«Si tratta dell’ultima rivendicazione territoriale che devo fare in Europa, ma è una rivendicazione da cui non voglio recedere, e che Dio voglia, metterò in atto.»

Adolf Hitler, in merito alla questione dei Sudeti

 

All’inizio di ottobre del 1935 l’Italia si trovava invischiata in una guerra coloniale contro l’Etiopia, l’ultimo Stato indipendente del continente africano. Nonostante il massiccio impiego di uomini e mezzi la campagna non si stava rivelando la passeggiata militare sperata da Mussolini. L’avanzata degli italiani era rallentata dalla disperata resistenza dell’esercito di Hailé Selassié e dalle difficoltà logistiche di un territorio vastissimo ed impervio. Ma soprattutto, quella che nelle intenzioni del Duce avrebbe dovuto limitarsi ad essere una questione tra una grande potenza e la sua vittima sacrificale stava generando imprevedibili effetti collaterali nel quadro europeo. Il 10 ottobre 1935 Gran Bretagna e Francia denunciarono alla Società delle Nazioni l’aggressione fascista e imposero delle blande sanzioni economiche che il regime sfruttò immediatamente a fini propagandistici. Si trattava di misure la cui efficacia era per lo più di facciata, ma ebbero l’importante effetto di alterare gli equilibri tra l’Italia e le democrazie occidentali, a tutto vantaggio della Germania. La guerra di Etiopia sancì infatti la fine dell’accordo di Stresa, cioè di quella difficile intesa raggiunta tra Italia, Francia e Gran Bretagna a farsi garanti dell’assetto istituito dal Trattato di Versailles. Nel concreto, con il venir meno di questo fronte comune, si allentò la cintura di sicurezza stretta intorno alle ambizioni del Terzo Reich, alle quali ora non era più opposta alcuna forza credibile a fare loro da argine. Vista da Berlino la situazione internazionale nei primi mesi del 1936 sembrava quindi il momento ideale per mettere alla prova la determinazione di Francia e Gran Bretagna, e Hitler, guidato dall’assenza di scrupoli del suo cinico, istintivo opportunismo, non mancò di approfittarne. Durante la crisi etiopica rifiutò di assumere un atteggiamento ostile nei confronti dell’Italia e così facendo accelerò lo sganciamento di Mussolini dalle potenze occidentali per attrarlo sempre più nell’orbita degli interessi tedeschi. Ruppe inoltre l’accerchiamento diplomatico della Germania e si guadagnò la riconoscenza del dittatore italiano, la quale di lì a poco si sarebbe tradotta nel tacito assenso all’annessione dell’Austria.

Il 7 marzo 1936 la neonata Wehrmacht entrò nella Renania smilitarizzata marciando con soli 22.000 uomini e un ridotto contingente di polizia. Ovunque la popolazione accolse le truppe con entusiasmo, gettando fiori e inneggiando al rinato esercito tedesco. Ai vertici militari e politici del Terzo Reich la tensione era invece al massimo. Hitler stesso ammise in seguito: «Le 48 ore successive la marcia nella Renania furono le più snervanti nella mia vita. Se i francesi a loro volta avessero marciato nella Renania, ci saremmo dovuti ritirare con la coda tra le gambe, perché le risorse militari a nostra disposizione sarebbero state del tutto inadeguate anche per una resistenza moderata.» I francesi, almeno sulla carta, sarebbero stati infatti nelle condizioni di poter disperdere facilmente le colonne tedesche ma non lo fecero poiché non erano disposti ad affrontare i costi economici ed umani che anche una semplice operazione di contrasto avrebbe comportato. I britannici invece, oltre a non essere minimamente in grado di fornire alcun apporto concreto, condividevano il punto di vista di Lord Lothian secondo il quale i tedeschi in fondo non stessero facendo altro che “rientrare nel loro giardino sul retro”. Andò così sprecata la miglior occasione di bloccare Hitler evitando il bagno di sangue di una guerra generale di vasta portata. Se le democrazie avessero trovato il coraggio di reagire, la perdita di prestigio e credibilità del partito nazista avrebbe potuto portare ad un drastico ridimensionamento delle sue ambizioni, e forse persino al crollo dello stesso regime. La debolezza mostrata dalla Gran Bretagna e dalla Francia invece non fece altro che rafforzare la determinazione di Hitler a spingere i propri avversari al punto di non resistenza.

Il 12 febbraio 1938 il cancelliere austriaco Schuschnigg ed il suo segretario per gli affari esteri si recarono al Berghof, la residenza del Führer nelle Alpi bavaresi. L’incontro, organizzato dall’ambasciatore tedesco a Vienna von Papen, doveva avere lo scopo di appianare i difficili rapporti tra Germania e Austria. In realtà si trattò di un deliberato agguato teso da Hitler per imporre un ultimatum all’Austria nelle condizioni a lui più favorevoli e forzare l’annessione di quest’ultima alla Germania. Quando i due visitatori furono condotti nel suo studio privato, dovettero subire un’incontenibile sfuriata da parte del padrone di casa. Hitler gridò ripetutamente al tradimento: nel concreto pretese l’abolizione del bando che metteva fuori legge il partito nazista locale a seguito del fallito colpo di stato del 1934. In aggiunta i golpisti dovevano essere rimessi in libertà e Seyss-Inquart nominato ministro degli interni con pieni poteri. Schuschnigg capì in quel momento che il destino del suo paese era segnato. Tutto quello che riuscì a strappare a Hitler fu una dilazione di tre giorni per rendere effettivi i termini del diktat; in caso contrario la Germania avrebbe reagito occupando militarmente l’Austria. Rientrato a Vienna, il cancelliere iniziò a dare attuazione alle imposizioni dell’ultimatum ma allo stesso tempo tentò un’ultima disperata mossa proponendo un plebiscito per dimostrare al mondo che la maggioranza degli austriaci non voleva un’unione con il Reich di Hitler. Il plebiscito non si tenne mai. Da Berlino i nazisti avevano ormai capito che in Europa nessuno sarebbe intervenuto in difesa dell’indipendenza dell’Austria e giocarono d’anticipo. Spinsero pertanto le proprie richieste al limite: Schuschnigg doveva essere rimosso dall’incarico e sostituito con Seyss-Inquart. Il presidente della repubblica Miklas non ebbe altra scelta che accettare. Gli uffici della cancelleria erano già occupati dai nazisti: l’indipendenza dell’Austria era terminata. L’11 marzo 1938 l’esercito tedesco attraversò i confini. Abbandonata dall’Italia, all’Austria non rimaneva che sperare nell’appoggio della Gran Bretagna e della Francia. Venne fatto un tentativo in questa direzione ma le democrazie occidentali rifiutarono qualsiasi coinvolgimento, anche semplicemente sul piano diplomatico. Per coincidenza, un giorno prima dell’Anschluss, in Francia era caduto il gabinetto socialista di Camille Chautemps: a Parigi perciò non esisteva nemmeno un governo in grado di prendere iniziative. L’idea di una fusione dei due maggiori popoli di lingua tedesca, che ciclicamente attraversava lo spazio geopolitico dell’area germanica, divenne realtà. Hitler entrò a Vienna dove, acclamato da 80.000 persone accorse nella Heldenplatz, proclamò solennemente l’ingresso della sua terra natale nel Reich. Con l’annessione la Germania si trovò spianata la via per scardinare l’intero assetto politico dell’Europa centro-orientale. In particolare, la posizione della Cecoslovacchia, prossima vittima designata di Hitler, divenne di colpo insostenibile: circondata da tre lati dal Reich, era solo questione di tempo prima che suonasse la sua ora.

In Germania durante l’estate del 1938 giornali e radio iniziarono a fomentare un costante clima di tensione. L’obiettivo dei loro attacchi era la regione dei Sudeti, una sottile fascia di territorio cecoslovacco abitata in maggior parte da persone di origine germanica. Il 12 settembre, nel suo discorso al congresso del partito a Norimberga, Hitler minacciò apertamente di essere pronto a tutto pur di riportarli nel Reich al quale appartenevano, persino alla guerra. Alla fine del mese venne definita la versione finale del piano di attacco, denominata “Fall Grün” (Caso Verde). I cechi però erano una preda più difficile degli austriaci: nominalmente disponevano infatti di alleati potenti, avendo stipulato trattati di difesa con la Francia (1925) e più recentemente con l’Unione Sovietica (1934). Esisteva pertanto il rischio concreto che la Cecoslovacchia avrebbe potuto giocare lo stesso ruolo avuto dalla Serbia nel 1914, tramutandosi nella miccia che avrebbe di nuovo fatto esplodere la polveriera europea. A differenza di allora, e sfortunatamente per i cechi, nessuno dei due protettori della Cecoslovacchia era pronto o disponibile a rischiare una conflagrazione mondiale per salvaguardare i diritti di una piccola nazione che figurava sulla carta geografica da nemmeno venti anni. Hitler era consapevole dell’incoerenza e dell’insostenibilità di questa strana alleanza, ma all’ultimo momento dovette frenare la propria bellicosità quando divenne chiaro che non godeva del pieno sostegno dei militari. Il generale Ludwig Beck, comandante della Wehrmacht, e l’intero stato maggiore dell’esercito erano fermamente contrari alla guerra. A ciò si aggiunse la sensazione che l’opinione pubblica tedesca non fosse ancora pronta ad accettare lo scontro armato: il 27 settembre la gente mostrò uno scarso entusiasmo al passaggio di una divisione meccanizzata in pieno assetto da battaglia che marciava per Berlino. Si giunse così alla conferenza di Monaco del 29 e 30 settembre. Promossa da Mussolini, vide la partecipazione, oltre alla Germania, di Gran Bretagna e Francia. I cechi, che in fondo erano i diretti interessati, non furono nemmeno ammessi ai tavoli delle trattative. Fu il punto più grottesco toccato dalla patetica politica di appeasement delle democrazie occidentali: i Sudeti vennero serviti ad Hitler su di un piatto d’argento, nell’ingenua convinzione che il suo appetito fosse definitivamente placato. Chamberlain e Daladier credettero di avere a che fare con un uomo duro ma fedele alla propria parola. In realtà non capirono, se non quando ormai era troppo tardi, di trovarsi di fronte ad un autentico gangster della politica internazionale. D’altra parte, è onesto rimarcare che trascinare alla guerra popoli che ricordavano ancora bene i massacri di Verdun e della Somme, era una decisione impossibile da prendere a cuor leggero. L’entusiasmo delle folle che accolsero i rispettivi leader al ritorno in Inghilterra, Francia e Italia tradiva un disperato e diffuso bisogno di negazione della realtà. L’Europa stava scivolando sempre più velocemente verso l’abisso ma tutti volevano fermamente credere nell’illusione della pace. Winston Churchill fu uno dei pochi a rendersi chiaramente conto di cosa significasse chinarsi di fronte ad Hitler. Alla Camera dei Comuni riassunse la situazione in poche parole: «Dovevate scegliere tra la guerra ed il disonore. Avete scelto il disonore e avrete la guerra.» Solo pochi mesi dopo, nel marzo del 1939, le truppe tedesche entrarono a Praga violando gli accordi di Monaco e ponendo fine all’indipendenza della Cecoslovacchia. La Gran Bretagna e la Francia, di fronte a questo ennesimo schiaffo in piena faccia, ebbero un sussulto e ribaltarono finalmente la propria politica nei confronti della Germania. Il 31 marzo 1939 Neville Chamberlain annunciò che la Gran Bretagna avrebbe garantito l’integrità territoriale della Polonia, il Paese che più probabilmente sarebbe stato oggetto delle prossime pretese tedesche. Fu un dietro-front repentino, preso sull’onda emotiva più che sulla base di un razionale calcolo strategico: Londra e Parigi erano al punto di non ritorno; ogni altra concessione avrebbe significato perdere completamente la faccia ed esporsi ad un’umiliazione epocale. Ma era altresì evidente fin da subito che, in caso di guerra, la Polonia non avrebbe dovuto aspettarsi niente di più che un sostegno morale. Il riarmo delle democrazie procedeva a rilento: se il conflitto fosse scoppiato a breve, non sarebbero state nella condizione di aiutare concretamente i polacchi. Scelsero comunque di garantire un alleato sapendo perfettamente che non avrebbero potuto onorare la propria promessa, ingannando la Polonia e condannandola così ad una rapida distruzione. Condannarono inoltre sé stesse ad entrare in un conflitto nelle peggiori condizioni possibili: impreparate da un punto di vista materiale e psicologico. Dopo l’occupazione di Praga, la Germania estorse Memel alla Lituania, un piccolo fazzoletto di terra sul Baltico. Hitler passò quindi al suo ultimo obiettivo: la città di Danzica ed il corridoio polacco, territori storicamente tedeschi ma persi a seguito della sconfitta nella Prima guerra mondiale. Giurò che sarebbe stata la sua ultima recriminazione ma ormai nessuno era più disposto a dargli credito. La Polonia, illudendosi di poter contare sul supporto dei suoi nuovi e potenti alleati, rifiutò ogni ipotesi di trattativa con la Germania. Il tempo della pace era ormai agli sgoccioli.

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