Nibelheim hier: durch deine bleiche Nebel was blitzen dort feurige Funken?

Richard Wagner, L'oro del Reno

Latitudine 46°03’07.2 Nord. Longitudine 9°25’22.8 Est. Ore dieci e zero zero di un luminoso giovedì di primavera. Stacco le mani dai comandi e spengo il motore. “Houston, er… Tranquility Base here. The Eagle has landed.” Con un ruggito da coniglio la mia navicella quadriruota, 800 cc, con propulsione a benzina è atterrata nel centro di Premana. “Very smooth touchdown.” mi complimento tra me e me, tirando un involontario sospiro di sollievo. Inizio a scendere. Afferro la mia sacca con la tracolla, gettandomela a bandoliera su una spalla. Pochi passi e subito nella mente inizia a lampeggiare una spia. Dannazione, è quella di un allarme. Houston, perdio, aiuto! “It’s a 1202! Alarm-1202!” Dopo attimi che mi sembrano eterni, dalle profondità dell’inconscio affiora una vocina fioca, gracchiante, striata di venature metalliche: “Roger, we got you. We’re Go on that alarm…” La fanno facile gli imboscati del centro di comando. Quassù però, da solo in un altro mondo, ci sono io. D’altra parte riconosco di non avere più scelta: “we have come so far…”, mi dico come se fossi diventato io stesso Houston. Avanti dunque, indietro non si torna; la mia missione esplorativa deve continuare… Allarme 1202… allarme 1202… Non ricordo… Ripenso ai manuali di missione, alle innumerevoli simulazioni fatte prima di partire. Vuoto mentale. Allarme 1202… Cosa non ho previsto? Dopo una decina di incerti passi sul marciapiede, con lo sguardo rivolto all’indietro al trabiccolo che mi ha portato fin qui, finalmente capisco: arrivare a Premana significa fare i conti con la scomoda domanda: “E adesso?

Già: “e adesso?” Non tanto perché qui non ci sia niente da fare, quanto perché agli occhi del nuovo arrivato sembra che tutti intorno stiano già facendo qualcosa, o siano quantomeno in movimento per andare a farla. Con “qualcosa” intendo lo sbrigare una qualsiasi attività di natura pratica, non necessariamente connessa al lavoro. Tutto tranne il bighellonare senza meta per le vie del borgo, guardandosi in giro con l’aria stralunata del flâneur, come sto facendo io. Che nasca forse da qui il mio senso di straniamento? Dal battibecco di verbi che sottintendono stili di vita e di pensiero in perenne antitesi? Fare contro pensare, intraprendere contro capire, muoversi contro osservare. Mani e Piedi contro Testa? Sapete, a Premana il sussurro del genius loci è indiscutibilmente il ronzio di un alveare. Discreto, composto, ordinato ma pur sempre un alveare, dove tutti gli appartenenti alla colonia sembrano muoversi meccanicamente da una cella all’altra, spinti da impulsi involontari. Oh, intendiamoci, non siamo in Metropolis di Fritz Lang. Ma quasi. Sulle strade – tutte con una pendenza da piano inclinato – è un continuo viavai di energia cinetica: corpi e masse in movimento a stento trattenuti dalla forza di attrito. Furgoncini sulla cui fiancata campeggia il logo della ditta di famiglia, pick-up stracarichi imbrattati di fango e polvere, anacronistici Apecar (ecco, appunto, l’alveare…) usciti non si sa bene come dalla macchina del tempo, vale a dire da un garage dove impera il comandamento per il quale una cosa non la si butta sino a quando non esala l’ultimissimo respiro, e forse nemmeno allora. Ma non c’è solo il turbinio dei veicoli. Ogni tanto transita qualche operaio in tuta blu, con la sua faccia squadrata da montanaro, per poi dissolversi frettolosamente negli anditi dei caseggiati. Nel mentre appaiono massaie dal fisico olimpionico, tipo lanciatrici del peso ucraine. Scarrozzano con stoica nonchalance borse della spesa che, se ci provassi io, finirei col fare la fortuna di un fisioterapista per i dieci anni a venire. E, da ultime, completano la sfilata le vecchiette. Che diamine: ti sogguardano con aria torva e allo stesso tempo interrogativa, lasciando trasparire il biasimo stupito della proba formichina che non si capacita di fronte al cattivo esempio della cicala, come se gli rimordesse il semplice fatto che quest’ultima esista. Il loro passo lento, ma nonostante tutto ancora deciso, tipico di chi conserva anche a quell’età, forse più nello spirito che nei fatti, il senso di una meta e di un compito, sembra infatti un rimprovero taciuto che trova il proprio sfogo in un gesto. “Ma come? Non ti vergogni a perdere tempo? Guarda me, persino io…” sembrano ammonirti. Eppure contro questa mentalità dovrei essere corazzato. Voglio dire, la conosco bene. Sono nato in una grande città operaia, vivendoci a lungo, respirandone l’aria, assimilando i modi di vivere e di pensare di un posto dove ancora oggi, quando incontri qualcuno per la via, non gli dici: “Ciao!” e non gli domandi: “Come stai?” Semplicemente gli chiedi, anzi ti informi: “Cosa fai in giro?” come se l’unico motivo di interesse verso di lui e la sua vita fosse legato a come sta impiegando il suo tempo. Ecco, qui a Premana questo culto dell’attivismo si direbbe amplificato a dismisura, al punto da far ritenere di essere letteralmente su di un altro pianeta. Ognuno e ogni cosa mi fa sentire un pesce fuor d’acqua. Avrei già voglia di scusarmi del mio lassismo con il primo passante, giurando e spergiurando che anche io ogni tanto lavoro…

Lavoro? Io lavoro?!? Oddio, ora non ne sarei più tanto sicuro. Fare l’impiegato in un Comune può essere definito “lavoro”? Di fronte a sudore, calli sulle mani, braccia e schiene doloranti, non scompare il vegetare otto ore ad una scrivania davanti ad uno schermo, maneggiando niente di più pesante di un mouse, wireless per giunta? Qui sì che si lavora. E basta. La fatica di questa gente è un paradigma di quella vera, pura, che potrebbe finire nella definizione di un manuale. Un fardello che non puoi scegliere di non portare perché te lo sei trovato cucito addosso sin dalla nascita. Pochi sfuggono a questo giogo. E del resto, come potrebbero? La sola salvezza sarebbe forse l’andarsene a vivere altrove. Ma basta una fuga per sfilarsi di dosso un abito mentale tanto stretto? Puoi portare il premanese fuori da Premana, ma non puoi portare Premana fuori dal premanese. Lo stemma del paese sembra un anatema sul destino. Non casualmente vi sono raffigurati gli attrezzi dello sforzo di Sisifo, quello proprio delle bestie da soma: un piccone ed una pala incrociati dietro una lanterna da minatore. Mi chiedo perché chi ha concepito questa trovata di design non vi abbia aggiunto anche delle catene, e se si sia mai reso conto della grottesca similitudine con il simbolo di un’altra ideologia predicata attorno al lavoro. Mi riferisco ovviamente alla falce e al martello, altri due attrezzi dove si è identificato un sistema che, con la pretesa di nobilitare l’uomo, ha invece finito con il precipitarlo in una prigione di sofferenza. Comunque, filosofia politica a parte, qui a Premana, sì che si lavora – dicevo. Quasi in ogni via, sospeso nell’aria, si può respirare il tum-tum-ta-tam di trance, presse e chissà quali altri infernali macchinari di cui ignoro persino il nome. Sì, proprio respirare, non sentire. La compenetrazione delle sensazioni nell’incoerente gomitolo di stradine di Premana diviene possibile. Solo, non cadete nell’ingenuità di andare col pensiero alle immagini di Ancoats della Manchester vittoriana o alle ciminiere della Londra di Dickens, come verrebbe facile. Premana non è un cliché, perché molto semplicemente non sa fingere né recitare una parte. Qui siamo in un’altra dimensione dell’orrore, più sottile, meno sfacciata e soprattutto peculiare, spontanea, connaturata al passato ancestrale del posto, fatto di ferro, miniere, officine. E atavico isolamento. Siamo invischiati in una cloaca del male di vivere le cui scure, dense acque scivolano quiete sotto la superficie dell’acciottolato, al di là, non della Rivoluzione industriale, o di qualunque altro periodo storico, ma del tempo stesso. Un qualcosa che detiene la parvenza dell’eterno e, in quanto tale, sconfinante nel metafisico. Suggestione? Forse, ma per dare un’idea dello strano, incongruente malessere che avvolge come un sottinteso non c’è come la musica, la più astratta e immateriale delle arti. Sembra di essere finiti nelle cupe forge dei nibelunghi ne “L’oro del Reno”. Guardate:

Tum-tum-ta-tam. Lo vedete, vero, scolpito nelle note? Il ritmo tripartito che innerva tutta l’opera di Wagner è lo stesso battere monotono dei colpi cadenzati che qui escono direttamente dal ventre delle case. In effetti – ed è pazzesco a pensarci – in questo posto, tra officina e abitazione spesso non corre alcuna differenza. L’equazione è perfetta. Un termine si sovrappone all’altro e lo sormonta, non solo idealmente. “Casa” a Premana vuol dire un immobile a più piani, alto, stretto, addossato ad un altro, nell’ombra di un altro, che ad un altro, a sua volta, fa ombra su ogni lato. Edifici squadrati, di un colore pallido e slavato, dalle nitide geometrie, essenziali e spogli come cubi e parallelepipedi, dove il primo livello è la “bottega”, e il secondo il luogo dove si vive in attesa di ridiscendere agli inferi sacrificandosi con le proprie mani sull’altare del Moloch del lavoro e del funzionalismo. Provate a camminare e trovateli voi – se ne siete capaci – un patio con dei tavolini, un terrazzo fiorito, un giardino con un pergolato o un dondolo. Non c’è lo spazio! – si potrebbe obiettare. Certo, ma perché? E se a mancare non fosse il terreno fisico, ma l’apertura mentale, le fondamenta della cultura del godersi i lati piacevoli della vita? Mentre cammino all’ombra, nel ghirigoro di vicoli e calli, mi lascio trasportare dall’associazione di idee più sfrenata. Spinto dalla passione per la storia mi ritrovo a visitare col pensiero la Magnitogorsk degli anni Trenta, con i suoi tristi kombinat metallurgici, veri e propri opifici demoniaci popolati da uomini e donne incasellati nelle maglie di un’esistenza ad orario. Laggiù la gente spesso arrivava al punto di dormire sotto i torni, direttamente in fabbrica. Qui non ci sono le dimensioni e lo stesso folle parossismo stakanovista, al posto della tundra piatta degli Urali c’è il fianco scosceso di una montagna, ma un atomo di quello spirito decisamente sì. Se invece di andare in pellegrinaggio agli Iron Works di Gary o di Pittsburgh a prendere appunti, si fossero recati qui, ai pianificatori sovietici di allora sarebbero brillati gli occhi. Ora forse sono io ad indulgere alle lusinghe del luogo comune e dello stereotipo. Quassù però, i confini che delimitano i diversi momenti della vita di una persona non hanno la stessa conformazione di quelli della maggior parte degli altri posti sparsi per il mondo.

Non pensiate però che la trista e dolente dimensione del lavoro per il lavoro sia la sola cornice entro la quale si risolve l’esistenza. Certo, questo è l’onnipresente leitmotiv, ma a Premana indubitabilmente esiste anche dell’altro oltre a questa ossessione. Al di là dell’ideale filo spinato che conchiude officine e capannoni si intravedono altri orizzonti. Come nella Vigevano degli anni Sessanta descritta da Giorgio Bocca anche qui si tende a far soldi, per far soldi, per far soldi, come se tutti fossero in qualche modo impegnati a gareggiare nella maratona che alla fine porta a scendere nella tomba con la medaglia di “persona più ricca del cimitero” come corredo funerario. Eppure, per quanto ci si sforzi, nei fatti nemmeno qui si è in grado di confutare del tutto l’affermazione di Leo Longanesi, secondo la quale: “una società basata sul lavoro non sogna che il riposo.” Anzi, direi che i premanesi ci provano, anche se a modo loro. Ci sono dei negozi, innanzitutto. Non tanti ma ci sono. E pazienza se una buona metà non vende che forbici, coltelli e altre componenti metalliche arrivate sugli scaffali praticamente a chilometro zero. Il resto sono bottegucce che propinano generi alimentari a prezzi da mercato nero degni di una città in guerra, qualche timido outlet di abbigliamento da montagna e un fiorista che forse vende solo margherite e primule raccolte in un campo vicino. Non mi azzardo ad entrarci per verificare: mi interessa solo constatare che, nonostante tutto, qualche attività terziaria alligna nel tessuto urbano di Premana, cosa che in un certo senso implica la rassicurante presenza di gente disposta a spendere. Ad un certo punto del mio peregrinare mi imbatto persino in un solarium. “Vanitas vanitatum” scherzo tra di me alzando gli occhi al campanile vicino. O forse, più semplicemente, il prendere forma di un desiderio inconscio: quello del sole, il quale in effetti non sosta a lungo in questa vallata. E poi ci sono dei bar. A proposito: dopo quasi un’ora di vagabondaggio su strade in costante saliscendi adesso non disdegnerei un buon tè. Non che ci sia molta scelta. Quasi tutti i locali si trovano allineati come i grani di un rosario lungo la via principale, e di aperto non ce n’è che uno solo. Alla fine, mi dico che per bere dell’acqua colorata uno vale l’altro, e varco la soglia di un’oscura bettola al limitare della piazza della chiesa. Di là dal bancone, tra file di bottiglie di amaro e i tronchi di cono dei bicchieri rovesciati, una megera mi squadra dalla sua pedana. Dopo averla salutata, le dico che vorrei un tè d’asporto. Sarà la penombra, ma mi sembra non batta ciglio. Forse non ha capito. Ripeto l’ordinazione mettendo mano al portafoglio, come a rassicurarla: “guardi che la pago, eh?”. D’un tratto l’arpia si gira verso il retrobottega e lancia nell’aria un ordine secco come una fucilata, formulato in una lingua sconosciuta. Sospetto sia il dialetto del posto, ma istintivamente mi viene da pensare al prussiano parlato alla guarnigione di Potsdam ai tempi di Federico il Grande. Dal nulla si materializza un famiglio da romanzo gotico con una scatoletta di bustine Lipton che lì per lì mi sembrano le stesse della pubblicità degli anni Ottanta, quella con Dan Peterson ai bordi della piscina. Mentre attendo il mio intruglio ne approfitto per guardarmi in giro. Con discrezione: la strisciante sensazione di essere un corpo estraneo che mi ha afferrato al mio arrivo, ha ripreso prepotentemente forma. Strano però: avrei scommesso di essere solo; in realtà mi accorgo che il locale contiene molta più gente di quanto immaginassi. In una nicchia vedo esposto un vecchietto. È intento a esercitare i propri nervi ottici facendo correre lo sguardo tra i segnetti neri stampati su di un giornale. Ogni tanto traccia lunghe linee sulla carta, con l’indice di una mano nella quale all’appello mancano due dita. Affermare che stia leggendo è eccessivo. Mi sembra piuttosto uno Champollion analfabeta alle prese con l’enigma di una versione moderna della stele di Rosetta. Il suo bastone è appoggiato di traverso allo schienale di una sedia che ha tirato accanto a sé e che credo userà come sostegno quando deciderà di alzarsi. Non so perché ma basta quest’immagine a rendermelo simpatico. Attorno a lui pascola una piccola mandria di sfaccendati. Sono quasi tutti giovani sui vent’anni. Sembrano immobilizzati nel torpore della noia, poi a tratti esplodono in bestemmie o in risate sguaiate all’indirizzo del talk-show che sta scorrendo su uno schermo appeso alla parete. Quelli di loro che non fanno parte di un capannello hanno lo sguardo a mollo nella pozza d’alcool dei rispettivi bicchieri. Da lontano il liquido mi sembra assurdamente cristallino e, allo stesso tempo, corposo come il mercurio. La superficie è argentea come quella di uno specchio. Prigionieri costretti a guardare un’immagine di sé stessi e della propria miseria senza capire. Le serpentine spirali di fumo che si levano dai portacenere sparsi sui tavoli contribuiscono a dare alla scena un senso infinito di vuoto e di perpetua circolarità. Relitti dell’esistenza. Tutti noi lo siamo. Indistintamente. Nel pensarlo mi impongo di farmi scivolare di dosso la mia biancheria intima imbrattata di snobismo. Io sono come loro. Tra “Il mondo come volontà e rappresentazione” e una birra di infima qualità c’è poi tutta questa gran differenza? Magari no. In fondo non si tratta di salvarsi dal male e dalla fatica del vivere trovando la miracolosa via d’uscita che forse nemmeno esiste. Il massimo che ci è consentito – ed è già un grande risultato – è semplicemente costruire e conservare un barlume di consapevolezza della tragica situazione nella quale ci dibattiamo. La differenza è sottile, ma genera la dignità di base che nonostante tutto ci spinge avanti senza smarrire il rispetto di noi stessi, dandoci qualche mezzo un po’ più efficace col quale affrontare l’impari battaglia per il senso della vita. Data per scontata la sofferenza, non si può rinunciare al tentativo di capirla, costruendoci attorno una cornice di analisi e illuminandola di significati, per quanto precari. A questa gente semplicemente mancano gli strumenti per farlo. Non possiedono un minimo di vocabolario emotivo e sentimentale per comunicare anche solo ad un altro il proprio disagio. Non uso il termine “vocabolario” a caso. Pensiero e parole sono la stessa cosa: credere che queste ultime siano semplicemente il mezzo per esprimere l’attività della mente è un errore grossolano. Provate a pensare a qualcosa di cui non conoscete la parola. È impossibile. Uno può pensare limitatamente alle parole che possiede. E meno se ne conoscono, più gracile è la mente. Ognuno di questi giovani è condannato a vivere in un buio perpetuo, dietro una porta chiusa, senza avere la chiave per aprirla. Officina e famiglia-officina evidentemente forniscono molte cose, ma non quest’ancora di salvezza spirituale. E quindi per tirare avanti si usa ciò che si ha: una distorta etica del senso del lavoro oppure fumo, alcool e un bar dove inscenare un’approssimazione dello stare assieme, misera e triste come un vuoto a rendere.

Eppure, anche da queste parti, non è che manchi un certo ingenuo anelito alla cultura. Peccato solo che sia uno slancio proiettato non al mondo esterno in cerca di confronto, ma sempre e soltanto verso l’interno. Se quassù il pensiero si muove è solo per ripiegarsi su sé stesso e sprofondare nel labirinto dell’autoreferenzialità. Non mi credete? Vi dico allora che Premana possiede un museo. Bene, ma è un museo etnografico. La cosa dovrebbe avervi già messo sull’avviso. Restiamo fermi sulle parole έθνος e γράφω. La loro combinazione significa in sostanza un popolo che parla di sé stesso e su sé stesso. Visto il posto, non poteva essere altrimenti. Decido comunque di visitarlo. Il primo impatto è confortante: l’ambiente è accogliente, pulito, luminoso. Le sale sembrano però allestite in reazione ad un occulto senso di horror vacui. Sono sovraccariche di correlativi oggettivi di Premana: lame, forbici, attrezzi agricoli, costumi tipici, telai. L’impressione assurda è che tutta questa chincaglieria sia meno antica di quanto abbia la pretesa di apparire. Sembra l’abbiano raccattata solamente mezz’ora prima e che basterebbe entrare in un’abitazione a caso del paese per moltiplicare esponenzialmente i reperti da esporre. Il passato qui è ostinato, pare non voler passare, quasi non fosse altro che una prigione, una dimensione in cui rinchiudersi in difesa, in attesa che il minaccioso vento del cambiamento portato dal futuro passi e vada a lambire altri posti più propensi ad accettarlo. “Sa, qui ci teniamo a mantenere vive le nostre antiche tradizioni!” mi punzecchia la custode con una nota di malcelato orgoglio. Mi limito ad un ironico cenno di assenso del capo. In realtà vorrei dirle: “ma che bravi, lo vedo bene. Sicuri però di non perdere qualcos’altro nell’inseguire questo intento con una simile determinazione? E ancora: sicuri che sia la cosa giusta da fare in piena era della globalizzazione?” Se accettiamo il fatto – di per sé piuttosto evidente – che civiltà e religioni muoiono, figuriamoci allora le tradizioni. Non c’è bisogno di scomodarsi a leggere “La crise de l’esprit” di Paul Valéry per intuirlo. Serbarne memoria è sacrosanto – lungi da me l’essere un partigiano dell’oblio – ma la pretesa di tenerle artificialmente in vita, anche quando sono palesemente morte, mi sembra un proposito delirante, quasi contro natura. Del resto, far quadrato contro il nuovo sembra sia un’occupazione piuttosto diffusa. Alcune donne qui vanno ancora in giro con il “morèl” o il “cótón” due versioni del tradizionale costume di Premana che sinceramente faccio fatica a distinguere. E la cosa è del tutto normale. A quanto ne so potrebbe essere l’unico paese della Lombardia dove simili usanze rimangono ostinatamente in voga. Ora estremizzo, ma chissà cosa la gente penserebbe di me se passeggiassi vestito con una toga dell’età augustea o le caligae dei legionari. Sono italiano: non fanno forse parte dalla tradizione dei miei antenati?

Uscito dal museo noto un cartello stradale con la scritta “biblioteca”. Decido di non poter snobbare quest’altro baluardo della cultura e del sapere. In un certo senso la mia curiosità viene ripagata. Nello spirito, la biblioteca comunale condivide molti tratti con il museo. Piccolina, pulitina, ordinatina. Sospetto però che stia in piedi unicamente per un ipocrita senso del pudore, come tutti i villaggi Potëmkin di questo mondo. Immagino infatti che possa apparire brutto che un Comune italiano non ne possieda una, per quanto dimessa… Il tutto consiste in una parete e uno scaffale. La mia casa di sicuro contiene più volumi. Dei pochi che vedo qui, moltissimi formano il ciarpame della letteratura mainstream e popolare. Il resto sono opere sulla storia e le tradizioni del posto. Di questi alcuni sono scritti nel dialetto locale. Come il pezzo forte dell’intera collezione, che la bibliotecaria, senza che glielo chieda, mi mostra tutta impettita. “Ha visto il nostro miglior volume?” e addita ad un elegante tomo rilegato in verde. “No, di cosa si tratta?” Mento spudoratamente: in realtà ne avevo già sentito parlare, ma in cuor mio speravo fosse solo un mito. Mi corre un brivido lungo la spina dorsale. “Ma come, non lo sa? Sono i Promessi Sposi tradotti in premanese! Prego gli dia un’occhiata.” Prima che riesca ad organizzare una linea di difesa mi ha già appioppato il tomo tra le braccia. Mentre trastullo il piccolo solleticandone le pagine mi tremano le mani. “Bello vero?” gongola lei travisando l’espressione del mio viso. Che le rispondo? “Ehm… notevole, non c’è che dire…” Sarei meno intimorito se mi fossi imbattuto in una copia in pelle umana del famigerato Necronomicon dell’arabo pazzo Abdul Alhazred. Quindicimila endecasillabi dialettali. Sant’Iddio… Come tutte le opere di incommensurabile follia, anche questa ispira una certa riverenza, che presto però si dirada lasciando il posto ad un senso di dolorosa compassione per Alessandro Manzoni. Poveretto: si è fatto un mazzo così per sciacquare i propri panni in Arno e dare alla nazione il primo modello di prosa per cementare l’identità linguistica di un popolo che nell’Ottocento era ben lungi dal possederla. E questi qui, cosa fanno? Gli ributtano il capolavoro nella melma del fiume… Traduci in premanese tutto ciò che vuoi, le ricette di Pellegrino Artusi o il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo di Galileo. Anche la Divina Commedia, se ne sei capace. Mi sta bene. Ma non commettere atti impuri partorendo abomini come: “Ól Lorénz di Tramaìin e la Lüzìe di Mondèi spüüs prometúü”. Non esiste offesa più contraria allo spirito dell’opera originale. L’importanza di quel libro non risiede nella sua storia o nel messaggio, ma nelle parole stesse, prese semplicemente per quello che sono, nella loro costruzione sintattica. L’accademia della Crusca, se davvero ha la missione di difendere la lingua italiana, dovrebbe intervenire. Il “Premana Pride” non ha limiti nel ridurre a sé stesso il mondo che lo circonda. Una dimostrazione, del resto, l’avevo già avuta anni addietro, in circostanze del tutto differenti. Era caduta una piccola frana che aveva ostruito la strada di collegamento con uno dei Comuni confinanti dove lavoravo. Uscendo dall’ufficio del sindaco, avevo sentito uno dei consiglieri di Premana salutare il nostro primo cittadino di allora con l’esortazione: “dobbiamo ripristinare la circolazione in fretta. A causa di quattro stupidi sassi, il resto della provincia è isolato da Premana”. A rimanere di sasso ero stato invece io, se mi passate l’atroce gioco di parole. Gli inglesi – con il loro impareggiabile senso dello humor – avevano fatto battute simili quando Franco aveva bloccato Gibilterra negli anni Settanta. Loro però sapevano di scherzare…

È mezzogiorno passato. È tempo di tornare. Mi incammino verso il mio mezzo. Houston torna a farsi viva, neanche fossimo in collegamento telepatico: “Eagle? … you’re cleared for takeoff…”  “The Eagle has wings.” – Taglio corto con un certo fastidio. Ma prima di riaccendere i motori della navicella che mi riporterà nel mondo da dove provengo sento di dover fare una cosa. Apro un vano sotto il sedile mi metto a rovistare in cerca di un vecchio cd. Dopo qualche minuto finalmente lo trovo. È il concerto per piano e orchestra k 595 di Mozart. Edizione Deutsche Grammophon, solista Maurizio Pollini. Lo inserisco nel lettore di bordo e salto direttamente al terzo movimento, l’allegro. È questo che voglio sentire. È con questa musica eterea e sublimemente inutile che voglio uscire da Premana. Le sue note mi hanno sempre fatto pensare alla leggerezza e all’inconsistenza, qualcosa di simile alle nuvole sospese in cielo in una bella giornata d’estate senza vento. Pensate alle combinazioni: il concerto venne eseguito nel marzo del 1791 a pochi passi dalla casa di Mozart, alla Himmelpfortgasse di Vienna. La “via della porta del paradiso” traducendo alla lettera dal tedesco. Un critico ha descritto l’allegro conclusivo evocando l’immagine di “fanciulli beati che giocano nei campi elisi”. La levità del gioco. Opposta al ritmo infernale del lavoro nelle officine del Reno di Wagner dal quale mi sto allontanando. Una musica a volte è anche una doccia per scrollarsi di dosso la pesantezza accumulata, e non credo ce ne sia una migliore per uscire da Premana mentalmente sani e salvi.

Eppure non è ancora finita. Dopo cinque minuti d’auto, arrivato sulla sommità di un promontorio dall’altra parte della valle, accosto e mi fermo in un prato. In lontananza, a mezza costa sul monte di fronte a me, vedo Premana nel suo insieme. Un grumo di cemento. Un tumore tra il verde degli alberi. Uno sfregio inferto al ventre della natura con le lame di forbici e coltelli. Penso ai tanti paesi isolati dell’Italia; in particolare ai borghi tra Umbria, Lazio e Toscana. Alla loro evidente armonia. Opere dell’uomo non meno ostinate di Premana, aggrappate alla sommità di aspre colline con le loro casupole di tufo e arenaria, le quali nonostante tutto appaiono in perfetta comunione con la natura nella quale sono immerse. Perché qui è così diverso? Passa un quarto d’ora e tuttavia io sono ancora lì, in mezzo al prato a guardare Premana. Difficile liberarsene. O uscirne. Premana è la pesantezza e il magnetismo del metallo. Un pozzo su di un abisso. Un piccolo golfo nelle acque dello scorrere del tempo, dove le correnti che spingono le navi si smorzano fino a sparire del tutto. Se ci finisci dentro con la tua imbarcazione è difficile ritornare in mare aperto. Alla fine riesco a riprendere la marcia. Mentre piloto il PEM (Premana Excursion Module) verso casa il paesaggio si fa via via più familiare. Che strano. Mi accorgo come questo aggettivo tende sinistramente a fare l’occhiolino ad altri termini quali “impersonale”, “anonimo”, “comune”. Il paese dove vivo non è tanto dissimile dagli altri con i quali confina, e questi a loro volta dai rispettivi vicini. Si assomigliano un po’ tutti, devo ammetterlo. È allora, quando ne sono lontano, che forse colgo l’ultimo mattoncino che completa la vera essenza di Premana. Un enigma che forse è racchiuso nella parola “identità”. Nelle scienze sociali l’espressione sottintende tutto ciò che cementa il senso di appartenenza di un individuo o di una comunità. L’intero corredo di caratteristiche che crea una linea di faglia nel tessuto dell’omogeno, generando la differenza tra un “questo” e un “quello”. Nel mondo di oggi questo meccanismo su cui l’Europa, e in particolare l’Italia, hanno edificato sé stessi è sempre più messo in crisi dal dilagare della globalizzazione. Per questo trovo giusto che Premana esista, rincantucciata nella sua scura valle, indifferente per pura testardaggine e spirito di contraddizione al gran mondo che le turbina attorno. Un segnalibro dimenticato nelle pagine del tempo. Che continui a ricordare a noi – occasionali visitatori con la puzza sotto il naso – l’importanza del diverso, anche quando la peculiarità di cui siamo testimoni è un qualcosa lontano mille miglia da quello che ci piace pensare e da come ci piace vivere, e per questo motivo fatichiamo ad accettarlo e comprenderlo.