«Si combatte e si muore dappertutto, e ora sono anche ferito. La Cina non finisce mai, e noi siamo come gocce d’acqua in un oceano. Questa guerra non ha scopo. Non rivedrò mai più la mia casa.»

Un anonimo soldato giapponese

 

Verso la metà dell’Ottocento i luoghi al mondo dove l’influenza della civiltà occidentale non fosse ancora arrivata potevano dirsi veramente pochi. Grazie ai progressi della tecnica e della medicina, all’espansionismo economico e militare degli europei stava ormai per soccombere persino il cuore dell’Africa equatoriale, l’ultima grande area del pianeta rimasta isolata dal gioco delle grandi potenze. Anche la Cina, lo Stato isolazionista per definizione, aveva dovuto piegarsi agli invadenti interessi commerciali della Gran Bretagna e della Compagnia delle Indie orientali. Tra il 1839 e il 1860, due conflitti noti come “Guerre dell’oppio” costrinsero l’Impero governato dalla dinastia Quing ad aprire il proprio territorio allo strapotere mercantile britannico. In Asia rimaneva però un’altra antica nazione che rifiutava testardamente ogni contatto con l’Occidente: il Giappone. Gli europei sapevano dell’esistenza di questa terra sin dal Medioevo, da quando nel Milione Marco Polo aveva descritto una grande isola nominata “Cipango”, peraltro senza mai averla visitata. Fu però solamente in pieno Rinascimento che vi misero piede per la prima volta. Nel settembre del 1543 una tempesta costrinse una giunca cinese con a bordo alcuni portoghesi a sbarcare sull’isola di Tanegashima, al largo delle coste di Kyūshū. I nuovi arrivati fondarono piccole stazioni commerciali a Nagasaki e successivamente, secondo il solito canovaccio della colonizzazione, gruppetti di religiosi iniziarono timidamente a stabilirvi le prime missioni. Il gesuita Francesco Saverio nel 1549 tentò –senza troppa fortuna- di diffondere il Cristianesimo in Giappone. Poi all’improvviso l’interesse degli europei decadde. Le rivalità tra gli Stati del Vecchio Continente e l’avvento delle devastanti guerre di religione, unite all’ostile diffidenza dei giapponesi verso tutto ciò che percepivano come estraneo alla propria cultura, fecero in modo che sul Giappone cadesse il velo dell’oblio. Agli occhi delle potenze europee quella lontana terra in preda ad un’endemica guerra civile, popolata da feroci guerrieri feudali, non appariva particolarmente appetibile. Il Nuovo Mondo offriva ricchezze maggiori e di più facile sfruttamento. Per il Paese fu una fortuna: il Giappone tornò a richiudersi in sé stesso, ma in questo modo poté preservare la propria cultura ed indipendenza.

Nel luglio del 1853 il mondo occidentale bussò nuovamente alla porta del Giappone. Questa volta però l’incontro avrebbe cambiato per sempre il destino del Paese, imprimendo alla sua società una trasformazione i cui effetti durano ancora oggi. Il commodoro americano Matthew Perry gettò l’àncora nella baia di Edo con quattro moderne navi da guerra a vapore. La missione affidatagli dal presidente Fillmore era quella di imporre allo Shogūn l’apertura dei propri porti al commercio americano, se necessario ricorrendo all’impiego della forza. Dopo aver assistito all’azione degli inglesi in Cina, gli americani non volevano rischiare di trovarsi esclusi dalle lucrative rotte mercantili asiatiche. Toccava ora all’impero del Sol levante subire la cosiddetta “diplomazia delle cannoniere”. I giapponesi rimasero infatti intimoriti da quelle che battezzarono “navi nere”: per la prima volta si resero conto dell’enorme divario tecnologico creatosi tra  loro e quelli che sprezzantemente definivano “uomini dagli occhi di pesce”. La conclusione della vicenda fu scontata. L’anno seguente, durante la sua seconda visita, Perry ottenne ciò che voleva: con il trattato di Kanagawa del 1854 tutte le richieste americane vennero accolte, incluso il diritto di ospitare un console a Shimoda, un porto situato nell’isola principale di Honshū. I giapponesi chiamarono questi accordi “Trattati ineguali”. Si trattò di un’imposizione difficile da digerire: l’orgoglio e la spiccata sensibilità nazionalistica del Paese vennero profondamente feriti, ma non esisteva altra via che piegare il capo di fronte alla schiacciante superiorità militare statunitense. Una guerra contro gli occidentali sarebbe stata impossibile da vincere. A differenza però di quanto accadde ad altri popoli venuti in contatto con le potenze europee, i giapponesi riuscirono a sfruttare il risentimento di questa umiliazione per trasformarsi. I cinquant’anni successivi videro la più impressionante modernizzazione mai attuata da una nazione in tutta la storia umana. Durante il periodo Meiji (1868-1912) il Giappone passò di colpo dal medioevo all’essere un’aggressiva e dinamica potenza industriale.

In meno di mezzo secolo le strutture economiche, sociali e politiche del Giappone, monoliti che resistevano immutati da secoli, vennero abbattuti e riedificati sul modello occidentale. L’estensione e la profondità dei cambiamenti fu così radicale che persino il termine rivoluzione appare riduttivo. Il potere dei daimyō, i riottosi signori locali, e dei samurai, il loro braccio armato, venne praticamente azzerato a favore dell’autorità imperiale, cooptando queste classi nel nuovo apparato burocratico e nelle forze economiche. La terra poté pertanto essere nazionalizzata senza grossi rivolgimenti sociali e le classi feudali abolite. Con il massiccio ricorso a consulenti stranieri venne sviluppata l’industria pesante, cosa che portò in breve tempo alla formazione di potenti “Zaibatsu”, termine che indica i grandi gruppi finanziari e imprenditoriali. Mitsubishi e Nissan, solo per fare due nomi, sono industrie nate proprio in quel periodo. La metamorfosi del Giappone in un paese trasformatore di materie prime permise infine la nascita di agguerrite forze armate al servizio degli interessi e della grandezza nazionale. L’esercito fu modellato sulla base di quello prussiano, mentre la marina costruita ad immagine e somiglianza di quella britannica. Gli effetti concreti non si fecero attendere: già nel 1894 il Giappone fu in grado di vincere la sua prima guerra espansionista contro la Cina. In seguito si passò alla revisione dei “Trattati ineguali”, finché ad inizio del Novecento accadde l’impensabile. Nel febbraio del 1904 la marina imperiale giapponese attaccò la flotta russa del Pacifico di stanza nella città cinese di Port Arthur, nella penisola di Liaotung, mentre l’esercito avanzava da terra. In palio c’era il controllo della Manciuria, una regione ricca di carbone e minerali di ferro. Dopo una serie di sconfitte, tra il febbraio ed il marzo del 1905 i russi furono sbaragliati nella battaglia di Mukden. Lo zar tentò allora un’ultima disperata mossa: per vendicare la perdita della squadra del Pacifico e riequilibrare le sorti del conflitto, decise di inviare alla volta del Giappone l’intera flotta del Baltico. Il 28 maggio anche questa armata navale venne annientata dall’ammiraglio Tōgō nella battaglia di Tsushima. Si trattò di una sconfitta da far impallidire Trafalgar: i russi persero 34 navi su 38; i giapponesi solo qualche unità minore. La Russia si trovò così costretta a chiedere la pace e riconoscere l’influenza giapponese su buona parte della Manciuria: per la prima volta uno Stato asiatico aveva sconfitto le forze armate di una grande nazione europea in una grande guerra. Con il trattato di Portsmouth il Giappone entrò a pieno diritto nel club delle grandi potenze mondiali, vedendosi riconosciuto persino il possesso della Corea e metà dell’isola di Sakhalin.

Le dinamiche espansionistiche del Giappone subirono un’accelerazione sul finire degli anni Trenta. La giunta militare di Tokyo, che esercitava una sempre più pesante influenza sull’imperatore Hirohito, decise di riprendere il conflitto latente con la Cina. Il 7 luglio 1937 a Pechino, nei pressi del ponte di Marco Polo, un incidente tra le truppe giapponesi dell’Armata del Kwantung e quelle cinesi che lo presidiavano divenne la miccia che innescò la seconda guerra sino-giapponese. L’esercito imperiale forte di un’assoluta supremazia aerea conquistò rapidamente vaste regioni della Cina: una dopo l’altra caddero città come Pechino, Tientsin, Nanchino e Canton. Le vittorie mascheravano in realtà un colossale errore strategico e diplomatico. Il Giappone attirò su di sé l’ostilità internazionale e soprattutto si ritrovò invischiato in una guerra che non poteva vincere. Il governo nazionalista di Chiang Kai-Shek era corrotto, dilaniato da divisioni interne che si ripercuotevano su un esercito mal equipaggiato e peggio guidato, ma la Cina era semplicemente troppo grande per essere conquistata o sconfitta. Ogni vittoria giapponese serviva solo ad aprire un nuovo fronte che drenava sempre più risorse della madrepatria. Ancora alla fine del 1945 i militari giapponesi non erano riusciti a venire a capo del problema ed erano più di un milione i soldati dell’esercito imperiale impiegati sul teatro cinese.

Uno scenario del genere avrebbe sconsigliato ulteriori avventure ma l’aggressività dei leader militari giapponesi era pari solo alla loro mancanza di buon senso strategico. Nel 1939 Tokyo riteneva che un’estensione della propria area di influenza in Mongolia, uno Stato satellite dell’URSS, non avrebbe incontrato resistenza da parte dei sovietici. Le tensioni presero corpo in vero e proprio conflitto armato non dichiarato. Le forze giapponesi si avventurarono oltre il fiume Khalkhin Gol ma nel settembre 1939 furono accerchiate e letteralmente fatte a pezzi dall’Armata rossa guidata da Georgij Žukov, un giovane generale di talento che in seguito avrebbe diretto le forze armate sovietiche in tutte le più grandi battaglie nella lotta contro Hitler. Preso atto dell’impossibilità di acquisizioni territoriali in Siberia, la direzione strategica militare del Paese passò sotto l’influenza della marina, la quale guardava da sempre al Pacifico e alle risorse petrolifere dell’Indonesia. L’Europa si trovava alle prese con il dilagare della Germania ed i giapponesi ritenevano che, in questo contesto di crisi, il crollo degli imperi coloniali inglese, francese e olandese fosse ormai solo una questione di tempo. Un simile cambio di obiettivi poneva però il Paese in rotta di collisione con gli Stati Uniti, i quali non avrebbero mai permesso che si instaurasse il dominio del Giappone in Asia. I leader militari giapponesi erano consapevoli dei pericoli insiti in questa visione. A differenza di quanto si è sempre comunemente ritenuto molti generali e ammiragli non sottovalutavano affatto il gigante americano. Isoroku Yamamoto, uno dei più geniali comandanti della flotta, aveva avvertito che in caso di guerra con gli Stati Uniti avrebbe potuto garantire 7 mesi di successi, dopo quel lasso di tempo, con il risveglio della potenza industriale americana, le possibilità di vittoria avrebbero iniziato a ridursi fino a scomparire. La sua voce rimase inascoltata: politici e militari erano sempre più inclini a voler rischiare il confronto con gli U.S.A. La folle volontà di accettare i rischi di giocare d’azzardo aveva appena tracciato la via sulla quale si era messo il Giappone, la via del disastro, quella che conduceva a Pearl Harbor.

Torna alla Home della Seconda guerra mondiale