Oggi è la prima domenica di novembre. E insieme anche l’ultima in cui si potrà liberamente uscire di casa. Da qualche settimana i numeri che misurano la diffusione del contagio da coronavirus sono in costante aumento. Su televisioni, siti e giornali non si parla d’altro che di un nuovo imminente lockdown. Sento che l’occasione non deve essere sprecata: la prossima boccata di libertà potrebbe ripresentarsi tra mesi, in primavera inoltrata. Fuori, dunque, finché si può. Infilo un paio di scarponi e, zaino in spalla, mi avventuro per uno dei sentieri che salgono lungo le montagne della valle dove abito. Con me ho l’ormai inseparabile mascherina, un panino, un thermos di tè e due libri: “Aspettando i barbari” di Coetzee e una vecchia raccolta di poesie di Goethe. Dopo pochi minuti di cammino sono già immerso tra l’oro e la ruggine dei boschi accarezzati dalla mano dell’autunno. Eppure non riesco ad abbandonarmi completamente allo spettacolo della natura. Mentre mi riempio gli occhi dei suoi colori continuo a rivolgere contro me stesso l’ironia di essere l’unico stramboide che parte per un’escursione armato principalmente di parole. Il pensiero fa risuonare in me un qualcosa di simile ad una malinconica melodia, un contrappunto che sembra intonarsi al velo diafano di nuvole sospese nel cielo del mattino. Ma qui tra gli alberi ogni cosa, anche la più triste, diviene in qualche modo sopportabile. Andare in montagna è conoscere sé stessi, imparando passo dopo passo a guardarsi con sincerità. Il processo riesce meglio qui che altrove. Camminando, a tratti arrivo persino ad accettarmi. Questo è tutto ciò che sono per il momento, e mi sta bene: un uomo disancorato dalla terra, uno spirito leggero ed aereo, delicato, fragile, fatto di poco altro che di incerte, misteriose parole. Le mie, quelle che scrivo, e quelle degli altri, che leggo o ascolto con avidità. Forse come Flaubert potrei anch’io dire che “Je suis un homme-plume”. È anche per questo motivo che ultimamente ho iniziato a camminare, nella speranza che la fatica delle gambe ed il suono dei miei passi sulle pietre mi portino in dono più consistenza e concretezza. Sono diretto verso un alpeggio in quota, in una stretta conca dove i prati sembrano un velluto verde solcato da tortuosi ruscelli gorgoglianti. Una volta lassù, tra i cespugli di erica, vorrei sedermi su uno dei bianchi massi glaciali simili a gigantesche uova preistoriche, e leggere. Vorrei sentire l’effetto di questi versi in uno scenario differente da quello in cui li ho apprezzati unicamente con il pensiero:

Über allen Gipfeln
Ist Ruh
In allen Wipfeln
Spürest du
Kaum einen Hauch;
Die Vögelein schweigen im Walde.
Warte nur, balde
Ruhest du auch.

Per lunghi anni, li ho assaporati nell’angusto silenzio della mia stanza, alla luce di una lampada da tavolo. La loro promessa, proiettata sullo sfondo della mia solitaria esistenza, mi è sempre apparsa così dolorosamente irraggiungibile. Queste poche righe tuttavia non mi hanno mai abbandonato, anche nei momenti più bui, quando il dolore sembrava contraddirle in una maniera più beffarda che spietata. Come se avvertissi il bisogno di concedere loro fiducia, in attesa di tempi migliori, allo stesso modo con cui si attende il germogliare di un seme sepolto sotto la neve. Versi brevi, fatti di parole comuni, le stesse che usiamo nella quotidianità della nostra vita. Guardatele, sembrano perse nel bianco della pagina. Se per i fogli di un libro spira a volte un vento, queste parole di Goethe sono tra le più ariose dell’intera letteratura mondiale. Le lettere sono i pilastri di un ampio colonnato, e dietro, sullo sfondo, si apre l’accogliente bellezza della natura. Parlano di speranza, di un’attesa paziente. E di una ricompensa finale, che sembra inevitabile: la ricomposizione della frattura tra l’uomo e il mondo. Per questo forse non c’è altro posto per leggerle che all’aperto:

Su tutte le vette
Regna la calma,
Tra le cime degli alberi
Non avverti
Spirare un alito;
Nel bosco gli uccellini stanno silenziosi.
Aspetta un poco! Presto
Anche tu avrai riposo.

È quasi mezzogiorno quando arrivo. Non c’è molta gente in giro. Solo qualche capannello di escursionisti ronzanti intorno al rifugio che torreggia su uno sperone di roccia, proprio alla fine della salita. Li oltrepasso con andatura spedita, salutando tutti quelli che incrociano il mio sguardo. Non ne trovo uno che non ricambi il mio gesto. Sull’asfalto di un marciapiede in città nessuno si sognerebbe di accordare all’altro passante tanta cortesia. Strano come il nostro comportamento muti a seconda delle circostanze e dei luoghi. Proseguo lungo un sentiero pianeggiante che conduce in fondo alla valle, verso un piccolo gruppetto di baite strette a difesa attorno ad una chiesetta. Il fumo di un camino fa capriole confondendosi tra i tetti di pietra grigia. Ogni tanto il mio sguardo cade a terra, fisso davanti ai miei piedi, come quello dei prigionieri che marciano in catene. È una mia vecchia abitudine che non accenna ad abbandonarmi, e ogni tanto ritorna. È allora che mi accorgo che qua e là lungo il cammino ci sono candide chiazze di neve fresca. Potrei evitarle ma le calpesto di proposito, solo per sentire lo scricchiolio e l’ibrida fisicità della neve. Avverto la sua indefinibile consistenza salire dalle suole dei miei scarponi: un qualcosa tra il solido e il liquido che sembra annunciare l’incertezza di un futuro che non so distinguere. Sta arrivando un lungo inverno. So solo questo. Come resistere? Ad un certo punto, in lontananza scorgo una casupola diroccata. In piedi sono rimasti solo i muri esterni. Quel che resta del tetto è sparso a terra in un grottesco domino di mozziconi di legno marcito e mattoni sbreccati. Tra le aperture delle finestre, vuote come orbite di un teschio, intravedo una parete annerita. Penso alla fuliggine di un camino. E penso ai nostri vecchi. Vivevano in una realtà molto più dura e precaria della nostra, ma forse, la semplicità della loro esistenza conteneva in sé una saggezza e una fedeltà alla nostra più intima natura umana che noi abbiamo colpevolmente smarrito senza rendercene conto. Alla sera, quando le ombre si allungavano nel mondo, si radunavano a scaldarsi intorno al focolare. E si raccontavano storie. Noi esseri umani in fondo non facciamo altro da quando abbiamo inventato il linguaggio. Raccontare ed ascoltare. Forse addirittura sempre la stessa identica favola. Tutto parla di noi stessi anche quando sembra parlare degli altri. Ogni storia è la nostra storia. Racconti e domande si ripetono e si rincorrono da sempre in un vertiginoso caleidoscopio dove pochi elementi di base si combinano e si ricombinano senza sosta. Può mutare la forma, alcune variazioni possono darci l’illusione della novità, ma il piacere del raccontare nasce dal riconoscere un fondo immutabile e universale in ogni narrazione. E se anche noi, per resistere al freddo incombente, continuassimo a seguire la nostra natura umana facendo lo stesso, con semplicità, raccontandoci l’incerto procedere delle nostre vite, affidando le nostre paure e i nostri sogni alla danza delle parole? Sono materiale leggero e inconsistente come l’aria, ma estremamente potente. Ci sorreggono e ci sospingono, e sì, quando sono pronunciate col cuore verso una persona che ci capisce e che noi capiamo, ci scaldano persino. La potenza dei mezzi a nostra disposizione per condividere e comunicare è aumentata a dismisura, ma in un modo paradossale, è parimenti diminuita la nostra capacità di trasmettere valori attraverso le parole.

È ora di ritornare. Il sole è un alone confuso dietro le nuvole. Posso addirittura fissarlo mentre scivola velocemente oltre le cime. Inizia a fare freddo e sono costretto ad indossare la giacca che porto nello zaino. Mi incammino verso casa. Il sentiero mi porta verso la città e i suoi rumori. Lo percorro in una sorta di rincrescimento e come se fossi obbligato. La discesa mi infastidisce: si procede spediti, ma le gambe sembrano muoversi da sole, quasi per inerzia. Scopro di preferire di gran lunga la fatica della salita. Lì mi sento davvero padrone di me stesso e delle mie forze. Libero anche di non farcela. Sulla domenica intanto sento calare le sbarre di un’inferriata. Domani la mia vita sarà di nuovo inghiottita dal lavoro, frammentata nelle caselle di un’esistenza ad orario. Lunedì, martedì, mercoledì, forse giovedì. Poi scoprirò come tutti che il virus si sarà insinuato tra noi come la morte rossa del racconto di Poe. E per decreto il mondo tornerà allora a chiudersi. Di fronte a me avrò l’autunno e un intero inverno da affrontare. Sarò in numerosa compagnia – mi dico – ma la cosa non mi è di conforto. Tra le mie mani rimarranno i cocci taglienti dei sogni infranti e i pochi ancora da inseguire, per quanto irrealizzabili. Sui sogni tutti noi abbiamo puntato buona parte delle nostre possibilità di essere felici. Chissà se si tratta di un buon investimento. I sogni. Ci attirano come tremolanti miraggi sul lontano orizzonte. In essi proiettiamo ingenuamente il senso della nostra vita e del nostro futuro, non sapendo se si realizzeranno o meno, né il tempo e la fatica che ci vorranno per raggiungerli. Non siamo nemmeno capaci di immaginare che anche nella migliore delle ipotesi dopo di essi ce ne saranno altri, e dopo di questi altri ancora, all’infinito. Il problema dell’esistere forse è tutto qui: un calcolo misurabile su probabilità, distanze e tempi di percorrenza sul quale ci affatichiamo invano da sempre. Sarebbe facile risolverlo, o mettersi il cuore in pace e rassegnarsi, se disponessimo dei pochi dati necessari ad una valutazione. Mentre penso a tutto questo il programma di messaggistica del mio cellulare continua a emettere i suoi “ping”. I miei amici mi stanno scrivendo. Ancora parole. Attraverso di esse li sento così vicino a me. I loro messaggi mi hanno accompagnato per tutta questa giornata. Non sono solo. Una balbettante speranza si accende nel mio cuore. Non importa quale cammino si apra di fronte a noi. Non importa l’oscurità del domani, né il non avere un’idea dei passi che dovremo compiere. Nemmeno il non sapere che prove ci attenderanno. Sappiamo che il percorso sarà aspro, lungo e faticoso. Ogni possibilità è verosimilmente contro di noi. Ma non è questo il punto. Il punto è camminare. Ma non a testa bassa, come bestie da soma col paraocchi: rischieremmo di non vedere il bene disseminato lungo la via. Qualcosa di più profondo ci deve accompagnare, consentendoci di vivere senza abbruttirci, senza che il dolore o la pesantezza dell’esistenza ci vinca e ci trasfiguri in ciò che non vogliamo e non dobbiamo essere. In questo le parole che ci scambiamo possono esserci d’aiuto oltre ogni aspettativa. Finché saremo disposti ad ascoltarci, e ad accordarci comprensione reciproca dedicandoci del tempo, avremo una speranza. Disporremo di una direzione per proseguire, anche nel buio della notte più profonda. E forse, allo spuntare del giorno, tra boschi e cime silenziose, troveremo ad aspettarci la pace del riposo.