«Tutto quello che faccio è diretto contro la Russia. Se l’Occidente è troppo stupido e troppo cieco per capirlo, sarò costretto a comunicare con la Russia e combattere l’Occidente, poi, dopo la sua sconfitta, lotterò con tutte le mie forze contro la Russia.»

Adolf Hitler

 

Nel primo pomeriggio del 23 agosto 1939 il Focke-Wulf Condor personale di Hitler atterrò a Mosca. Dal velivolo discesero il ministro degli esteri tedesco Joachim von Ribbentrop ed il conte von der Schulenburg, l’ambasciatore in Unione Sovietica. L’aeroporto era stato tappezzato di bandiere con la svastica racimolate in tutta fretta nei set dei film di propaganda antinazista. Venne schierata una guardia d’onore ma gli inni nazionali non furono eseguiti. Una cerimonia piuttosto sbrigativa per accogliere degli insoliti visitatori che avevano ben poco tempo da perdere e che infatti si diressero quasi subito al Cremlino, dove vennero accolti da Stalin e Molotov. Alle dieci di sera, in uno spazio di tempo incredibilmente breve per i tempi della diplomazia, era già tutto concluso: il mondo poté allora apprendere con stupore che l’Unione Sovietica ed il Terzo Reich, due acerrimi nemici ideologici, avevano stretto un patto di non aggressione della durata di dieci anni. Quello che invece i due strani contraenti si guardarono bene dal rivelare fu il cuore dell’accordo: un protocollo segreto che sanciva la spartizione in sfere di influenza dell’intera Europa orientale, dalla Finlandia al Mar Nero. In termini concreti significava una catena di rivolgimenti politici che comprendeva la fine dell’indipendenza degli Stati baltici, il via libera all’incorporazione della Bessarabia nell’U.R.S.S. e la spartizione della Polonia nell’imminente guerra che la Germania aveva intenzione di scatenare. La neutralità sovietica, necessaria ad Hitler per scongiurare i rischi di una possibile guerra su due fronti, sarebbe stata ricompensata consentendo a Stalin di portare il confine del proprio Stato lungo la linea dei fiumi Narew, Vistola e San. Mai nel corso della storia la Realpolitik aveva raggiunto simili vette di spregiudicatezza e cinismo. Se sul piano ideale le differenze di filosofia politica tra Germania e Unione Sovietica parevano inconciliabili, a livello pratico le ragioni economiche e strategiche spingevano invece verso una perfetta comunanza di interessi tra le due potenze. Le sottigliezze dell’ideologia vennero pertanto accantonate di fronte alla ragion di stato. Nel mese di luglio, dopo un primo incontro tra Ribbentrop e l’incaricato d’affari sovietico Georgij Astachov, i due giganti si erano sempre più resi conto che, alla luce della situazione internazionale, ciò che poteva unirli era molto di più di ciò che li divideva. Hitler voleva una guerra in tempi brevi con l’obiettivo di riportare la città di Danzica nel Reich. Sapeva che la Polonia non avrebbe negoziato e che, una volta aperte le ostilità, il suo antiquato esercito difficilmente avrebbe retto all’urto della macchina bellica tedesca. Il probabile intervento di Gran Bretagna e Francia, nell’immediato non lo preoccupava: il loro ritmo di riarmo procedeva a rilento e ciò non le avrebbe rese una minaccia immediata. Una volta annientati i polacchi, l’intera forza della Wehrmacht si sarebbe quindi riversata ad ovest. Ma fino a quando Hitler non fosse stato pronto ad attaccare le democrazie occidentali, diveniva fondamentale che queste non riuscissero a trascinare nel conflitto l’Unione Sovietica. Lo scenario del 1914, con una Germania costretta a dividere le proprie armate, non doveva ripetersi. Il pericolo maggiore  sarebbe stato costituito dal prevedibile blocco navale inglese, ma anche questo ostacolo poteva essere aggirato mantenendo aperte le relazioni commerciali con l’U.R.S.S. Per tutta la durata dell’accordo, vale a dire fino agli ultimi istanti del 21 giugno del 1941, un fiume di materie prime si riversò in Germania attraverso la rete ferroviaria sovietica: due milioni di tonnellate di cereali, un milione di tonnellate di petrolio e ingenti quantità di minerali e metalli rari necessari all’industria bellica come cromo, manganese, rame, iridio, platino e asbesto.

Per l’Unione Sovietica i vantaggi di collaborare con il diavolo nazista erano altrettanto consistenti. Innanzitutto, le veniva servita l’insperata occasione di riacquistare senza rischio gran parte dei territori perduti dall’impero zarista dopo la Grande guerra. Il patto lasciava infatti a Stalin mano libera in Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Bessarabia, tutte zone di tradizionale influenza russa. Sotto questo aspetto, le direttrici dell’imperialismo bolscevico presentavano ben poche differenze rispetto a quelle sulle quali per secoli si era mossa la politica estera dei Romanov. Al Cremlino, l’assurdità di scendere a patti con il proprio nemico giurato, turbava la coscienza marxista di parecchi dirigenti, ma non quella di Stalin, ammesso che ne abbia mai posseduta una. Il Vozd’ amava ripetere che il comunismo, presto o tardi, sull’onda della necessità storica scientificamente descritta da Marx e Lenin, avrebbe inevitabilmente vinto la propria battaglia contro le forze della reazione. Democrazie occidentali e Stati fascisti, in quest’ottica, non erano che differenti incarnazioni di uno stesso modo di esercitare il potere. Che gli occidentali avessero deciso di dilaniarsi tra di loro era una fortunata circostanza che tornava a tutto vantaggio dell’unico Stato dove il socialismo aveva trionfato. L’Unione Sovietica avrebbe quindi avuto il vantaggio di intervenire in questa titanica lotta affrontando con tutto il peso del proprio potenziale umano e militare dei contendenti spossati. Certo, l’improvvisa giravolta gettò nello sconcerto la quasi totalità della galassia mondiale comunista, anche a Mosca. Le parole di Nikita Kruscev restano emblematiche del senso di sbigottimento causato da questo repentino voltafaccia ideologico: «… Era molto difficile per noi, come comunisti, come antifascisti, rassegnarci all’idea di unire le nostre forze a quelle della Germania. Già per noi era difficile spiegare questo paradosso. Spiegarlo all’uomo della strada sarebbe stato impossibile.» Infine, l’Unione Sovietica si garantì un ultimo vantaggio di cui aveva assolutamente bisogno, forse il principale: il tempo. Sul finire del 1939 le forze armate sovietiche non erano in grado di affrontare una guerra con un’altra grande potenza. L’Armata Rossa era stata letteralmente decapitata a seguito delle sanguinose epurazioni degli anni Trenta dovute alla paranoia di Stalin. L’entità esatta del massacro rimane ancora oggi incerta, ma fu senza dubbio di proporzioni spaventose: vennero giustiziati 3 dei 5 marescialli sovietici, tutti gli 8 ammiragli della flotta, 3 dei 5 comandanti d’armata, 50 dei 57 generali di corpo d’armata, 154 dei 186 comandanti di divisione e 401 su 456 colonnelli, oltre alla quasi totalità dei commissari politici a livello di corpo d’armata e di divisione. La cifra complessiva dovrebbe attestarsi sugli oltre 35.000 ufficiali superiori e subalterni, ma come detto non esistono riscontri precisi. Tra le vittime spicca la geniale figura del maresciallo Michajl Tuchačevskij, capo dell’esercito e principale teorico militare sovietico. Le dottrine da lui elaborate della “battaglia in profondità” (glubokij boj) e delle “operazioni in profondità” (glubokaja operatisija) rappresentavano avanzamenti tattici tali da superare concettualmente persino i risultati del pensiero bellico tedesco imperniato sulla guerra di movimento. Ma queste idee morirono con lui di fronte al plotone di esecuzione, facendo così piombare di colpo l’Unione Sovietica nelle tenebre del medioevo militare. Una simile, indiscriminata mattanza delle migliori intelligenze in campo tattico e strategico spazzò via la professionalità e l’efficienza della leadership, elevando il carrierismo e la cieca obbedienza agli ordini a principali criteri di promozione nell’ambito della gerarchia militare. Stalin sapeva che l’intera struttura di comando dell’Armata Rossa necessitava di un lungo periodo di riorganizzazione e addestramento, e pertanto non esitò un solo istante a stringere la mano tesa di Hitler.

Ormai agosto volgeva al termine e tutto era pronto per il primo atto della più devastante guerra causata dal genere umano. Il 31 Hitler diramò la “Direttiva n.1 per la condotta di guerra”, un documento segreto contrassegnato come Geheime Reichssache, redatto in sole 8 copie e destinato ai più alti comandanti dell’esercito, che iniziava con le seguenti parole: «Poiché la situazione alla frontiera orientale della Germania è divenuta intollerabile e tutte le possibilità politiche di accordo si sono esaurite, ho deciso per un’azione di forza. L’attacco alla Polonia sarà intrapreso in conformità ai piani elaborati per il Caso Bianco…» Il tempo della diplomazia era morto: sulla scena della storia facevano il loro ingresso immensi eserciti che scienza, tecnica e progresso avevano dotato di un potenziale distruttivo al di là di ogni immaginazione.