Ed eccomi arrivato… Sgancio subito lo zaino, senza un reale motivo, lasciandolo cadere sulle pietre: fa un suono incoerente e grottesco, come se fosse pieno di conchiglie o giocattoli di plastica. Mi appoggio alla balaustra, con tutto il peso della mia malinconia. Soffia un vento aspro e tollerabile, simile al rimprovero di un padre, che mi ghiaccia sulla fronte il sudore della salita. Sono uscito dal letto ore fa, ma solo adesso mi sembra di svegliarmi veramente, come quando al mattino ci si lava il viso con l’acqua fredda. Il mio sguardo vaga nel panorama che mi circonda, nel recinto dell’orizzonte striato di nubi, poi precipita nell’intrico di strade e quartieri sotto di me. Un labirinto che da quassù sembra immobile nel fermoimmagine della domenica mattina. Due volte alla settimana anch’io lo percorro con l’illusione di sapere dove andare. La vista della mia città mi porta a pensare che i problemi cessano di sembrare irrisolvibili semplicemente guardandoli dall’alto. L’abusata espressione “punto di vista” forse andrebbe svuotata di ogni contenuto metaforico e presa un po’ più alla lettera, in senso fisico.
I fantasmi dei rumori trovano il modo di arrivare fin quassù: i rintocchi fiochi di un campanile, il rombo di un motore o il lamento di una sirena. Mi allontano lungo il sentiero: bastano pochi passi tra gli alberi spogli e le pietre intirizzite e sono già immerso nel silenzio. Il silenzio della montagna: il cinguettio di uccellini invisibili che sembrano annunciare la primavera, il fruscio delle foglie accartocciate mosse dal vento… e l’aspro stridere degli ingranaggi della coscienza che in preda alla suggestione sta pensando a tutto questo. Non c’è nessuno sulla via: solo io. Stranamente però non avverto l’ombra della solitudine che spesso mi soffoca tra la gente, negli uffici o nei negozi.

Mentre taglio lungo un pendio mi imbatto in un prato ricamato di bucaneve. Se ne stanno riuniti in gruppetti, tra la terra bagnata e l’erba bruna. Sembrano barbagli di stelle nel vuoto del cielo. Alcuni, con il pudore di bambini, sfoggiano tenui venature rosate. Tutti trattengono pesanti gocce di rugiada. Piangono… No, forse hanno appena finito di farlo. Le loro lacrime sono quelle che rimangono sulle nostre guance dopo che i temporali dell’anima hanno esaurito la loro furia. Con i petali inclinati verso il basso, restano immobili in un una quieta e composta malinconia. Mi chino tra di essi per scattare qualche foto, attento a non calpestarli. Quanta bellezza mi circonda, e quanto mi sento estraneo ad essa. Che ci faccio qui? La mia presenza, l’essere nonostante tutto qui a parteciparvi, implica in un certo modo l’idea di una violazione. Razionalmente so che la bellezza si dà per sé e non in sé, e che è tale solo in virtù di un soggetto in grado di percepirla. Eppure mi sento scacciato da questo prato, con un oscuro senso di colpa, come se venissi bandito da un paradiso che ho contribuito a profanare. Mentre mi allontano quasi in punta di piedi prego che nessuno passi mai a raccogliere questi coraggiosi fiori di neve che per primi sembrano annunciare la vita quando ogni cosa intorno a loro è stretta nei lacci mortali dell’inverno. Più che la morte o il dolore, nell’esistenza trovo insopportabile la volgarità. Non tollero l’idea che anche uno di essi possa finire in un bicchierino posato sui mobiletti prefabbricati di qualche soggiorno. Riprendo il cammino lungo il sentiero. Molte delle voci che si agitano nella mia mente hanno cambiato tonalità. Non sono più alte, più limpide o più gioiose. Semplicemente le sento più autentiche, più a misura d’uomo. Passo dopo passo, sulla via del ritorno, da non so quale profondità mi affiorano alle labbra i versi di questa poesia: “Full many a flower is born to blush unseen | and waste its sweetness on the desert air”. Penso all’inverno che serra la mia vita. Non so se sono di fronte alla fine – la mia – o all’inizio di qualcosa di nuovo. Riposo ancora nella mia terra gelata, tra distese di neve che ancora non si sono sciolte. Puro, candido e triste, nel mio mondo di fantasmi, il viso impaurito fisso a guardare il suolo. Passo dopo passo, sulla via del ritorno, sento che è tempo di tornare tra la gente. Di lasciare la bellezza dove deve rimanere: alla solitaria quiete delle montagne. Per vivere, finalmente.