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Un soldato tedesco

La Wehrmacht avrebbe potuto ributtare in mare gli Alleati durante lo sbarco in Normandia? No. L’esercito tedesco avrebbe potuto vincere un buon numero delle battaglie che perse durante la guerra, ma di certo non il titanico scontro che andò in scena sulle spiagge e nell’entroterra della Normandia. Di più: probabilmente negli annali militari non esiste un duello più a senso unico di quello avvenuto nel nord della Francia tra il giugno e l’agosto del 1944. Evitiamo per un momento cifre, statistiche, rapporti di forza comparati, descrizioni della difficile situazione strategica tedesca, così come il deplorevole stato di molte delle unità incaricate di fronteggiare l’invasione. Raccontiamo semplicemente la storia di un’importante divisione della Wehrmacht: la 130° Panzer Lehr. Durante il mattino del 6 giugno 1944 la più grande forza di invasione anfibia della storia prese terra sulle spiagge della costa del Calvados (nome in codice Omaha, Gold, Juno, Sword) e nella parte orientale della penisola del Cotentin (Utah). Preceduti da lanci di paracadutisti nelle retrovie, gli sbarchi di americani, britannici e canadesi furono un completo successo e, per gli standard della Seconda guerra mondiale, non incontrarono un’accanita resistenza. Rispetto al tributo in vite umane che spesso imponeva una qualsiasi battaglia del fronte orientale le perdite furono insignificanti. La sola, parziale, eccezione fu costituita da quanto avvenne alla spiaggia di Omaha, dove la 1° e la 29° divisioni americane si scontrarono contro i capisaldi tenuti dalla 352 Infanterie-Division pagando un pesante tributo di sangue. Ma non fu che un momento difficile in un’operazione caratterizzata da una pianificazione e da un’esecuzione magistrali. Fatto sta che in meno di 48 ore gli Alleati riuscirono a schierare sul suolo francese oltre 150.000 uomini.

Ora toccava ai tedeschi reagire in qualche modo per impedire a questa marea montante di dilagare. Il fattore tempo era cruciale: ogni ora che passava aumentava le possibilità alleate di consolidare il terreno guadagnato e di rifornire le truppe sbarcate. Dopo aver ottenuto il benestare di Hitler, i comandanti sul campo, Rundstedt e Rommel, decisero di muovere la 12° SS-Panzer-Division Hitlerjugend e la Lehr per contrattaccare le teste di ponte alleate e correre in soccorso della martoriata 21° corazzata ormai sul punto di cedere. Le due unità erano quanto di meglio la malconcia Wehrmacht potesse allora schierare sul fronte occidentale: nel caso della Lehr la punta di diamante erano 89 panzer V Panther e 8 mostruosi carri pesanti Tiger. Alle 17:00 il suo comandante, Fritz Bayerlein, ricevette l’ordine di spostarsi dalle posizioni a sud di Caen. Si rifiutò. Sapeva che l’ordine equivaleva ad un suicidio: muovere le proprie colonne meccanizzate alla luce del sole le avrebbe esposte ai colpi di un nemico che disponeva del totale dominio del cielo. Stormi di cacciabombardieri alleati non avrebbero esitato un minuto a fare a pezzi una delle poche armi ancora appuntite di cui disponeva la Germania nel teatro delle operazioni. Il superiore di Bayerlein non volle però sentire ragioni e per la Panzer-Lehr iniziò il calvario. In meno di un’ora i ricognitori alleati avevano già individuato la grande unità tedesca in marcia verso nord. Il solo primo attacco di assaggio portò via una trentina di veicoli e gli uomini che li guidavano. L’andatura intanto rallentava sempre più a causa delle strade e dei ponti distrutti dai bombardieri pesanti. La Lehr, per offrire un bersaglio meno facile, si schierò in cinque colonne. Passata in qualche modo la notte nel villaggio di Condé-sur-Noireau, la divisione si rimise in marcia alle luci dell’alba del giorno successivo. Tuttavia, avvicinandosi sempre di più alla linea del fronte, gli attacchi dal cielo si facevano via via più massicci e ravvicinati. Un’incursione ferì lo stesso Bayerlein e ne uccise l’autista. L’8 giugno, accolta dal fuoco dell’artiglieria campale alleata, la Lehr entrò finalmente in contatto con i britannici e i canadesi, ma ormai era l’ombra di sé stessa. In due giorni di marcia era stata pesantemente menomata senza sparare un singolo colpo. Lo stesso Bayerlein aveva registrato la perdita di 85 carri e oltre 120 veicoli. Una settimana più tardi, i resti della Lehr furono costretti a ritirarsi verso oriente sotto la spinta della 7° divisione corazzata britannica. La morale dell’episodio è chiara: nelle condizioni di svantaggio materiale in cui si trovavano, per i tedeschi anche il semplice spostamento di una delle loro unità equivaleva all’assumersi un rischio mortale.

Il D-Day è entrato di peso nella mitologia bellica di americani e britannici. Sono innumerevoli i film, i libri, le serie tv, i videogame che hanno per ambientazione la campagna di Normandia. Giustamente. L’enorme impiego di mezzi, e le difficoltà tecniche e logistiche insite nello sbarco, giustificano un racconto che a tratti sconfina nell’epica. Le sofferenze umane dei soldati alleati, così come l’evidente giustezza della causa per la quale combattevano, non fanno altro che rafforzare i tratti emotivi di questa narrazione. Tuttavia, il nemico che essi si trovarono di fronte, non era che l’ombra della perfetta macchina da guerra che negli anni prece-denti aveva messo a ferro e fuoco l’Europa, dalla Senna al Volga. Come in un gioco di ombre cinesi, la potenza che la Wehrmacht sembrava proiettare sullo sfondo dell’imminente campagna di Francia non era che una distorsione lontana dalla realtà effettiva. Per la difesa della “Fortezza Europa” l’OKW era riuscito a racimolare circa 865.000 uomini che, dopo mille discussioni e compromessi, aveva suddiviso in quattro grandi armate campali: la 7° e la 15° a nord; la 1° e la 19° a sud. A prima vista può apparire uno schieramento poderoso ma la cifra mente: per difendere un fronte di oltre 3.000 chilometri che correva dall’Olanda alla frontiera spagnola anche un numero così imponente di uomini si rivelò del tutto insufficiente. Alcune divisioni si trovavano a dover presidiare una linea di oltre 150 chilometri, quando un’unità della Seconda guerra mondiale era in grado di esercitare un controllo efficace su 25-30 al massimo. In altre parole, il soldato tedesco era stato messo a montare la guardia ad un territorio incredibilmente più esteso di quanto le proprie capacità gli consentissero di difendere. La maggior parte delle unità erano poi divisioni di seconda o terza categoria, adatte a poco più che compiti di controllo e presidio del territorio. Erano formate da Volksdeutsche provenienti dai territori occupati, prigionieri di guerra cosacchi, georgiani, turkmeni, azeri mischiati a reduci del fronte orientale mandati in convalescenza a ovest. La penuria di riserve della Wehrmacht era così pesante che generò casi da tragicommedia. Nelle prime fasi della battaglia, un reggimento della 101° divisione aviotrasportata americana fece prigionieri alcuni soldati con uniforme tedesca. I tratti del viso erano chiaramente asiatici, ma nessuno era in grado di capire che lingua parlassero. Incredibilmente, dopo un po’ si scoprì che erano coreani. Sulla loro anabasi possiamo solo fare delle congetture ma è probabile che fossero stati arruolati nell’esercito giapponese in Manciuria nel 1938, mandati a combattere i sovietici nelle schermaglie di confine del 1939, catturati da questi ultimi, messi in divisa sovietica durante l’invasione della Russia da parte di Hitler nel 1941, di nuovo fatti prigionieri, questa volta dalla Wehrmacht, la quale, trovandosi ora in difficoltà, li aveva rivestiti con proprie uniformi e spediti a presidiare le coste della Normandia. Questo episodio realmente occorso al tenente Robert Brewer del 506° reggimento paracadutisti pare simile ad una barzelletta, ma racconta forse meglio di ogni altro discorso il livello di affanno in cui era precipitato l’esercito tedesco, così come lo scadimento qualitativo dei suoi standard di reclutamento. A questo proposito i resoconti dei generali Speidel e Rommel ci dicono che almeno la metà delle divisioni tedesche erano “bodenständig”, ovvero formazioni statiche, termine neutro per mascherare il fatto che fossero pesantemente sottorganico, senza mezzi di trasporto e male equipaggiate. Il loro compito, al di là della roboante ipocrisia dell’alto comando, era semplicemente di opporre un ostacolo all’invasione alleata morendo sul posto. Ma, se l’esercito versava in condizioni difficili, la marina e l’aviazione come forze combattenti erano praticamente entità immaginarie. Quando presero il mare, le 7.000 imbarcazioni degli Alleati erano contrastate da 31 motosiluranti armate con 124 siluri in totale. Era questo il nemico che si trovò ad affrontare la più grande armata navale della storia. La Luftwaffe, impegnata nel difendere i cieli della Germania dove imperversavano i bombardieri strategici americani e inglesi, non era messa meglio. L’apporto della Luftflotte 3 del feldmaresciallo Sperrle si limitava a soli 319 velivoli contro i 15.000 nemici. Come prevedibile l’arma aerea tedesca fu spazzata via dai cieli fin dalle prime ore della battaglia. Infine, le rivalità del sistema di comando della Wehrmacht e le ingerenze del partito paralizzavano ogni decisione rendendo complicate anche quelle più semplici. I conflitti di attribuzione formale delle competenze erano all’ordine del giorno. La struttura “a nebulosa” dell’apparato nazista, dove la sola cosa che contasse era l’ondivago favore del Führer, nel 1944 aveva esteso le proprie metastasi anche nell’ambito più tecnico, professionale e alieno dagli intrighi della lotta politica della Germania: l’alto comando delle forze armate. Il dualismo tra Rommel e Rundstedt – solo per citare un esempio – non era che uno dei tanti all’interno del caleidoscopio di rivalità che minavano l’intero sistema delle forze armate: esercito contro marina e aviazione, OKH contro OKW, Hitler contro i propri comandanti. Per capirci: durante la battaglia una singola batteria costiera poteva passare dall’autorità dell’esercito a quella della marina a seconda che sparasse a bersagli di terra o di mare. In questo ginepraio di formalismo fine a sé stesso era impensabile tentare di combattere in modo anche solo vagamente efficiente. Ha ragione lo storico David Downing quando, parlando della casta militare tedesca, afferma che in Normandia: «i virtuosi del diavolo suonarono come dei dilettanti.» Ma con gli strumenti scordati di cui disponevano gli eredi della tradizione prussiana, è onesto riconoscere che forse nessuno avrebbe potuto fare di meglio. Lo sbarco in Normandia non avrebbe potuto essere evitato, né contrastato più efficacemente di quanto storicamente avvenne, quale che fosse la strategia difensiva tedesca o le differenti mosse che, una volta avvenuto, i difensori avrebbero potuto compiere. In tutti gli elementi tattici, strategici, materiali e logistici che indirizzano l’esito di una battaglia, il divario tra attaccanti e difensori era troppo ampio per essere colmato. Per fortuna…