la complessità in una formulazione lineare e concisa. Una sorta di E=mc2 delle relazioni diplomatiche, se vogliamo. Secondo il celebre segretario di Stato americano l’Europa fu sconvolta dal più grande conflitto sino ad allora mai generato perché il suo sistema politico-diplomatico perse la propria flessibilità.

Nel Congresso di Vienna del 1815, all’indomani della sconfitta definitiva di Napoleone, Austria, Prussia, Gran Bretagna, Russia e la “vecchia/nuova” Francia borbonica di Talleyrand, gettarono le basi di un nuovo ordine europeo. La comunanza degli interessi fondamentali dei partecipanti (restaurazione della legittimità monarchica e principio dell’equilibrio delle potenze) conferirono a questa alleanza sovranazionale una stupefacente elasticità e capacità di resistenza alle tensioni. L’istituzione di una sorta di pentarchia non riuscì ad eliminare del tutto guerre ed attriti, ma fece comunque in modo che esse non coinvolgessero mai più di tre delle maggiori potenze europee. I casi della Crimea nel 1854-86 (Russia contro Francia, Gran Bretagna e Piemonte) e della seconda guerra di indipendenza italiana nel 1859 (Francia e Piemonte contro Austria) sono esempi di conflitti che rimasero circoscritti ad un particolare e ristretto teatro politico-strategico. Il rischio di una conflagrazione europea su vasta scala che riguardasse la totalità degli Stati venne efficacemente scongiurato per oltre un cinquantennio. Il sistema iniziò però a divenire instabile nel 1871, con l’unificazione della Germania in un potente impero federale saldamente piantato nel cuore d’Europa. D’un tratto la flessibilità che aveva caratterizzato il “concerto europeo” venne meno: con la Francia nel ruolo di irriducibile avversaria del Reich era solo una questione di tempo prima che intorno a questa cellula di discordia si coagulassero due coalizioni in contrapposizione. Per la verità sembrò a lungo che il sistema potesse continuare a reggersi in equilibrio, principalmente per merito della raffinata, machiavellica abilità diplomatica del cancelliere prussiano Bismarck. Il trattato di controassicurazione da lui ideato e firmato da Germania e Russia nel 1887 fu essenzialmente il motivo che per anni impedì alla polveriera europea di prendere fuoco. Questo patto segreto garantiva la neutralità dei due firmatari nel caso in cui una parte si fosse trovata in guerra con una terza potenza, ma poneva allo stesso tempo fondamentali restrizioni: in caso di attacchi a Paesi amici, lasciava infatti ad un firmatario la possibilità di intervenire contro l’altro. Nel caso in cui la Germania avesse aggredito la Francia, la Russia sarebbe potuta intervenire contro di essa e, allo stesso tempo, la Germania sarebbe potuta scendere in guerra contro la Russia se questa avesse attaccato l’Austria-Ungheria. Lo scopo autentico di questo cervellotico accordo era quello di stemperare la rivalità austro-russa nei Balcani e, soprattutto, mettere la sordina alle velleità di rivincita della Francia a seguito dell’umiliante sconfitta del 1871, impedendole di stipulare una salda alleanza interamente orientata a danno della Germania. Con l’allontanamento di Bismarck nel 1890, il nuovo imperatore tedesco, lo scostante Guglielmo II, decise di non rinnovare il trattato di controassicurazione: vennero in questo modo poste le basi perché si instaurasse un’insanabile contrapposizione tra blocchi. A distanza di pochi anni seguì inevitabilmente il riassetto aggressivo delle relazioni europee, sotto forma dell’intesa franco-russa perfezionata tra il 1891 e il 1894, dell’Entente cordiale tra francesi e britannici del 1904 e dell’alleanza tra Gran Bretagna e Russia del 1907. Alla Germania non restò che attirare nell’orbita diplomatica della Triplice Alleanza l’Austria-Ungheria e l’Italia, la quale però, a causa dei contrasti con Vienna sulla questione delle “terre irredente”, offriva ben poche garanzie di lealtà in caso di conflitto. I due rigidi sistemi di alleanze protagonisti della Grande Guerra erano delineati.

Ma la presenza di due fronti contrapposti impegnati in una folle corsa agli armamenti non è di per sé garanzia di una guerra futura. La sfida tra la NATO e il Patto di Varsavia durante gli anni della Guerra fredda è il migliore esempio di due granitici sistemi di alleanze dotati di una spaventosa potenza militare che però non è mai sfociata in uno scontro armato. Al contrario, l’ingenuo pacifismo delle potenze occidentali negli anni Trenta nei confronti di Hitler, rappresenta un monito contro i pericoli insiti in una smobilitazione militare totale. Messa di fronte ad un forte apparato militare, la Germania nazista avrebbe avuto ben più di una remora a lanciarsi, come in effetti fece, nella ricattatoria politica di acquisizioni territoriali del 1936-39. A questo punto diviene evidente che per far sì che la miccia della guerra non venga accesa è necessario che entrambi gli avversari siano sottoposti all’influenza di un reciproco effetto di deterrenza, cosa che venne completamente meno negli anni che culminarono negli eventi dell’estate del 1914.

Per capire meglio queste dinamiche non c’è miglior luogo che la Berlino degli inizi del Novecento. All’inizio della prima decade del secolo i vertici politici e militari del Reich disponevano di prove evidenti che il riarmo della Francia e della Russia stesse procedendo ad un ritmo molto più sostenuto di quello della Germania. I francesi dedicavano un’alta percentuale della loro ricchezza nazionale agli armamenti e grazie alla nuova legge sulla coscrizione addestravano annualmente una quota di uomini maggiore di quella dell’esercito imperiale tedesco. In caso di guerra, pur avendo un bacino di reclutamento sensibilmente inferiore, potevano portare in linea un numero di uomini pari a quello del loro potente rivale al di là del Reno. Secondo stime dello stato maggiore tedesco la percentuale di reclute addestrate in Francia era dell’80 percento contro il 53 percento della Germania. Rivolgendo lo sguardo ad est, le prospettive non apparivano migliori. I russi potevano come sempre contare sulla massa enorme della loro popolazione, ma a differenza del passato, grazie ai capitali della grande finanza francese, avevano iniziato la costruzione di una serie di linee ferroviarie che convergevano verso le frontiere della Germania. In caso di guerra la mobilitazione dell’esercito, storicamente lenta e macchinosa, sarebbe risultata grandemente accelerata. Il “piano 20” russo si proponeva infatti di ridurre da 30 a 18 giorni il lasso di tempo per schierare 75 divisioni di fanteria. Messo di fronte a queste evidenze il cancelliere Bethmann-Hollweg si lasciò andare più volte ad un cupo pessimismo sulle sorti del proprio Paese: «Il futuro appartiene alla Russia, che non fa che crescere e pesa su di noi come l’incubo più spaventoso.» E ancora: «Le rivendicazioni della Russia aumentano [insieme con la sua] forza enormemente esplosiva… Tra pochi anni non si potrà più tenerla a bada, in particolare se sussiste l’attuale costellazione europea…» Lo stesso atteggiamento era proprio anche della casta militare. Nel maggio del 1914, parlando della possibilità di una guerra il capo di Stato maggiore tedesco Moltke confessò al collega austriaco Conrad von Hötzendorf: «Farò quello che posso. Non abbiamo una superiorità sui francesi.» Ciò prova che già diversi anni prima del 1914 i tedeschi erano convinti che la finestra di opportunità per una vittoria militare in caso di guerra si stesse riducendo di giorno in giorno. Si sentivano deboli e, di fronte all’eventualità reale o presunta di una guerra futura, la loro mentalità divenne quella del “quanto prima, tanto meglio”. Francesi, russi e britannici condividevano le stesse paure, seppure con meno urgenza. Pur consapevoli della propria superiorità materiale ed economica non si sentivano affatto a proprio agio al pensiero di vedersela con la temibile macchina bellica tedesca, il cui prestigio continuava a rimanere immenso. Per rendersi conto di quanto le paure di una guerra annientatrice fossero diffuse è sufficiente considerare alcuni dei romanzi usciti in Inghilterra negli anni precedenti allo scoppio del conflitto: The spies of Wight (1899), A new Trafalgar (1902), L’enigma delle sabbie (1903) e The invasion of 1910 (1906). La trama di tutte queste opere è basata su di una paventata minaccia tedesca. Britannici, francesi, russi, tedeschi e austriaci temevano tutti una guerra. Ma il naturale effetto di deterrenza che avrebbe dovuto instaurarsi nelle menti dei governanti non portò alla paralisi: al contrario trovò sfogo in un’abnorme fiducia nella pianificazione militare, la quale prese così il sopravvento. Il 4 agosto, a guerra da poco iniziata il generale von Falkenhayn disse: «Anche se ne usciremo rovinati, sarà pur sempre stato bellissimo.» E di certo non era il solo ad avere lo stesso pensiero. Le piccole crisi dell’anteguerra (la questione del Marocco e le guerre balcaniche) si mutarono in una serie di prove di forza che inevitabilmente culminarono nello scoppio del conflitto. Quando, tra il 28 giugno e il 28 luglio 1914, giunse la crisi definitiva – quella di Sarajevo – tutti gli Stati coinvolti avevano ormai maturato un unico baluardo sul quale non fossero disposti a cedere, ossia la volontà di non subire quella che ritenevano una schiacciante sconfitta diplomatica. Quando iniziò il valzer delle mobilitazioni, che ancora potevano essere arrestate da una forte autorità politica, la componente militare aveva già di fatto esautorato quella diplomatica dall’orizzonte di azione delle cancellerie europee.  Il ministro degli esteri inglese Grey, osservando le lampade di Whitehall che si oscuravano nella prima notte di guerra commentò poeticamente: «Le luci si stanno spegnendo su tutto il mondo. In vita nostra non le vedremo più riaccendersi.» Non credo esista una definizione migliore del senso di smarrimento che devono aver provato molti statisti e diplomatici di fronte all’inspiegabile visione di un mondo che precipitava nell’abisso di una guerra di proporzioni immani.