… mihi quoque spem dedisti.

Tutti i grandi slanci ideali che affidiamo al pensiero nascono in reazione al doloroso scontro con una realtà che li contraddice senza appello. In questo risiede la loro debolezza. Quanto più un’affermazione viene ingenuamente proiettata verso le vette dello spirito, tanto più rovinosamente essa ricade a terra quando si rivela per ciò che è: un pensiero illusorio. Per questo motivo credo che il grande poeta John Donne fosse nel torto quando in una sua commovente poesia ci ha regalato la più alta espressione del senso di comunione tra esseri umani, affermando che nessun uomo è un’isola. No. In realtà isole lo siamo tutti, anche solo strutturalmente. Perché altrimenti nei suoi diari Franz Kafka si sarebbe preso la briga di scrivere a sua volta: «La solida delimitazione dei corpi umani è spaventosa.»? Cos’altro è un’isola se non un mondo definito dai suoi stessi invalicabili confini? Verrebbe quindi da dire che per natura siamo portati a ripiegarci su noi stessi. Ma tutti noi, lembi di terra bagnata da un placido mare di incomunicabilità, anche nelle notti più buie, lasciamo aperti dei porti che possono essere raggiunti da fragili navi provenienti da altre isole sconosciute. Questi vascelli carichi di speranza, sospinti da un vento misterioso, sono le parole. Sono le parole che dischiudono le nostre frontiere, offrendo ad un visitatore la verità di noi stessi, facendo in modo che ci veda per come siamo. Alla radice dei nostri desideri, c’è il disperato, spesso inconfessabile, bisogno di abbattere mura, steccati, recinti, barriere. Per un breve attimo la maschera che indossiamo nella nostra vita, da quando ci svegliamo al mattino a quando torniamo nel sonno dal quale veniamo, si rivela insopportabile, e sentiamo finalmente l’urgenza di liberarcene. Le conseguenze di questo gesto, che è insieme testimonianza di forza e di debolezza, non sarà il sentimento ideale immaginato da John Donne, ma rimane comunque qualcosa che, pur per imperfetta approssimazione, si avvicina allo spirito della visione del poeta. Per sperimentarlo in prima persona, basta poco. A volte è sufficiente immergersi in una situazione banale e pronunciare parole che portano la conversazione al di fuori del canovaccio che essa richiederebbe per convenzione.

È sera. Piove ad intermittenza sui marciapiede percorsi da gente mascherata. Attendo l’ora di un appuntamento passeggiando nel freddo di una città semideserta. Il mio pensiero è ridotto ad un brusio di sottofondo, una meccanica giravolta tra un’immagine incoerente e l’altra, come se stessi giocando a saltellare sui ciottoli di un torrente levigati dallo scorrere dell’acqua. D’un tratto vedo disegnarsi nella memoria la mia scrivania in ufficio. È pulita e sgombra come mai lo è stata: ho rimosso tutte le carte, insieme ad ogni traccia che riconduce alla mia presenza. Ieri era in effetti così: avevo deciso che quello sarebbe stato il mio ultimo giorno di lavoro. Come tocco finale avevo lasciato le chiavi d’acciaio della porta blindata a fianco della tastiera. L’inferno dell’uomo moderno è una prigione dove non ci sono più guardiani: con somma ironia il signore del carcere ha beffardamente affidato il loro ruolo a noi stessi. Poi però, per qualche ragione, il mio proposito non si è realizzato. E ora sento l’assurdo bisogno di un portapenne. Almeno credo; perché non sono affatto sicuro che sia questa la ragione che ad un certo punto mi spinge ad entrare in una cartoleria.

«Buonasera.»
«Ciao! Vorrei un portapenne.»
«Mi dispiace, ma non me ne è rimasto nessuno…»
Non stento a crederci. Guardandomi attorno vedo che metà degli scaffali sono tristemente vuoti. Una finestra che dà sul marciapiede è coperta con della carta da pacchi marrone. Qua e là sono appesi fogli con la scritta: “Svuotiamo tutto – Tutto al 70%!”. Allegri caratteri arancione vivo la rendono più festosa e per questo assurdamente grottesca. Dalle profondità del ricordo mi risale l’immagine di quella stessa cartoleria un anno fa, o forse due. Era l’inizio di dicembre. Passavo di lì per caso. Attraverso le vetrine avevo notato il trambusto della festa di apertura. Festoni di carta colorata, vassoi di pasticcini e capannelli di genitori attorniati da bambini vocianti: la scena sembrava così spensierata, come un compleanno o un battesimo. Probabilmente font e colori dei cartelli di benvenuto erano gli stessi che ora annunciano la fine. Sic transit gloria. Mi riappare brevemente l’immagine della mia scrivania vuota in ufficio. La grande e deliberata svendita del mio futuro non ha avuto luogo. Non certo per merito mio, ma solo per la fortuna che ho di avere accanto persone che mi hanno di nuovo trattenuto dal naufragio.

«C’è una tale aria di smobilitazione…» Pronuncio parole stupide, banali, sospese tra una constatazione ovvia e una domanda che non ho il coraggio di porre direttamente. È chiaro cosa sta succedendo lì dentro. Avrei potuto risparmiarmele e uscire dalla soglia lasciando un glaciale: “oh, grazie comunque…” Invece no. Per un attimo l’abissale menefreghismo in maschera di cortesia formale nei rapporti umani a cui tutti siamo ormai assuefatti lascia il posto a qualcos’altro. Così si compie la magia: le mie parole si trasformano in una nave che approda in un’isola, nel triste porto interiore di chi mi sta di fronte.
«Tra dieci giorni chiudo. Sono costretta. Maledetta pandemia… Proprio adesso… Non me ne va bene una…Tutte a me, capitano tutte a me…»
Lì per lì penso allo stillicidio di titoli dei notiziari, tutti improntati ad una sorta di inconscio meccanismo di autodifesa, consistente nel dare un impersonale taglio statistico alle conseguenze del Covid. So che la gente ed il lavoro sono in ginocchio a causa del virus, ma tra la consapevolezza astratta e l’impatto concreto della realtà declinata in un esempio in carne ed ossa, corre un abisso. Abbozzo un sorriso che in realtà non è che l’antifona del superficiale cliché “mal comune mezzo gaudio”: «Anche io non sono messo bene, sai? Se partecipassi ai mondiali di sfiga credo che arriverei secondo…»
Nello specchio parlante di là dal bancone e accanto alla cassa si disegna in risposta un altro sorriso, solo più amaro: «Ah, guarda, mi spiace, ma non puoi battermi. Tempo fa avevo un trovato un buon posto di lavoro ma sono stata licenziata ingiustamente per colpa di una collega. Poi apro una cartoleria solo per chiuderla a causa di questo maledetto virus che ha svuotato le scuole e costretto la gente a rimanere in casa. Da ultimo il mio ragazzo straniero parte per far visita ai genitori e quando rientra cosa scopro? Che laggiù l’hanno costretto a sposarsi. Ora stiamo cercando di annullare la cosa in qualche modo. Che altro? Oh, sì: ho trentanove anni e non ho un figlio. Insomma, non ho ancora combinato niente nella vita. Cosa faccio, devo continuare?»

Vorrei possedere metà del coraggio di vivere di questa donna, ma in effetti, quanto a sventure, mi trovo costretto ad ammettere che non scherza. Che posso dirle? Mi limito a lasciar parlare il corpo. Alzo la mano destra come a dire: “Anch’io!” o forse meglio: “Sono qui!” Sotto altre forme mi riconosco in quasi tutto quello che ha elencato: un lavoro deludente, un acuto senso di fallimento esistenziale e, non ultimo, l’essere vittima di eventi esterni che arrivano a complicarti la risalita – già di per sé faticosa – colpendoti nel peggior momento possibile. Nemmeno ventiquattro ore prima di quella conversazione ero buttato su un pavimento a piangere piegato dalla sofferenza, con l’ombra della morte così vicina da poterla quasi toccare. Forse è questo che (non so se rivolto più a me o a lei) mi fa dire: «sentiamo tutti il peso e la fatica del vivere. Tante volte è un fardello in grado di farti vacillare, poi di schiacciarti. Nei casi peggiori ti impedisce persino di rialzarti. Il dolore è il costante rumore di sottofondo della vita. Chiunque abbia inventato questo meccanismo doveva certamente aver compreso l’essenza intima della democrazia e di come si instaura un’equa suddivisione dei carichi. Ma non si è soli nelle avversità, anche quando tutto intorno è buio e silenzio. La convinzione dell’assenza di luce, di speranza e di una direzione sono momentanee proiezioni di un estremo stato di prostrazione. Nessuno è Sisifo, o un Atlante che regge su di sé l’intera mole di sciagure del mondo.» Poi, sentendo di dover abbassare un po’ i toni: «Noi Fantozzi di questo mondo abbiamo una curiosa caratteristica: ci può capitare di tutto, potremmo anche restare – o crederci – un fallimento umano di qui all’eternità, ma rimaniamo comunque indistruttibili. Continuiamo a subire colpi, a cadere, a rialzarci a fatica per poi ricadere di nuovo. C’è una sorta di tragicomica grandezza in tutto questo. E solo noi ne siamo capaci, senza permettere che questo ci renda persone peggiori.» Un nuovo sorriso dall’altra parte, questa volta più convinto. Dalla sua stiva che pareva desolatamente vuota, la mia nave deve aver scaricato sul molo straniero qualche cassa di speranza. Mi trattengo dall’aggiungere che l’esperienza mi sta insegnando che tutte le persone segnate dalla sofferenza che ho incontrato sono spesso uomini e donne meravigliosi, portatori di una ricchezza interiore che non ho mai riscontrato in individui meno sensibili ed inclini ad avvertire il lato tragico dell’esistenza. Se tutto questo è un sottoprodotto delle prove e dei fallimenti a cui andiamo incontro… ben venga, mi sta bene così.

Non voglio uscire dalla cartoleria a mani vuote. Decido di comprare quattro matite della Faber-Castell a metà prezzo. In realtà non mi servono: finiranno a far compagnia alle altre quaranta che riposano nel cassetto della mia scrivania dal 2010. Massì: tutto sommato il loro color grigio argento fa pendant con il nero di quelle della Staedtler. Due euro e trenta. Cha-Ching. Mentre pago con una banconota combatto con l’impulso di dire alla mia sventurata interlocutrice di tenere pure il resto. Alla fine evito di infliggere un’umiliazione – seppur in totale buona fede – con un’elemosina da pochi centesimi. Una stilla di finezza e di rispetto per il prossimo forse mi sono rimasti. Due euro e trenta: mi sembra quasi un pedaggio, o una tassa portuale. Valuta in cambio di beni o servizi direbbe un economista con cuore e cervello a forma di salvadanaio. Il risibile prezzo del privilegio di lenire le sofferenze di un altro mondo interiore, così lontano eppure così simile al mio, semplicemente offrendo parole di vicinanza, ribatterebbe invece un poeta. Pur in via d’estinzione, fortunatamente al mondo esistono ancora. I poeti, intendo. Conosco molta gente che sarebbe tentata di sopprimerli – o permettere che altri lo facciano – nella convinzione che in fondo la poesia sia un lusso di cui l’uomo possa fare a meno. Strano modo di (non) pensare. Sono i poeti ad alimentare parte del fuoco della nostra vita. Sono le loro eteree parole a fare da moltiplicatori dei significati che colorano di senso anche i gesti più ordinari della quotidianità. Esco dalla conversazione e dalla cartoleria mestamente, come si lasciano delle esequie. Le navi ritornano nel vasto mare, chiamate al loro eterno viaggio di auto-scoperta tra le onde dell’incerto, affrontando la morte che separa il nostro vecchio io dal nuovo. “Build then the ship of death, for you must take | the longest journey, to oblivion. | And die the death, the long and painful death | that lies between the old self and the new”, come recitano alcuni tenebrosi versi di David Herbert Lawrence. Tuttavia, tra la cenere della mia anima, avverto il silenzioso battito d’ali della farfalla della speranza. “Non fa più rumore del crescere dell’erba…” direbbe un altro poeta che amo.

Muore un negozio, e non solo quello. Su di una bellissima isola lontana una spiaggia viene sommersa dal mare. Zolle di sogni, autostima e fiducia sono sciolte nel sale delle acque della fatica di vivere. Nessuna paura però: fallimento e perdita possono costituire il presupposto di successo e riconquista. Bisogna solo recuperare un’elementare fiducia nell’umano dell’uomo, dare spazio al senso di comunione che ci caratterizza come specie. La nostra vita è una parte infinitesimale di un tutto. A volte, se ci predisponiamo all’ascolto, possiamo percepire il risuonare delle vibrazioni di questa dimensione collettiva, dove l’egoismo si stempera nell’empatia e la sofferenza del prossimo diventa in parte anche la nostra. È su queste basi che l’uomo compie quotidiani miracoli nello strappare terra al mare, terra dove coltiva la propria creatività e nuovi, insperati sogni. Forse il vecchio poeta metafisico inglese non aveva tutti i torti…