«I tedeschi hanno fatto una guerra di oggi, sotto il segno della velocità. Da parte nostra, non solo si è tentato di fare una guerra di ieri o di avant’ieri, ma nel momento in cui vedevamo i tedeschi condurre la loro, non abbiamo saputo o voluto capirne il ritmo, sincronizzato alle vibrazioni accelerate di una nuova era. Cosicché, in realtà, i due avversari che si scontrarono sui nostri campi di battaglia appartenevano ad epoche diverse dell’umanità. Noi, insomma, abbiamo ripetuto il duello, caro alla nostra storia coloniale, della zagaglia contro il fucile. Con la differenza che stavolta i primitivi eravamo noi»

Marc Bloch, Storico francese

 

Hitler aveva fissato per il 17 gennaio 1940 la data di inizio dell’offensiva sul fronte occidentale. Dopo mesi di inattività, la Wehrmacht avrebbe dovuto lanciarsi all’attacco seguendo le direttive del “Fall Gelb”, un piano elaborato dal comando supremo dell’esercito sul finire di ottobre dell’anno precedente. Il baricentro -o Schwerpunkt– dell’operazione immaginata dai generali Halder e von Brauchitsch poggiava per intero sul Gruppo d’armate B, al quale sarebbe toccato il compito di investire il Belgio con 43 divisioni, tra cui le 9 divisioni corazzate di cui disponeva allora la Wehrmacht. Poco più a sud, nell’impervio settore delle Ardenne, il Gruppo d’armate A, con sole 22 divisioni di fanteria, avrebbe condotto nulla di più che una semplice manovra diversiva. La restante parte dell’esercito, il Gruppo C, sarebbe rimasto in difesa sulle proprie posizioni della linea Sigfrido, a guardia del Reno. L’intento della manovra era quello di sbaragliare la massa mobile delle forze alleate che si prevedeva sarebbe avanzata in Belgio e, una volta sconfitta, occupare i porti sulla costa della Manica. Gli obiettivi successivi a questa prima fase non erano stati nemmeno abbozzati. Storici e analisti militari discutono ancora oggi se questa manovra rappresentasse o meno una rivisitazione del famoso “Piano Schlieffen” del 1905. Ciò che si può affermare con sicurezza è che si trattava di un piano convenzionale e senza fantasia: poco più di un banale compitino da scuola di guerra, e in quanto tale ampiamente prevedibile. Le sue possibilità di sfociare in un successo risolutivo erano esigue, in quanto l’elemento sorpresa era del tutto assente: una manovra simile era esattamente quanto si aspettavano i comandi britannico e francese. Ciononostante, la Wehrmacht lo avrebbe di sicuro messo in atto, se il dio del caso, come spesso ama fare in guerra, non si fosse preso la briga di scombinare le carte in tavola. Il 10 gennaio, un aereo da collegamento tedesco perse la rotta a causa del maltempo e fu costretto ad un atterraggio di fortuna nei pressi di del villaggio belga di Mechelen-sur-Meuse. A bordo c’erano due ufficiali: uno di essi, il maggiore Reinberger, trasportava in una borsa di cuoio l’intera documentazione del piano di attacco in Occidente. La pattuglia belga accorsa in bicicletta sul posto fece appena in tempo a evitare che l’ufficiale bruciasse le carte: fu così che nel giro di pochi giorni gli Alleati vennero a conoscenza delle intenzioni tedesche. Come immaginabile, Hitler andò su tutte le furie: sollevò immediatamente dal comando della 2a Luftflotte il generale Felmy e il suo capo di stato maggiore, il colonnello Kammhuber. Dopo qualche giorno di esitazione il Führer si vide costretto a rinviare l’attacco a primavera. Ciò che era accaduto era talmente clamoroso che esisteva la seria possibilità che gli Alleati ritenessero l’episodio un tranello e non gli dessero credito, ma attaccare un nemico che conosceva nei minimi dettagli le direttrici di marcia di buona parte delle unità della Wehrmacht rimaneva un rischio troppo elevato, persino per Hitler. Reinberger nel frattempo venne processato e condannato a morte in contumacia; in realtà aveva appena fatto involontariamente  la fortuna della Germania: “grazie” all’incidente da lui causato era sempre più evidente che si dovesse procedere ad una rivisitazione totale del piano. Circostanze imprevedibili avevano creato il clima adatto affinché venissero prese in considerazione le proposte di Erich von Manstein, un abile generale fino ad allora osteggiato dall’ala conservatrice della Wehrmacht, il quale aveva compreso come pochi il ruolo decisivo delle forze corazzate nella guerra moderna.

Nel 1940 Manstein aveva da poco compiuto 52 anni. Discendente da una famiglia della nobiltà militare prussiana, era un uomo caparbio ed estremamente intelligente. La sua levatura di stratega e di tattico era ed è rimasta ancora oggi indiscutibile. Liddel Hart nel suo libro “Storia di una sconfitta” scrisse di lui: «Il più abile di tutti i generali tedeschi […] Di questo avviso erano quasi tutti quelli con cui ho parlato della guerra, da von Rundstedt in giù. Aveva uno straordinario senso strategico, cui si abbinava una comprensione delle armi meccanizzate superiore a quella di ogni altro generale che non appartenesse alla stessa scuola dei corazzati.» A differenza di molti suoi colleghi, come ad esempio Keitel o Jodl, non era un pavido yesman. Possedeva una sicurezza in sé stesso e una forza d’animo che gli consentivano di non lasciarsi intimorire dai superiori, se riteneva che questi avessero torto. L’esperienza in Polonia come ufficiale di stato maggiore del Gruppo d’armate Sud ed il suo istinto di stratega lo portarono fin da subito a ritenere che il Fall Gelb fosse un piano strategicamente fallimentare. L’esito più probabile a cui avrebbe potuto condurre sarebbe stato un caotico, inconcludente urto frontale fra le migliori forze della Wehrmacht e quelle degli Alleati. Un simile scenario avrebbe trasformato in realtà l’incubo di uno stallo in cui lo strapotere economico e materiale di Francia e Gran Bretagna, avrebbe alla lunga strangolato la Germania come nel 1914-18. Bisognava rivoluzionare lo spirito del piano alla luce di una visione strategica che ponesse la Germania nelle condizioni di ottenere una vittoria risolutiva e Manstein si diede da fare per ottenere lo scopo. La proposta che elaborò era audace, ambiziosa e di sicuro esposta ad una componente di rischio non trascurabile. Ma era anche l’unica che consentisse alla Germania di annientare almeno uno dei propri avversari -la Francia- in maniera risolutiva ed in tempi rapidi. A suo giudizio il punto di rottura andava esercitato più a sud di quanto originariamente previsto, ossia nell’impervia regione delle Ardenne, lungo la cerniera tra l’interruzione della linea Maginot e le pianure del Belgio. Il generalissimo francese Maurice Gamelin aveva schierato in quella regione solo un sottile velo di truppe scarsamente armate, nella convinzione che il terreno densamente coperto di foreste e rilievi avrebbe impedito ogni tipo di guerra di movimento. Ma Manstein la pensava diversamente. Consultato Guderian, il maggior esperto di corazzati della Wehrmacht, e ottenuta da questi una risposta positiva in merito alla fattibilità di un attacco, Manstein suggerì di spostare lo Schwerpunk dal Gruppo d’armate B al Gruppo d’armate A, rinforzandolo con 5 divisioni corazzate e tre motorizzate. L’effetto che intendeva ottenere era qualcosa di simile alla “muleta del matador”: le offensive secondarie in Belgio e Olanda sarebbero state un drappo rosso sventolato di fronte all’élite delle forze alleate con il solo scopo di attirarle in una trappola, distogliendo la loro attenzione dal colpo decisivo che nel frattempo veniva vibrato nelle Ardenne. Al primo segnale di attacco tedesco, tre armate francesi e l’intero corpo di spedizione britannico si sarebbero precipitati in Belgio alla massima velocità, con l’intento di bloccare i tedeschi su di una linea il più possibile lontana dai confini francesi, ma l’impeto di queste forze sarebbe valso unicamente a fare il gioco della Wehrmacht, insaccando tali unità in una trappola. Le forze corazzate tedesche, muovendosi in parallelo ad esse lungo un asse più meridionale, le avrebbero prese alle spalle, isolate dal resto dell’esercito e accerchiate. Il 17 febbraio 1940, in occasione di un pranzo offerto da Hitler alla Cancelleria di Berlino, Manstein non esitò a criticare il Fall Gelb e colse l’occasione per esporre al Führer la propria versione del piano di attacco contro gli alleati. Hitler, che per natura subiva il fascino di ogni soluzione rischiosa e che nella vita si era sempre vantato di aver giocato un “Vabanque Spiel”, approvò la visione di Manstein senza riserve.

Nella notte del 10 maggio 1940 i comandi delle unità tedesche schierate sul fronte occidentale ricevettero la parola in codice “Danzig”, il segnale che dava il via all’attacco contro gli Alleati. La prima ad essere investita dall’offensiva fu la piccola Olanda. I paracadutisti della 22a e della 7a divisione effettuarono attacchi di sorpresa su L’Aia, l’aeroporto di Rotterdam ed i ponti dell’estuario della Mosa e del Reno. Il loro compito era quello di impossessarsi di posizioni chiave quali dighe e canali, facilitando così l’avanzata della 18a Armata verso il cuore dei Paesi Bassi. Le azioni non furono ovunque coronate da un successo immediato ma contribuirono a gettare nel panico gli olandesi, i quali non si aspettavano di dover fronteggiare la novità di attacchi provenienti dall’aria. La superiorità tedesca nei cieli era così schiacciante che essi non mostrarono alcuno scrupolo a sfruttarla per i propri fini. Il 14 maggio una squadriglia di Heinkel 111 della 2a Luftflotte di Kesselring effettuò un’incursione su Rotterdam che causò 900 morti e 80.000 senza tetto: si trattò di un bombardamento puramente terroristico, ordinato al solo scopo di affrettare la resa una nazione già in ginocchio. Il giorno successivo il generale olandese Winkelman firmò in effetti la capitolazione, mentre la regina Guglielmina ed il governo si rifugiavano in Gran Bretagna.

Contemporaneamente a questi eventi la 6a Armata di von Reichenau attaccò il Belgio, supportata da due divisioni Panzer. Anche in questo caso l’invasione fu preceduta da spettacolari azioni delle forze speciali. La fortezza di confine di Eben-Emael, posta a difesa della confluenza della Mosa con il Canale Alberto e ritenuta imprendibile, fu conquistata nel giro di una notte dagli alianti del tenente Witzig. 78 genieri atterrarono sul tetto piatto della struttura e misero fuori uso le torrette del forte impiegando esplosivi a carica cava di nuova concezione. L’intera guarnigione di 1.200 uomini si arrese la mattina seguente alle avanguardie della 6a Armata. Non erano trascorsi due giorni dall’inizio dell’invasione che già appariva evidente come l’intera prima linea di difesa belga fosse crollata ovunque: i varchi che si erano creati vennero prontamente sfruttati dalla 3a e 4a divisione panzer per dilagare nelle pianure del Limburgo e del Brabante in direzione di Liegi e di Bruxelles. I belgi indietreggiavano ovunque con l’intento di congiungersi all’intera ala sinistra dell’esercito francese che nel frattempo avanzava a tutta velocità da sud con oltre 30 divisioni in loro soccorso.

Gli eventi decisivi occorsero però più a sud-est lungo il corso della Mosa tra Sedan e Dinant, dove, secondo il piano di Manstein, erano stati ammassati 1.200 panzer organizzati in 7 divisioni corazzate col supporto di oltre 1.000 aerei. Questa spaventosa concentrazione di forza d’urto iniziò ad avanzare praticamente indisturbata negli stretti sentieri che si snodavano fra i boschi delle Ardenne. In seguito, i tedeschi affermarono con ironia di aver creato “il più grande ingorgo della storia”. Le unità francesi presenti a guardia della zona vennero sbaragliate: erano deboli unità di riserva del 10° Corpo della 2a Armata di Charles Huntziger, un arrogante che passò alla storia per aver risposto a chi gli faceva presente la lezione che si poteva trarre della campagna di Polonia: «La Polonia è la Polonia. […] Qui siamo in Francia.» Il 13 maggio, a 72 ore dall’inizio della campagna, la 7a divisione Panzer di Rommel aveva già oltrepassato la Mosa a Houx, mentre la 6a, la 1a, la 2a e la 10a avevano fatto lo stesso tra Montherme e Sedan con irrisoria facilità e già avevano iniziato la loro corsa verso il mare, che avrebbero raggiunto in meno di due settimane, isolando un terzo dell’intera forza alleata. A questo punto l’unica possibilità di salvezza per gli Alleati sarebbe stata quella di richiamare le armate che stavano avanzando in Belgio, ordinando ad una parte di loro di contrattaccare il fianco destro delle forze corazzate tedesche. La finestra temporale per impartire un simile ordine però non sarebbe durata che pochi giorni: già il 15 maggio sarebbe stato troppo tardi. I comandanti francesi restarono come ipnotizzati di fronte agli eventi, principalmente perché mancavano degli strumenti mentali per immaginare la reale portata di cosa stesse succedendo. Nulla di quello che avevano studiato a Saint-Cyr, o direttamente nelle trincee della Grande guerra, li aveva preparati ad un simile uragano di velocità e improvvisazione. La sorpresa fu intellettuale, prima che militare. Oltretutto, impartire contrordini ad un gigantesco organismo militare come un gruppo di armate è una cosa al limite dell’impossibile. Una simile concentrazione di uomini e mezzi, una volta lanciata in una direzione, non può semplicemente fare dietro-front e mutare direzione di marcia all’istante, soprattutto se il pensiero militare che ne guida i movimenti è improntato alla rigidità e legato all’iper-pianificazione. I generali francesi iniziarono così a rendersi conto che quella che avevano perso non era una battaglia, ma probabilmente l’intera guerra. Poco prima di mezzanotte il comandante del fronte nord-occidentale, generale Georges, telefonò a Gamelin per informarlo che a Sedan si era verificato un problema “piuttosto serio”. Testimonianze di ufficiali descrivono l’atmosfera che regnava al quartiere generale come quella di un funerale. Ad un certo punto, a mano a mano che gli aggiornamenti in arrivo dal fronte delineavano il quadro uno sfondamento totale, Georges si abbandonò su di una sedia e iniziò a piangere. Lo strappo creato dai panzer nel frattempo venne rapidamente ampliato dalle 43 divisioni di fanteria che li seguivano. Il 14 maggio un fiume di automezzi e uomini avanzava incontrastato su di un fronte di oltre 100 chilometri. I successivi, disperati contrattacchi che i francesi riuscirono ad effettuare fallirono tutti: scoordinati e portati da singole unità non fecero altro che sacrificare inutilmente forze che sarebbero potute servire per una difesa più organizzata in altri settori. Ma non era tutto: l’avanzata della Wehrmacht generò la fuga di una massa di centinaia di migliaia profughi terrorizzati dalla prospettiva di un’occupazione tedesca. Tutta questa gente impaurita iniziò a riversarsi nelle strade sommando al caos militare quello civile. Il 20 maggio l’incompetente Maurice Gamelin venne sollevato dal suo incarico di comandante supremo dell’esercito. Al suo posto il premier Reynaud richiamò dalla Siria il settantatreenne Maxime Weygand. Nella guerra precedente era stato l’aiutante del maresciallo Foch: fu proprio lui a Rethondes nel novembre del 1918 a leggere ai rappresentanti del Kaiser le condizioni imposte dagli Alleati. Questa volta però la situazione era molto diversa. Quando Weygand vide per la prima volta la carta sulla quale erano marcate le posizioni delle unità tedesche esclamò: «Se avessi saputo che la situazione era tanto grave, non sarei venuto…»

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