Mobile ordigno di dentate rote
lacera il giorno e lo divide in ore,
ed ha scritto di fuor con fosche note
a chi legger le sa: Sempre si more.

Ciro di Pers, Orologio da rote, Poesie

 

Giugno 1947. Il numero mensile del bollettino degli scienziati atomici dell’università di Chicago uscì con un’insolita copertina. I lettori disposti a spendere la modica somma di 25 centesimi di dollaro si trovarono di fronte ad una prima pagina di sfondo arancione, dal quale emergeva la porzione finale del quadrante di un immaginario orologio. La lancetta delle ore, un tozzo rettangolo di colore nero, era fissa ad indicare il cerchio delle dodici, mentre un’altra, bianca, slanciata e più esile, si trovava poco più indietro, a sette minuti dalla mezzanotte. L’insieme appariva estremamente stilizzato: così semplice ed essenziale che si sarebbe potuto pensare all’opera di un bambino. A ben vedere non si trattava che di elementari forme geometriche su di un foglio di carta, eppure l’intera combinazione comunicava l’idea di un movimento inesorabile, come un conto alla rovescia capace di trasmettere un senso di urgenza e di inquietudine. Non occorreva infatti un grande sforzo di immaginazione per figurarsi la corsa delle lancette, magari scandita da un sinistro ticchettio. La mente che aveva ideato quella copertina destinata a divenire iconica era quella di una pittrice di St. Louis poco più che trentenne. In un momento di ispirazione aveva scarabocchiato il primo bozzetto sul retro di una sonata per piano di Beethoven. Si chiamava Martyl Schweig ed era la moglie di Alexander Langsdorf, uno dei ricercatori del Progetto Manhattan. Il suo geniale design grafico accompagnò nella storia il Doomsday Clock: l’Orologio dell’Apocalisse.

Per mezzo di un’immagine dell’immediatezza simile a quelle delle vetrate istoriate delle cattedrali medievali, gli scienziati americani intendevano fornire ai loro contemporanei un simbolo tangibile del pericolo che sovrastava l’intero genere umano. Idearono quindi un orologio allegorico, dove la mezzanotte rappresentava la fine del mondo e i minuti precedenti la distanza dalla catastrofe. A quei tempi non era troppo difficile immaginare quale minaccia concreta si nascondesse tra le ombre di quell’allusione. Il mondo era da poco entrato nell’era atomica, e lo aveva fatto nella maniera più brutale possibile. Meno di due anni prima gli Stati Uniti avevano sganciato senza troppe remore morali due ordigni atomici sulle città giapponesi di Hiroshima e Nagasaki, ponendo fine alla Seconda guerra mondiale ma causando oltre 100.000 vittime in pochi secondi. Coloro che perirono all’istante nella palla di fuoco generata dall’esplosione furono i più fortunati. Nei giorni, o addirittura negli anni seguenti, molte altre persone sperimentarono il lato più crudele delle armi nucleari, morendo a causa delle atroci conseguenze del fallout radioattivo. La stragrande maggioranza era costituita da inermi civili. Lentamente, la sensibilità collettiva della gente di metà Novecento si arricchì – per modo di dire – di un ulteriore livello nella scala dell’orrore e della paura: dopo Auschwitz l’epitome del male divenne Hiroshima, e il correlativo oggettivo della bestialità dell’essere umano un fungo atomico. Appariva con sempre maggiore evidenza come l’uomo si fosse tramutato nel peggiore nemico di sé stesso. Le più recenti armi che la scienza gli aveva messo nelle mani rappresentavano la negazione di ogni possibile fine politico all’uso indiscriminato della forza: in altre parole, la guerra sembrò perdere agli occhi di molti ogni tipo di giustificazione teorica, in quanto anticamera della distruzione totale.

Eppure, l’agenda delle grandi potenze mondiali sembrava non tenere conto dei pericoli insiti in questo nuovo scenario. Due anni dopo quel numero del “Bulletin of the Atomic Scientists” l’Unione Sovietica testò con successo la sua prima bomba atomica in Kazakistan, nella desolazione del poligono nucleare di Semipalatinsk. Era il 29 agosto 1949. L’opinione pubblica americana non lo apprese che un mese più tardi, quando il presidente Truman rese noto che i risultati di rilevazioni dei livelli di radioattività dell’atmosfera conducevano a ritenere che in un punto imprecisato dell’Asia centrale fosse avvenuta un’esplosione. Il Cremlino si trovò costretto a confermare l’ipotesi. Con largo anticipo su quanto avessero preventivato, quel giorno gli americani persero il monopolio nucleare, e con esso buona parte del senso di invulnerabilità derivante dal riposare su di un continente virtualmente inattaccabile perché protetto dal resto del mondo da due oceani. Gli scienziati guidati da Igor Kurčatov avevano consegnato a Stalin la prestigiosa tessera n. 2 del club nucleare. La conseguenza più diretta appariva scontata: l’URSS avrebbe iniziato a fabbricare e accumulare un numero sempre crescente di ordigni atomici, proprio come gli Stati Uniti, i quali, sentendosi ora minacciati, avrebbero a loro volta incrementato il ritmo di crescita del proprio arsenale. Si annunciava l’innesco di una nuova corsa agli armamenti, i cui effetti avrebbero alterato in maniera imprevedibile gli equilibri di forza tra gli Stati. Il nucleare, con l’immenso potenziale distruttivo che rappresentava, non era semplicemente una carta nelle mani di una grande potenza, ma un intero mazzo di pericolose possibilità. E la maggior parte di esse era inesplorata. In linea di principio, dietro il volersi dotare dell’arma atomica risiedeva un fine di deterrenza e, accanto ad esso, di rafforzamento del proprio peso diplomatico e negoziale. Ma in realtà nessuno sapeva esattamente come impiegare questo potere entro margini di ragionevole sicurezza. La ragione era banale: nessuno poteva fare affidamento su di un’esperienza pregressa dalla quale trarre insegnamenti. Politologi, capi di Stato e strateghi si ritrovarono in un territorio sconosciuto e di fronte a problemi del tutto nuovi: elaborare nuove dottrine di azione e reazione in un mondo dove la proliferazione nucleare avrebbe presto preso il sopravvento. Visto oggi, il prodotto dei loro sforzi non appare intellettualmente entusiasmante. L’aspetto comune, e più sconvolgente, di questi tentativi era l’accettazione dell’utilizzo di armi atomiche. Presto o tardi, in un modo o nell’altro, si dava per scontato che sarebbero state usate. Il meglio che l’amministrazione Eisenhower seppe fare nel campo della dottrina militare fu prevedere l’impiego massiccio e simultaneo di tutte le oltre 3.000 testate allora in possesso degli Stati Uniti. Più tardi, nel 1957, Henry Kissinger, giunse a conclusioni più raffinate, ma solo di poco. Nel suo saggio “Nuclear Weapons and Foreign Policy”, prospettò un uso flessibile e limitato delle forze nucleari, anche in caso di attacco da parte dei sovietici. La speranza – o se vogliamo l’abbaglio – stava nel voler costringere l’avversario a seguire delle regole comuni, cosa che poteva non essere affatto scontata. Per questo motivo molti osservatori rimanevano in dubbio sul fatto che gli uomini di potere – o perlomeno una buona parte di essi – possedessero la maturità e la consapevolezza necessaria per gestire con giudizio simili sfide. La pianificazione militare e il fanatismo ideologico negli ultimi trent’anni avevano portato a due guerre mondiali: se questi fantasmi si fossero di nuovo ridestati sotto altre forme, questa volta avrebbero gettato il mondo nell’abisso dell’annientamento. Una celebre battuta di quegli anni colse esattamente lo spirito e la natura del pericolo incombente: era difficile dire con quali armi si sarebbe combattuta la terza guerra mondiale, ma la quarta di sicuro avrebbe visto l’impiego esclusivo di pietre e frecce. La guerra nucleare – come forse tutte le guerre del passato – difficilmente avrebbe visto dei contendenti “responsabili”, in grado cioè di auto-limitarsi ponendo l’estensione del proprio potere distruttivo entro certe regole condivise di impiego. Si sarebbe combattuto come sempre si era fatto: al massimo delle proprie capacità e per infliggere il maggior danno possibile al nemico. Non ci volevano particolari doti di preveggenza per vedere la guerra nucleare come un inferno dal quale non esisteva ritorno. Nel 1949, nel numero di ottobre del loro ormai famoso bollettino, gli scienziati di Chicago spostarono le lancette dell’orologio in avanti di quattro minuti. Adesso alla mezzanotte ne mancavano solamente tre. Tredici anni dopo, nell’ottobre del 1962, l’umanità si ritrovò da un giorno all’altro a guardare direttamente in faccia lo spettro dell’olocausto nucleare. Nel posto più impensabile del mondo, nella grande isola caraibica di Cuba, stavano avvenendo dei fatti che avrebbero potuto spingere la lancetta dei minuti del Doomsday Clock a compiere il suo giro finale.

Per tutta la prima metà del Novecento, Cuba era stata un semi-protettorato degli Stati Uniti o, volendo essere più precisi, una sorta di dépendance per ricchi americani. Un assolato paradiso di alberghi di lusso, spiagge, casinò, turismo spesso a sfondo sessuale, alcool, corruzione e criminalità. La terra e le attività economiche, in massima legate alla monocoltura dello zucchero, erano controllate dalle grandi corporations americane, le quali esercitavano un’autentica influenza neocoloniale. Buona parte dei sei milioni di abitanti locali versava in condizioni poco più che miserabili. Solo un terzo dei cubani aveva un lavoro stabile e la metà dei bambini non veniva mandata a scuola. Le ricche miniere di nichel, ferro e rame dell’isola non producevano che per le esigenze del mercato nordamericano: da un censimento del 1958 a Cuba risultavano più prostitute che minatori. L’asservimento che regnava da un punto di vista politico non era meno oppressivo di quello in campo economico. Fulgencio Batista, il brutale dittatore locale che deteneva il potere praticamente dagli anni Trenta, non era altro che uno squallido proconsole nelle mani dei poteri forti di Washington. Nel 1960 Earl E. T. Smith, finanziere e diplomatico, in un’audizione alla commissione del Senato statunitense dichiarò candidamente che: “… l’ambasciatore americano era la seconda personalità del Paese, spesso anche più importante dello stesso presidente cubano”. Nessuno avrebbe trovato da ridire se sulla bandiera americana si fosse cucita una nuova stella.

La secolare storia di sfruttamento dell’isola cambiò bruscamente nel gennaio del 1959. Dopo anni di guerriglia, Fidel Castro, un carismatico avvocato rimasto folgorato dal pensiero di Marx e Lenin, riuscì con i propri seguaci a rovesciare il regime di Batista. Una volta insediatosi all’Avana, i primi passi del nuovo governo rivelarono la ferma intenzione di recidere molti dei legami di vassallaggio e di dipendenza che legavano Cuba all’America. Fu avviato un programma di istruzione pubblica universale e una riforma agraria garantì la redistribuzione delle terre coltivate a favore dei contadini. Nel frattempo, la rivoluzione trionfante liquidava i propri nemici interni con spietata durezza: molti oppositori politici furono sbrigativamente processati e giustiziati. Coloro che, non volendosi piegare a quello che iniziava ad apparire come un nuovo tiranno riuscirono a scappare, cercarono rifugio negli Stati Uniti. Castro iniziò ad avvicinarsi sempre di più all’Unione Sovietica anche da un lato non meramente ideologico. Un accordo commerciale segnò il primo significativo mutamento di rotta nei rapporti internazionali. In cambio di petrolio greggio, macchinari industriali e fertilizzanti, Cuba avrebbe inviato in URSS le sole materie che al momento aveva da offrire: zucchero, frutta e fibre vegetali. Per gli americani, che ancora nutrivano la speranza di addomesticare Castro, fu un terremoto che marcò un autentico punto di non-ritorno delle loro tradizionali relazioni con l’isola. Shell, Esso e Standard Oil, le società che gestivano le raffinerie cubane, con il benestare del governo di Washington, rifiutarono di raffinare il petrolio russo nei propri impianti. Per rappresaglia Castro nazionalizzò gli stabilimenti. La ritorsione americana fu immediata e si concretizzò nell’annullamento di ogni importazione di zucchero cubano e successivamente nell’instaurazione di un embargo economico pressoché generale. Il governo rivoluzionario ne approfittò per assumere anche il controllo delle piantagioni. A quel punto tutti i ponti potevano dirsi ormai tagliati. Gli Stati Uniti, in piena guerra fredda, scoprirono di dover fare i conti con la presenza di un piccolo ma scomodo Paese socialista praticamente nel cortile di casa.

Dagli sgarbi economici il livello del confronto degenerò verso iniziative che nella vita comune di una persona potrebbero ricadere nella definizione di “colpo basso”. Già nel marzo del 1960 Eisenhower diede alla CIA il via libera per tentare di abbattere il regime di Castro con ogni mezzo. L’intelligence americana si vide assegnare per l’obiettivo un sontuoso budget di 13 milioni di dollari. Venne presa in seria considerazione persino l’ipotesi di stringere accordi con la mafia, che Castro si era inimicato avendola estromessa dal giro del gioco d’azzardo e della prostituzione nelle grandi città turistiche. Alla fine, si decise di seguire il piano delineato dall’NSC 5412/2, un sottocomitato segreto istituito in seno al Consiglio per la Sicurezza Nazionale. Istruttori della CIA avrebbero fornito ad un migliaio di esuli cubani un addestramento paramilitare in Guatemala. Questo corpo di spedizione, nominato “Brigada Asalto 2506”, sarebbe stato trasportato verso Cuba, in vista di uno sbarco presso la Baia dei Porci, nella parte nord-occidentale dell’isola. La speranza era quella di rovesciare Castro facendo leva sul malcontento popolare che si credeva serpeggiasse intorno al suo regime. Nell’aprile del 1961 tutto era pronto. Nello studio ovale della Casa Bianca sedeva intanto un nuovo presidente. A soli 43 anni, il cattolico e democratico John Fitzgerald Kennedy, battendo di soli centomila voti il suo rivale Richard Nixon, era il più giovane mai eletto alla presidenza. Appena insediatosi, diede l’assenso all’operazione. Ma giunto sulle spiagge, il corpo di spedizione fu sbaragliato dalle forze rivoluzionarie nei giorni tra il 17 e il 19 aprile. L’invasione palesò i suoi aspetti di dilettantismo. Elspeth Davies Rostow bollò i militari americani come: “…Ufficialetti dell’ultima guerra mondiale passati di grado”. Aveva ragione: i pianificatori agirono in modo dilettantesco sotto ogni punto di vista. Mancarono il coordinamento, un efficace supporto aereo e soprattutto una realistica visione della situazione. Il regime castrista poggiava su basi evidentemente più salde di quanto si aspettassero gli americani: ci voleva molto di più di una raccogliticcia combriccola di fuoriusciti per scuoterlo. Kennedy fu costretto ad assumersi la responsabilità di un fallimento che in larga parte era iscritto nel maldestro piano ereditato dalla precedente amministrazione. La figura di Castro, all’opposto, ne uscì ingigantita. Ma la partita non era affatto chiusa. Il fallimento della Baia dei Porci preparò la strada per una nuova crisi di portata infinitamente maggiore, questa volta di livello mondiale. Il Lìder Maximo si convinse che gli Stati Uniti, riavutisi dallo smacco, avrebbero cercato la rivincita e tentato nuovamente di rovesciare la Rivoluzione. In uno scenario così instabile, se il socialismo intendeva sopravvivere a Cuba, avrebbe dovuto cercare protezione da parte di un potente guardiano. E l’unica grande nazione disposta ad assumersi tale compito era l’Unione Sovietica di Nikita Krusciov.

Il 2 luglio 1962, Raúl Castro, fratello di Fidel e ministro delle forze armate cubane, giunse in visita a Mosca. Gli accordi che nell’occasione vennero stretti con i vertici sovietici rimangono ancora avvolti in un alone di mistero, ma è verosimile che la decisione di intraprendere quella che sarebbe stata ridenominata “Operazione Anadyr” sia stata discussa proprio in quel frangente. Anadyr in essenza non era altro che il trasporto di missili nucleari sovietici a medio raggio e la loro installazione in postazioni di lancio sul territorio cubano. L’operazione nacque in risposta alla crescente aggressività americana nel mediterraneo. All’inizio degli anni Sessanta gli Stati Uniti avevano installato missili offensivi in Turchia e in Italia, a Gioia del Colle, in Puglia. Erano i cosiddetti “Jupiter”. Prodotti dalla Chrysler Corporation, disponevano di una gittata di oltre 3.000 chilometri e potevano portare una testata termonucleare da 1,4 megatoni. Non si trattava di un sistema d’arma pensato a scopo di rappresaglia, cioè per garantire una ritorsione ad un eventuale primo attacco sovietico. Il fatto che fossero installati su rampe mobili li rendeva estremamente vulnerabili ad ogni attacco aereo. La loro ragion d’essere era unicamente quella di amplificare a dismisura l’efficacia di un “first-stike” lanciato dagli USA. La Francia, pur essendo un membro della NATO, rifiutò di ospitarli proprio a causa del loro palese effetto destabilizzante. La sarcastica battuta del presidente De Gaulle secondo la quale essere alleati degli Stati Uniti comportava una “Annihilation without representation” si avvicinava di molto alla verità. Gli Jupiter erano puntati su bersagli in Russia per raggiungere i quali non necessitavano che di dieci soli minuti di volo. I sovietici – abbastanza comprensibilmente – si sentivano un’arma puntata alla tempia perché vedevano in questa mossa una conferma dell’intenzione di Washington di considerare seriamente un attacco a sorpresa contro di loro. Lo riconobbe persino il senatore Albert Grove quando nel febbraio del 1961 disse al segretario di Stato Rusk che gli Jupiter non rappresentavano altro che “una provocazione”. La conferma viene da un episodio avvenuto un anno più tardi, nel marzo 1962. Una giorno, passeggiando su una spiaggia del Mar Nero, Krusciov indicò l’orizzonte e domandò a Rodion Malinovsky, il ministro della difesa sovietico che camminava al suo fianco: “Guarda laggiù. Cosa vedi? Io vedo missili puntati sulla mia dacia. Perché non mettiamo un riccio nei pantaloni degli americani?” L’idea di installare missili a Cuba nacque forse allora, e di sicuro all’insegna di uno spirito di reazione ad una minaccia. Non è chiaro quali altri obiettivi si riproponesse di raggiungere Krusciov con una mossa tanto giustificabile quanto azzardata. I tratti che connotavano il personaggio includevano un’abbondante dose di esuberanza e di sconsiderata imprevedibilità: il segretario del PCUS gestiva una superpotenza armata sino ai denti, ma spesso si lanciava in un’impresa senza pensare alle conseguenze. L’esatto opposto di un cauto calcolatore come Stalin. Come detto, di sicuro intendeva colmare in qualche modo il gap missilistico che lo separava dagli Stati Uniti, se non nei numeri, quantomeno in una più efficace modalità di impiego dei vettori balistici. In questo campo i sovietici, nonostante il clamore dei successi dello Sputnik e di Gagarin, rimanevano piuttosto arretrati. Disponevano di 160 bombardieri intercontinentali e di soli 42 ICBM ospitati in basi missilistiche in grado di lanciare direttamente sul territorio americano. Gli USA al confronto erano un gigante: con 1.595 bombardieri e 182 missili ben protetti nei loro silos godevano di uno schiacciante vantaggio nel campo delle testate nucleari impiegabili. Secondo le stime il differenziale arrivava ad un rapporto di 17 a 1. Ma, disponendo di una piattaforma avanzata come Cuba, anche con normali missili a medio raggio, campo dove i sovietici erano invece all’avanguardia, la disparità poteva essere attenuata. Da un punto di vista più ideale, Krusciov si era certamente innamorato dell’esperimento cubano al socialismo e voleva difenderlo a tutti i costi. Pazienza se le leggi storiche di Marx non avevano previsto i Caraibi come un luogo in cui potesse sbocciare una rivoluzione socialista. I pittoreschi rivoluzionari di Castro suscitavano ben più di una simpatia negli uffici del Cremlino, dove ricordavano a molti apparatčik i tempi eroici del 1917. Di sicuro però, quello che Krusciov non seppe immaginare, fu la veemenza della reazione americana.

Gli americani sospettavano dell’attività sovietica a Cuba sin dall’agosto del 1962, quando sulla scrivania di Kennedy giunse un memorandum inviato dal direttore della CIA John McCone. Quello che non immaginavano era la velocità con la quale i sovietici stavano trasportando personale e materiale bellico in un’isola a 11.000 chilometri dalle loro basi, e per giunta nel pieno della stagione degli uragani. In effetti, all’inizio di settembre, il trasporto di missili sovietici era in pieno svolgimento. Durante la prima settimana del mese, all’Avana erano giunti gli R-12, missili balistici a medio raggio capaci di portare una testata termonucleare da un megatone. In linea di principio potevano raggiungere ogni obiettivo militare o civile in tutto il sud e buona parte del midwest americano, compresa la capitale Washington. Incredibilmente gli americani impiegarono un altro mese per rendersi conto di quanto concreta fosse la minaccia. Fu infatti solo il 15 ottobre 1962 che ebbero la certezza della presenza di postazioni missilistiche. Le foto scattate da un aereo spia U-2 rivelarono infatti l’allestimento di un sito nei pressi di San Cristóbal. Il giorno seguente i risultati dei voli di ricognizione vennero mostrati a Kennedy, il quale autorizzò all’istante la formazione dell’ExComm (Comitato Esecutivo del Consiglio di Sicurezza Nazionale) con il compito di gestire la crisi. Durante la prima seduta si verificò uno dei più sbalorditivi episodi mai accaduti in un vertice di sicurezza. Kennedy era scioccato dalla mossa apparentemente inspiegabile di Krusciov. Le registrazioni rivelano che ad un certo punto sbottò: “Perché lo ha fatto? È come se noi all’improvviso avessimo piazzato missili in Turchia…” “Beh, è quello che abbiamo fatto signor presidente…” gli ricordò immediatamente McGeorge Bundy, il consigliere per la sicurezza nazionale. L’aneddoto, al di là del suo grottesco umorismo, rivela l’estrema complessità nel controllare e coordinare tutte le componenti di una nazione in un momento di crisi, in modo da farle operare in sincrono in vista di una strategia unitaria. Il capo supremo degli Stati Uniti dovette attendere la prima riunione di un comitato straordinario per apprendere dei dettagli del dispiegamento strategico operato a sua insaputa dai militari. Kennedy si rese immediatamente conto di quanto uno dei pericoli fosse che l’entourage dei capi delle forze armate si svincolasse dal controllo della direzione politica, alla quale era nominalmente sottoposto, e cercasse di forzarle la mano. Da un certo punto di vista, uno dei principali problemi nell’affrontare la crisi non era rappresentato tanto dai sovietici e dalle loro reazioni, ma dall’impedire che le correnti all’interno dell’apparato di potere americano prendessero il sopravvento. Il rischio era elevatissimo. I vertici militari americani spingevano senza esitazioni per il confronto armato. Il capo di stato maggiore dell’aviazione, il generale Curtis LeMay, un eroe della Seconda guerra mondiale, si affrettò a presentare a Kennedy un piano di bombardamento preliminare ad un’invasione. Il comandante del Comando Aereo Strategico (SAC), il generale Thomas S. Power, di fronte all’idea di una limitazione dell’uso di armi nucleari in un’ipotetica guerra, non impiegò molti giri di parole: “Restrizioni? Perché preoccuparsi di salvare le loro vite? L’intera faccenda è di uccidere i bastardi. Se alla fine della guerra rimangono due americani e un russo, allora abbiamo vinto noi”. Lo spirito che animava molti dei principali attori che danzavano sull’orlo dell’annientamento nucleare era questo.

L’ExComm, tra le opzioni che aveva a disposizione, scelse di rispondere con il blocco navale di Cuba. Il termine che si preferì impiegare fu quello di “quarantena”, in quanto tecnicamente un blocco costituiva un atto di guerra. Le altre alternative vennero scartate perché troppo rischiose o ritenute lontane dall’apportare un effetto immediato. Un appello alle Nazioni Unite avrebbe richiesto troppo tempo perché i membri dell’assemblea giungessero ad una deliberazione. Oltretutto, che l’ONU possedesse l’hardpower per costringere i sovietici ad una ritirata, era un’eventualità ritenuta altamente improbabile. Nel frattempo Krusciov avrebbe avuto tutto il tempo di completare lo schieramento delle proprie forze sull’isola e mettere il mondo di fronte al fatto compiuto. All’altro lato dello spettro di un’azione di risposta vennero accantonate – per il momento – l’invasione di Cuba e un attacco aereo alle postazioni missilistiche, il quale non avrebbe garantito la distruzione completa ed immediata delle stesse. Quelle rimanenti, di fronte all’aggressione, avrebbero potuto rispondere e lanciare i propri missili a titolo di rappresaglia, causando un’escalation. Si scelse così di mobilitare la flotta e cingere Cuba con un cordone che impedisse l’arrivo di ulteriori rinforzi dall’URSS. Il 22 ottobre, Kennedy si rivolse alla nazione in un discorso televisivo nel quale annunciava la scoperta dei missili e l’inizio della quarantena su Cuba. Le battute finali del suo intervento contenevano un duro ultimatum all’Unione Sovietica perché ritirasse i missili. La crisi era ufficialmente cominciata. Tre giorni dopo, mentre 40.000 soldati americani si stavano concentrando in Florida, l’ambasciatore statunitense Adlai Stevenson mostrò le fotografie delle installazioni sovietiche a Cuba in una sessione d’emergenza dell’ONU. Il suo collega Valerian Zorin, che ne aveva ripetutamente negato l’esistenza, fu incalzato in modo magistrale da Stevenson: “Bene, signore, lasci che le ponga una semplice domanda: ambasciatore Zorin, nega che l’URSS stia installando missili a medio raggio a Cuba? Sì o no – non aspetti la traduzione – Sì o no?” Di fronte alla beffarda replica di Zorin (Non siamo in un tribunale americano, non sono tenuto ad una risposta del tipo “sì o no”), il diplomatico americano insistette: “Può rispondere sì o no. Lei ne ha negato l’esistenza. Vorrei sapere se ho capito correttamente. Sono pronto ad attendere la risposta fino a che l’inferno non ghiacci, se questa è la sua intenzione. E sono anche pronto a mostrare le prove in questa sala”. Cuba era ora assurta al vertice dell’attenzione e della preoccupazione mondiali.

Dopo le mosse di Washington fu il turno di Mosca. Toccava ora a Krusciov reagire. Alle 21 di venerdì 26 ottobre il Dipartimento di Stato ricevette una proposta che assicurava il ritiro dei missili a fronte della garanzia americana di non invadere Cuba. Tredici ore più tardi giunse una nuova offerta: se gli USA avessero ritirato i missili Jupiter in Turchia, l’URSS avrebbe restituito il favore facendo lo stesso con i propri installati a Cuba. Ma, mentre i politici lavoravano ad una faticosa composizione diplomatica della crisi, le lancette del Doomsday Clock sembravano avanzare spinte dagli eventi, quasi fossero animate di vita propria. Il mattino del 27 ottobre un Lockheed U-2 pilotato dal maggiore Rudolf Anderson fu abbattuto da un missile terra-aria sovietico mentre sorvolava Cuba. Nel pomeriggio alcuni RF-8A della marina rischiarono la stessa sorte quando vennero bersagliati dalla contraerea durante voli di ricognizione a bassa quota. I militari chiesero un immediato attacco di ritorsione, ma Kennedy resistette alle pressioni. In quegli stessi attimi, anche a Mosca Krusciov si trovava sui carboni ardenti. Aveva appena ricevuto una lettera da Castro nella quale il leader della rivoluzione cubana lo esortava a “eliminare per sempre il pericolo di un’aggressione imperialista attraverso un atto di chiara e legittima difesa, per quanto dura e terribile la soluzione potesse rivelarsi.” Quel giorno la guerra sembrava l’esito più probabile del confronto. Poco prima, J. Edgar Hoover, il direttore dell’FBI, aveva informato i membri dell’ExComm che i diplomatici sovietici a New York stavano bruciando i loro documenti, segnale che lo scoppio delle ostilità era ormai dato per imminente. Il Comando Aereo Strategico americano mise tutte le unità in stato di massima allerta a DEFCON 2. La discesa al successivo grado di prontezza operativa, DEFCON 1, avrebbe significato la guerra. Nel frattempo molte navi sovietiche si stavano avvicinando al limite della zona di quarantena. All’insaputa degli americani alcuni gruppi erano scortati da sottomarini armati di siluri a testata nucleare. Per il lancio delle loro armi i comandanti dei battelli potevano incredibilmente decidere in autonomia senza richiedere un’autorizzazione al comando di Mosca. Quando il B-59 fu fatto oggetto di un lancio di cariche di profondità “di avvertimento” da parte della squadra della portaerei USS Randolph, il suo capitano Valentin Grigorievitch Savitsky, interpretandolo come un atto ostile, decise di lanciare le proprie armi. Solo l’opposizione di uno degli altri due ufficiali evitò di appiccare la scintilla che avrebbe portato alla fine del mondo. Alla fine di quella giornata il ministro della difesa americano Robert McNamara si fermò ad osservare il tramonto mentre usciva dalla Casa Bianca. Nelle sue memorie ammise di aver pensato che quello sarebbe stato l’ultimo sabato della sua vita.

La mattina del 28 ottobre la tensione iniziò a calare. Il contatto tra le forze armate delle due superpotenze era ormai così stretto che la guerra poteva ormai scoppiare per il minimo incidente, indipendentemente dalla volontà di pace dei due contendenti. I sovietici avevano ormai completato lo schieramento previsto a Cuba e molte loro postazioni sulla costa erano equipaggiate con missili nucleari tattici a corto raggio. Una forza di invasione proveniente dalla Florida avrebbe corso il serio rischio di venire annientata prima ancora di giungere in vista delle spiagge cubane. Sia Kennedy che Krusciov sapevano che più tempo passava e più diveniva difficile mantenere il controllo sugli apparati militari e governativi delle rispettive nazioni. Per salvare la pace dovevano agire in fretta. E ognuno doveva necessariamente rinunciare a qualcosa. Il leader del Cremlino, usando una calzante metafora, scrisse che la crisi assomigliava ad una fune con un nodo nel mezzo: continuando a tirarne le estremità il nodo si sarebbe stretto sempre di più. Oltre un certo punto, solamente una spada avrebbe potuto troncarlo. Ma se i due avversari avessero allentato la presa, allora il nodo si sarebbe sciolto. Alle dieci di mattina il segretario del PCUS annunciò la rimozione dei suoi missili da Cuba. Il presidente americano in cambio accettò pubblicamente la prima offerta sovietica, impegnandosi a rispettare la sovranità di Cuba. In segreto incaricò il fratello Robert di recarsi all’ambasciata sovietica per accettare la seconda. Gli USA, all’insaputa dell’opinione pubblica, avrebbero scambiato i missili in Turchia e in Italia con quelli sull’isola di Castro. Le navi sovietiche ricevettero l’ordine di invertire la rotta e meno di un mese dopo la quarantena su Cuba venne annullata. Lo scampato pericolo ebbe se non altro l’effetto di indurre le due superpotenze ad una maggiore cooperazione. Il 20 giugno 1963 venne attivata una “linea rossa” per garantire una maggiore celerità nello scambio di informazioni in caso di nuove situazioni di crisi. Poi, nell’ottobre dello stesso anno, entrò in vigore l’accordo di Mosca, che introduceva una parziale messa al bando degli esperimenti nucleari. La guerra fredda avrebbe visto altri momenti di tensione, ma la sua fase più acuta e drammatica era ormai superata.

Esistono molti modi per interpretare gli eventi oggi racchiusi nella definizione di “crisi dei missili cubani”. Uno dei più affascinanti è quello di osservarli attraverso le lenti della “teoria dei giochi”, un modello di matematica applicata in grado di analizzare il comportamento e le decisioni di due soggetti che, in una situazione di confronto, agiscono in vista del massimo guadagno individuale. A partire dagli anni Venti del Novecento grandi menti come quelle di John von Neumann, Emil Borel, Oskar Morgenstern e John Nash dedicarono un’enorme quantità di tempo ed energia alla definizione di una teoria universale in grado di spiegare il comportamento umano, incastrandolo, a volte a viva forza, entro la ferrea gabbia di una struttura logica. Una ramificazione della teoria dei giochi, il “dilemma del prigioniero” sembra descrivere con sorprendente attinenza la dinamica e gli esiti della corsa agli armamenti nucleari intrapresa dagli Stati Uniti e dall’Unione Sovietica. Eppure, riguardo al senso di quei fatidici tredici giorni che nell’ottobre del 1962 rischiarono di portare il mondo alla distruzione, qualcosa continua a sfuggire. Sembra esistere un sottofondo che sconfina in spiegazioni più emotive e incredibilmente più inquietanti. Il filosofo inglese Bertrand Russell potrebbe aver colto nel segno, quando pronunciò le seguenti parole: “Il rischio calcolato è una politica mutuata da un’attività sportiva pratica, a quanto mi dicono, da alcuni giovani degenerati. Questo sport… consiste nel percorrere un lungo rettilineo… su due auto lanciate a folle velocità l’una contro l’altra… Man mano che i due veicoli si avvicinano, la distruzione reciproca diventa sempre più imminente. Quando uno dei giocatori sterza per primo dalla linea bianca, l’altro, superandolo, gli urla: “coniglio!” e quello che ha sterzato diventa oggetto di scherno… Talvolta, il gioco può essere condotto [da eminenti uomini di Stato] senza conseguenze, ma prima o poi… arriva il momento in cui nessuno dei due se la sente di incassare l’urlo beffardo dell’altro. A quel punto, i leader di entrambi gli schieramenti trascineranno il mondo verso la distruzione”. Una nazione non è in fondo troppo dissimile da un individuo. Condivide con esso un carattere, un orgoglio, un ruolo pubblico ed un prestigio che tende a voler difendere a prescindere da fattori di ragionevolezza e dalle conseguenze che ne potrebbero scaturire. Alcune settimane dopo la crisi Kennedy ammise: “Se avessimo invaso Cuba, sono certo che i sovietici avrebbero reagito. Avrebbero dovuto farlo, come noi nelle stesse condizioni. Ogni grande potenza ha degli obblighi inesorabili ai quali non può sottrarsi”. Pur di non “perdere la faccia” molte nazioni nel corso della storia hanno compiuto scelte folli, al limite dell’autolesionismo. Un elenco sarebbe praticamente infinito. Solo per citare un esempio, nel 1757, Svezia e Prussia si fronteggiarono nella guerra di Pomerania perché il Partito dei Cappelli svedese intendeva umiliare la regina Luisa Ulrika di Prussia, sorella di Federico II. La politica e la diplomazia della seconda metà del Novecento sono molto differenti da quelle del XVIII secolo, ma l’esempio lascia comunque intravedere una ricorrente vena di imponderabile follia nel modo in cui gli Stati gestiscono i propri rapporti. La storia dimostra che la condotta internazionale di uno Stato può essere alterata da elementi irrazionali. E spesso, in particolari condizioni, la politica estera può essere compresa e spiegata solo sovrapponendola a quella interna. Nel gennaio del 1961 Kennedy era giunto a prestare giuramento come 35° presidente degli Stati Uniti anche grazie ad una campagna elettorale vinta sulle ali della martellante accusa rivolta all’amministrazione Eisenhower/Nixon di aver consentito ai comunisti l’acquisizione di una base nei Caraibi. Dopo lo smacco della Baia dei Porci, quando fu evidente che i sovietici stavano armando Cuba con missili nucleari proprio sotto il naso degli americani, Kennedy capì sin troppo bene quanto il fatto fosse destabilizzante da un punto di vista politico, molto più che militare. Dopo aver criticato i propri avversari interni sul terreno del contenimento del comunismo non poteva permettersi di dimostrarsi più incapace di essi. Nella prima riunione dell’ExComm, McNamara fornì un punto di vista particolarmente illuminante sul significato dei missili: “Sarò franco. Non credo ci sia un problema militare… Questo è un problema di politica interna.” La sua interpretazione era corretta. Kennedy, nella stessa seduta, ammise che: “non fa nessuna differenza se si viene spazzati via da un missile lanciato dall’Unione Sovietica o da Cuba. La geografia non conta a tal punto”. Abbiamo già visto l’enorme divario nucleare che nel 1962 separava gli USA dall’URSS. Il fatto, spesso citato, dei ridotti tempi di volo di un ipotetico missile lanciato da Cuba non è che un pretesto. Il margine di reazione ad un attacco era già stato portato ai minimi termini da altri sistemi d’arma: i sottomarini. All’inizio degli anni Sessanta, le due superpotenze disponevano ormai di una flotta di sommergibili strategici in grado di avvicinarsi alle rispettive coste e lanciare ordigni atomici praticamente senza preavviso. Il governo di Washington si spinse ad un soffio da una guerra per mere ragioni di stabilità e prestigio interni. Il gioco – da un punto di vista americano – valse il rischio corso. Kennedy fu pubblicamente percepito come colui che aveva sfidato Krusciov e lo aveva infine costretto ad abbassare lo sguardo, secondo la famosa ma del tutto infondata frase di Dean Rusk. Ma se la lancetta dei minuti del Doomsday Clock avesse completato il suo ultimo giro, e la guerra termonucleare globale fosse conseguentemente scoppiata, i responsabili non avrebbero avuto che un’unica fortuna: non sarebbe sopravvissuto nessuno per chiamarli di fronte al genere umano a scontare la propria colpa; quella di aver voluto giocare ad un gioco mortale, la cui unica mossa vincente è quella di non giocare.

Armi nucleari a disposizione di Stati Uniti e Unione Sovietica nel 1960

(fonte Wikipedia)

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