Passeggio per il lungolago di Como. È domenica; una splendida mattina di fine giugno. Il cielo è terso, e sembra fondersi con l’acqua, trasformandola in uno specchio scintillante accarezzato dalla brezza. Una radiosa giornata. Non uso questo termine a caso: ad un certo punto, davanti a me, tra il Tempio Voltiano e Villa Olmo, mi imbatto nella diretta conseguenza di altre radiose giornate vissute dal mio Paese oltre cent’anni fa. Eccoli, proprio là, davanti a me: gli esiti finali degli eventi che maturarono allora, nel maggio del 1915, solidificati nella triste mole del monumento che la città di Como ha eretto in onore dei propri caduti nella Grande Guerra. Un monolito di diorite alto trenta metri capace di gelarti il cuore anche in piena estate. Stile? Boh, dicono razionalista, e in quanto tale con palesi ammiccamenti al funzionalismo. Per non sbagliare, diciamo un prodotto della temperie futurista di inizio Novecento. Sia quel che sia, non riesco a scuotermi dallo spirito l’ombra di un soffocante senso di pesantezza e di monumentale oppressione tipico dell’arte egizia. Un’arte non a caso eminentemente funeraria, con lo sguardo rivolto all’aldilà, e che trae la propria intrinseca ragion d’essere dalla morte. E qui proprio di morte parliamo. Sulla facciata del monumento che guarda il lago è stata scolpita la frase “Stanotte si dorme a Trieste o in paradiso con gli eroi – 10 ottobre 1916” Sotto queste parole, il nome dell’autore: Antonio Sant’Elia, un architetto e pittore comasco, grande esponente del futurismo (ma guarda…), che con le proprie opere ispirò le allucinate visioni di Fritz Lang in Metropolis. Fuor di retorica, mi preme sottolineare per amore della verità storica che il grande artista a Trieste non vi arrivò mai. Quanto al dormire in paradiso con gli eroi, non ho ovviamente la sconsideratezza di pronunciarmi. Morì a soli 28 anni, nei pressi di Monfalcone, insieme a tanti altri italiani risucchiati nella strage che etichettiamo con l’asettica definizione di “Ottava battaglia dell’Isonzo”. Sant’Elia fu uno dei tanti sacrificati nell’ennesima, ottusa spallata voluta dal nostro generalissimo Cadorna per tentare di scardinare il sistema difensivo del suo collega-avversario austriaco Borojević. Le stime indicano 25.000 perdite, e in soli due giorni di combattimento, dal 10 al 12 ottobre. Impossibile resistere alla tentazione di chiedersi quanti padri e figli, operai e contadini, impiegati e artisti perse l’Italia in quei due giorni. Quanti uomini che avrebbero potuto contribuire al benessere materiale e spirituale della loro nazione vennero inutilmente sacrificati per conquistare qualche chilometro di terreno?

Sul retro del monumento è invece la città di Como a parlare per mezzo di queste altre parole incise nella pietra: “Con le pietre del Carso la città esalta la gloria dei suoi figli” Già, il Carso e le sue pietre. Che siano proprio quest’ultime a costituire il materiale con cui è fatto il monumento, mi sembra una beffarda ironia. Chissà cosa avrebbero pensato i soldati morti su quegli stessi sassi, se avessero saputo che, di tutti i materiali impiegati per tramandarne la memoria, quello prescelto sarebbe stata proprio la maledetta pietra sulla quale avevano versato il loro ultimo sangue. Chissà soprattutto se oggi siamo ancora in grado di fare lo sforzo emotivo per metterci nei panni di quelle centinaia di migliaia di sventurati mandati laggiù, e figurarci cosa significò combattere nella desolazione di quello scenario. Immaginate un altipiano arido e riarso d’estate; gelido e spazzato dalla Bora d’inverno. Un’ondulata distesa di calcare simile ad una spugna pietrificata, butterata da doline, forre e cavità incise dall’acqua. Il paradiso di un geologo ma il peggior posto al mondo per una guerra di posizione. Scavarci una trincea era un’impresa che già in condizioni normali richiedeva una fatica immane, figuriamoci senza macchinari e sotto il tiro dei nemici. Le rocce poi erano così taglienti che le schegge sollevate in aria dai colpi dell’artiglieria potevano mutilare un uomo anche a un chilometro di distanza. Come se già non fossero sufficienti gli shrapnel e le granate delle bombarde. Fu in questo inferno che tra il 1915 e il 1917 i generali d’Italia immolarono centinaia di migliaia di loro concittadini. Una massa composta per lo più da contadini analfabeti che parlavano ancora i dialetti della propria regione di provenienza. Pochi sapevano dove si trovassero Trento e Trieste e ancor meno erano in grado di dire perché fosse così importante strapparle all’Austria. Carlo Emilio Gadda, uno dei tanti intellettuali italiani che nel 1915 andarono al fronte, nel suo romanzo “La cognizione del dolore”, parlando dell’immaginaria guerra tra Maradagàl e Parapagàl, ci regala una realistica e dolorosa immagine di generali di due eserciti che “ci strofinarono sopra, alle quote, come fossero zolfanelli, i battaglioni massacrati.” La guerra sul Carso fu esattamente quello: un continuo bruciare di vite. Mi chiedo se sia possibile commemorare umanamente e con dignità i propri caduti, senza passare per la dolorosa strettoia della verità. La città avrebbe fatto meglio a incidere sul monumento la frase di Gadda, piuttosto che scadere nelle formule di una vuota retorica. Forse esagero, ma la gloria, con le pietre del Carso, c’entra davvero poco. L’esercito, un’armata di dimensioni gigantesche, che l’Italia non arrivò a eguagliare nemmeno nella Seconda guerra mondiale, era tenuto al fronte da una disciplina feroce, sovente sconfinante nella depravazione e nel puro sadismo. Il collante che cementava lo spirito di intere brigate era il terrore, che trovava la sua massima espressione pratica nell’applicazione della decimazione. Se in un reparto si verificavano casi di infrazione al codice militare, il comandante aveva il potere di estrarre a sorte dei soldati e di giustiziarli sommariamente. Di tutti gli eserciti impegnati nella Grande Guerra, quello italiano fu l’unico ad applicare questo brutale metodo con continuità. Cadorna, con due circolari del maggio 1916, la incoraggiò apertamente. La prima unità a farne le spese fu il 141° reggimento della brigata Catanzaro, durante le concitate fasi della Strafexpedition austro-ungarica. Dopo un attacco che aveva scompaginato le linee italiane venne ordinato un contrattacco. I superstiti dell’azione rientrarono al reggimento solo la mattina dopo. Tanto bastò al colonnello Attilio Thermes per ordinare la fucilazione per diserzione di dodici soldati estratti a sorte. In un’agghiacciante anticipazione di altre tragedie che sarebbero avvenute molti anni più tardi, i corpi furono poi gettati in una foiba ai piedi del Monte Sprunk, sull’altipiano di Asiago. Thermes ricevette un encomio da Cadorna. Il messaggio che ne ricavarono i soldati del Regio Esercito era chiaro e terrificante: ognuno capì di correre in ogni momento il rischio di essere assassinato dall’arbitrio di un ufficiale, indipendentemente dal proprio comportamento. Per sopravvivere nell’esercito italiano anche l’obbedienza assoluta non era una condizione sufficiente. A fine guerra una commissione d’inchiesta evidenziò che delle 4028 sentenze capitali ben 729 erano state eseguite dalle corti marziali. A solo titolo di confronto, il numero di soldati messi a morte dagli eserciti britannico e francese fu rispettivamente di 350 e 600. Possono sembrare numeri comparabili ma è necessario sottolineare come le dimensioni delle forze armate dei nostri alleati fossero circa il doppio di quelle del Regio Esercito. Alla luce di questo macabro confronto non sarà difficile immaginare perché Carlo Sforza, in seguito ministro degli Esteri della Repubblica, riferendosi a Cadorna, usò l’espressione “sadismo mistico”.

Quella guerra proseguì per altri due lunghi anni. Dopo l’ottava battaglia, quella in cui morì Sant’Elia, sul Carso e sull’Isonzo gli italiani ne ingaggiarono altre tre, ognuna più sanguinosa della precedente. L’intento, vista l’ormai acclarata impossibilità di sfondare, era semplicemente di logorare gli austriaci. Ma capire chi stesse logorando chi non era affatto semplice. L’ultima battaglia – l’undicesima – impose l’impronunciabile tributo di 160.000 perdite, tra morti, feriti, dispersi e prigionieri. E la Trieste tanto agognata da Sant’Elia e dai comandi del Regio Esercito era ancora lontana. Il Leitmotiv dell’arte militare italiana era sempre lo stesso: prolungati bombardamenti di artiglieria ai quali facevano seguito ripetuti ed inutili assalti frontali a postazioni fortificate. Dal fantaccino si pretendeva sempre la stessa cosa: che fosse un automa senza volontà pronto ad ogni sacrificio. Per la verità alcuni osservatori vennero sfiorati dal dubbio che il soldato-robot, sospinto al fronte da una brutale disciplina coercitiva, fosse tutto fuorché un efficace strumento di guerra. Non così i nostri generali: una casta di condottieri da scrivania, retori imbattibili nello stilare una circolare in bello stile letterario, con la quale coltivavano l’illusione imprimere al conflitto il marchio della loro genialità, come se il semplice scrivere bastasse a modificare la realtà. Sul campo, l’esercito, al quale erano stati chiesti sacrifici inenarrabili, da un punto di vista morale era ormai giunto al limite di rottura. Venne infine la catastrofe di Caporetto, e non fu un’imprevedibile disgrazia, ma una logica conseguenza. Mise in evidenza certe immutabili storture che caratterizzano la vita del nostro Paese. Dal punto di vista militare limitiamoci a dire che fu una dura lezione di efficienza, organizzazione militare e tecnicismo che dimostrò come concetti quali infiltrazione, concentrazione del fuoco e autonomia decisionale fossero le chiavi per rompere lo stallo della guerra di posizione. Tutte innovazioni che in tre anni di massacri, non una delle grandi teste che componevano lo stato maggiore era stata in grado di assimilare. Anche di fronte al proprio fallimento di comandante supremo, Cadorna trovò il modo di scaricare la colpa della sconfitta ai reparti della II Armata, a suo dire “vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico” L’esercito si fermò sulla linea del Piave, principalmente perché gli austro-tedeschi avevano esaurito la propria spinta offensiva. Le perdite umane e materiali dell’Italia furono immani. Ma il fronte si era accorciato e anche se un terzo dell’esercito italiano si era praticamente dissolto la nuova posizione poteva essere tenuta. Soprattutto Cadorna venne esautorato. Nell’ottobre del 1918 l’offensiva finale italiana (che nei primi giorni rischiò seriamente di fallire) non travolse che un guscio vuoto. L’impero austro-ungarico ormai esisteva solo sulla carta: le nazionalità che lo componevano avevano già deciso di separare i loro destini. Combattere per la monarchia degli Asburgo non rientrava più nei loro piani. Secondo una spiritosa definizione, Vittorio Veneto fu poco più di una ritirata che gli italiani riuscirono a scompaginare. Apparve subito evidente che il costo della guerra era stato terrificante al di là di ogni calcolo o immaginazione. Una stima del Ministero del Tesoro indicò la cifra di 148 miliardi di lire, vale a dire il doppio delle spese sostenute dallo Stato italiano dal 1861 al 1913. Dal punto di vista umano il prezzo fu ancora più pesante: 750.000 italiani morti e oltre un milione di feriti. La fibra sociale ed economica del Paese era distrutta, una situazione che solo pochi anni dopo, uno sconosciuto partitello di estrema destra che amava vestire di nero i propri violenti affiliati, sfruttò alla perfezione per prendere il potere.

Intorno a me e al monumento c’è un gran via vai di gente. Giovani che fanno jogging, papà che insegnano ai figli a pescare, coppie di anziani coniugi che gettano molliche di pane ai petulanti piccioni assiepati lungo le balaustre. Mi siedo su una panchina del lungolago, un’opera che tra errori, polemiche e arresti, si dice sia costata al contribuente parecchi milioni di euro. A dirla tutta mi sembra che ancora oggi sia tutt’altro che finita a regola d’arte. Il monumento ai caduti ora è alle mie spalle. Da una bancarella del parco viene un odore dolciastro di frittelle e carne ai ferri. Qualcuno dei passanti, quasi tutti pachidermi con un gran addome prolassante, trova il coraggio di comprare e mangiare dei panini, persino con 30 e passa gradi. Massì, il Cielo vi benedica, cari italiani di oggi. Mi dico che anche questa intorno a me in fondo è storia, e non meno viva o importante di quella della Grande Guerra che ho tentato di narrare poco fa. È un bene che l’Italia di oggi sia un Paese così modesto, così piccolo, così ripiegato sulla propria banale quotidianità carica di individualismo. In fondo siamo sempre stati così, solo che ora lo sappiamo un po’ meglio. “Patria” adesso è solo il nome di uno degli sgangherati traghetti ancorati alle banchine del porto. Guardate la foto se non mi credete.

Accontentarsi e non pensare troppo in grande potrebbe non essere una brutta cosa, se il risultato è quello di evitare di tappezzare di ossari i fianchi delle colline o trapuntare i centri città con monumenti funebri di algido marmo. Quello che per la morale comune è un’ottima ragione di vita – come il patriottismo – in genere si trasforma molto facilmente in un’ottima ragione di morte. Oggi per fortuna non sarebbe più possibile inviare centinaia di migliaia di giovani uomini a morire contro il muro di fuoco e acciaio di reticolati e mitragliatrici. Il tempo dei grandi monumenti ai caduti, come quello che ora proietta un’ombra verso la panchina sulla quale mi trovo seduto, è finito, forse per sempre; ed è un bene. Mi dispiace solamente per la continua offesa alla verità storica che questi inquietanti monoliti continuano a perpetrare nei confronti di chi resta; ma pazienza, non si può avere tutto. In fondo è possibile che in questo caso stia esagerando: non tutti sentono il mio assillo. Ugo Ojetti, un grande giornalista del Novecento, una volta disse: “L’Italia è un Paese di contemporanei senza antenati né posteri perché senza memoria di sé stesso.” Insomma, della loro millenaria storia, la stragrande maggioranza degli italiani non se ne cura. Ma anche questo potrebbe non essere un male, viste le tragedie che il Novecento ci ha rovesciato addosso nel nostro patetico tentativo di essere all’altezza della grandezza del nostro passato. Potrebbe essere l’occasione giusta per ripensare una nuova idea di nazione e di comunità. Non è impossibile: alcuni popoli lo hanno già fatto con successo o, perlomeno, in questo processo possono dirsi più avanti di noi italiani. Il patriottismo non confina sempre con la retorica e non sempre la grandezza della nazione si misura con il sanguinoso metro delle vittorie sui campi di battaglia. Mi viene in mente un famoso canto patriottico inglese dal titolo “I Vow to Thee, My Country”. Di solito viene intonato il giorno del Remembrance Day, quando i Paesi del Commonwealth commemorano i propri caduti nella Prima guerra mondiale. La sua meravigliosa melodia è tratta direttamente dal brano “Jupiter” contenuto nella suite “I Pianeti” del compositore Gustav Holst. Ma è la toccante eleganza delle parole della seconda strofa che colpisce un italiano abituato alla bambinesca retorica del Piave che mormora “non passa lo straniero”. Eccole:
And there’s another country, I’ve heard of long ago,
Most dear to them that love her, most great to them that know;
We may not count her armies, we may not see her King;
Her fortress is a faithful heart, her pride is suffering;
And soul by soul and silently her shining bounds increase,
And her ways are ways of gentleness, and all her paths are peace.

Sulla via del ritorno ricevo una chiamata da un mio caro amico. Approfittando della bella giornata, ha deciso con la propria famiglia di fare una passeggiata in montagna, proprio a due passi da dove abito. Quale occasione migliore per incontrarci? Accetto il suo invito con gioia. Con lui e sua moglie c’è la meravigliosa figlioletta appena nata. Ci incontriamo su un prato ai bordi di una pista ciclabile. Sono rapito dagli occhi della bimba, dalla loro vivacità, dalla curiosità di chi guarda il mondo per la prima volta. Dentro di me ripenso alla mia visita a Como, al gelo del monumento ai caduti, e infine alle parole di “I Vow to Thee, My Country”, un Paese che “… anima dopo anima, silenziosamente, espande i suoi splendenti confini – e i suoi modi sono modi di dolcezza, e tutte le sue strade sono la pace.” Guardando la piccola immagino tutto quello che nella vita potrà dare al proprio Paese, arricchendo la società in cui è nata. Oggi l’Italia non ha conquistato una nuova città, né sconfitto un’armata nemica sul campo, ma è indiscutibilmente più grande e ricca. Grazie a questa e altre piccole nuove vite, e al futuro di pace a cui mi auguro vadano incontro.