Secondo i registri della comunità dei quaccheri di Bath, John Robins e Sarah Broughton si sposarono “decentemente, senza eccessi nel mangiare, nel bere o nel vestiario”. Sette anni più tardi, quando nel 1707 nacque Benjamin, il loro primo ed unico figlio, la situazione economica della famiglia era peggiorata al punto tale che al piccolo fu garantita a fatica persino la semplice istruzione elementare. E forse nemmeno quella. Non esistono infatti prove che Benjamin abbia frequentato le scuole della sua città, dato che il suo nome non è rintracciabile in elenchi o documenti di alcun istituto. Molto probabilmente apprese i rudimenti delle lingue e della matematica da autodidatta o tutt’al più con l’aiuto di maestri improvvisati. La sua mente era però così brillante che alcuni amici del padre insistettero perché venisse mandato a Londra, per coltivare il proprio talento continuando gli studi. Si misero quindi in contatto con il dottor Henry Pemberton, il quale accettò di fargli da precettore. Sotto la sua guida, e guadagnandosi da vivere dando a sua volta lezioni private, Benjamin studiò i classici greci della geometria: Archimede, Apollonio di Perga e Pappo di Alessandria; aggiungendo poi al proprio bagaglio di istruzione anche le opere più recenti di Fermat, Huygens, Barrow e soprattutto Newton. Ad appena ventun anni pubblicò un’opera sulle formule di integrazione numerica che gli valse l’elezione a “fellow” della Royal Society, la più antica ed importante associazione scientifica della Gran Bretagna. Raggiunto un certo grado di fama e di solidità economica, Benjamin Robins fu assunto come geniere militare della potente Compagnia delle Indie Orientali. In quel periodo si dedicò alla costruzione di ponti, mulini e porti, iniziando però allo stesso tempo ad interessarsi anche di artiglieria e di fortificazioni. Viaggiò nei Paesi Bassi e continuò la propria attività intellettuale pubblicando articoli in cui difendeva i fondamenti del calcolo e delle equazioni differenziali delineati da Newton.

Sarebbe probabilmente rimasto nulla più di un perfetto sconosciuto di grande talento se nel 1742 non avesse pubblicato “New Principles of Gunnery”, un trattato che, descrivendo alla luce della fisica newtoniana l’effetto della resistenza dell’aria sulla traiettoria di un proiettile, rivoluzionò la balistica e le sue implicazioni sul campo di battaglia. Combinando i propri studi con la legge di Boyle e la trentanovesima proposizione dei Principia di Newton, Robins fu in grado di calcolare con precisione la velocità di un proiettile e fornire un quadro esaustivo di tutte le forze che ne influenzano il moto una volta uscito dalla bocca dell’arma da fuoco. Più tardi, per mezzo di un ingegnoso pendolo balistico da lui stesso costruito, gettò nel cestino della carta straccia della scienza la traiettoria parabolica avanzata da Galileo, il quale non aveva debitamente tenuto in considerazione la resistenza dell’aria atmosferica, che può arrivare a influire per centoventi volte il peso del proiettile stesso. Infine, Robins fornì la soluzione ad un problema fino ad allora rimasto insoluto, ossia il motivo per il quale una pallottola sparata da un moschetto, il più delle volte, fosse sottoposta a rilevanti deviazioni dal suo obiettivo. In un nuovo articolo intitolato “Of the Nature and Advantage of a Rifles Barrel Piece” individuò la causa nella rotazione assunta dal proiettile e propose pertanto la creazione di pallottole di forma ovale, così come la modifica dell’interno della canna, la quale – correttamente – avrebbe dovuto essere non liscia, ma rigata. Tutto questo gli valse la prestigiosa Copley Medal della Royal Society con la seguente motivazione: “On account of his curious Experiments for showing the resistance of the Air, and his rules for establishing his doctrine thereon for the motion of Projectiles”.

La portata delle implicazioni degli studi di Robins fu immensa, tanto sul piano scientifico che militare. E soprattutto immediata. Se ne rese conto egli stesso, se ad un certo punto poté scrivere: «Qualsiasi Stato che, avendo compreso la natura e i vantaggi [di questo sistema] e avendone messo a punto le modalità di costruzione, decida di impiegarlo regolarmente sulle proprie armi, acquisirà una superiorità mai garantita in precedenza da qualsiasi altra arma, per quanto eccellente possa essere.» Non si sbagliava. A distanza di soli tre anni dalla pubblicazione dei “New Principles of Gunnery” il re di Prussia Federico II ne commissionò una traduzione in tedesco affidandola al grande matematico svizzero Eulero, il quale vi aggiunse una gran quantità di commenti e tavole. Poco dopo anche l’Académie des Sciences di Parigi, grazie al fisico Jean-Baptiste Le Roy, ebbe la sua traduzione in francese. Il salto dalla teoria delle pagine dei manuali di matematica all’applicazione pratica sul campo di battaglia fu un passaggio naturale, immediato e del tutto logico. Federico, nel quadro del vasto programma di riforma del suo esercito, ordinò la creazione di batterie d’artiglieria ippotrainate, in modo da impiegare il loro potere di fuoco ovunque ve ne fosse bisogno. Durante la guerra dei Sette Anni questo spirito innovativo poggiante sui solidi criteri scientifici di Robins fu in buona parte responsabile degli incredibili successi dell’esercito prussiano. Per la prima volta i cannoni di un’armata non si limitavano a scagliare proiettili in una generica direzione verso il nemico ma, grazie ad accurate tabelle di calcolo e di tiro, avevano acquisito la capacità di colpire obiettivi con una precisione estremamente letale.

In Francia, sul finire del Settecento, il generale e ingegnere Jean-Baptiste Vaquette de Gribeauval introdusse un nuovo sistema che prevedeva la standardizzazione dei calibri e delle munizioni così come criteri di uniformità per la produzione in massa di affusti e canne. Poco più tardi, quando uno sconosciuto tenente còrso uscito dalla scuola militare di Brienne iniziò a farsi largo sulla sanguinosa scena delle guerre rivoluzionarie francesi, tutto era ormai maturo perché l’artiglieria potesse rivestire l’indiscutibile ruolo di “regina della battaglia”. Napoleone, erede ideale del grande Federico, elevò quest’arma dell’esercito al rango di fattore decisivo di uno scontro, impiegandola con un’impareggiabile perizia e attribuendole un’importanza che nessun comandante prima di lui le aveva mai accordato. La Grande Armée nella maggior parte delle sue battaglie poté disporre di una quantità di cannoni superiore a quella dei suoi nemici. Napoleone stesso, quasi a voler condensare in poche parole una delle sue convinzioni tattiche, scrisse una volta al Principe Eugenio: “Le grandi battaglie si vincono con l’artiglieria“. Ma tutto questo non sarebbe stato possibile senza l’ingegno di Benjamin Robins. Consideriamo questo semplice grafico che mostra il numero di bocche da fuoco presenti durante le principali battaglie combattute in Europa nell’arco di poco più di centodieci anni. Da Narva (1700) a Waterloo (1815) il numero di cannoni impiegati praticamente raddoppia. La linea di tendenza che taglia il grafico in direzione ascensionale ci dice, più di ogni altra considerazione, dell’importanza assunta dall’artiglieria.

Al tramonto dell’era napoleonica, in un mondo ormai immerso nella Rivoluzione industriale e nel nazionalismo, gli eserciti e le flotte delle principali nazioni occidentali si gettarono nella competizione coloniale. Lo fecero principalmente con armi da fuoco a canna rigata sempre più efficienti e mortali che permisero a piccoli contingenti di soldati la conquista dell’intero pianeta e la sottomissione di imperi che per secoli avevano tenuto testa agli europei. Le forze che consentirono il dischiudersi delle porte di questa nuova età di ferro, oro e sangue furono molteplici, ma una delle più significative fu senza dubbio l’aver disvelato i segreti della scienza balistica. In una parola fu “New Principles of Gunnery”.

Benjamin Robins morì a soli 44 anni in India, a causa di febbri malariche. Si stava occupando delle opere difensive del forte St. David a Cuddalore sulla costa del Coromandel. Contrariamente alla stragrande maggioranza delle persone del suo tempo non si sposò mai e non ebbe figli. Si sarebbe tentati di affermare che avesse dedicato tutte le sue energie alla scienza e all’ingegneria, e di considerarlo alla stregua di un monomaniaco. Ma le cose, come sempre quando si parla di uomini, sono più complesse di quanto appaiono. Una descrizione di James Wilson, un suo biografo, forse gli rende maggiore giustizia delineando l’indiscutibile vastità del suo ingegno: « … sebbene professasse solo l’insegnamento della matematica, aiutò a volte alcuni amici in altri campi della conoscenza; poiché sapeva riconoscere l’autentica grandezza degli scrittori in tutti gli aspetti dell’apprendimento così come l’eccellenza nelle opere dei grandi artisti, dato che il suo gusto e giudizio non erano limitati ad una singola materia, ma ugualmente estesi alla storia, all’oratoria, alla poesia, alla musica, all’architettura, alla scultura, alla pittura e alle opere di genio e di invenzione di ogni tipo.»