La storia della Seconda guerra mondiale

Una guerra durata sei anni, combattuta da milioni di uomini e donne su tre continenti e tre oceani. Un lascito di oltre 60 milioni di morti, in massima parte civili. E poi tutto il resto: città ridotte a distese di macerie fumanti, economie un tempo fiorenti al collasso, società dilaniate da un feroce scontro tra sistemi ideologici. Quasi ovunque fame, miseria, incertezza per il futuro. E soprattutto, per i sopravvissuti, al di là di ogni distruzione materiale, il fardello di un dolore immenso, sconfinato; sorto da crimini atroci, così al di fuori da ogni elementare nozione di umanità, che ancora oggi lasciano sconvolto chiunque si accosti ad essi.

Sul finire dell’Ottocento, il visionario filosofo Friedrich Nietzsche ha affermato che, guardando dentro l’abisso, a sua volta l’abisso guarderà dentro di noi. Se questo è vero, se l’affrontare i demoni richiede un sacrificio, allora non è possibile raccontare la tragedia e l’orrore della Seconda guerra mondiale senza prima dover fare i conti con sé stessi. Significa mettere alla prova la solidità delle proprie malferme concezioni del bene e del male, della giustizia, del dovere, del coraggio, della solidarietà. In generale di ciò che si reputa un valore da difendere o un crimine a cui opporsi con ogni forza, fisica o morale. Sotto un profilo più personale, significa infine scontrarsi con i limiti della propria piccolezza. Di fronte ad un compito tanto immane può accadere di scoprire un più profondo senso della parola “umiltà”. È esattamente ciò che sto provando ora, mentre scrivo queste parole tra i libri del mio studio. Quale mano può essere in grado di reggere la penna per trasmettere degnamente l’enormità degli eventi accaduti in quel periodo? Quale mente può poi ordinarli, indagarne onestamente l’essenza e isolare infine le infinite relazioni che li legano al presente ed al futuro? Tuttavia, per chiunque senta la vocazione di scriverne, raccontare la Seconda guerra mondiale è molto di più che fare semplicemente storia. Il coinvolgimento ed il trasporto verso un argomento tanto vasto ed impegnativo assumono i tratti di un’esigenza interiore, dove sete di conoscenza e partecipazione emotiva si fondono come per nessun altro evento storico. Il motivo risiede nel fatto che il mondo in cui oggi viviamo è ancora fortemente legato alla Seconda guerra mondiale, tanto che alcuni storici ritengono che quelli che stiamo vivendo non siano in realtà altro che i tempi supplementari di una partita iniziata nel Novecento. Credo sia una convinzione in larga parte fondata, pur nella sua semplicistica formulazione. L’eredità del 1939-45 fa ancora parte della nostra vita quotidiana, del nostro modo di vedere la realtà. Per rendersene conto è sufficiente partire dall’oggettività offerta dalla geografia. Sfogliando un atlante, i confini attuali e la conformazione di molti Stati rimangono espressione diretta degli accordi di pace del 1945. Ma, a differenza del passato, molti di essi non sono più che una semplice linea tracciata su di una mappa. Detto altrimenti, hanno cessato di costituire un’occasione di scontro tra le nazioni. Oggi il Reno unisce la Francia e la Germania, più che dividerle. Un’ipotetica quarta guerra tra queste due storiche rivali appartiene al regno della fantascienza. I tedeschi hanno inoltre rinunciato definitivamente a guardare le pianure polacche oltre l’Oder come ad uno spazio da sottomettere. Il Giappone, altra storica culla del militarismo, allo stesso modo si è trasformato in un pacifico paese che ha accantonato ogni velleità di espansione oltre le proprie isole. Il Consiglio di sicurezza dell’ONU – anch’esso un organismo di cooperazione istituito a seguito del conflitto col fine di prevenirne di nuovi – è guidato da Stati Uniti, Russia, Cina, Gran Bretagna e Francia, vale a dire dai vincitori della guerra. Le grandi potenze a cui appare affidato il futuro della terra continuano ad essere contenute in questo elenco. Le armi nucleari, impiegate per costringere il Giappone alla resa, seguitano a costituire una minaccia per il mondo, sebbene la percezione collettiva della loro pericolosità sia grandemente diminuita rispetto ai tempi della Guerra fredda. Ed infine l’Europa, il bellicoso continente che per secoli ha imposto un dominio totale su tutti gli altri, è stata relegata alla periferia del potere politico e militare del pianeta. Gli effetti di questo ridimensionamento, anch’essi frutto della Seconda guerra mondiale, hanno condotto alla nascita dell’Unione Europea e garantito ad oltre 300 milioni di persone i benefici di una pace che dura ormai da tre quarti di secolo. Vorrei che ognuno riflettesse sul senso di questa considerazione che sembra una frase fatta. Per la millenaria storia d’Europa si tratta di una novità assoluta: basti pensare che nel Cinquecento vi furono meno di dieci anni di pace completa, nel Seicento quattro, nel Settecento dodici. 274 anni su 300: per molte generazioni di europei prima della nostra, lo scoppio di una guerra era quasi una certezza, un evento da mettere in conto e poco meno prevedibile dell’arrivo della primavera. A seguito del secondo conflitto mondiale oggi non è più così. Nella loro sensibilità collettiva, i popoli hanno ormai ben chiaro cosa significhi combattere una guerra totale. Come europei abbiamo scelto la pace e la relativa prosperità economica, anche se il prezzo è stata la perdita del nostro ruolo di centro del mondo. Dopo aver divorato sé stessa, l’Europa non è più in grado di esercitare la propria influenza su scala planetaria. Personalmente non ritengo sia stato un cambio svantaggioso. Chi – come me – è nato dopo il 1945 ha avuto la fortuna di trovarsi immerso in una realtà di diffuso benessere economico, diritti e libertà civili, possibilità di viaggiare e comunicare prima impensabili. Tutte conquiste per le quali la generazione precedente ha sentito di dover lottare sulla spinta della reazione agli orrori sopportati durante la guerra. Per tutte queste ragioni è necessario continuare a scrivere, parlare e ragionare intorno all’evento centrale del XX secolo.

Ma non si tratta solo di capire come siamo giunti alla conformazione del presente. Con il passare del tempo, e la conseguente scomparsa di tanti testimoni diretti, aumenta sempre di più il pericolo che vada smarrita l’urgenza di tenere viva la dolorosa lezione della Seconda guerra mondiale. L’affievolirsi della coscienza storica è una delle vie che portano all’imbarbarimento di una società. È necessario vigilare affinché questa eventualità non si verifichi. Il progresso non è un avanzamento ininterrotto: il mito di un’umanità lanciata in un’inesorabile marcia verso lo sviluppo, incrinatosi sui campi di Verdun e della Somme, si è definitivamente infranto ad Auschwitz e Hiroshima. Ora sappiamo che l’uomo può essere il peggiore nemico di sé stesso e ciò che è stato acquisito da una generazione può essere perso dalla successiva. Tutto può ritornare, se si smarrisce il senso delle radici del proprio presente. È un processo sotterraneo, che inizia con la lenta erosione delle fondamenta della memoria collettiva. Per questo motivo è sempre un qualcosa di difficile riconoscimento: i prodromi sono in genere atti o parole saltuari e incoerenti. Riconoscere in essi una connessione richiede forse la sensibilità estrema ed allucinata di un artista, piuttosto che il lavoro dello storico o del sociologo, che subentra quando i segnali sono manifesti e ormai è probabilmente troppo tardi per porvi rimedio. Oggi siamo seduti su una polveriera di ignoranza e di pericolosa inconsapevolezza. Le micce sono già state posizionate e sono tutto quanto rientra nella generica accezione di “disagio sociale ed economico”: si chiamano paura, egoismo, indifferenza, violenza, razzismo, xenofobia, disprezzo per il valore della vita umana. Ma non solo. Cova una diffusa sfiducia nelle istituzioni democratiche, che si esplica nel rigetto del dialogo e del ragionamento come metodi per affrontare i problemi del nostro tempo. Il tutto sfocia in vaghe tentazioni verso soluzioni autoritarie giustificate da un ottuso relativismo. La democrazia – una delle grandi forze emerse vittoriose dalla Seconda guerra mondiale – non sembra più in grado di offrire risposte ai bisogni della nostra era. Molti dei mostri che hanno condotto l’umanità nel baratro di quel conflitto stanno ritornando, in forme nuove e vecchie allo stesso tempo. Pensate alla vostra vita di tutti i giorni e guardatevi intorno: credo ne riconoscerete la presenza in mille episodi. Non sappiamo quando scoccherà la scintilla che ci farà sprofondare in una nuova età oscura. Non trovo di conforto sapere che si tratta di un pericolo che verosimilmente incombe sull’uomo dalla sua comparsa sulla Terra. Se vogliamo almeno accontentarci di vivere nell’incertezza, facendo in modo che un’altra apocalisse rimanga una questione di “se” e non di “quando”, la consapevolezza di quanto accadde tra il 1939 ed il 1945 può indubbiamente esserci di aiuto. Possiamo permetterci di perdere molte cose che a torto riteniamo irrinunciabili, ma non una chiara, onesta, memoria del nostro passato, soprattutto il più recente, quello con il quale è maggiormente difficile e doloroso fare i conti; quello che meglio di ogni altro tempo si presta ad essere distorto e dimenticato.

L’argomento, come detto, è vastissimo. Ho creduto utile dedicare una sezione ad ogni anno della Seconda guerra mondiale. Per accedere ai testi è sufficiente cliccare sulla relativa immagine dello slideshow. E possiate avere nei confronti dell’autore la comprensione di perdonare omissioni, errori, difetti e in generale ogni mancanza dovuta alle sue limitate facoltà mentali.