«Chi ama la musica non può mai essere veramente infelice.»

Franz Schubert

È uno dei compositori più amati di tutti i tempi ma nessuno si sognerebbe di collocarlo nel ristretto circolo dove solo i grandi immortali hanno il diritto di risiedere. A giudicare dai programmi concertistici, dalle classifiche, o anche solo dalle discussioni tra appassionati, nell’empireo che accoglie la trinità Bach-Mozart-Beethoven, Franz Schubert non c’è. Il motivo? Forse è uno solo, e non ha nulla a che vedere con l’innegabile, immenso valore della sua musica. Del resto, se muori così giovane, a soli 31 anni, il mondo cede facilmente alla tentazione di pensare a ciò che la sorte (nella fattispecie, un attacco di febbre tifoide) gli ha impedito di ascoltare. Schubert ci ha lasciato oltre 1.000 opere, la maggior parte capolavori o composizioni di eccelsa qualità, ma ne abbiamo perse altrettante, per via della sua prematura scomparsa. Intorno alla sua opera aleggia un profondo senso di rimpianto e di incompiutezza, un vuoto che non sarà mai colmato. Nessuno come lo scrittore Grillparzer ha espresso a parole, e in forma così perfetta, questo rincrescimento collettivo, incidendo sulla tomba del grande musicista il distico: «Die Tonkunst begrub hier einen reichen Besitz aber noch viel schönere Hoffnungen. – L’arte della musica ha sepolto qui un grande tesoro, ma anche più soavi speranze.» Quando Mozart morì era più vecchio (se così si può dire) di Schubert di soli quattro anni, tuttavia, nel suo caso l’impressione è quella di un pieno e compiuto dispiegamento di tutte le potenzialità espressive e artistiche. E che l’ultima delle sue composizioni sia un Requiem, seppur abbozzato, contribuisce in qualche modo a cementare il senso di accettazione di un destino infelice. Per Schubert è diverso. La domanda “cos’altro avrebbe potuto comporre se…?” è una forma semplificata per esprimere il rammarico di una perdita ancora bruciante. Una perdita che si riflette sulla storia della musica, ma soprattutto sul semplice fatto di sapersi privati dell’intima, consolatoria, dolcezza di note mai ascoltate.

Eppure, il lascito di Franz Schubert è inestimabile. Le sue ultime sinfonie rivaleggiano con quelle di Beethoven, in particolare l’ottava, velatamente tragica, tenebrosa, e la maestosa nona, conosciuta non a caso col soprannome di “La Grande”. Allo stesso modo, i suoi quartetti d’archi non hanno nulla da invidiare a quelli più famosi di Haydn e Mozart, a maggior ragione se si pensa che undici di essi sono stati composti quando Schubert non era che un teenager. Anche le sonate per piano sono pietre miliari della musica: hanno aperto la via a tutti i compositori romantici, da Schumann a Chopin. Gli “improvvisi” contengono passaggi che aprono scorci su territori musicali ancora più remoti, che preludono direttamente all’impressionismo. E poi ci sono i “Lieder”, che sono forse il principale motivo su cui si fonda la fama di Schubert. La parola significa alla lettera “canzone” o “romanza” e definisce una composizione molto popolare nel mondo germanico sin dal medioevo. Centrato attorno ad un tema narrativo ben delineato, per dispiegare la sua carica espressiva un Lied non ha bisogno di una grande orchestrazione: per questo è affidato ad una voce solista e uno strumento, in genere il pianoforte. Schubert, al ritmo di un paio al giorno, ne ha composti oltre 600, contribuendo come nessun altro autore prima e dopo di lui a definire il genere. I cicli “Die schöne Müllerin” e “Winterreise” rappresentano entrambi vette della cultura germanica e del Romanticismo, non solo musicale, essendo basate su testi di grandi letterati e poeti come Goethe, Heine, Uhland e Schiller. I Lieder schubertiani sono incantevoli frammenti carichi di una capacità espressiva in grado di trascendere la semplice rappresentazione in note di un testo. Di volta in volta in essi sentiamo emergere in una forma purissima i caratteri fondamentali della sensibilità romantica: i dolori dell’adolescenza; l’amore e la sua perdita, e quindi la solitudine e la gelosia; la nostalgia; l’irrequietezza; il ripiegamento malinconico su sé stessi; il vagabondaggio; il senso dello smarrimento di una casa e il tentativo di una riconciliazione con l’ambiente. Johannes Brahms, a testimonianza di tanta perfezione, una volta disse che: «Non c’è Lied di Schubert da cui non si possa imparare qualcosa.» Difficile dargli torto.

Perché allora Franz Schubert non occupa un posto nell’élite assoluta dei grandi compositori? La prima delle ragioni ha che fare con il luogo stesso della sua attività. Schubert trascorse la propria breve vita tra Vienna e i suoi dintorni, orbitando attorno ad una città che già allora era l’indiscussa capitale della musica europea e mondiale. Questa semplice notazione geografica significava dover affrontare una concorrenza di livello altissimo. Gluck, Salieri, Mozart, Haydn, Rossini, ma soprattutto Beethoven. Schubert sentirà per tutta la vita il peso del confronto con questo genio assoluto. Pare persino che un giorno abbia confessato ad un amico: «Spero di riuscire un giorno a combinare qualcosa di buono. Ma chi può farlo davvero dopo Beethoven?» Fu solo dopo la morte di Beethoven, nel 1827, che Schubert avvertì la possibilità di uscire dall’ombra del grande maestro. Ma a quel punto non gli restava che poco più di un anno di vita.
Un’altra ragione è legata ad una caratteristica tipica della musica di Schubert, cioè alla notevole lunghezza di molte opere. Schubert componeva spesso su un ritmo e su una scala di dimensioni molto maggiori rispetto all’icastica concisione settecentesca. Era indubbiamente in anticipo sui tempi, generando composizioni di un’entità che sarebbe divenuta consuetudine solo nel tardo Ottocento, con le colossali sinfonie e architetture musicali di Bruckner e Mahler. Il pregiudizio di uno Schubert debole di forza e risolutezza artistica è da rimuovere: semplicemente quello era il suo stile, perfettamente funzionale ai suoi intenti espressivi. Come giustamente ricorda il pianista austriaco Alfred Brendel: «Nella musica di Beethoven non perdiamo mai l’orientamento, sappiamo sempre dove siamo; Schubert, d’altra parte, ci immette in un sogno. Beethoven compone come un architetto, Schubert come un sonnambulo.»
Ma la principale ragione per la quale Schubert ci appare istintivamente di una categoria di poco inferiore a quella dei mostri sacri dell’arte musicale è il fatto che molte sue opere sono pensate, scritte e destinate non per il grande pubblico delle sale da concerto, ma per la raccolta intimità della casa, ad esclusivo favore di un piccolo gruppo di amici. Le parole del musicologo Massimo Mila sono illuminanti: «Gli aspetti moderati, l’inclinazione prevalentemente elegiaca del romanticismo, con affetti improntati a malinconia e soavità, gentilezza di casti pensieri d’amore, nostalgia incessante del passato idoleggiato come paradiso di perduta bellezza, la fuga dal presente, la fantasticheria e il rimpianto, il gusto delle umil cose e anche, talvolta, l’improvviso smarrimento nell’infinito, la solennità dell’eterno, tutto questo mondo si manifesta con immediata freschezza nell’arte spontanea di Franz Schubert. Di più, una lepida affabilità tutta viennese, un gusto sincero di divertirsi e divertire, una bonomia cordiale che indulge volentieri agli scherzi musicali improvvisati genialmente al pianoforte, in quelle famose schubertiadi eternate dal pennello di qualche amico pittore, come Kupelwieser o Moritz von Schwind, allegre riunioni in uno spirito di bohème temperata, esente d’ogni satanismo, assai contenta di gustare della buona musica e del buon vino e d’annodare tutt’al più, le fila di qualche saggio fidanzamento. La musica di Schubert va intesa appunto al modo d’una continua ‘comunicazione ai miei amici’: musica da camera nel vero senso della parola, anche le sinfonie, e più di tutte l’incompiuta, confidenziale linguaggio di un gruppo d’amici, che non pretende imporsi con la scienza musicale, non sa che farsi della pomposa ostentazione dei concerti, dell’attesa diffidente di pubblico e critica. La eseguisce al pianoforte l’autore in un angolo d’una modesta sala da pranzo borghese, sorretto e ispirato dalla silenziosa ammirazione degli emici, ed è scritta spesso per loro, provocata dal loro desiderio, in uno scambio affettuoso di reciproca comprensione. È un numero, anzi il numero più bello e più atteso delle loro serate, che si allietano di conversazioni, di scherzi, di volenterosi giochi di società.» È più difficile essere riconosciuti, persino nel proprio genio, quando per scelta il proprio orizzonte non va oltre le mura domestiche.

Quello di Schubert sembra proprio un mondo chiuso, incapace di contenere titanici slanci o la grandezza del genio universale. Ancora Massimo Mila: «Ecco: giocattoli sono questi motivi squisiti di Schubert, lavorati con la tenerezza affettuosa d’un babbo Natale da fiaba, d’un buon falegname che pensa, sul lavoro, alla gioia dei piccoli che li riceveranno e questa tenerezza insensibilmente trasmette all’opera delle sue mani. Giocattoli, meravigliosi balocchi da presentare con la finta solennità che si usa, appunto, coi bambini. Di qui il gusto ingenuo della ripetizione, a cui si riduce, in fondo, per Schubert ogni lavoro di costruzione e sviluppo. Motivi così belli e compiuti, che penetrano nell’anima con quella segreta dolcezza, con quella intimità che i tedeschi designano in un vocabolo intraducibile e squisitamente schubertiano – Heimlichkeit: segretezza, mistero, tranquillità, quiete, ma dov’è pure la radice linguistica di parole come casa, come patria, come focolare – motivi di così compiuta bellezza non si possono veramente sviluppare: non c’è che ripeterli, per provare ancora una volta quel brivido, quel rimpianto struggente, quel contatto fuggevole dell’anima con la verità del cuore, al di là di ogni raziocinio, d’ogni esercizio delle facoltà intellettive.»

Un Piccolo Mondo, conchiuso e familiare, come quello tratteggiato da Goethe nella prima parte del Faust; eppure, in esso troviamo la profondità di un’arte immortale, declinata in infinite gradazioni espressive che sulle ali di melodie immortali spaziano dalla malinconia alla consolazione, dallo scherzo alla meditazione, fino alle ombre della morte nelle ultime composizioni. Le melodie della sonata per piano n. 21 in si bemolle maggiore o del Lied “Du bist die Ruh”; i fantasmi che sembra evocare il Trio in mi bemolle maggiore per piano, violino e violoncello oppure ancora… No, sarebbe inutile continuare. Non è possibile riassumere così i mille volti di Schubert. Per seguire il consiglio di Albert Einstein bisognerebbe solo: «suonare la sua musica, amarla e tenere la bocca chiusa.» Ma tra le tante, forse c’è una singola composizione che illustra meglio di tante altre la riservata, timida grandezza di Franz Schubert. È un piccolo Lied composto a soli 17 anni, dal titolo “Gretchen am Spinnrade”, ossia: “Margherita all’arcolaio”.

Margherita all'arcolaio

Il tema è tratto direttamente da una breve scena del Faust – poco più che un intermezzo di soli 40 versi – dove Margherita, una giovane di cui Faust si è invaghito al primo sguardo, è sola nella propria stanza, intenta a dipanare una matassa all’arcolaio. Mentre è intenta in quel lavoro meccanico la donna inizia a pensare con sempre maggiore tormento alla propria relazione con Faust. Già il testo di Goethe, con le sue brevi, nervose quartine quasi di monosillabi, mostra tutta l’inquietudine di Margherita:

Meine Ruh’ ist hin,
Mein Herz ist schwer;
Ich finde sie nimmer
Und nimmermehr.

Wo ich ihn nicht hab’
Ist mir das Grab,
Die ganze Welt
Ist mir vergällt.

Mein armer Kopf
Ist mir verrückt,
Mein armer Sinn
Ist mir zerstückt.

La mia pace è persa,
Il mio cuore pesante;
Non la ritroverò
Mai e poi mai.

Se non è qui
Per me è una tomba
Il mondo intero
Sa di fiele.

La mia povera testa
È impazzita
La mia povera mente
È in frantumi.

Schubert interviene con tutta la potenza espressiva della musica. Il brano inizia nella cupa tonalità del re minore. Prima della voce di Margherita sentiamo il piano. Sulla tastiera, la mano destra riproduce l’incessante borbottio della ruota, la sinistra il nevrotico “clic-clac” del pedale dell’arcolaio:

Poi, il lamento: “La mia pace è persa, | il mio cuore pesante; | Non la ritroverò | Mai e poi mai”. La musica inizia a girare su sé stessa, tocca in poco tempo una moltitudine di differenti tonalità, e così riproduce l’agitazione di un movimento che dalla macchina si insinua nell’animo di Margherita. Quando i pensieri della giovane iniziano a concentrarsi sulla figura di Faust la ruota ed il pedale si fermano all’improvviso:

Nach ihm nur schau’ ich
Zum Fenster hinaus,
Nach ihm nur geh’ ich
Aus dem Haus.

Sein hoher Gang,
Sein’ edle Gestalt,
Seines Mundes Lächeln,
Seiner Augen Gewalt,

Und seiner Rede
Zauberfluß,
Sein Händedruck,
Und ach sein Kuß!

È solo per lui
se guardo dalla finestra,
È solo per lui
se esco di casa.

La sua camminata altera,
la sua fiera figura,
il riso della sua bocca,
la forza degli occhi,

E l’incanto
Delle sue parole,
La stretta delle sue mani,
E… Oh, il suo bacio!

Und ach sein Kuß! È a questo punto, sulla memoria del bacio, che la musica si ferma.

Poi, riprende. Ma non si tratta di una semplice ricapitolazione del tema. Il pianoforte che opera la trasposizione della ruota e dell’arcolaio, sussulta, come a descrivere un moto che ricomincia poco alla volta. Poi il ritmo della macchina torna a pieno regime, segnando l’ascendere di un climax che è il corrispettivo del nuovo montare dell’inquietudine di Margherita.

Mein Busen drängt
Sich nach ihm hin.
Ach dürft ich fassen
Und halten ihn!

Und küssen ihn
So wie ich wollt’,
An seinen Küssen
Vergehen sollt’!

Meine Ruh’ ist hin,
Mein Herz ist schwer,
Ich finde sie nimmer
Und nimmermehr.

Il mio seno
Gli va incontro.
Potessi abbracciarlo,
stringerlo!

E baciarlo!
A sazietà!
Dei suoi baci
Morire!

La mia pace è persa,
Il mio cuore pesante;
Non la ritroverò
Mai e poi mai.

Drammaticamente, siamo giunti al punto d’arrivo del Lied, nel pieno della confusione generata dallo scontro lacerante di amore e disperazione. Schubert, discostandosi dal testo di Goethe, sceglie di ripetere la prima strofa:

Meine Ruh’ ist hin,
Mein Herz ist schwer;
Ich finde sie nimmer
Und nimmermehr.

La mia pace è persa,
Il mio cuore pesante;
Non la ritroverò
Mai e poi mai.

Tecnicamente, si tratta di una “coda”, ossia di un momento per riaffermare la tonalità dominante del brano, smorzare la musica e accompagnarla alla sua naturale conclusione. Al di sotto delle parole il girare inquieto della ruota ed il ticchettio del pedale ritornano ancora una volta. Ma non si tratta di un semplice artificio musicale. Solo ora capiamo che il grido “Und ach sein Kuß!” non era il vero climax del brano. È adesso. Un effetto drammatico straordinario ci pone in diretto contatto con la sofferenza di Margherita, che sembra sprofondare esausta nella disperata solitudine della sua stanza. Sullo spartito, le note dell’arcolaio sono le stesse delle prime battute, ma ora avvertiamo come in realtà tutto sia cambiato. Il genio di Schubert non si limita ad imitare in musica il suono di una macchina per filare, ma traspone con i mezzi estetici della sua arte un suono in una rappresentazione metaforica dell’inquietudine della mente. L’arcolaio in quanto oggetto perde i suoi contorni e diventa pura allusione, o meglio, il correlativo oggettivo dell’animo di Margherita. Al morire dell’ultima nota ci rendiamo conto di come Schubert ha percorso, con un giro simile a quello di una ruota, l’intera scala di accordi del re minore.

Un ragazzo di soli 17 anni è stato in grado di scrivere una composizione così potente, così toccante, che in soli 4 minuti riesce a rappresentare con i soli mezzi musicali il tormento di Margherita. Narrazione, armonia, ritmo, melodia… tutti questi fili si intrecciano uno sull’altro creando trama e ordito di una situazione commovente e drammatica. Un simile miracolo di precocità e maturità artistica è raro persino nella storia della musica, che pure è piena di questi episodi. A questo punto però, anche per noi, nel chiuso delle nostre stanze di casa, dalla quale probabilmente leggiamo queste parole, una domanda ritorna, come il lamento di Margherita. Il testo che avete letto assomiglia alla ruota dell’arcolaio. L’inquietudine è però la nostra. Di cosa ci ha privato la sorte portandosi via Franz Schubert a soli 31 anni? Cos’altro avrebbe potuto comporre se…? Inconsolabili, sprofondiamo anche noi nella sottile ansietà di un vuoto destinato a non colmarsi mai, anzi… nimmermehr.