E forse la mia storia, spoglia dell’elemento fantastico, accarezzerà meno l’orecchio, ma basterà che la giudichino utile quanti vorranno sapere ciò che del passato è certo, e acquistare ancora preveggenza per il futuro, che potrà quando che sia ripetersi, per la legge naturale degli uomini, sotto identico o simile aspetto.

Tucidide, La guerra del Peloponneso, I - XXII

 

Nel primo libro de “La guerra del Peloponneso”, il capolavoro dello storico greco Tucidide, è contenuto un passo che, a dispetto della sua importanza, non sembra scritto per catturare l’attenzione del lettore. Il brano a cui mi riferisco è quello riportato in esergo. A prima vista somiglia ad una semplice premessa metodologica; niente più di una doverosa “nota tecnica” messa lì dall’autore per mero scrupolo professionale. Un po’ come le istruzioni di un elettrodomestico. Leggendo “La guerra del Peloponneso” si può facilmente oltrepassarla senza nemmeno accorgersene. Non ci sarebbe nulla di strano, né di male. Ai nostri giorni possedere il coraggio di voler affrontare Tucidide è una cosa meritoria di per sé stessa. E poi – suppongo – se ci si addentra nelle pagine di quest’opera, lo si fa perché spinti dalla voglia di immergersi nel racconto della lotta mortale tra Sparta e Atene. Forse è per questo motivo che risulta difficile scorgere immediatamente il senso profondo nascosto in quelle parole. Persino le note delle varie edizioni del libro non aprono grandi prospettive interpretative. Quasi tutte preferiscono mettere in evidenza la sottintesa polemica nei confronti di Erodoto, l’altro fondamentale storico del mondo greco, famoso al contrario per il suo stile narrativo gradevole e incentrato sulla gesta dei grandi protagonisti della storia. Eppure Tucidide, con la sua scrittura nitida e senza fronzoli, in poche righe ci sta dicendo qualcosa di estremamente importante. Sta infatti tentando di trasmetterci la sua visione della storia. E il senso di quella che ritiene sia la sua utilità. Per Tucidide la storia sottende una dinamica complessa che può essere considerata come l’intreccio di tre dimensioni: il passato, il presente e il futuro. L’attualità appare come il traguardo dove giungono a compimento gli effetti del passato e, nello stesso tempo, la linea di partenza di quello che sarà il futuro, il quale a sua volta non è che un’emanazione del presente sui fondamenti di quanto è successo. Proiettate sullo sfondo di questa filosofia, le vicende contemporanee contengono quindi già in sé stesse un nucleo di comprensione aperto alla possibilità di un’indagine analitica che, se attuata correttamente, può servire da base per prevedere quantomeno le linee di tendenza di ciò che potrà essere. La storia ed il futuro non sono dominati dal caso o da imperscrutabili fattori divini: al contrario sono il campo d’azione di forze puramente umane, e in quanto tali conoscibili. Ragionare su questo sistema interpretativo solo all’apparenza sembra un sofisma da addetti ai lavori. In realtà le sue implicazioni toccano molto da vicino le nostre vite, in particolare il modo con cui interpretiamo gli eventi (grandi o piccoli) che viviamo. Per quanto imperfetto, quello di Tucidide è un razionale tentativo di fornire all’uomo gli strumenti e il metodo per conoscere il proprio domani e di orientare i propri passi inquadrando il presente in una cornice di senso originata in larga misura nel passato. E, da ultimo, anche un messaggio di speranza, così come un invito ad una più diretta assunzione di responsabilità. Tucidide ci mostra che passato, presente e futuro costituiscono un unico sistema organico e che noi, trovandoci al suo interno, siamo dotati della possibilità di indagarne la dinamica. E soprattutto che, per il semplice fatto di essere coinvolti in questo processo, rivestiamo un ruolo. Tutto è a nostra misura, e la nostra ansia di conoscenza può essere colmata. Vivere in un mondo incomprensibile, dove non è possibile scorgere indicazioni per orientare la direzione del proprio cammino, né relazioni che ci leghino ad una storia collettiva che si svolge su un piano più alto di quello della nostra vita quotidiana, è forse quanto di più terribile possa sperimentare un essere umano. Per questo, chi più, chi meno, tutti noi avvertiamo il bisogno di capire i fatti del presente mettendoli in relazione con il passato ed il futuro. Difficile? Certo, ma che si tratti della Guerra dei Trent’Anni o del perché la nostra vita abbia preso una piega piuttosto che un’altra, Tucidide ci dice che è possibile. Sempre. Basta saper vedere e cogliere i segnali del mondo.

Ricordo distintamente la prima volta in cui il corso dei grandi eventi della storia scese ad intrecciarsi in modo evidente con quello della mia vita quotidiana. Avevo nove anni e frequentavo le scuole elementari. Ero un bambino curioso, riflessivo, ma non particolarmente sveglio. Amavo perdermi nel mio mondo fatto dei libri di Roald Dahl e dei videogames di Nintendo, forse per fuggire dai fantasmi di una remota, insondabile inquietudine. Una mattina di metà novembre però capii immediatamente che c’era qualcosa di strano nell’aria quando la nostra insegnante, entrando in classe, sconvolse il normale programma delle lezioni. Niente matematica, geografia o grammatica: per mezz’ora – o forse più – animata da un inconsueto trasporto, ci raccontò di come la notte precedente in Germania, a Berlino, la gente avesse abbattuto un muro che da anni divideva la città. E di come questo fatto andasse considerato il segno di un epocale cambiamento dei tempi. Lì per lì accolsi la notizia con indifferenza: la cosa non mi sembrava così degna di nota. Oltre le ampie vetrate della mia aula, dall’altro lato della strada, vedevo ogni giorno squadre di operai indaffarate a demolire la grande acciaieria che sorgeva proprio nel mezzo della mia città. Grossi e rumorosi camion, in un incessante andirivieni, portavano poi via tonnellate di macerie tra nuvole di polvere grigiastra. Insomma, davanti a me, di muri ne vedevo cadere parecchi, e quasi quotidianamente. Che c’era di tanto strano? Un muro rimane pur sempre un muro, qui come a Berlino. Tanto più che la cosa non mi sembrava suscitare reazioni eclatanti. Correva voce che al posto della fabbrica sarebbe sorto un grande centro commerciale. Tra la gente della mia città, un alveare di operosità lombarda soprannominato la Manchester d’Italia, la cosa non era vista di buon occhio, ma la disapprovazione generale si limitava ad una distaccata acquiescenza. I miei genitori, due operai, incarnavano forse alla perfezione questo stato d’animo di sotterranea protesta. Accompagnandomi a scuola, quando passavamo davanti al cantiere, non mancavano mai di guardare preoccupati in direzione delle barriere che impedivano l’accesso ai non addetti. Mentre si lasciavano andare a qualche cupo commento, il loro viso mi sembrava attraversato da un’ombra. “Dove andremo a finire di questo passo?” – si domandavano, per lo più in dialetto e probabilmente senza mai darsi una risposta convincente. Nella loro mentalità, demolire una fabbrica, un luogo dove la gente si guadagna da vivere, per far posto ad un tempio del consumo, dove invece si va a spendere soldi, non equivaleva mai, in nessun caso, ad uno scambio conveniente. Eppure era esattamente quello che stava succedendo un po’ ovunque. Com’era possibile che, una dopo l’altra, tante industrie della città, un tempo fiorenti, stessero ora chiudendo o trasferendosi altrove? In modo confuso, col pessimismo un po’ ingenuo della gente semplice, intuivano che la realtà stava mutando direzione, ma non sapevano ancora bene dire perché e dove si sarebbe andati a finire.

Col senno di poi mi trovo oggi costretto a riconoscere quanto anche la demolizione dell’acciaieria fosse un evidente segnale di mutamento, di certo inserito in un cambiamento più vasto, legato al crollo di tanti altri muri che contemporaneamente stava avvenendo in molte parti della Terra. Il mondo della Guerra Fredda, idealmente predicato intorno all’idea di divisione e di incomunicabilità tra un “noi” e un “loro” stava finendo nel modo più ovvio e naturale, vale a dire con l’abbattimento dei suoi simboli per eccellenza: le barriere di separazione, fisiche o ideali che fossero. E, in questo contesto, qualcuno doveva aver già intuito i vantaggi dello spostare la produzione industriale in altri, lontani Paesi prima off-limits per l’iniziativa privata. Con la stessa fame dell’oro dei conquistadores del Cinquecento, imprenditori e capitani d’industria salparono verso incontaminate terre vergini, dove la forza lavoro – spesso infantile – costava pochissimo e dove non esistevano norme ambientali o sindacali a sporcare i profitti. Ma forse tutto era troppo vicino a noi perché ce ne potessimo rendere conto. E noi troppo occupati dai problemi della nostra vita quotidiana per fare collegamenti di senso che ci permettessero di intravedere con chiarezza quali effetti concreti ne sarebbero scaturiti. Nel novembre del 1989 la nostra attenzione, come detto, era tutta concentrata su Berlino. E questo ci bastava per coltivare l’illusione di avere il polso degli eventi. Dopo quella strana mattina a scuola, giornali e trasmissioni televisive non parlarono d’altro per giorni e giorni. Mia mamma, sull’onda del clima di dibattito, comprò persino “Perestrojka”, un saggio di Michail Gorbačëv, l’allora presidente dell’Unione Sovietica, il quale in Occidente godeva di una popolarità maggiore di quella riservata a tante rockstar o divi del cinema. Io ovviamente continuavo a vivere nella totale inconsapevolezza di ciò che stava succedendo. Cosa volete, in fondo non ero che un bambino. Mi avevano detto che stavamo vivendo tempi importanti, e tanto mi bastava. “Oh bene, mille grazie per l’informazione. Adesso posso tornare a giocare a Super Mario?” La mia Weltanschauung di allora avrebbe potuto essere condensata in queste parole, che non pronunciai mai, ma che rappresentano esattamente il modo con cui attraversai lo spartiacque tra anni Ottanta e Novanta. Col tempo ho però capito quanto fossi in buona compagnia. La stragrande maggioranza degli adulti attorno a me, a dispetto del loro gran discettare sui massimi sistemi con aria da intendersene, sospetto che non avesse una conoscenza tanto più approfondita della mia riguardo alla direzione dei fatti, né verso il futuro, né verso il passato. Qualche intellettuale azzardò persino fantasiose ipotesi sulla fine della storia. In realtà si sapeva solamente che qualcosa di importante era avvenuto: degli effetti di questi eventi, però, non si aveva che una percezione indistinta. Al riguardo nessuno poteva dirsi in grado di pronunciarsi con cognizione di causa. Di sicuro c’erano dei punti fermi, ma metterli in relazione e rivestirli di un’interpretazione risultava difficile. Cosa sapevamo? Che il comunismo, come sistema politico, era in agonia: barcollando tra la farsa e la tragedia, stava consumando i suoi ultimi istanti di vita. Di lì ad un paio d’anni la bandiera rossa con la falce ed il martello sarebbe stata ammainata dalle torri del Cremlino. Era la notte di Natale del 1991. Qua e là ci furono spargimenti di sangue, come in Romania, ma nel complesso una delle più spietate ideologie del XX secolo uscì di scena in tono dimesso, dissolvendosi come neve al sole di primavera. Non propriamente il disgelo in cui doveva aver sperato Gorbačëv. Fu un bene, considerando come la Russia e i Paesi dell’Est suoi satelliti fossero armati sino ai denti. Alla fine, con sublime ironia, più che missili nucleari ed eserciti, il supermercato ed il fast-food avevano sconfitto il Kolchoz ed il Gulag. L’economia pianificata e collettivistica, per manifesta inferiorità, uscì di scena dal teatro della storia tra fischi e lanci di uova marce. Con due millenni di ritardo sulla religione, alla fine il monoteismo era arrivato anche in economia e in politica. Rimaneva dunque un solo Dio in cui credere: il libero mercato. Le sue promesse di libertà, e soprattutto il miraggio di un’universale ricchezza a portata di tutti, sembravano destinate ad una trionfale realizzazione, spinte da una forza che con tutta evidenza doveva apparire irresistibile quanto la stessa necessità storica che Marx aveva immaginato nel motore del socialismo.

Un altro grande dato di fatto era la riunificazione della Germania, evento che agli occhi di tutti sembrava sancire un ritrovato stato di preminenza costruito, non più su panzer e cannoni, ma su prosperità economica, solidità monetaria e influenza politica. Di fatto, la Germania Est, uno dei più rigidi Stati polizieschi di oltrecortina – semplicemente – svanì in una notte. Come disse Siegfried Wenzel: «[…] non aveva più alcuna prospettiva», frase che a mio parere spiega bene anche la placida dissoluzione di altri simili apparati di potere dei regimi dell’Est. Senza la possibilità di un futuro non si lotta, nemmeno per sopravvivere. I Vopos, la temutissima polizia popolare tedesca, ricevette l’ordine di non intervenire contro i manifestanti. L’impressione fu in larga parte quella di una festa. Nei giorni seguenti, Mstislav Rostropovich, il grande violoncellista russo in esilio, accorse a Berlino, dove suonò brani delle suite di Bach ai piedi del muro, in una specie di flash mob musicale ante litteram. Altrove la gente comune, a piedi o a bordo delle proprie Trabant fantozziane, continuava a sciamare verso ovest brandendo cartelli sui quali, con umorismo squisitamente berlinese, si poteva leggere: “l’ultimo che lascia la DDR spenga la luce!” Passato l’entusiasmo, il processo di incorporazione della Repubblica Democratica nella Repubblica Federale prese il via con l’unione monetaria. Ad Est era quello che tutti sognavano e chiedevano a gran voce. Il senso degli innumerevoli striscioni con la scritta: «Kommt die D-Mark, bleiben wir, kommt sie nicht, geh’n wir zu ihr!» (Se arriva il Marco rimaniamo, altrimenti andiamo noi da lui!) era esattamente quello. Qualche mese più tardi, nel luglio del 1990, quando ai cittadini dell’Est fu consentito di precipitarsi agli sportelli bancari per cambiare con tasso favorevole i loro marchi in valuta occidentale, il cancelliere democristiano della Germania Ovest, Helmut Kohl, si sentì in dovere di rassicurare tutti: «A nessuno andrà peggio di prima, a molti andrà meglio.» La gente scelse di credergli. Oggi possediamo elementi sufficienti per dire che si trattò di un’affermazione avventata nel migliore dei casi; ipocrita e formulata in malafede nel peggiore. I politici sapevano che la riunificazione tedesca non avrebbe potuto essere indolore. Nei fatti non fu nemmeno condotta con il guanto di velluto. Significò l’azzeramento pressoché totale dell’economia della Germania Est e lo sconquasso di molti altri aspetti della vita sociale di quel Paese, il quale non sarà certo stato un paradiso, ma nemmeno uno Stato fallito come hanno voluto farci credere. A conclusione di tutto, la storia dell’economia si arricchì però di un’interessante prova empirica che suffragava un principio controintuitivo ma veritiero: quando un sistema economico solido ed uno più fragile si fondono, il risultato non è mai un dolce, graduale processo di livellamento, ma un violento e traumatico assorbimento del primo nei confronti del secondo. Nel nostro caso particolare, il moto lasciò dietro di sé parecchie macerie. La “Deutsche Wiedervereinigung”, per le regioni dell’Est, portò con sé effetti devastanti che possono essere riassunti in denatalità, disoccupazione, spopolamento delle città, crisi del sistema scolastico. La Treuhandanstalt, l’agenzia di amministrazione fiduciaria che il governo dell’Ovest istituì con il compito di liquidare e privatizzare i “Kombinate”, le gigantesche industrie di Stato della Germania Est, si macchiò di scempi ed iniquità tali da far sembrare le privatizzazioni italiane degli stessi anni un luminoso esempio di buona gestione. In genere si è portati a credere che la storia della riunificazione delle due Germanie sia una questione puramente tedesca, ma questo è un errore. Quando qualche anno più tardi si tratterà di creare l’Unione Europea, fondendo cioè le economie di più Paesi – molto disomogenee – in unico sistema, il problema si ripeterà su scala più grande. A metà degli anni Novanta la storia ci offrì un’anteprima credibile di ciò che sarebbe potuto succedere (ed in parte successe) con l’Unione Europea. Sovrapporre forzatamente economie di Paesi quali la Germania e la Francia con sistemi più malfermi – o semplicemente differenti – come quelli di Spagna, Grecia, Portogallo, e in parte Italia, comportava grandi rischi. La storia ci aveva già avvertito con la vicenda della Germania Est. Alcuni economisti fecero suonare campanelli d’allarme che i politici ignorarono. Avrebbero dovuto prestare maggiore attenzione ma, loro e di riflesso anche noi, fummo troppo disattenti e non sapemmo cogliere i segnali della realtà. Con buona pace di Tucidide. Forse leggere i classici della storiografia è meno inutile di quanto possa sembrare.

Oh già, dimenticavo, l’Unione Europea! Nell’Europa occidentale, intanto, si iniziava a parlare di una casa comune dei popoli, di abbattimento delle frontiere, di libera circolazione di persone e di merci, di moneta unica. Il progetto sembrava il naturale punto di arrivo della visione che trent’anni prima avevano avuto grandi statisti come Schumann, Adenauer e De Gasperi. Per la prima volta dalla caduta dell’Impero romano, gli europei vedevano di fronte a sé la possibilità di un concreto superamento dei secolari particolarismi tipici del nostro continente e che lo avevano portato sull’orlo dell’annientamento con le due guerre mondiali. Insomma, che fosse giustificato o meno, circolava un grande entusiasmo e un altrettanto grande senso di aspettativa, non solo da parte di intellettuali e politici. Ma in parallelo si poteva avvertire il chiaro risorgere di inquietudini provenienti da un passato situato ben oltre la memoria di quanti ancora ricordavano la Seconda guerra mondiale. L’oggetto di queste paure era la Germania stessa e la sua forza all’interno dell’Europa. Il primo ministro britannico Margaret Thatcher si sentì in dovere di mettere in guardia il presidente americano Bush: «se non facciamo attenzione, i tedeschi otterranno con la pace quello che Hitler non è riuscito a ottenere con la guerra.» Poi, ad un vertice tenutosi nel dicembre 1989, prima di una cena ufficiale, si lasciò scappare il commento: «Abbiamo sconfitto i tedeschi due volte, ma ora sono ritornati.» Ma tra tutti i capi di stato il più preoccupato era certamente il presidente francese Mitterrand. L’ultimo vero, grande uomo politico di un certo valore che la Francia abbia avuto tentò in tutti i modi di impedire la riunificazione dei due Stati tedeschi. Come nel 1870, nel 1914 e nel 1940, Parigi tornò a guardare con preoccupazione al di là del Reno. Non si sentivano più il tintinnare di sciabole e il tramestio di armate in movimento, ma quello che stava succedendo in Germania si prospettava comunque come un’evidente minaccia allo status della Francia. Meno di un mese dopo la caduta del muro, il capo dell’Eliseo incontrò il leader del Cremlino a Kiev. I due parlarono di misure per scongiurare il crollo della DDR. Entrambi avrebbero potuto sottoscrivere la famosa battuta di Mauriac: “amavano a tal punto la Germania che preferivano averne due”. Ma ormai era tardi: il corso degli eventi non poteva più essere fermato. Michail Gorbačëv e Eduard Shevardnadze, il ministro degli affari esteri dell’URSS, avevano già deciso di non interferire e di lasciare la Germania Est al suo destino, nella speranza che, abbandonando la periferia dell’impero sovietico, sarebbero riusciti quantomeno a salvarne il cuore. Rassegnata, la Francia passò al piano B: non si sarebbe opposta alla riunificazione ma in cambio pretese la ripresa del progetto di una moneta unica europea, nell’intento di privare la Germania di quella che ormai era diventata la sua arma principale, il Deutsche Mark. Il cancelliere Kohl acconsentì senza nemmeno consultare Karl Otto Pöhl, il presidente della Bundesbank. Sembrava un prezzo ragionevole per il suo capolavoro politico: insomma, “Do ut des”. Nel febbraio del 1992 il Trattato di Maastricht, sottoscritto da 12 Paesi, diede ufficialmente il via all’integrazione europea.

Quando dalle medie venne il tempo di fare il grande salto alle superiori, scelsi il liceo linguistico. L’edificio non era tanto lontano dal luogo in cui si trovava la mia vecchia scuola elementare. A metà strada tra i due istituti, nel frattempo, era sorta la scintillante torre di un centro commerciale. L’aspetto che però mi preme sottolineare è la sorpresa che trovai sin dal primo giorno di lezioni: dopo l’inglese, la seconda lingua di studio non era più il francese, ma il tedesco. Altro significativo aspetto di un cambiamento che non colsi immediatamente. Il dolce idioma di Balzac e Verlaine non lo avrei studiato che a partire dal triennio, e solo per due misere ore alla settimana. Sull’autostrada della cultura, a bordo della loro fiammante berlina made in Germany, Goethe e Schiller avevamo messo la freccia e operato il clamoroso sorpasso. Hegel avrebbe tirato in ballo lo Zeitgeist, ma la nostra civiltà ora è decisamente più materiale e meno incline a simpatizzare per gli aspetti immateriali dell’esistenza. Comunque, non so se fosse un caso, tutte le insegnanti di madrelingua di francese che ebbi la sfortuna di avere, erano donne secche ed arcigne come sergenti della Legione Straniera. Le loro lezioni avevano il potere di spegnere ogni “joie de vivre”. Più che l’autunno, erano i lunghi singhiozzi delle letture che ci venivano propinate a ferire i nostri cuori di un languore monotono. Tutti i brani tendevano sinistramente ad alludere alla grandezza della Francia e della sua cultura, facendoci sentire come barbari che vivevano al di fuori della sua luce. Può darsi che fossi prevenuto, ma avevo sempre il sentore di uno strisciante clima di sorda e rabbiosa polemica per un primato ormai perduto. Al contrario, tutte le Lehrerinnen erano ridanciane signore alla buona, dotate – se mi passate il termine – di un discutibile, scanzonato senso dell’eleganza nell’abbigliamento che rendeva loro possibile il presentarsi di fronte ad un branco di adolescenti coniugando scarpe ad infradito con improbabili giacche di pelliccia. Ci voleva indubbiamente del coraggio. Anche nel farci cantare “Stille Nacht” e a farci vedere “La bella e la bestia” di Walt Disney in tedesco. O a farci leggere le fiabe dei fratelli Grimm. O ancor di più nel trattare con onestà argomenti come il passato recente della Germania, o la pesante eredità della Seconda guerra mondiale e del nazismo. Ad un certo punto vedemmo persino “Il tamburo di latta”, il film tratto dal grottesco capolavoro di Günter Grass. In generale, l’ora di tedesco era più interessante di altre sotto molti aspetti, anche non propriamente legati alla didattica. La prima parolaccia che sentii pronunciare ad un’insegnante fu quando Frau S. proruppe in un plateale – e molto poco teutonico – “cazzo!” nel bel mezzo di una lezione. Madame B., pur disponendo di un esempio storico come quello del generale Cambronne a Waterloo, non si sarebbe mai lasciata andare ad un “merde!” di fronte a tutti. Anzi, non sarei stupito di sapere che non andasse mai nemmeno di corpo, giudicando la funzione una cosa “trop vulgaire pour sa dignité”.

Uno dei miei primi libri di tedesco iniziava memorabilmente con la frase: «Deutschland liegt im Herzen Europas» – «La Germania si trova nel cuore d’Europa». La frase, ingenuamente poetica ed evocativa, oltre ad una verità geografica in senso letterale, ne racchiudeva per affinità anche un’altra: la Germania è il cuore d’Europa. Se questo è vero, allora ogni discorso sulla storia politica ed economica europea dall’Impero carolingio in poi non può prescindere dal riconoscere il ruolo fondamentale che la Germania riveste all’interno delle dinamiche del nostro continente. Come europei sono secoli che ci dibattiamo in questo scenario e nelle sue implicazioni. Uno dei primi ad accorgersene fu Benjamin Disraeli, un primo ministro britannico di fine Ottocento, autore della frase: «L’unificazione tedesca del 1871 è un evento politico più importante della Rivoluzione francese … l’equilibrio di potere in Europa è stato completamente distrutto.» Si tratta di un’affermazione perentoria, forse azzardata, ma difficilmente confutabile. A questo punto una digressione storica può venirci in aiuto per capire meglio le radici e la complessità della situazione attuale. Dalla pace di Vestfalia del 1648, che pose fine alla Guerra dei Trent’anni segnando il declino dell’egemonia imperiale tedesca e smembrando la Germania in più di 300 Stati, l’ordine del nostro continente si è sempre fondato su un’Europa centrale divisa. L’area tra il Reno e la Vistola assunse per secoli la fisionomia di una zona cuscinetto dove l’influenza delle grandi potenze (Francia, Austria, Russia, Gran Bretagna, Svezia) si controbilanciava, a volte diplomaticamente, più spesso in maniera violenta sfociando in una sequela di guerre e rivolgimenti. Ma al di là delle contingenze del momento, la politica estera degli Asburgo e dei Borbone ruotò attorno ad un principio fondamentale: impedire il coagularsi di tutti gli altri Stati tedeschi. La stella polare di statisti come Mazzarino, Richelieu, Luigi XIV, Napoleone, Kaunitz e Metternich fu sempre questa sorta di “divide et impera” in salsa mitteleuropea. Al di là della Manica, protetta dalla sua strapotente flotta, la Gran Bretagna intanto vigilava, avendo cura che in Europa nessuno prendesse il sopravvento. Questa situazione durò finché Francia e Austria disposero della forza per assumersi il ruolo di poliziotti e garantire l’ordine. Ma intorno alla metà dell’Ottocento i rapporti di forza mutarono in maniera permanente. L’equilibrio venne alterato dell’influenza sempre maggiore della Prussia, uno Stato relativamente piccolo, frammentato in province senza continuità territoriale, sottopopolato, e pericolosamente incastrato tra le pianure del nord-est della Germania e il mar Baltico. Al di là delle sue frontiere – niente più che delle contorte linee su una cartina – si estendevano le enormi masse territoriali dell’Austria e della Russia zarista, due giganteschi imperi multietnici anch’essi in piena ascesa. Non propriamente dei vicini di casa rassicuranti, per uno Stato che coltivi ambizioni di espansione. Nel Settecento però, Federico il Grande riuscì a portare questa accozzaglia di territori nel novero delle grandi potenze a passo di marcia. Letteralmente. Continuando l’opera del padre, Federico Guglielmo I, rese l’esercito prussiano un letale strumento di guerra. Più che uno Stato, la Prussia poteva dirsi una caserma. Del resto, era proprio questa la prima impressione degli stranieri che la visitavano. Uno di essi, il filosofo francese Voltaire, disse con sottile malizia che: «Mentre alcuni Stati possiedono un esercito, in Prussia è l’esercito che possiede uno Stato.» E gli junker, gli esponenti dell’aristocrazia terriera, ne erano i fedeli custodi. Fu proprio grazie alla forza militare – oltre ad una buona dose di fortuna – che la Prussia riuscì a mantenere il proprio status e a sopravvivere alle tremende prove della Guerra dei Sette anni e successivamente al caos dell’età rivoluzionaria francese. Dopo il Congresso di Vienna, dove la Prussia, per il fondamentale contributo dato alla sconfitta di Napoleone, sedette con pari dignità di Gran Bretagna, Russia e Austria, molti, all’interno dell’inquieto mondo germanico, iniziarono a vedere questo Stato come il possibile catalizzatore di un processo di unificazione o quantomeno di sganciamento dalla tutela degli Asburgo. Dopo la caotica, effimera tempesta delle rivoluzioni liberali del 1848-49, l’inizio della svolta fu il 1862, quando Bismarck assunse la carica di Ministerpräsident prussiano. Il vecchio junker si ritrovò a manovrare le leve di una nazione dove l’industrializzazione, la scienza e la tecnica stavano compiendo progressi spettacolari, ad un ritmo più sostenuto che in ogni altro Stato europeo. Nel ventennio tra il 1850 e il 1870 la produzione di ferro aumentò di sei volte, mentre quella di carbone balzò da 5,1 a 26,4 milioni di tonnellate. La popolazione prussiana si riversò nelle città superando in breve tempo i 20 milioni. Berlino, Colonia, Breslavia, Königsberg divennero importanti metropoli. Per connettere questi centri urbani, il territorio venne ricoperto di ferrovie, che attirarono capitali ed investimenti. Come ovvia conseguenza, la produzione industriale decollò. E poi, come sempre, c’era l’esercito, il più professionale e il meglio comandato del mondo. Giunto al potere, Bismarck aveva idee ben chiare sull’uso da farne. Nel settembre del 1862 il suo discorso alla Commissione finanze del Landtag prussiano fu impressionante: «La Germania non guarda al liberalismo della Prussia, ma alla sua potenza; la Baviera, il Württemberg, il Baden possono abbandonarsi al liberalismo, e questo è il motivo per il quale nessuno assegnerà loro il ruolo attribuito alla Prussia; la Prussia deve conservare e concentrare la sua potenza per il momento opportuno, che le è già sfuggito diverse volte; i confini della Prussia – stabiliti dal Congresso di Vienna – non sono favorevoli a uno Stato sano e vitale; non è con i discorsi e con le risoluzioni delle maggioranze che si decidono i grandi problemi del nostro tempo – questo fu l’errore del 1848-49 –, ma col ferro e col sangue.» Da quando furono pronunciate, queste parole non hanno mai smesso di essere travisate. Molti storici vi hanno scorto i segni di un’aggressiva volontà di potenza che ad un certo punto parve il minimo comune denominatore dell’intera storia tedesca. In verità Bismarck era un politico pragmatico, un cinico realista che amava chiamare le cose semplicemente con il loro nome. Quello che intendeva affermare era che, se la storia avesse di nuovo offerto alla Prussia l’occasione per unificare la Germania, questo processo si sarebbe compiuto non più inseguendo il miraggio di una forza morale, ma sulla base di fattori materiali e tangibili che allora dominavano il tardo Ottocento. Il ferro e il sangue, per l’appunto.

Nel giro di pochi anni, con una serie di veloci, spettacolari campagne militari contro Danimarca, Austria e Francia, la Prussia si ritrovò a capo di una Germania unificata per la prima volta nella sua storia. Nel 1870, a Sedan, metà dell’esercito francese venne accerchiato e costretto alla resa dalle truppe del maresciallo Helmuth von Moltke. Fu una delle più schiaccianti vittorie militari di tutti i tempi. Vennero fatti 80.000 prigionieri. Tra di essi c’era anche l’imperatore Napoleone III che, certo di vincere, aveva incautamente accettato lo scontro armato con la Prussia. Per la Francia fu un trauma. Come scrisse lo storico inglese Taylor: «Sedan segnò la fine di un’epoca nella storia d’Europa; il mito della grande nation, dominante l’Europa, cadde per sempre.» Come conseguenza, il 18 gennaio 1871, nella maestosa Sala degli specchi della reggia di Versailles, nel palazzo dove campeggia l’iscrizione “à toutes les gloires de la France”, i principi tedeschi poterono fondare un autentico gigante: il secondo Reich. Il re di Prussia Guglielmo I, come rappresentante dello Stato più influente, accettò il titolo di “Kaiser”, trovandosi così a capo di un impero esteso dal Reno alla Lituania, ma dalle caratteristiche particolari. Sotto un’apparente crosta di compattezza e solidità, la Germania era un Paese di contrasti e contraddizioni irrisolte, dove istituzioni arcaiche, paternalistiche e di tipo ancora feudale, convivevano a stretto contatto con aspetti della modernità più avanzata. Industria, tecnica, ricerca scientifica, dinamismo economico erano quanto di meglio potesse offrire l’Europa. Esistevano importanti partiti di massa, come quello socialdemocratico (allora il più grande ed organizzato al mondo) e il Zentrum, che rappresentava i cattolici delle regioni del sud. Vigeva un piano di leggi sociali che garantivano l’assicurazione contro malattie e infortuni sul lavoro, così come un sistema di pensioni di anzianità. Ma l’ossatura dello Stato rimaneva fortemente autoritaria e permeata in ogni suo aspetto dall’indiscusso predominio della nobiltà terriera, la quale, come ai tempi di Federico il Grande, deteneva il controllo dell’alta burocrazia e delle forze armate. A quell’epoca in Germania, esibire un “von” davanti al proprio cognome significava in genere trovarsi ad un alto livello della scala sociale. Era un Paese dove il Kaiser Guglielmo II poteva vantarsi di “non sapere nulla della costituzione, non avendola mai letta” e permettersi di definire tutti coloro che non indossavano un pastrano militare “Schlappe Zivilisten” – “Flaccidi civili”. Ma, come detto, per gli equilibri di potere europei la sostanza ormai era diventata una sola: “Deutschland über alles”. La Germania assumeva sempre di più i tratti di una nazione dominante, abbastanza potente da sconfiggere singolarmente ciascuno dei suoi vicini e forse tutti i principali Paesi del continente messi assieme. Bismarck però, al quale non faceva difetto la lungimiranza, era preoccupato: a differenza di tutti gli altri leader politici che lo seguiranno, aveva ben chiaro il senso del limite e del principio di realtà. L’obiettivo dei suoi ultimi anni di governo divenne il consolidamento di quanto aveva ottenuto. Capì che il rischio che correva il suo Paese era (per usare le sue stesse parole) di precipitare in un “cauchemar des coalitions”. La Francia era ormai da considerarsi un nemico irriducibile. Costretta a cedere l’Alsazia e la Lorena e a versare una forte indennità di guerra, il suo unico obiettivo divenne quello di vendicare l’umiliazione del 1870-71. Bismarck, con i mezzi della diplomazia, quelli che sapeva maneggiare in modo eccelso, si adoperò in ogni modo per mettere la sordina alla germanofobia che sentiva covare in Europa. Promosse un’alleanza con l’Austria e l’Italia, e indusse la Russia, una parte fondamentale del sistema di equilibrio, a firmare un trattato di controassicurazione che metteva la Germania al riparo da un possibile accerchiamento diplomatico-militare ordito dalla Francia. Per un po’ il sistema sembrò reggersi in equilibrio grazie al genio dello junker con il pickelhaube. Ma nel marzo 1890, con il suo allontanamento, l’incubo prese forma. La Francia, in preda al revanscismo, cercò una sponda nella Russia e la trovò con l’alleanza del 1894. Anche l’impero britannico divenne sempre più preoccupato, vedendo messa in pericolo la sua tradizionale politica di balance of power. Sfortuna poi volle che, dopo un genio, a guidare il Reich si susseguisse una pletora di leader e figure non all’altezza della situazione, come l’instabile, contraddittorio Kaiser Guglielmo II.

L’Europa, nel frattempo, tendeva sempre più ad assomigliare ad una pentola a pressione senza valvola di sfogo. Il fuoco era quello alimentato da nazionalismo e volontà di potenza, forze che nell’ultimo ventennio del Novecento presero il sopravvento sui complessi calcoli della diplomazia. Il sistema del “concerto delle nazioni” e la sua flessibilità nel ricomporre gli attriti, istituito dal Congresso di Vienna del 1815, lasciarono il posto alla rigida contrapposizione tra schieramenti. In questo contesto instabile, i tedeschi si sentivano – ed erano – una grande nazione, ma avvertivano nel contempo come al loro spettacolare dinamismo economico e militare non corrispondesse un’adeguata influenza politica. Si sentivano titolati a perseguire una Weltmachtpolitik ma le altre nazioni, specie la Gran Bretagna e la Francia, non parevano disposte a cedere spazi. Anzi, per reazione, si lanciarono in una corsa agli armamenti, investendo aliquote del proprio bilancio via via sempre maggiori in rapporto a quelle tedesche. All’inizio del primo decennio del Novecento, il ritmo era ormai forsennato e fuori controllo. La Francia era l’esempio più eclatante di questa tendenza. Nel 1913, un anno prima della guerra, l’indice delle spese per la difesa rispetto al prodotto nazionale lordo era di 4,8, contro il 3,9 della Germania; mentre quello delle dimensioni del personale militare rispetto alla popolazione era del 2,29 contro il 1,33 tedesco. Un pregiudizio diffuso identifica il Reich guglielmino come la culla di un inveterato militarismo, ma i dati mostrano che, se in Europa esisteva una società militarizzata, ad esserlo era senza dubbio quella francese. La leadership politico-militare del Reich cadde preda di una generale sindrome da accerchiamento. Una serie ininterrotta di crisi diplomatiche internazionali avvicinò le nazioni sempre più verso la possibilità di una guerra. Moltke, capo di stato maggiore tedesco e nipote del vincitore di Sedan, parlando con il suo collega austriaco Conrad di questa eventualità, ammise: «Farò quel che posso. Non abbiamo una superiorità sui francesi.» Nel maggio del 1914, parlando sempre sullo stesso tenore, confessò al ministro degli Esteri von Jagow: «La Russia avrà completato il suo riarmo in due o tre anni. La superiorità militare dei nostri nemici sarà tanto grande che non so come fare ad affrontarli. […] L’unica alternativa è di condurre una guerra preventiva allo scopo di sconfiggere il nemico fin quando possiamo ancora più o meno superare la prova.» I diari del cancelliere Bethmann-Hollweg contengono passi ancora più pessimistici. Il 7 luglio, nel pieno della crisi diplomatica seguita all’attentato di Sarajevo, scrisse: «Il futuro appartiene alla Russia che cresce sempre di più e pesa su di noi come un incubo.» Questi pensieri degli esponenti della leadership militare e politica tedesca tradiscono tutti la stessa cupa visione, quella di un mondo ostile che si preparava a schiacciare la Germania. Per questo i suoi capi ritenevano necessario colpire prima che lo facessero gli altri. Se proprio doveva esserci una guerra, quanto prima fosse arrivata, tanto meglio sarebbe stato per la Germania. Anche il delirante “Mein Kampf” di Hitler, per quanto diverso, conterrà parte dello stesso retropensiero. Semplificando, il leitmotiv delle due guerre mondiali, da un punto di vista tedesco, è riassumibile in questa definizione: aggressiva volontà di dominio mista a paura proiettata sullo sfondo di un senso wagneriano di fine incombente tipo crepuscolo degli dèi. Nell’agosto 1914, nei primi giorni della Grande Guerra, mentre sul ponte Hohenzollern di Colonia ogni cinque minuti passava un treno carico di soldati diretti al fronte, il generale von Falkenhayn disse: «Wenn wir auch darüber zugrunde gehen, schön war’s doch.» – «Anche se ne usciremo rovinati, sarà pur sempre stato bellissimo.» Forse non c’è un’espressione più significativa per esprimere il senso di esaltato fatalismo che animava la Germania mentre scendeva nel gorgo della guerra. Di certo, al clima generale, non dovette giovare l’ampia diffusione di opere dalla forte componente romantica e irrazionalistica come quelle di Schopenhauer, Nietzsche e Wagner. Dall’altra parte dello schieramento, più o meno negli stessi giorni, il ministro degli Esteri britannico, Lord Grey, vedendo le lampade di Whitehall che si spegnevano per l’oscuramento di guerra, comprese chiaramente il destino che attendeva l’intero continente, quando pronunciò una frase che si sarebbe rivelata profetica: «Le luci si spengono su tutta l’Europa. In vita nostra non le vedremo più riaccendersi.»

Il sipario su questo travagliato periodo di sogni di grandezza e senso di rovina imminente calò solamente nell’aprile del 1945. L’Europa e la Germania erano ridotte ad un cumulo di macerie fumanti. Per riferirsi a quel periodo, i tedeschi usano ancora oggi l’espressione “Stunde null” – Ora zero. Tutte le maggiori città erano state rase al suolo dai bombardamenti. La devastazione era tale che Victor Klemperer commentò: «Veniva da pensare che il Giudizio universale fosse imminente.» A Berlino il 75% degli edifici era inabitabile e la gente moriva di fame. Il cibo era così introvabile che persino la tessera di razionamento con macabro umorismo era stata soprannominata “Friedhofskarte”, ossia il “biglietto per il cimitero”. Per le strade della Germania, come tanti fantasmi, vagavano dieci milioni di profughi e senza tetto. Peggio ancora: 37 milioni di europei avevano perso la vita a causa del sogno hitleriano di instaurare un Tausendjähriges Reich. Ma soprattutto per i tedeschi era l’ora zero da un punto di vista morale: il mondo iniziò a conoscere gli orrori dei campi di sterminio. La patria di Goethe, Kant e Beethoven, a lungo un faro di civiltà e cultura, ad un certo punto della sua storia aveva generato Hitler, Goebbels e Himmler. L’identità e il futuro della nazione andavano ripensati da capo sulla base della drammatica esperienza del passato. Per la Germania il processo di nation building conclusosi nell’Ottocento doveva ora riprendere su basi completamente differenti e affrontare sfide forse maggiori di quelle sin qui superate. Il primo passo fu il castigo e la sua accettazione. Sui tedeschi si abbatté la scure della vendetta dei vincitori della Seconda guerra mondiale: gli Alleati e l’Unione Sovietica si accordarono per smembrare il Paese con l’intento di impedire eventuali rinascite della potenza germanica. Il 25 febbraio 1947 la Prussia venne abolita con un decreto del Consiglio di controllo alleato e cancellata per sempre dalle carte geografiche. Quasi tutti i suoi territori vennero incorporati nella Polonia e nell’Unione Sovietica. Eliminando lo Stato con un tratto di penna, l’intento era quello di annientare con esso anche il militarismo che lo connotava. Il confine orientale tedesco fu ricacciato al di là del fiume Oder. Ad ovest, con l’accorpamento delle tre zone di occupazione alleate (americana, britannica e francese) sorse la Repubblica Federale Tedesca. Ad est la zona sovietica si trasformò nella Repubblica Democratica Tedesca. Il pendolo della storia sembrò compiere un’oscillazione, riportando la situazione alla pace di Vestfalia del XVII secolo: Germania divisa e campo di scontro dell’influenza di altre potenze straniere. Fino al 1989, con la caduta del comunismo e la conseguente riunificazione. Altra oscillazione del pendolo, questa volta di segno opposto: Germania di nuovo unita e potenza egemone, soprattutto da un punto di vista economico. Niente più reggimenti della Wehrmacht che sfilano in parata, ma una pacifica superpotenza produttiva la quale, con il discreto uso del suo “softpower”, secondo molti pone all’Europa minacce ben più consistenti che nei tempi passati.

Fine della storia? No, ovviamente. Qualche mese fa, durante il periodo segnato dal picco della pandemia da Covid-19, si è fatto un gran parlare dei cosiddetti coronabond. Soprattutto in Italia, dove il dibattito – se così lo vogliamo generosamente definire – si è svolto all’insegna della consueta sobrietà con la quale siamo soliti affrontare ogni tematica di una qualche rilevanza. I maître à penser che si sono sentiti in dovere di urlare la propria opinione attraverso giornali, trasmissioni televisive e social network sembra infatti che si siano attenuti ad un simpatico detto fiorentino, secondo il quale in Toscana “prima ci si insulta, e poi si inizia a discutere.” La questione era delicata e toccava molti dolorosi nervi scoperti, ma proprio per questo avrebbe meritato una maggiore compostezza nell’affrontarla. Ma di cosa si trattava? In sostanza di modalità ed entità degli aiuti da stanziare per fronteggiare la crisi e, soprattutto, dell’estensione del grado di libertà concesso nell’ignorare i vincoli di bilancio stabiliti dall’Unione Europea. I Paesi maggiormente colpiti dalla pandemia, principalmente Italia e Spagna, Stati tradizionalmente identificati come i meno inclini al rispetto di qualsivoglia parametro di stabilità, premevano per un allentamento del rigore finanziario; all’opposto di Germania e Olanda, sostenitori di una linea più rigida. Apriti Cielo. Giornalisti, opinionisti, gente dello spettacolo, e in generale chiunque ritenesse di avere in merito un’opinione valida e pertinente, ha fatto del suo meglio (peggio?) per far degenerare il dibattito in un calderone in cui ha buttato praticamente di tutto: l’eterno suprematismo tedesco, Hitler, lo spazio vitale, i cavalieri teutonici, il Drang nach Osten, le parziali riparazioni di guerra pagate dai tedeschi al termine del secondo conflitto mondiale. Si è persino arrivati ad insinuare che il coronavirus fosse stato introdotto in Europa dagli stessi tedeschi. Il fantasioso scatenarsi dell’ignoranza e della chiacchiera a sproposito in genere mi indigna, ma in esso c’è anche un qualcosa che, devo ammetterlo, mi ammalia profondamente. Dopotutto, se così non fosse, non sarei qui a scriverne. Sarà il fascino dell’orrido o la curiosità di vedere sino a che punto l’essere umano possa spingersi negli abissi della stupidità; non lo so. La stessa reazione credo l’abbia avuta anche una cara amica dei tempi del liceo che ora vive e lavora in Germania e che, per questo motivo, possiede una particolare sensibilità sull’argomento. È stata lei, proprio in quei giorni, a mandarmi un link ad un articolo e ad un video, chiedendomi un’opinione.

L’articolo era indubbiamente ben congegnato. Il suo autore? Un giornalista piuttosto famoso per i suoi articoli al veleno, che come tanti della sua categoria nel corso degli anni è riuscito nell’impresa di compiere una giravolta di 360 gradi, passando dall’estrema sinistra all’estrema destra. Cose che dalle nostre parti succedono con una frequenza tale da risultare ormai normali. In Italia siamo bravissimi in molti campi, ma nessuno sembra possedere il nostro talento nel generare polemisti in grado di propagandare le proprie idee con grande abilità retorica. Come Paese siamo un’instancabile fucina di magniloquenti parolai al servizio del potere di turno. Ognuno ha le proprie idee, ma lo stampo in cui essi vengono forgiati è uno solo, in quanto basta poco per accorgersi che tutti condividono un tratto particolarmente odioso: mi riferisco alla tendenza ad usare un tono oracolare, sentenzioso, che evita accuratamente di argomentare affastellando slogan e frasi fatte e impiegando l’intero arsenale tipico di chi sale in cattedra e dice agli altri “adesso vi spiego io come va il mondo”. Si tratta di una caratteristica che mi infastidisce oltre ogni immaginazione. Sono convinto che si tratti di una facciata che in genere nasconde un’assoluta mancanza di contenuti. Il video invece era stato postato da un attore comico che furoreggiava negli anni Ottanta. In esso, l’ex-star inveiva sguaiatamente all’indirizzo dei tedeschi in quanto popolo, incolpandoli di avere nell’ordine: scatenato la Seconda guerra mondiale; non aver versato per intero le riparazioni dovute; essere stati i primi a portare il virus dalla Cina. Entrambi questi “contributi” al dibattito, pur nella loro differenza, erano indicativi di una mentalità generale che si esplicava nella chiara idea di fondo dietro di essi, cioè che “il suprematismo tedesco” fosse una costante delle vicende europee e che i leader tedeschi degli ultimi duecento anni fossero, in diverse gradazioni, arroganti monomaniaci dediti alla conquista dell’egemonia continentale, come delle versioni 2.0 di Hitler. In termini più generali, sia l’articolo che il video si distinguevano per un uso alquanto disinvolto della storia. È stato questo aspetto ad impressionarmi maggiormente, facendomi scendere più di un brivido lungo la colonna vertebrale. La storia va maneggiata con cura, perché cela in sé un potenziale terribile: interpretazioni distorte e del tutto intese a fini che non siano la ricerca della verità, possono causare danni spaventosi. Ogni volta che ci accostiamo ad essa o che la invochiamo a supporto di una nostra argomentazione, dovremo farlo armati di una grande onestà ed umiltà intellettuale, facendo bene attenzione a eventuali conseguenze. Fare gli apprendisti stregoni e giocare con forze sconosciute si rivela spesso pericoloso, come ci insegna la famosa ballata di Goethe.

Mi rendo perfettamente conto di quanto sia difficile: più un fatto è recente e più diventa difficile inquadrarlo con obiettività. Presuppone una chiarezza mentale e morale che è patrimonio di pochi. In fondo siamo tutti uomini, e tutti siamo mossi dall’egoismo insito nelle nostre idee, nei nostri interessi, e nel nostro orgoglio personale. Napoleone una volta disse che: «per scrivere la storia bisogna essere più che un uomo, perché l’autore che regge la penna di questo grande giudizio deve essere libero da ogni coinvolgimento di interesse o vanità.» C’è caso che il grande generale non avesse tutti i torti. Ora, per esempio, potrei essere tentato di scrivere che: “sì, è vero, esistono solide ragioni per affermare che dal 1871 in Europa abbiamo un problema tedesco”. Gli argomenti non mi mancherebbero, né la possibilità teorica di dar loro una patina di credibilità. Ma la mia espressione “problema tedesco” non è già di per sé una sconfessione di quanto ho appena affermato? È estremamente facile ammantare il proprio punto di vista di una legittimità del tutto arbitraria. Voglio dire, visto da Berlino, esiste un problema tedesco? In che senso l’Unione Europea è considerata come una costruzione squilibrata? Non certo non nei termini in cui noi siamo soliti pensare la questione. Cerchiamo di stare ai fatti. Nel cuore d’Europa c’è uno Stato forte, economicamente florido, con un’alta produttività industriale. Deficit pubblico ridotto, burocrazia efficiente, bassissimi tassi di criminalità e una compresenza di lavoratori e sindacati nella gestione aziendale (Mitbestimmung) che garantisce un’elevata flessibilità del lavoro: tutti questi fattori agiscono poi da moltiplicatori di forze. Eppure, negli anni Novanta, quando la mia compagna ed io eravamo sui banchi di scuola, ad un certo punto la prosperità della Germania sembrava minacciata dai costi della Riunificazione, i quali rischiavano di affossare lo sviluppo del Paese. Qualche esagerato parlò persino di “malato d’Europa”, rispolverando l’epiteto affibbiato all’Impero ottomano nel tardo Ottocento. I tedeschi non uscirono dalla crisi reclamando degli eurobond, né prendendosela con Bruxelles e i meccanismi dell’Unione. In altre parole, non cercarono la soluzione in fattori esterni. Si affidarono all’iniziativa del cancelliere Gerhard Schröder e delle sue impopolari riforme per tagliare sprechi e spesa pubblica improduttiva. Nel giro di due decenni la parte ricca della Germania integrò la parte più povera anche se, come abbiamo avuto modo di dire, il processo non fu indolore, e il Paese ne porta cicatrici evidenti ancora oggi. Solo a titolo di confronto, noi italiani proviamo senza successo a fare lo stesso con le regioni del sud. È infatti da oltre un secolo che sentiamo parlare di “questione meridionale”. Non è questo il luogo per approfondire un problema che ci porterebbe molto lontano, ma credo sia innegabile riconoscere come venti anni fa i tedeschi ebbero il coraggio di agire per sanare una situazione di squilibrio interno. Commisero degli errori? Certo. Ci fu chi ne approfittò? Altrettanto certamente. I Länder dell’Est non sono ancora pienamente integrati? Ja, genau. La crescita negli ultimi tempi di “Alternative für Deutschland” ce ne dà una conferma indiretta. Ma non credo di sbagliare se affermo che i tedeschi ebbero il coraggio di fare quello che gli italiani, e in parte anche i francesi, non hanno avuto il coraggio – o peggio, la voglia – di fare. E ora ne raccolgono orgogliosamente i frutti. Le questioni sollevate dall’insorgere del coronavirus in fondo non sono che l’ultima occasione che ci mette di fronte al nostro malgoverno. Con una classe politica migliore, senza anni e anni di tagli lineari al Welfare, ora avremmo una migliore sanità pubblica, in grado di affrontare meglio la sfida della pandemia senza ricorrere ad interventi esterni. E il principio alla base di questa affermazione vale per mille altre storture e inefficienze della nostra vita sociale ed economica.

Spesso si punta il dito contro il fatto – piuttosto evidente – che la casa europea in cui tutti adesso viviamo sia edificata a immagine e somiglianza del modello tedesco. In molti Paesi il fatto è vissuto come una costrizione imposta, quasi una soffocante camicia di forza. Non è una coincidenza, ovviamente. La Germania rappresenta lo Stato più ricco ed influente dell’Unione. Ed è onesto rilevare quanto questa forza sia in buona parte costruita sul merito dei tedeschi e dei loro amministratori, i quali hanno saputo compiere lungimiranti scelte di politica economica a dispetto di possibili convenienze elettorali. In quest’ottica mi sembra – se non giusto – sicuramente naturale che a impostare regole e linee guida della nostra convivenza siano quindi i tedeschi. Il processo, del resto, era già in atto anni prima della fondazione dell’Unione Europea e persino della Riunificazione. Il marco si stava da tempo affermando come la valuta di riferimento del sistema monetario europeo e le scelte della Bundesbank influivano sulle altre banche centrali europee. Insomma, già alla fine degli anni Settanta, le linee di tendenza di un’Europa a trazione tedesca erano già definite. Occorre essere realisti: il mondo funziona da sempre così, sulla base di rapporti di forza tangibili e consolidati. Altrimenti l’Afghanistan sarebbe importante quanto gli Stati Uniti… L’errore di tutti è stato forse quello di aver dato per scontato che l’unione politica europea avrebbe portato con sé il livellamento delle economie dei singoli Stati, in una sorta di naturale processo di uniformazione al rialzo. Unendosi ai più ricchi, i Paesi più poveri hanno in qualche modo coltivato il sogno di potersi innalzare al loro livello quasi per osmosi e senza sforzo, senza dover compiere il necessario cammino di riforme e rigore interno. Come abbiamo detto in precedenza, la vicenda della riunificazione tedesca ci insegna che l’economia non segue questo schema. Il problema che la Germania ci pone, e che noi percepiamo come un attacco, è in fondo questo: la difficoltà ad elevarsi al suo livello di efficienza e il non riuscire a colmare il divario di prosperità che ci separa. La Germania, al contrario, vede la questione da un’angolatura differente, sentendo il timore di assurgere ad un ruolo di protagonista del processo di definizione dell’identità europea. La distanza che separa queste due posizioni può essere colmata solamente compiendo un reciproco e serio sforzo di sintesi e di comprensione. La lunga premessa storica di questo articolo si rivela ora utile. Da quando, alla fine dell’Ottocento, sono diventati una nazione unita e hanno tentato di ritagliarsi il loro spazio nel mondo i tedeschi sono stati investiti dalla storia con tutta la sua tragica potenza. Tra tutti gli Stati moderni, la Germania è il solo ad aver subito rivolgimenti tanto drammatici ed epocali: due guerre mondiali perse in un modo devastante con milioni di morti, il travaglio di immani movimenti di popolazione e infine una riunificazione difficile. I confini del Paese – fatto unico nella storia europea – sono cambiati con impressionante frequenza: nel 1871, nel 1918, nel 1938, nel 1939, nel 1945 e nel 1989. Ogni generazione di tedeschi ha visto appesa al muro della propria aula di scuola una cartina geografica differente. Questo continuo spostamento di linee e frontiere, dietro la sua apparente asetticità, ci dà un quadro dei traumi che la Germania e i suoi vicini hanno dovuto attraversare. Stabilità non è un vocabolo che sembra appartenere alla storia tedesca. Tuttavia, nei nostri tempi la storia sta di nuovo chiamando i tedeschi. La predominanza economica che la Germania ha acquisito porta con sé l’ineludibile necessità di assumersi la responsabilità politica di guidare l’Europa. È questo che i tedeschi sono riluttanti a fare e noi a capire. La mia idea è che abbiano paura e che sentano in qualche modo misterioso il timore ancestrale di ritrovarsi nel mirino di una coalizione per arginare la loro forza. Le nazioni, esattamente come gli individui, possiedono una memoria collettiva che ne condiziona il comportamento, anche a distanza di secoli. Del resto, è comprensibile: abbiamo appena visto assieme che in passato, quando hanno tentato di farlo per altri mezzi, è sempre finita male. La questione dei coronabond è in fondo l’ennesima iniziativa che chiama la Germania a scelte tanto coraggiose quanto rischiose. Dal punto di vista di Berlino la cosa viene vista più per i pericoli che per le opportunità. Si pensa perlopiù ad una fenditura in una prosperità faticosamente acquisita e nei principi che l’hanno resa possibile. Ad un immediato livello sostanziale non so dar torto ai tedeschi, posto che i toni e i titoli di certi loro giornali a volte sono davvero inaccettabili. Ma anche a Berlino è necessario capire che non è più possibile isolarsi e badare a nient’altro che coltivare la propria prosperità economica: presto o tardi la Germania dovrà assumere il ruolo guida che essa comporta e, necessariamente, scendere a compromessi con il proprio modello di sviluppo. Anche i tedeschi dovranno fare un passo verso di noi. Molti economisti reputano infatti che il loro modello non sia replicabile e che anzi, sia in larga misura dannoso e fonte di squilibri. Il sistema tedesco è strutturalmente fondato sulle esportazioni e sull’accumulazione di surplus commerciale nei confronti dei propri vicini. La bilancia commerciale della Germania è infatti sempre in attivo, perché in termini di puro valore il Paese esporta molto più di quanto importi. Numericamente parliamo di un’eccedenza abnorme, che supera la cifra di oltre 300 miliardi di dollari, molto più della Cina o degli Stati Uniti. Ma perché questo accada, è necessario che le economie nelle quali si riversano i prodotti tedeschi siano in costante disavanzo. Un frenetico accumulatore prospera in virtù dell’esistenza di frenetici dissipatori. La virtuosa formica tedesca ha quindi bisogno che attorno a sé ci siano molte cicale disposte a spendere e vivere al di sopra delle proprie possibilità. Tra le cause che rendono difficile uscire da questo meccanismo rientra di sicuro anche un fattore culturale: in Germania vige da sempre un forte senso etico del risparmio, non solo nelle famiglie, ma anche nelle imprese e del governo. Il vocabolo “Schuld” in tedesco significa allo stesso tempo “debito” e “peccato”. La sovrapposizione semantica non è ovviamente casuale. Consumi privati e investimenti pubblici sono pertanto ridotti in rapporto alle relative disponibilità di bilancio. Quello che molti chiedono alla Germania è una maggiore disponibilità alla spesa pubblica e misure per stimolare la domanda interna, che rimane piuttosto bassa in rapporto alla grande ricchezza nazionale. Al momento questa sembra l’unica soluzione per appianare le differenze tra le economie dell’eurozona, ma in questo senso, ben poco è stato fatto. La Germania non è diventata più europea e gli altri Paesi non si sono germanizzati. Ognuno deve muovere un passo verso l’altro e derogare in parte su principi ritenuti irrinunciabili.

Difficile dire come si possa uscire da questa impasse. In giro vedo ben poca maturità di pensiero, né voglia di capire onestamente le ragioni dell’attuale contrasto tra nord e sud Europa. Tutti urlano e inveiscono gli uni contro gli altri citando a sproposito eventi storici a supporto delle proprie pseudo-argomentazioni. Mi ritorna in mente il video che ho menzionato in premessa. È quanto di più volgare mi sia capitato di vedere negli ultimi anni. Di certo continuare a rinfacciare ad una non ben precisata entità astratta nominata “popolo tedesco” le colpe della Seconda guerra mondiale e della Shoah non aiuta nessuno. I tedeschi di oggi non hanno eletto Hitler, né costruito i lager. E di sicuro sono stati in grado di fare i conti con gli aspetti oscuri della propria storia con maggiore serietà di noi. Basterà ricordare che una Norimberga italiana, dove siano stati giudicati i nostri criminali di guerra, non c’è mai stata. L’autore di quell’invettiva puntava il dito sulle riparazioni di guerra che la Germania non ha pagato, ma a sproposito. Il debito di guerra in larga parte condonato è andato a vantaggio di tutti gli europei perché all’indomani della Seconda guerra mondiale si era presto capito che una Germania povera e deindustrializzata, come auspicavano alcune autorevoli personalità tra cui il segretario al Tesoro degli Stati Uniti Henry Morgenthau, sarebbe stata un ostacolo allo sviluppo globale europeo. Le economie mondiali erano già allora tanto interconnesse che tutti gli Stati ne avrebbero avuto un danno. Potrei essere d’accordo con l’autore del video nell’affermare, come faceva ad un certo punto del suo sproloquio, che i tedeschi oggi vivrebbero nelle bidonville, se si fosse preteso il pagamento fino all’ultimo marco. Ma nello stesso tempo bisogna possedere l’onestà di trarre dall’affermazione le dovute conseguenze, ammettendo che molto probabilmente nelle baraccopoli ora ci vivremmo anche noi. La sola cosa che mi sento di poter dire è che tutti noi europei dobbiamo avere ben chiaro che la posta in palio è dannatamente alta. Mai come adesso c’è in ballo la sopravvivenza dell’Unione Europea. Non so come andrà a finire, ma so che bisogna stare attenti e avere ben chiaro cosa rischiamo di perdere. Il progresso nella storia non è un moto lineare né una crescita costante. Le conquiste raggiunte da una generazione possono essere perse da quella successiva. Nel nostro presente circolano in maniera inequivocabile gli elementi che potrebbero condurre alla dissoluzione dell’Unione. Tra cinque o dieci anni, in uno scenario in cui gli Stati nazionali e i loro antagonismi potrebbero essere risorti, non mi stupirei se scoprissimo che nell’Unione Europea in fondo non si stava poi tanto male

Questo è il mio modo di vedere le cose, il mio patetico tentativo di trarre un senso dagli eventi di cui sono testimone. A differenza di tanti, nella situazione attuale dei nostri rapporti con la Germania non ci vedrei nessuna volontà di egemonia imperiale post-hitleriana, ma solo incomprensione dovuta a motivi oggettivi. Il processo di costruzione dell’Unione Europea, così come la definizione delle regole entro le quali essa dovrà vivere, è ancora in corso, e sarà molto probabilmente una questione complessa, lunga e faticosa. Ci saranno fasi di avanzamento e di regressione. Credo persino che esista ben più di una possibilità che tutto possa ad un certo punto fallire. Non dobbiamo mai dimenticare che i soggetti politici e statuali sono in ultima analisi entità astratte che possono essere aboliti con un semplice tratto di penna. Ma se al contrario, i popoli europei arriveranno a tagliare un traguardo di convivenza, bisogna sin da subito avere chiaro che una sintesi perfetta ed equilibrata di tutte le istanze e visioni desiderose di concorre alla formazione concreta dell’unione non sarà possibile. All’interno di una federazione, Stati diversi hanno peso diverso. E i più forti ed influenti condizionano le scelte comuni in maniera più incisiva di quelli più deboli. È un processo che trova conferme anche nel mondo naturale. Gli Stati condividono molti tratti con gli esseri viventi: quelli che ne riporteranno un beneficio maggiore saranno quelli che meglio sapranno adattarsi al cambiamento. Per l’Italia non vedo grandi speranze, se il nostro contributo sono i richiami ai Cavalieri Teutonici del medioevo e al “Drang nach Osten”. Tutto questo è ridicolo e grottesco. No, mi correggo: è pericoloso, perché indice di una profonda disonestà intellettuale. Tendando di dare una risposta alla domanda “quanto il presente contiene in sé gli eventi che lo hanno generato” non è possibile lanciarsi in infinite regressioni causali. Pur ammettendo che la storia sia una catena, non è possibile che tutti i suoi anelli siano legati l’uno all’altro. La storia oltretutto non possiede leggi universali, né una sua intrinseca oggettività per cui, date cui certe condizioni, ne scaturiscano sempre gli stessi esiti. È una disciplina molto più affine a materie quali la letteratura che la scienza. In fondo essa non è altro che la narrazione, spesso distorta, che facciamo dei pochi eventi giunti sino a noi. Il senso che ci sembra di ricostruire dalla loro analisi è in gran parte una nostra costruzione, e in quanto tale riflette sempre un nostro punto di vista, il quale a sua volta è condizionato dalle infinite variabili dei tempi in cui viviamo. Ma se in questa narrazione introduciamo elementi di odio e di incomprensione, se essa si solidifica in una coerente visione del mondo, se lentamente le sue idee si mutano in ideologia e l’ideologia a sua volta guida l’azione politica, allora le conseguenze possono essere devastanti. Anche giornalisti e attori dovrebbero assumere una maggiore sensibilità circa le parole che diffondono e di dove esse possono condurre la gente che le legge e le ascolta. Portando con rigore alle estreme conseguenze certi atteggiamenti e certe visioni politiche, l’Europa potrebbe davvero crollare. E sarebbe un danno per tutti. Un esito molto peggiore che il convivere in un’unione imperfetta come quella attuale. Una rivoluzione di solito comincia con il lancio di parole incaute. Attenzione. Ma in fondo è per questo che esistono gli storici: non tanto per ricordare il buon senso e la moderazione, ma per mettere tutti gli uomini in condizione di compiere scelte consapevoli, senza avere la pretesa di possedere la verità assoluta. Se solo qualcuno li ascoltasse ogni tanto…

Il nostro viaggio nel tempo e nella storia tedesca, e di come essa si intrecci alla nostra, sta giungendo alla fine. Lungo il tragitto ho cercato di mantenere la maggiore onestà intellettuale possibile. Non so se ci sono riuscito. Sono solo consapevole che questo è esattamente ciò che ognuno di noi dovrebbe sforzarsi di fare, e che la storia è forse il migliore esercizio per allenarsi in questa pratica che non riguarda solo gli addetti ai lavori. Scendendo dall’ideale macchina del tempo e tornando nel nostro presente abbiamo scoperto che è da tanto tempo che i popoli europei sono alla ricerca di un modo di convivere con i tedeschi. E che i tentativi di raggiungerlo continuano ancora oggi, tra gli ostacoli rappresentati da paure, diffidenze, incomprensioni e ritrosie. Ma gli uni non possono fare a meno degli altri. Soprattutto è imperativo rinunciare alla visione comune che vede le diverse parti d’Europa come irriducibili nemiche sulla base di una falsata interpretazione della nostra storia comune. Per il resto la nostra indagine si chiude con tante domande e ben poche risposte. Credo sia un buon segno. La storia non finisce quando si termina la lettura e si chiude il libro. La sua voce ci chiama ad una costante indagine nelle radici del presente che ci circonda e nel quale siamo immersi, al fine di renderlo sempre migliore.

Per concludere vorrei però ritornare al nostro Tucidide e al messaggio ultimo che possiamo trarre dalla sua “Guerra del Peloponneso”. Il ristretto e frammentato contesto della Grecia del IV secolo a.C., in altri termini un caotico patchwork di città-stato in perenne lotta fra loro, è una perfetta metafora del tratto distintivo che per tanti secoli ha connotato l’Europa. Siamo, e forse rimarremo ancora a lungo, un piccolo, inquieto continente dove convivono litigiose nazioni. Questa condizione ha rappresentato nello stesso tempo sia la nostra fortuna (fintanto che si è mantenuta all’interno di un certo equilibrio) che il nostro limite (quando le forze del nazionalismo hanno preso il sopravvento). Siamo un’antica Grecia moltiplicata per dieci: come la lotta tra Sparta e Atene segnò la fine dell’influenza delle grandi póleis aprendo la strada alla conquista macedone e poi romana, allo stesso modo le guerre mondiali segnarono per sempre la fine della centralità europea. Fu un suicidio, specie nel nostro caso. Questo conflitto potrebbe ripetersi su un altro piano e sotto altre forme, nel nostro tentativo di costruire l’Unione Europea integrando i Paesi che la compongono e le rispettive economie. Percorrere questo cammino diffondendo un senso di minaccia imminente costituita da immaginari tentativi egemonici da parte di uno Stato sugli altri, è la ricetta perfetta se si vuole fallire. Leggere Tucidide vuol dire anche misurarsi con questo ordine di problemi. Per questo il grande storico ateniese non smette di ossessionarci. Tillett Allison, un politologo di Harvard, ha parlato di “Trappola di Tucidide”. L’espressione descrive la tendenza di una potenza dominante a ricorrere alla forza per contenere una potenza emergente. Il pericolo insito diventa quindi quello di ritenere lo scontro inevitabile e di escludere a priori ogni tentativo di mediazione. Ma la dinamica è perfettamente reversibile ribaltandola anche sui tentativi di una coalizione di Stati che si sentono deboli per arginare l’ascesa di un altro ritenuto egemone. Guardando alla Germania, molte persone, anche di grande intelligenza, non sono ancora uscite da questa forma mentale. Per il bene di tutti forse sarebbe ora che lo facessero.