“Poi, nel corso della loro ispezione alla stanza, s’imbatterono nello specchio a cavalletto nel cui abisso gettarono uno sguardo pieno di orrore. Ma esso era inclinato in modo da riflettere solo il riverbero rosato che si muoveva sul soffitto, il guizzo del fuoco che rimbalzava all’infinito sui vetri delle teche e i loro stessi sembianti pallidi e spaventate che si protendevano a guardare.”

“Next, in the course of their review of the chamber, the searchers came to the cheval glass, into whose depths they looked with an involuntary horror. But it was so turned as to show them nothing but the rosy glow playing on the roof, the fire sparkling in a hundred repetitions along the glazed front of the presses, and their own pale and fearful countenances stooping to look in.”

 

Raggiungere la fama universale, al punto da entrare nel linguaggio comune, non è sempre positivo. Se questa considerazione può essere a volte vera per le persone, certamente lo è sempre per i libri. Il successo porta con sé un misterioso contrappasso che si concretizza sotto forma di una lente deformante perennemente calata sul significato di una grande opera letteraria. Se si dovesse stilare un’ipotetica lista di capolavori ai quali il successo ha imposto questo pesante tributo, “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” di Robert Louis Stevenson figurerebbe sicuramente nelle prime posizioni. Le scadenti versioni cinematografiche, le innumerevoli riduzioni teatrali, le parodie, i fumetti, i musical, se da un lato hanno contribuito a rendere universalmente nota la storia narrata nel libro, dall’altro l’hanno di volta in volta impoverita. Chiunque oggi sarebbe in grado di esporre a grandi linee la trama ed il contenuto superficiale dell’opera: la Londra di fine Ottocento, il misterioso sdoppiamento del rispettabile dottor Jekyll nel proprio malvagio alter-ego, il signor Hyde ed i delitti da questi compiuti. Eppure, allo stesso tempo, l’immediatezza della storia, così come la sua vicinanza ad una pluralità di generi quali il giallo, il noir, il thriller, hanno oscurato i molti ed incredibilmente profondi livelli di lettura dell’opera. È come se in qualche modo essa condividesse una parte del destino del suo infelice protagonista, nascondendo un lato oscuro destinato a non essere mai completamente colto. Ma perché questo piccolo romanzo è un capolavoro immortale della narrativa di ogni tempo?

La dimensione onirica della scrittura. È un velo sottile, quasi impercettibile nella sua delicata trasparenza spinta al limite dell’invisibilità. Ad una prima lettura è difficile da scorgere, eppure è adagiato sulla quasi totalità del racconto e agisce da cornice per il campo dove scorre lo stile limpido e ricercato della narrazione. Già le poche pagine del primo capitolo si chiudono lasciando nella mente del lettore le immagini nitide di una porta, il suo legno scolorito, l’archivolto, mentre un intero quartiere rimane sospeso nella nebbia. Come nei sogni: dove piccoli, precisi particolari sono isolati in un mare di sfocata indeterminatezza. L’abilità di Stevenson nel descrivere questo mondo della mente è sbalorditiva. Il capitolo secondo ne fornisce una dimostrazione diretta quando viene descritto il sogno di Utterson dopo il suo primo incontro con Hyde. In poche righe siamo investiti da un affastellarsi di immagini, di episodi che incastonati in brevi frasi coordinate … si svolgono dinnanzi alla mente come le immagini della lanterna magica …, per usare le stesse parole del testo. Questi sofisticati artifici di stile avvolgono l’intera narrazione e contribuiscono a rafforzare il clima di reticenza e di mistero.

Gli oggetti ed il simbolismo. Stevenson affida il compito di gettare qualche fugace raggio di luce sul senso della storia agli oggetti e al loro muto linguaggio, più che ai personaggi ed al loro agire. Il racconto gravita attorno ad entità inanimate dotate di una carica simbolica che le rende potenti correlativi oggettivi di verità che sfuggono all’ottusità di Utterson e di Poole o al conformismo di Enfield. Lo specchio; innanzitutto. È il simbolo principale del romanzo, con la sua capacità di catturare brevemente ogni immagine, ogni evento, senza però riuscire a trattenere quanto succede. Un muto testimone, abisso incommensurabile in cui la verità precipita senza speranza di essere riportata alla luce dell’indagine razionale. Il teatro anatomico; il quale allude a macabre dissezioni della persona che a loro volta rimandano a ben più profondi attentati all’integrità dell’io. Ed infine il laboratorio di Jekyll con l’entrata secondaria che Hyde ha il permesso di usare: un simbolo di sotterranea ambivalenza e forse una delle più icastiche rappresentazioni dell’inconscio.

Un ritratto della società vittoriana.Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” è inoltre una piccola finestra sugli aspetti oscuri dell’età vittoriana. Stevenson tratteggia con ironia un mondo di uomini solitari, le cui relazioni si sviluppano all’interno di un austero formalismo: Utterson, Enfield, Lanyon e Jekyll, in diverse misure e gradi di consapevolezza, sono tutti individui oppressi dal peso di un rigido clima morale. Nel loro caso è addirittura eccessivo parlare di relazioni: sono solamente solitudini che occasionalmente arrivano a lambirsi per poi allontanarsi di nuovo. Niente di più dell’approssimazione di un contatto umano. Il romanzo stesso è costruito sulla base di un collage di scritture legali e atti notarili: sono presenti un testamento, uno stralcio di cronaca, una lettera in punto di morte. È una geniale tecnica narrativa per rendere credibile l’incredibile, ma anche un sommesso grido di accusa lanciato contro l’aridità dei codici ed il formalismo burocratico dell’Inghilterra vittoriana.

Il doppio. Il romanzo segna la vetta dell’esplorazione stevensoniana sui misteriosi temi del dualismo dell’anima e della difficile convivenza degli opposti. “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” in questo senso può essere visto come il punto di approdo di un viaggio iniziato con “Il signore di Ballantrae”, “Markeheim” e “Il trafugatore di cadaveri”. Alla fine, sembra che Stevenson voglia avvertirci che l’unità interiore dell’uomo è un qualcosa che – se esiste – è in larga parte inafferrabile. Avventurarsi in quel mondo con l’intento di manipolarlo, anche per i fini più nobili, equivale a mettersi in bilico lungo un’esile corda sospesa su di un abisso. Ogni moto dell’animo umano vive al margine del proprio opposto ed in esso trova la definizione della propria essenza. Il tentativo faustiano di oltrepassare i limiti di questa realtà rompendo la misteriosa unità dell’io conduce inevitabilmente alla rovina. Forse, come rimarcava Gilbert Keith Chesterton, il vero dolore è quello di scontrarsi con l’assurda realtà che due uomini possono coesistere in uno, ed essere la stessa persona. L’orrore del romanzo è tutto riposto nell’equazione Hyde=Jekyll, nella prova tangibile che bontà, intelligenza, rispettabilità non annullano la barbara mostruosità primordiale e che quest’ultima a volte riesce a liberarsi e ad emergere dalle profondità dell’uomo. L’illusione di potere reprimere questa parte bestiale non fa altro che rafforzarla. Sul finire del romanzo apprendiamo che Jekyll è costretto ad assumere dosi sempre più massicce della pozione per tenere sotto controllo l’emergere prepotente di Hyde. La creatura si rivolta contro il suo stesso creatore e lo ripaga arrogandosi il proprio diritto ad esistere. Lo sfibrante duello sembra alla fine arridere al male, alla sua bruta forza istintiva. La ragione viene sopraffatta in un momento di debolezza e per difendersi costringe Jekyll al suicidio. Il desiderio smodato di conoscenza che conduce alla volontà di esercitare una separazione tra la mente ed i sensi è destinato ad un tragico fallimento. Solo una moderata, umile presa d’atto dell’infinita e apparentemente contraddittoria complessità nascosta nella persona può essere l’unica salvezza.

Stevenson scrive “Lo strano caso del dottor Jekyll e del signor Hyde” tra il settembre e l’ottobre del 1885 nella sua Skerryvore House di Bournemouth, nel Dorset. Non esistono dettagli precisi delle circostanze che hanno condotto alla genesi dell’opera ma sembra che Stevenson sia stato ispirato da un sogno. Una sua dichiarazione ci dice: “Per un paio di giorni mi tartassai il cervello per trovare una trama di qualsiasi genere; la seconda notte sognai la scena della finestra e un’altra scena che avrei poi suddiviso in due […]; tutto il resto lo composi da sveglio, in assoluta lucidità.” È profondamente affascinante pensare che questo capolavoro sia stato tratto dalla materia informe che si agitava nell’animo di uno dei più grandi narratori di ogni tempo. Ed è ancora più incredibile constatare che le indagini di un certo dottore austriaco che spesso sembra di sentire riecheggiare tra le righe del romanzo siano state dallo stesso definite con il termine “psicoanalisi” solamente nel 1896, vale a dire una decina di anni dopo la prima edizione del romanzo. A volte le idee, lo spirito dei tempi, per usare un’abusata espressione hegeliana, sono semplicemente nell’aria, come i pollini in primavera; e gli uomini le respirano, e danno loro forma, ognuno secondo l’acutezza della propria sensibilità. Non esiste separazione in nessun ambito dell’esistenza; il molteplice non è che una faccia dell’unità che non sappiamo accettare, prima ancora di incastrare nel ristretto campo della nostra mente.