Il freddo. Il silenzio. Il buio. Chiazze slabbrate di neve sporca. Sacchi gonfi di immondizia della sera precedente. I cristalli di sale brillano sul nastro nero dell’asfalto, simili alle stelle nel cielo. Le mani rinserrate a pugno nelle tasche. Le mie gambe, le mie scarpe. Forse i miei passi. Sono il più incongruente degli elementi in questo mattino nel profondo dell’inverno. Il mio nome è un epitaffio ricevuto in eredità. I lampioni sussurrano la luce di una condanna e allungano la mia ombra di fronte a me: camminando mi sembra di finirci dentro come in una tomba. Divoro me stesso. Oppure, una forza pura, semplice, naturale e potente come la gravità mi chiama in un abisso: il mio. coget omnes ante… Chi può sfuggire a sé stesso?

Dall’altra parte della strada, nello spiraglio tra due caseggiati, emerge ad un tratto una scatola di cemento. Alta cinque piani, simile a quelle dove i genitori relegano i giocattoli che i figli hanno ormai dimenticato o che semplicemente non servono più. Si confonde nella foschia di un momento del tempo per il quale ci siamo guardati dall’inventare una parola, forse a causa di un’oscura paura. Un frangente senza nome che non è più notte, né ancora mattino. Un confine mobile e incerto, un’indicazione superata, un’allusione indecifrabile. E al di là, o forse direttamente in esso, finestre… o tessere di un domino infinito. Un paio sono fiocamente illuminate; le altre aperte, ma spente. La casa di riposo del paese attende nel limbo del dormiveglia.

Un brivido percorre l’aria, forse portato dal vento gelido, forse disturbato da un palpito d’ali che si leva laggiù da qualche parte nei boschi neri lungo il fiume gelato. È la morte? Ritorna dal suo faticoso lavoro tirandosi dietro il mantello della notte, dopo aver raccolto con sforzo il suo doveroso tributo, strappandolo all’ostinazione e all’avidità della vita. Ha dovuto guadagnarsi il suo giusto premio, cogliendo l’occasione ovunque. In simbiosi col balenare del caso fortuito: incidenti, infortuni nelle case o nelle fabbriche. Stringendo la mano grondante sangue della violenza: sparatorie, bombardamenti, naufragi, omicidi, vendette. Con le parole ed il pensiero: sospingendo delicatamente in avanti i titubanti in bilico sul baratro, gli unici ad essersi accorti del vicolo cieco che è l’esistere. Una ricerca dura, pesante, impegnativa, la sua: andare a stanare prede comunque sfuggenti. Solo ora, in questo atto dell’eterno transitare, viene la parte facile, quella del massimo risultato col minimo sforzo. Poco più di un soddisfatto riposare. Il raccolto quando è tempo di raccogliere. Le basta sgusciare dolcemente nello spiraglio di una finestra lasciata aperta per dimenticanza, o forse di proposito, proprio per lei, come la speranza dopo una preghiera. Deve solo passare la sua mano scompigliando radi capelli d’argento, o chiudendo dolcemente occhi stanchi di attendere. Chi siamo noi per continuare a vivere di fronte a tutto questo? Vivere è sfrontatezza degna di essere punita.

Da uno degli innumerevoli camini dell’edificio si leva un pennacchio di fumo che presto si stempera nell’aria azzurrina. Una scia di timida luce inizia a prendere possesso del cielo avanzando guardinga come un esercito dopo una vittoria immeritata. Un barbaglio accende le finestre dell’ultimo piano, e le buie stanze della memoria. Da un’altra finestra, ormai senza tempo, nell’aria tremolante nella canicola contemplavamo un mare di tetti bombati come il dorso di uno scarafaggio. Fulsere quondam candidi tibi soles… But I am None; nor will my Sunne renew… Et de longs corbillards, sans tambours ni musique… Von mir willst Du den Weg erfahren? – Gibs auf, gibs auf… Il ricordo perpetuo è la vera dannazione, come ogni approssimazione dell’eternità. Giorno dopo giorno conduce al vuoto: nessuna estate, solo un’infinita vigilia. Entriamo nel deserto con gli occhi persi nei nostri passi. Ed è tardi, sempre più tardi. Ora il giorno riempie gli spazi lasciati da una notte che si sta semplicemente spostando altrove, in attesa del ritorno. La vita sembra continuare. No… La morte, paziente, sa attendere. Ci cinge in una danza che conchiude in un’eterna sardana la nostra vita. È la morte a continuare, ed è la vita a finire.