La guerra è sempre stata ed è ancora oggi uno dei grandi misteri dell’umanità…

Svetlana Aleksievic

Chi ha da poco scollinato oltre la quarantina credo si ricordi molto bene di una divertente pubblicità di metà anni Novanta. Trenta secondi scarsi di durata, costumi e montaggio da film di serie C, attori che in confronto i dilettanti del neorealismo sembravano dei piccoli Vittorio Gassman. Tanto bastò per creare un insopprimibile tormentone peggio di una canzonetta estiva. La rivoluzione informatica non aveva ancora introdotto l’aggettivo “virale” nel linguaggio, ma fu esattamente quanto avvenne: quell’anno, ovunque foste andati, in spiaggia come al bar, avreste sentito qualcuno trillare con voce chioccia: «Rossija! – Kakà Rossija? Et’a Ukraìna! – Rossija et’a Ukraìna! – Ukraìna et’a Ukraìna!» Immaginate una sgangherata casupola di lamiere, persa in un grigio campo tra stoppie e radi boschetti di betulle. Un donnone che sembra incarnare lo stereotipo della contadina dell’est Europa sente ad un tratto uno schianto. Cos’è successo? Un cosmonauta con una faccia da tontolone – che presumiamo sia stato dimenticato nello spazio dalla madrepatria sovietica per un tempo lunghissimo – è atterrato nel suo prato. Uscito sano e salvo dalla sua fumigante capsula con la scritta “CCCP” si inginocchia a terra e grida al cielo il motto dell’anima slava: «Madre Russia!» La contadina lo apostrofa: «Macché Russia! Questa è Ucraina!» Il sopravvissuto non capisce: «Ma l’Ucraina è Russia!» La donna di rimando: «L’Ucraina è l’Ucraina!» L’uomo ci riprova cambiando riferimenti: «Lì c’è la Cecoslovacchia! Praga!» Imperterrita, la contadina: «Lì c’è la Slovacchia! Bratislava!» Ignorante. Ma non è colpa sua. In sua assenza il mondo e la geografia sono cambiati. Il muro di Berlino crollato qualche anno prima è stata la prima tessera di un domino che ha generato un effetto a catena. Quasi da un giorno all’altro, nuovi stati e nuove capitali sono sorti dalla dissoluzione del comunismo e dell’impero sovietico. L’Ucraina, giusto per fare un esempio, non è più una regione ingabbiata all’interno di una gigantesca repubblica federale, ma uno stato pienamente sovrano, almeno formalmente. Lo spot si chiude con la scenetta in cui il figlio della contadina tenta di illustrare la nuova mappa del mondo allo stolido cosmonauta. La pubblicità – per la nuda cronaca – era quella del Corriere della Sera e del suo nuovo atlante geografico.

Nell’Italia degli anni Novanta, intossicata dal suo miope edonismo, anche la geografia, la storia, e il tramonto di filosofie politiche che avevano inciso profondamente il XX secolo, sembravano un gioco. Quasi uno scherzo. Del resto, in quale altro modo avremmo potuto reagire? Eravamo troppo impegnati a ridere con i film di Boldi e a magnificare il bel gioco del Milan di Berlusconi in solenni Te Deum alla Domenica Sportiva. Intanto, negli ambienti dove rimaneva vivo un minimo di consapevolezza, si faceva un gran parlare di fine della Storia anche senza aver letto una sola riga di Francis Fukuyama. Il processo dialettico di evoluzione sociale, economica e politica pareva aver raggiunto il suo climax. Toccato quel punto di arrivo, non ci sarebbe stato più nulla. Si udiva sollevarsi da più parti il selvaggio grido, già peraltro risuonato in passato: “Enrichissez-vous!” Si respirava un irresponsabile entusiasmo, un ottimismo che schiudeva le porte di un mondo feroce, dai tratti apocalittici, illuminato dal fosco lume del pensiero unico. Un qualcosa che Fabrizio De André era riuscito a descrivere con drammatica efficacia nella canzone “La domenica delle salme”. Una pace terrificante. Anch’io ricordo bene quella pubblicità. Probabilmente non c’era un modo più geniale e allo stesso tempo scanzonato per vendere ad uscite settimanali un nuovo atlante che rendesse testimonianza di eventi epocali quali la frantumazione della Yugoslavia, la spaccatura pacifica della Cecoslovacchia e, naturalmente, l’indipendenza delle ex repubbliche sovietiche, dal Baltico, all’Asia centrale. Più sottilmente, a dispetto del tono farsesco del filmato, non c’era altresì modo più immediato per porre l’attenzione su un nodo della geopolitica che, considerato oggi a trent’anni di distanza, risulta ancora drammaticamente irrisolto. Per vedere i potenziali pericoli, bastava saper guardare oltre, o molto all’indietro, operazioni che in una prospettiva storica spesso conducono l’osservatore allo stesso risultato. Ma non ne siamo stati capaci. Avessimo considerato allora tutte le possibili implicazioni di quegli sconvolgimenti, forse adesso non ci troveremmo nella situazione attuale. Eppure per farlo bastava porsi qualche interrogativo contemplando l’atlante aggiornato. Nuovi stati che sorgono sulla mappa mondiale non costituiscono già di per sé un evento decisivo, che non può che generare conseguenze di lungo periodo? Lo scambio di battute tra la contadina e il cosmonauta negli ultimi giorni è lo stesso dialogo tra sordi andato in scena negli ultimi mesi tra la Russia, l’Ucraina, e in secondo piano, Unione Europea e Stati Uniti. Ora purtroppo è tardi. Non è più il tempo delle parole. A parlare adesso sono i cannoni.

La scorsa settimana la Russia ha invaso l’Ucraina. Dopo un lungo tiramolla diplomatico durato mesi, se non addirittura anni, il 24 febbraio 2022, ogni residuo indugio di natura negoziale è venuto meno. Sottoposto a continue tensioni, il filo della diplomazia si è alla fine spezzato. I reparti meccanizzati schierati dal Cremlino in Bielorussia, in Crimea e a ridosso della regione contesa del Donbass hanno preso ad avanzare verso i propri obiettivi. La marcia di questa armata, forte di oltre centomila uomini, è stata preceduta da un susseguirsi di attacchi aerei e missilistici. Di fronte alle prime immagini dei cieli notturni di Kiev, Melitopol, Charkiv (oppure Char’kov?) illuminati a giorno dalle esplosioni, la prima reazione delle istituzioni e dei media occidentali è stata di incredulità. A dispetto di tutte le evidenze emerse nelle ultime settimane prima dello scatenarsi della tempesta, nessuno credeva seriamente nella possibilità che, in pieno XXI secolo, in piena Europa, una nazione potesse davvero scatenare un attacco militare in grande stile ai danni di un proprio vicino. Fino all’ultimo abbiamo voluto illuderci che i concentramenti di truppe ai confini fossero solo il modo – piuttosto grossolano – che una grande potenza impiega per mostrare i muscoli ad una più piccola e così intimidirla. Anche quando il presidente russo è intervenuto sulla tv di stato per spiegare al suo popolo e al mondo le ragioni dell’attacco facendo una lunga lezione di storia “pro domo sua” abbiamo considerato le sue parole come destituite di ogni serietà, alla stregua di un pretestuoso alibi per giustificare ciò che ai nostri occhi appariva ingiustificabile. Misurate col metro della verità storica, in massima parte lo sono. Ma non è questo il punto. Riflettono una prospettiva che, non essendo la nostra, non abbiamo fatto il minimo sforzo per capire. Tra gli strumenti che una grande potenza possiede per rappresentare sé stessa agli altri e ai propri cittadini, la storia intesa come materia oggettiva, scientifica, accademica, non trova posto. Un impero, la storia, se la inventa né più né meno come una sceneggiatura, facendone la base della propria pedagogia nazionale e assumendola a giustificazione per le proprie azioni su scala internazionale. L’ansia di autodifesa, la sostanziale continuità della storia russa con quella ucraina sono perfettamente giustificabili alla luce di quanto i russi pensano di sé stessi, del loro passato e del loro ruolo nel mondo.

I russi sono un popolo da sempre preda di un’insicurezza profonda. Questa percezione – poca importa se vera o presunta, a seconda dei momenti storici – ne determina l’urgenza e la necessità di frapporre dei cuscinetti di sicurezza tra il cuore del loro stato e le nazioni confinanti più potenti. Le ragioni sono difficilmente confutabili. Nel Seicento Mosca fu occupata dal commonwealth polacco-lituano. Nel Settecento gli svedesi di Carlo XII invasero la Russia. Nell’Ottocento fu il turno della coalizione franco-europea di Napoleone. Nel Novecento, da ultimo e su una scala immane, ci provò il Terzo Reich hitleriano, facendo divampare la più grande guerra della storia e causando la morte di oltre 20 milioni di uomini. La violenza con la quale i russi reagiscono ad ogni perturbazione geopolitica che avvertono ai loro confini nasce dalle aggressioni di cui ciclicamente sono stati fatti oggetto nel corso della loro storia: sono stati più e più volte calpestati e per questo tendono a restituire il trattamento subìto calpestando i propri vicini. È anche per questo motivo che la Russia, intesa come civiltà, percepisce sé stessa come “altro” rispetto all’Occidente. Poco importa se da un punto di vista culturale e religioso la Russia è occidente tanto quanto l’Italia, la Francia o la Germania. Quando sul tavolo vengono poste questioni geopolitiche, la frattura diviene insanabile. Perché? Perché, ribaltando l’ottica, i popoli dell’Europa orientale che vivono ai margini dell’impero di Mosca sono accomunati da un’inquietudine altrettanto profonda circa la propria sicurezza. Polacchi, baltici, rumeni, georgiani, turchi… tutti condividono la stessa paura: quella di un risveglio dell’orso russo che riporti le lancette della storia ai tempi dell’apogeo del potere zarista o sovietico.

Gli ucraini, in questo contesto di perpetue rivalità e assestamenti di sfere di influenza reciproche, rivestono una posizione particolare, essendo stati posti dalla geografia direttamente in prima linea, su una terra di passaggio, di facile accesso, e perdipiù su fronti di senso opposto: sia in relazione alla spinta russa verso ovest, sia alla controspinta occidentale verso est. In altri termini, hanno la sfortuna di trovarsi lungo un’instabile linea di faglia tra diverse aree di influenza. L’etimo stesso della loro terra ci viene in aiuto indicandoci il senso e le ragioni del loro destino senza troppe giravolte filosofiche: “Ucraina”, nella sua radice slava, significa letteralmente “margine”, “confine” o “periferia”. Non siamo però di fronte ad una mera espressione geografica. È fuori di dubbio che l’Ucraina sia una nazione con profonde e peculiari radici storiche e culturali ma, allo stesso tempo, dal X secolo a.C. costituisce la cellula originaria della Russia e ad essa riamane legata da un innegabile quanto inestricabile vincolo plurisecolare. Una doppia identità, quasi un disturbo dissociativo. Parlando di Ucraina e Russia, un ucraino tende a porre in risalto le evidenti differenze; un russo invece le altrettanto evidenti comunanze. Ed entrambi possono addurre ottime ragioni a supporto delle loro convinzioni. Rivista ora, la pubblicità del Corriere della Sera appare meno stupida di quanto all’apparenza potesse sembrare allora. Il cosmonauta e la contadina, dai loro punti di vista, avevano perfettamente ragione nell’affermare e nel negare quanto i rispettivi paesi fossero sovrapponibili. Analizzando la situazione col microscopio della storia, come spesso succede, le cose vanno ancora peggio. Vediamo infatti emergere una complessità paralizzante. Il lungo asservimento politico di Kiev a Mosca, con il momentaneo riflusso del potere centrale moscovita dovuto alla dissoluzione dell’URSS, ha lasciato un effimero spazio di autonomia ad uno stato giovane, senza una consolidata tradizione di indipendenza, che si riflette in un’instabile composizione etnica e sociale tipica di un’ex provincia imperiale. L’eterogeneità a più livelli è una componente precipua dell’Ucraina, e non potrebbe essere altrimenti. In altri termini il paese è un patchwork con poche possibilità di riordino o di pacificazione duratura. Le regioni dell’est, oltre il Dnepr, sono russofile, e pertanto guardano a Mosca; quelle ad ovest hanno un’anima quasi mitteleuropea, e si considerano a pieno titolo uno spicchio di Occidente. Leopoli, solo per fare un esempio, è una città che fino al 1918 ha fatto parte dell’impero austro-ungarico. Confini tracciati in modo a dir poco demente, quando non si riteneva minimamente nell’orizzonte degli eventi probabili il crollo del grande impero federale dell’Unione Sovietica, completano il quadro di un puzzle inestricabile.

La storia, e la geopolitica in particolare, se approcciate con la dovuta umiltà ed onestà intellettuale, conducono necessariamente all’evidenza che nel complesso gioco dei rapporti tra stati e della proiezione del loro potere esistono questioni poco meno che irrisolvibili in modo soddisfacente per ogni parte in causa. Il conflitto armato tra Ucraina e Russia assomiglia tanto ad una di queste. Nella storia, ogni fatto cambia forma e assume una colorazione diversa a seconda dell’angolazione dalla quale lo si osserva. In questo contesto intricato, paradossale e mutevole, posti alcuni fondamentali baluardi del diritto internazionale e del rispetto umano, le nozioni di giusto e sbagliato, di torto e diritto, tendono a stemperarsi l’una sull’altra come i colori di un’unica tavolozza. Russi e ucraini sono ampiamente forniti di giustificazioni per ogni azione decidano di perseguire: basta che ognuno scavi – neanche tanto a fondo – nel cortile della propria storia nazionale per dissotterrare un passato da brandire come arma. Gli arsenali retorico-ideologici dei due popoli sono infatti grandi quanto quelli bellici. In questo frangente, a mancare in tutti gli attori coinvolti, mi pare sia una consapevolezza generale dei rischi e un elementare senso del limite. Le guerre non sono necessariamente delle aberrazioni o manifestazioni del male assoluto. Ci piaccia o no, fanno parte della storia e degli strumenti coi quali uno stato costruisce sé stesso, la propria identità e il proprio ruolo sulla scena internazionale. Forgiano istituzioni, valori, idee, assetti economici, scientifici e culturali. Certo, in un mondo ideale, dominato dalla razionalità e dal buon senso dovrebbero costituire l’ultima via percorribile. Non a caso sul bronzo dei cannoni del Re Sole era inciso il motto: “ultima ratio regum”. Tuttavia i conflitti, così come l’errore nella condizione umana, a volte non possono essere evitati. Ciò che possiamo fare è cercare di imparare da essi. Per questo la guerra non solo distrugge, ma può anche costruire. In questi giorni Russia e Ucraina stanno combattendo perché, giunte a questo punto, non esisteva più la possibilità di comporre gli attriti per altra via. La loro guerra è inscritta in una dialettica che tende al ristabilimento di un nuovo equilibrio e, in quanto tale, dovrà servire per definire in modo quanto più duraturo i reciproci rapporti e le linee guida della convivenza futura. I morti da entrambe le parti, se vogliamo trovare un senso alla loro tragedia umana, dovranno servire a costruire un futuro di pace, la quale – spiace ammetterlo – a volte non ha altra via per affermarsi se non tramite cimiteri di croci e campi inondati di sangue. Andate agli ossari di Verdun o di Redipuglia, se volete avere una rappresentazione plastica del vero motivo per il quale gli stati europei per principio non ritengono più accettabile la guerra in sé e per sé. Russia e Ucraina sono a metà del guado in questo processo di coesistenza e presa di coscienza dei limiti delle opzioni a disposizione per comporre le controversie. Non ho dubbi che in una primavera tra cinquanta o sessant’anni un presidente russo e uno ucraino si stringeranno la mano di fronte ad un monumento che commemorerà i caduti della guerra del 2022. Così come sono certo che ognuno pronuncerà le parole “mai più”. Ma per arrivare a quel punto, sarà stato necessario passare per il calvario della guerra. A volte non c’è altro modo perché l’uomo acquisisca un po’ di buon senso.

Avrete notato che questo testo non contiene alcun riferimento ai protagonisti della contesa che si sta sviluppando sotto i nostri occhi. Nessun accenno a Putin, Zelensky, Biden, Macron, Scholz, Johnson. La cosa è intenzionale. È bene essere consapevoli che, parlando di geopolitica, proiettiamo noi stessi in una dimensione al di sopra di ogni personalismo. Idee e fattori astratti non sono i soli motori della storia, ma è innegabile che sulla quasi totalità delle questioni a livello globale i leader di una nazione si riducano a dei pigmei, a semplici comparse sul palcoscenico degli eventi, che recitano un copione già scritto e più volte recitato da chi li ha preceduti. L’agenda strategica di una nazione sussiste indipendentemente da chi la guida al momento, ed è dettata da costanti di lungo periodo. Lo intuì per primo il cardinale Richelieu, lo spregiudicato e geniale statista che guidò la Francia a metà del Seicento, preparandola al ruolo di grande potenza che avrebbe svolto nei due secoli successivi. Secondo Henry Kissinger: «(Richelieu) sviluppò una concezione radicale dell’ordine internazionale, inventando l’idea che lo Stato fosse un’entità astratta e permanente esistente di per sé, le cui necessità non erano determinate dalla personalità del sovrano, dai suoi interessi familiari, o dalle esigenze universali della religione. La sua stella polare era l’interesse nazionale che seguiva principi determinabili razionalmente: cosa che in seguito divenne nota come raison d’état.» La Russia porta inscritto nel proprio DNA il costante accrescimento della propria sfera di influenza a danno dei propri vicini. Poco importa che si chiami Impero zarista, Unione Sovietica o Federazione Russa. Questo impulso sussiste a prescindere delle forme politiche nelle quali di volta in volta si incarna. Può subire momentanee battute di arresto ma presto o tardi riprende a manifestarsi. L’Ucraina, come tutti gli stati da poco svincolatisi dalla secolare tutela di un impero, avverte la necessità vitale di procedere liberamente e senza interferenze esterne nel proprio processo di “nation building”, intendendo col termine una dinamica di costruzione di identità che spesso si esplica per metodi violenti, come la repressione dei gruppi etnici alieni a quello dominante nell’ambito dei confini statali. Ovviamente mi sto riferendo ai gruppi russofoni del Donbass. In forme e tempi diversi è quanto ha fatto il Piemonte nell’Ottocento con il sud Italia, o l’Inghilterra un secolo prima con la Scozia. L’Occidente, invece, nella sua miopia, crede forse ancora di essere nella posizione di predominio post Guerra Fredda e di poter estendere ed esportare i tratti salienti della propria civiltà impunemente, senza conseguenze e mancando di tenere in debito conto la possibilità che certi trapianti di istituzioni, mentalità, costumi e cultura possono generare dolorose crisi di rigetto nei soggetti che vuole ridurre a sé a tutti i costi.

Le soluzioni a questa crisi – semplicemente – ora non ci sono. Saranno gli sviluppi degli eventi a generarle col tempo. Per il momento la maggiore preoccupazione di tutti deve limitarsi ad essere quella di fare in modo che la situazione non precipiti. Ciò che ora ogni potenza coinvolta nella guerra deve fare è di lasciare al proprio nemico una via alternativa. Evitare cioè di spingere il proprio interlocutore nell’angolo non lasciandogli altre opzioni. Il peggior nemico è quello che ormai sente di non avere più vie di fuga. Gli ucraini non dovranno abbandonare l’idea di combattere per che ciò ritengono sia la loro indipendenza, ma nel contempo dovranno considerare attentamente i rischi nel proclamare una lotta ad oltranza. I russi, all’opposto, se ritengono di dover combattere per la propria sicurezza, dovranno imporsi limiti che si situano ben al di qua della vecchia sfera di influenza sovietica. A dispetto della loro retorica e del loro orgoglio non sono più una superpotenza mondiale. L’Occidente può continuare a spingere il proprio softpower verso est, ma tenendo bene in mente di muoversi sul campo minato del retroterra storico e psicologico russo. La situazione resta comunque estremamente pericolosa. Una parte fatica a decrittare correttamente le intenzioni dell’altra e quindi a reagire di conseguenza secondo misura. Giornali, trasmissioni e siti continuano a chiedersi chi ha ragione, chi ha sbagliato, chi avrebbe potuto fare cosa e non lo ha fatto, chi e come debba essere punito. Mi sembrano allo stato attuale tutte domande superate dall’ombra che incombe sul nostro futuro. Ma per vedere quest’ombra non occorre guardare avanti. Basta avere il coraggio di volgere indietro lo sguardo leggendo e interpretando correttamente il libro della storia, senza paura delle molte domande senza risposta che potremmo trovarci.