Quanto è difficile… Voglio dire, scrivere di questo giocatore del passato. Un campione che forse non era un campione, o meglio, che lo è stato solo per un breve tratto della carriera. Che non ha mai vinto un titolo, pur essendoci andato abbastanza vicino in un’occasione. Che non è mai stato eletto MVP della stagione, nonostante 6 partecipazioni consecutive all’All-Star Game e 3 candidature nel secondo miglior quintetto del campionato. Che non sarà mai introdotto nella Hall of Fame, ma che a metà degli anni Novanta era una delle icone assolute dell’NBA. Che ha speso le proprie migliori stagioni in una squadra all’epoca famosa, amata da milioni di tifosi, ma ora dissoltasi nel vortice delle ciniche “relocation” che hanno funestato la lega nei primi anni duemila. Di quella franchigia non rimane più nemmeno il nome o il logo, figuriamoci un’arena sotto le cui volte ci sia un angolo dedicato al ricordo, dove poter ritirare le maglie dei giocatori storici. A volerla dire tutta, non esiste più nemmeno lo stesso basket di allora, intendendo con l’espressione il tipo e lo stile di gioco nel quale il nostro eroe impazzava. Di più: proprio il suo ruolo – quello di ala forte – ora è irriconoscibile. Di tutte le posizioni di un quintetto è quella che più di ogni altra ha subito le maggiori trasformazioni. Ai tempi della storia che sto per raccontare i mastodontici dinosauri dei canestri non si erano ancora estinti. Anzi: le ali grandi dominavano i parquet, ed erano ben lontane dal sospettare che oltre la linea del tiro da tre esistesse un territorio per loro abitabile. Spendevano le loro energie in battaglie che sembravano imposte dalla natura stessa del loro fisico e del loro strapotente atletismo: presidiare le aree, stoppare tiri, prendere rimbalzi e volare sopra il ferro. Credetemi, l’osservazione non contiene alcun auspicio ad un nostalgico quanto impossibile ritorno ai tempi passati. Quale pazzo può pretendere di fermare l’evoluzione? La mia vuole solo essere una doverosa constatazione, necessaria se vi dico che il protagonista di questo articolo, secondo un divertente motto di spirito non molto lontano dalla realtà, si dice sia stato il primo giocatore ad aver messo la parola “power” accanto a “forward”.

Quanto è difficile, dicevo… Scrivere di Shawn Kemp è addentrarsi in un territorio privo dei tradizionali punti di riferimento con i quali si è soliti definire la carriera di un atleta. Nel suo caso, l’inusitata grandezza del suo talento e quella degli errori commessi si fondono in un paradossale cortocircuito che conduce al baratro dei “what ifs”, dove precipitano tutte le possibilità interrotte e mai realizzate. La capacità di distinguere nettamente il confine tra le luci e le ombre si assottiglia fino a sparire: difficile orientarsi tra i miraggi di una storia piena di “ma” e di “se”. Esistono infatti pochi atleti così potentemente intrappolati nella gabbia della domanda “cosa sarebbe stato se…” Quella di Kemp è un po’ anche la storia di tutti noi che siamo – chi più, chi meno – un groviglio di potenzialità spezzate. In questo senso, affermare che lo sport sia una calzante metafora della vita è molto più di un luogo comune. Per questo vorrei evitare il più possibile di emettere giudizi, anche se so bene che ad un certo punto mi troverò costretto a farlo: per il momento mi limito a dire che, a oltre 17 anni dalla sua ultima, triste partita disputata quando ormai era ridotto all’ombra di sé stesso, tutto questo non contribuisce a facilitare il compito di chi vuole raccontare la portata dell’impatto che Shawn Kemp ha avuto sull’NBA. Specie a coloro che non hanno mai avuto la fortuna di vederlo giocare all’apice della sua carriera. Come se già non fosse abbastanza complicato descrivere a parole il suo stile di gioco elettrico, fatto di gesti atletici che generavano nello spettatore emozioni difficilmente traducibili in parole: salti vertiginosi, stoppate accompagnate da urla animalesche, alley-oops irreali e schiacciate così rabbiose da generare una sorta di pietà nei confronti del malcapitato avversario che le subiva. E la sua caduta: una lenta discesa agli inferi, causata da un carattere difficile, dipendenze da droga e alcolismo, una rivedibile etica professionale, le quali, nella seconda fase della sua carriera, trasformano questa superstar in un irriconoscibile pachiderma sovrappeso.

Elkhart, piccolo centro nel nord dello Stato dell’Indiana, perso nel pianeggiante e placido mare di terra del midwest americano. Cartina alla mano, siamo a metà strada tra Chicago e Detroit. Primi anni Ottanta. L’avventura di Shawn Kemp nel mondo del basket inizia là e allora, nella squadra della sua città natale, i Minutemen della Concord High School. Che questo ragazzone con la canottiera numero 40 sia qualcosa di assolutamente speciale è chiaro fin dall’inizio. Gli sfocati highlights dell’epoca che si possono scovare su YouTube sono impressionanti. Due minuti casuali di filmato e subito si ha l’impressione che in campo ci sia solo lui attorniato da altri nove figuranti invitati ad un one man show di schiacciate, alley-oops e stoppate. Ma non crediate che questo giovanissimo talento domini esclusivamente grazie al proprio debordante atletismo. Accanto alle doti fisiche Shawn ha già costruito un rispettabile jump shot dalla media distanza, specie dagli angoli. Poche storie: per stile e movenze è già il primo Kemp della NBA, solo un po’ più grezzo ed incerto. Forse è un effetto indotto dalla suggestione – curiosamente le maglie dei Minutemen sono verdi come quelle di Seattle, la sua prima squadra professionistica – o forse Shawn è davvero già allora un giocatore di un altro pianeta, chiaramente destinato ad un livello superiore. Non desterà dunque sorprese sapere che, alla fine della sua carriera scolastica, Kemp risulterà il migliore marcatore all-time della sua High school, nonché il detentore del record di punti in singola gara e singola stagione. Tuttavia, nonostante la presenza di questo autentico alieno, la Concord non vince nulla. Il sogno si infrange in vista del traguardo: nel 1988 Kemp porta i suoi compagni alle finali statali dell’Indiana, ma nella gara decisiva la Muncie Central vince 76 a 53. Consiglio: annotatevi gli avverbi “tuttavia”, “nonostante” e “ma”. Saranno una costante di questa storia. Torniamo però a Kemp, il quale ha ormai 18 anni ed è cresciuto fino alla ragguardevole altezza di 2.08 centimetri. Atleticamente è un mostro di esplosività e coordinazione. I tempi in cui era uno sgraziato adolescente al quale la sorella infliggeva ripetute batoste al campetto sono decisamente tramontati. Il passato ha lasciato spazio al presente: ora è il momento di scegliere il college. Tutti i tifosi locali pensano che il loro campione resterà nello stato, scegliendo i mitici Hoosiers di Indiana University dove regna il vulcanico coach Bobby Knight. Kemp invece stupisce – o meglio, delude – i propri compaesani e annuncia di aver firmato una lettera di intenti con Kentucky. Tra i permalosi abitanti dell’Indiana, dove il basket è praticamente una religione, la cosa suscita non poche polemiche. I dietrologi che abbondano anche nel fantastico mondo dello sport sosterranno in seguito che la mancata attribuzione del prestigioso titolo di “Indiana Mr. Basketball” – che invece va ad uno sconosciuto Woody Austin – sia dovuta proprio a questa scelta, percepita dalla gente come un tradimento.

La carriera di Shawn al college non parte benissimo. Anzi, non parte proprio. I motivi hanno a che vedere col basket solo in modo marginale. Kemp non riesce a superare la fatidica quota 700, il punteggio minimo richiesto dal SAT, vale a dire il test per l’ammissione universitaria. In sé la cosa non sarebbe un grosso problema: certo, significherebbe la seccatura di perdere la stagione da freshman, ma per uno con il suo talento l’anno sabbatico potrebbe essere usato per continuare ad allenarsi e nel contempo rimettere in sesto i voti, tornando più forte di prima. Ma Kemp escogita comunque il modo di complicarsi ulteriormente la vita. Nel novembre del 1988 si trova coinvolto in uno scandalo. Non si è mai veramente capito se sia colpa sua oppure no. Fatto sta che la polizia di Lexington lo sorprende mentre tenta di vendere alcune catenine d’oro rubate a Eddie Sutton, un suo compagno di squadra che, per coincidenza, è anche il figlio dell’allenatore dei Wildcats. Entrambi faranno in seguito cadere le accuse. Recenti dichiarazioni dello stesso Sutton sembrano scagionare Kemp, il quale probabilmente non sospetta della provenienza illegale dei gioielli. Per ingenuità, crede semplicemente al “venditore” che lo avvicina. Sia come sia, la reputazione di Kemp subisce un colpo irrimediabile. Shawn decide di fuggire dal Kentucky riparando nel mezzo del nulla, al Trinity Valley Community College in Texas. Dove peraltro non si degnerà di giocare nemmeno un minuto. In cuor suo ha già deciso che, compiuti 19 anni, si dichiarerà per il draft NBA. Il leitmotiv dell’intera parabola sportiva di Shawn Kemp inizia a prendere forma: non sono gli avversari a fermarlo, ma tutto quello che ruota attorno ad un campo da basket.

E viene finalmente il draft del 1989. All’apparenza non si direbbe una grande annata. Non esiste una chiara superstar. Le prime due scelte sembrano riflettere questa incertezza. In realtà si rivelano presto abbagli tragicomici. Alla numero uno i Sacramento Kings scelgono il centro Pervis Ellison, soprannominato “Never Nervous Pervis”. I continui infortuni indurranno il compagno Danny Ainge a volgere malignamente il nickname in un velenoso “Out of Service Pervis”. Alla due invece i Los Angeles Clippers compiono uno dei più memorabili harakiri sportivi dando fiducia a Danny Ferry, ala bianca di Duke. L’aggettivo serve per capire come il miraggio di trovare il nuovo Larry Bird, sul finire degli anni Ottanta, avesse contagiato un po’ tutti i general manager dell’NBA. Scendendo nella successione delle chiamate la situazione migliora: solidi giocatori come Sean Elliott, Glen Rice, Tim Hardaway e Nick Anderson si guadagnano il loro primo contratto da professionisti. Il nome di Kemp viene pronunciato dal commissioner subito dopo, alla diciassettesima chiamata del primo giro. I Seattle Supersonics decidono di rischiare investendo su di lui. Sono reduci da una discreta stagione, terminata con un record di 47-35 e un’onorevole eliminazione nelle semifinali di conference per mano degli onnipotenti Lakers. La squadra non è malaccio: è costruita attorno al tiratore Dale Ellis, l’ala Derrick McKey e l’inquietante bruto Xavier McDaniel. Tutti solidi giocatori che possono fare da protettori al nuovo arrivato, permettendogli di crescere senza fretta, nell’attesa che maturi il proprio talento. In fin dei conti parliamo di un diciannovenne che all’epoca è il giocatore più giovane della NBA, nonché il primo high schooler a tentare il grande salto nei professionisti dai tempi di Moses Malone. Kemp però non perde tempo a fugare i dubbi degli scettici. Se nella prima stagione fa registrare statistiche piuttosto modeste (6,5 punti – 4,3 rimbalzi – 0,3 assist) già nella seconda la musica cambia (15,0 – 8,4 rimbalzi – 1,8 assist). Il merito è ovviamente suo, del suo entusiasmo e del suo talento, che ormai sono evidenti a tutti. A dargli una mano arriva anche un nuovo spettacolare giovane da Oregon State, che i Sonics hanno scelto nel draft del 1990: Gary Payton. Con questa coppia da sogno Seattle inizia a pensare davvero in grande. Nel frattempo, Kemp si guadagna il soprannome che lo rende celebre, uno dei migliori mai inventati nella storia della Lega: “The Reign Man”. Glielo affibbia Kevin Calabro, lo speaker della squadra. La traduzione letterale è qualcosa tipo “il regnante”, parola che rende bene l’idea di un giocatore dominante sugli avversari. Ma in inglese il suono è praticamente identico a “The Rain Man”, l’uomo della pioggia. E Seattle, per via del clima umido e piovoso del Pacifico, tra gli americani è anche nota con il nomignolo di città della pioggia. Quale soprannome migliore, dunque?

All’inizio degli anni Novanta nella western conference avviene una rivoluzione. Dopo anni di dominio incontrastato, i Los Angeles Lakers si trovano costretti a deporre lo scettro di migliore squadra dell’ovest. Più per le circostanze, che per merito degli avversati, a dire tutta la verità. Una serie di fattori rende possibile questo terremoto: il ritiro di Kareem Abdul-Jabbar, l’abbandono di Magic Johnson a causa del virus dell’HIV e la perdita di alcuni importanti giocatori che vanno a rinforzare le dirette concorrenti come A.C. Green ai Phoenix Suns e Sam Perkins, che si accasa proprio ai Sonics. I quali, insieme ad una muta di altri pretendenti, principalmente Trail-Blazers, Jazz, Spurs, Suns e Rockets, sentono che la grande occasione per emergere è finalmente arrivata. L’ovest non ha più un padrone indiscusso e Seattle sa di possedere tutte le carte in regola per fare il grande salto verso lo status di contender perenne al titolo. All’epoca i Sonics rappresentano infatti uno dei più interessanti ed innovativi esperimenti di basket della lega. Sono una squadra atletica, che ama giocare una difesa aggressiva che le consente di correre in contropiede e produrre spettacolari giocate in campo aperto grazie soprattutto ai suoi due giovani leoni, come detto Kemp e Payton. I limiti della loro esuberanza ed inesperienza vengono spesso temperati dalla presenza di un gruppo di veterani di grande tecnica, come il versatile Sam Parkins, i tiratori Ricky Pierce ed Eddie Johnson o il difensore Derrick McKey. Il mix consente a Seattle una versatilità difficilmente immaginabile su un campo da basket. Il potenziale a disposizione di coach George Karl, un geniale allenatore proveniente dalla scuola di Dean Smith a North Carolina, è dunque immenso e questi lo sfrutta con grande abilità. Sotto la sua guida, nel 1993 Seattle raggiunge infatti la finale di conference, la prima dal 1987. Di fronte però c’è la migliore squadra del campionato: i Suns di Charles Barkley. Per la natura stessa delle squadre, buona parte della serie ruota attorno al duello nel duello, vale a dire quello delle ali grandi: Barkley vs Kemp. La sfida è spettacolare, e Shawn a tratti riesce a giocare alla pari con il suo più esperto avversario. In gara 5 segna 33 punti mentre in gara 6, di fronte ad una possibile eliminazione, vince nettamente il duello con Barkley, segnando 22 punti conditi da 15 rimbalzi e 3 stoppate. Ma alla fine a prevalere è il più esperto Sir Charles, che in quella stagione – la sua migliore di sempre – è un uomo in missione, alla caccia del tanto agognato titolo. I Sonics escono dalla serie nel deserto dell’Arizona, ma a testa alta. Si arrendono solamente in gara 7, davanti ad una prestazione da playstation di Barkley: 44 punti con 19 su 22 ai liberi e 24 rimbalzi, di cui 10 in attacco.

La stagione successiva, nel 1993-94 la rivoluzione non avviene più solamente nella western conference, ma in tutta la NBA. Michael Jordan si ritira. Senza il signore degli anelli, qualsiasi franchigia anche solo in possesso di vaghe aspirazioni al titolo sente che il miracolo è possibile. Di tutti i pretendenti, i Sonics sono quelli che vantano maggior credito presso gli esperti. La fiducia sembra ampiamente giustificata. Il GM Bob Whitsitt aggiunge ad un roster già altamente competitivo la versatile guardia difensiva Kendall Gill e il tuttofare Detlef Schrempf, un utilissimo giocatore d’equilibrio, che in passato con i Pacers ha vinto per ben due volte il titolo di miglior sesto uomo dell’anno. La regular season è trionfale: 63-19 di record, il migliore della lega. Seattle inizia il campionato in modo perentorio, con dieci vittorie consecutive. E lo chiude con un 24-5 negli ultimi due mesi. Kemp, se guardiamo ai numeri, ormai è un giocatore solidissimo, praticamente al confine con lo status di stella: segna 18,1 punti, prende 10,8 rimbalzi e smazza 2,6 assist. A tutto questo ben di Dio aggiunge anche 2 stoppate abbondanti e quasi 2 palle rubate a partita, che per un’ala forte sono tutt’altro che poche. In campo è il solito spettacolo: uno degli highlights più comuni dell’epoca è Payton in contropiede che lancia in aria un pallone. Il lob sembra destinato a perdersi, ma dal nulla sbuca Kemp che, correndo come una guardia, schiaccia a canestro con violenza, facendo esplodere l’entusiasmo nel palazzetto. Così praticamente in ognuna delle 82 gare di regular season. Poi però a fine aprile si aprono le porte dei playoff, e nella NBA si inizia a fare sul serio. Il primo turno tuttavia sembra niente più che una formalità: il tabellone oppone ai Sonics i fragili Denver Nuggets, una squadra giovane e inesperta, qualificatasi come ultima testa di serie, con il non entusiasmante record di 42-40. Gara uno fila liscia come da copione. In altri termini si tratta di un massacro: 106-82 per i Sonics, che già all’intervallo sono avanti 63-37. Gara due è più equilibrata, ma alla fine la spunta sempre la squadra di Kemp. Due vittorie a zero: ne manca una e il primo turno è archiviato. Uscendo dal campo i tifosi di Seattle incitano i propri beniamini cantando: “Sweep! – Sweep!” La serie si sposta tra le montagne del Colorado, dove tutti pensano che finirà. Tutti meno i Nuggets, che in gara 3 sorprendono il mondo dei canestri con un’inopinata vittoria per 110 a 93. Gara 4 è una battaglia che finisce all’overtime. Ma ancora una volta è Denver a vincere. Incredibilmente si torna a Seattle per la gara decisiva. Altra battaglia. E altro overtime. E altra vittoria dei Nuggets. Si tratta di un miracolo: nella storia dell’NBA nessuna ottava testa di serie ha mai sconfitto la numero uno. Denver ci riesce, per giunta rimontando un deficit di 0-2. Dan Issel, il coach della squadra del Colorado esulta: “This was the biggest upset in the history of the Denver Nuggets.” In realtà è possibile che abbia peccato di modestia: è semplicemente una delle più grandi sorprese sportive di tutti i tempi. Ma perché avviene? Come sempre dietro una Caporetto ci sono molti motivi che si intrecciano inestricabilmente uno sull’altro. I primi a venire in mente sono le prestazioni non entusiasmanti di Kemp e soprattutto di Payton, il quale per cinque gare gioca costantemente al di sotto del suo livello abituale. Oppure l’inquietante presenza difensiva di Dikembe Mutombo, il centrone dei Nuggets che stoppa qualsiasi cosa entri in area e, così facendo, spegne il “flying circus” dei giovani super atleti di Seattle. Tanto per dare un’idea, con 31 stoppate complessive Mutombo frantuma il record per una serie di 5 partite. Ma soprattutto emerge un problema mentale. Su un campo da basket non esiste un singolo aspetto tecnico dove Seattle sia inferiore ai Nuggets: per forza il problema deve annidarsi lì in quella zona d’ombra che le statistiche non sono in grado di raccontare. I Sonics hanno iniziato la stagione da favoriti assoluti, con l’unanime fiducia di tutti gli esperti. La pressione di essere all’altezza delle aspettative di tutti è una forza che può sgretolare la coesione di una squadra molto più che il talento degli avversari che si trova ad affrontare sul campo. Molti puntano l’indice contro George Karl. È un allenatore di indubbio talento, anzi, uno dei migliori in circolazione in America. Quando si tratta di disegnare X e O su una lavagna o di organizzare un sistema di gioco ha pochi uguali, anche nella NBA. Ma ha un carattere difficile, che trasmette ansia e instabilità ai propri giocatori. Di fronte alla pressione psicologica delle grandi sfide sportive, una squadra guidata da lui è più facile che ceda, piuttosto che superi l’ostacolo. Anche in questo caso, tenete a mente il concetto. Ci tornerà utile per spiegare lo schizofrenico andamento delle successive stagioni dei Sonics.

La regular season 1994-95 scivola via sulla falsariga di quella precedente. Seattle è sempre tra le favorite; i giocatori sono sempre gli stessi e il campionato finisce sempre bene, con un record di 57-25, meno scintillante di quello dell’anno prima ma comunque di tutto rispetto. Kemp migliora ancora: 18,7 punti, 10,9 rimbalzi e un sontuoso 55% dal campo. Poi arrivano i playoff. Di nuovo. Mentalmente la situazione è simile a quella dell’anno prima: attorno a sé Seattle continua a sentire la pressione. Se nel 1994 tutti aspettavano di vedere i Sonics per confermare le proprie aspettative, nel 1995 tutti aspettano di vedere come reagiranno dopo la batosta inflitta da Denver. La risposta è: male, anzi malissimo. Gli avversari questa volta sono i Los Angeles Lakers di Nick Van Exel, Cedric Ceballos, Eddie Jones e Vlade Divac. E’ una squadra giovane e piena di entusiasmo, che dopo anni di assenza riporta la città degli angeli alla post season. Se vogliamo sono l’equivalente dei Nuggets dell’anno precedente. Ma niente che Seattle sulla carta non possa gestire. Ma come detto rimane la pressione di vincere, che ora è addirittura doppia: per lavare l’onta dell’anno precedente e perché Seattle rimane più forte. Gara uno ancora una volta è un massacro a favore di Seattle: 96-71. Poi i fantasmi del passato iniziano a riemergere. Gara due finisce 84 a 82 per i Lakers. Durante l’incontro un’interruzione di energia lascia il Tacoma Dome al buio per venti minuti. Quel black-out sarà anche quello di Seattle, la quale perde le successive due gare al Forum di Inglewood. Incredibilmente i Sonics escono al primo turno per il secondo anno consecutivo. Kemp ancora una volta gioca un’ottima serie: chiude con 24,8 punti di media e 12 rimbalzi. Ma non è sufficiente. Molti parlano di smantellare una squadra stracolma di talento ma mentalmente fragile, dalla chimica di gioco difficile, che non riesce a produrre risultati decenti quando conta. L’idea in fondo circola già dopo la clamorosa débâcle contro Denver. In quell’estate Kemp va molto vicino ad una trade con i Bulls, i quali lo avrebbero volentieri scambiato alla pari con Scottie Pippen. L’accordo salta solo a causa dei tifosi di Seattle che inscenano un’autentica rivolta popolare contro la partenza del loro beniamino. Bob Whitsitt, un po’ controvoglia, decide invece di avere pazienza, e concede a questo gruppo un’ultima chance.

La stagione 1995-96 è quella della svolta. I Sonics compiono un restyling a ogni livello. Per prima cosa svecchiano logo e uniformi, passando dal mitico ma datato simbolo verde/oro con lo skyline della città ad un altro più dinamico e aggressivo. Traslocano poi dallo scialbo Tacoma Dome alla Key Arena, a downtown Seattle. La loro nuova casa in pratica altro non è che il vecchio Seattle Coliseum ristrutturato, ma il nuovo palazzetto si rivela sin da subito uno luogo perfetto per il basket: piccolo, accogliente e rumoroso, dove il calore e l’entusiasmo dei tifosi sembra quasi che tracimi in campo. Infine vengono compiuti alcuni piccoli ma importanti ritocchi al roster: via il problematico Kendall Gill e dentro il tiratore Hersey Hawkins, un solido veterano che dà un nuovo e più solido equilibrio all’intera squadra. I Sonics volano letteralmente per tutta la stagione: vincono 64 partite, chiudendo con un incredibile record di 38-3 in casa, dove risultano praticamente imbattibili. Ad un certo punto inanellano persino 14 vittorie consecutive. Il loro gioco fatto di pressing, difesa a tutto campo e continui raddoppi consente loro di essere ancora una volta i primi ad ovest. Kemp in questo sistema all’insegna del dinamismo si trova benissimo. Divide la leadership con Payton e le sue statistiche risultano ancora una volta in ascesa: 19,6 punti, 11,4 rimbalzi e 2,2 assist. Oltre alle solite truculente 1,6 stoppate a partita. All’inizio dei playoff i Sonics godrebbero in teoria del favore del pronostico. Ma nessuno si fida completamente di loro: con la lunga sequela di fallimenti che macchia la loro reputazione, tutti hanno ormai imparato a non dare nulla di scontato. Ricordate la storia del soffrire la pressione? Complice la sfiducia originata dal tragico finale delle due stagioni precedenti, questa volta Seattle inizia l’avventura nei playoff con meno aspettative del solito. Per una squadra dalla psiche così fragile, è la situazione ideale. Da maggio all’inizio di giugno i Sonics mettono a ferro e fuoco la western conference. Battono Sacramento 3-1 al primo turno, asfaltano i campioni in carica di Houston con un brutale 4-0 e infine, seppur a fatica, liquidano gli Utah Jazz 4-3. Incredibilmente, per la prima volta dal 1979, sono in finale. Tutto molto bello, ma chi sono gli avversari che vengono dall’est? Un cliente molto poco trattabile: i Chicago Bulls delle 72 vittorie, guidati da un Michael Jordan in modalità terminator.

Le prime tre partite della serie sono altrettante vittorie di Chicago, una più netta dell’altra. In gara tre a Seattle i Bulls passeggiano 108 a 86 con MJ che in scioltezza segna 36 punti. Dennis Rodman intanto domina a rimbalzo e con i suoi trucchetti irride tutti i lunghi di Seattle spediti sulle sue piste per provare a contenerlo. Sembra finita: nella storia dell’NBA nessuna squadra ha mai rimontato da 0-3 in una serie di playoff. Ma a questo punto ritorna ad emergere il solito schema mentale sotteso da anni alle paradossali prestazioni dei Sonics. Non hanno più pressione addosso, perché tutti ormai li danno per sconfitti. E quindi automaticamente giocano meglio. Gara quattro è un altro blowout, ma questa volta è Seattle a infliggerlo. 107-86, un punteggio quasi speculare alla gara precedente. Kemp segna 25 punti con 11 rimbalzi, inclusa un’irreale schiacciata di rovescio sulla linea di fondo che entra di diritto nelle giocate più spettacolari delle finali. Poi viene gara cinque: altra vittoria Sonics sulle ali dell’entusiasmo. Kemp ancora mostruoso: 22 + 10. Per gara sei la serie torna a Chicago, dove il clima si è fatto teso. La città ora trema di paura. Ron Harper e Scottie Pippen sono fisicamente malmessi; Kukoc e Kerr faticano a dare un contributo costante. E Seattle sembra faccia davvero sul serio. Dopo gara tre Karl consente a Gary Payton di marcare direttamente Jordan. Mandare il proprio playmaker sulle piste del migliore giocatore avversario è una mossa rischiosa: c’è la possibilità che Payton si esaurisca nel tentativo di contenere MJ. Ma è pur sempre vero che la guardia di Seattle è uno dei migliori difensori della lega. Il suo soprannome “The Glove” deriva proprio dalla sua difesa asfissiante, che avvolge l’avversario come un guanto. La mossa tattica paga immediati dividendi. Nelle prime tre partite Jordan ha segnato rispettivamente 28, 29 e 36 punti, con il 46% al tiro. Nelle restanti tre gare la sua media crolla a 23,7 con un misero 36,7%. Gara sei è una guerra di logoramento e di nervi, uno scontro all’insegna di un gioco difensivo e terribilmente fisico. Ma è il basket preferito da Chicago, che alla fine, grazie alla diabolica attività di Rodman a rimbalzo, la spunta 87-75. Phil Jackson non a caso ammette: “It’s a relief to win rather than an exultation.” E Kemp? Gioca semplicemente il miglior basket della sua carriera: si trova a fronteggiare la migliore difesa della lega ma se la cava alla grande. Segna una media di 23,3 punti tirando con il 55% dal campo. Alla fine, quando si tratta di eleggere l’MVP delle finali, il suo nome sfiora incredibilmente quello di Michael Jordan. Dopo Jerry West, unico giocatore a vincere il premio da sconfitto, sarà il giocatore ad andare più vicino a questo paradossale exploit.

La stagione 1996-97, che tutti pronosticano come quella della consacrazione definitiva di Seattle e di Kemp, segna invece l’inizio della parabola discendente di entrambi. Si parte subito con il piede sbagliato, tra polemiche e tensioni. Il GM Whitsitt, nel tentativo di rafforzare la squadra con una forte presenza d’area, firma da Washington il centro Jim McIlvaine. Un rigido totem di 2 metri e sedici che su un campo da basket sa fare poco altro che correre e stoppare. L’errore non risiede tanto nel puntare su di lui, quanto sulla cifra sproporzionata che i Sonics decidono di investire per assicurarsene i servigi: 33,6 milioni di dollari a fronte di un miserevole rendimento da 2,3 e 2,9 rimbalzi. Kemp è imbestialito. Vanta cifre dieci volte superiori, ha appena portato la squadra di peso in finale, ma rispetto al nuovo compagno ha un contratto economicamente di gran lunga inferiore. Prende la situazione da un punto di vista personale, come uno sfregio al suo status di giocatore. Ad un certo punto minaccia persino di non scendere in campo per la stagione. Il problema è che la dirigenza ha le mani legate: le regole non le consentono di rinegoziare il contratto con la propria stella sino all’ottobre 1997. Kemp lo sa; forse è anche per questo motivo che alla fine il suo paventato sciopero non si concretizza, ma la sua stagione sarà comunque un continuo mugugno. Dall’esterno, l’impressione che l’opinione pubblica ricava è quella di un personaggio viziato e volubile, che monta una pretestuosa scenata simile ad un capriccio infantile. Destabilizzati da questo conflitto latente, i Sonics, da squadra del futuro, si mutano in un congegno ad orologeria pronto ad implodere. E la miccia è accesa proprio dal comportamento di Shawn. Il vero turning point della stagione è la gara del 2 febbraio 1997. In città arrivano i Bulls di Jordan. Non è un semplice incontro di regular season: è una riedizione della sfida di finale dell’anno precedente ed insieme un test per entrambe le squadre in vista di un rematch che sembra molto probabile, visti i valori tecnici in campo. I Sonics falliscono miseramente. I Bulls, pur senza Rodman e con Pippen e Kukoc non in serata, fanno quello che in America chiamano “statement game”, una gara dove mandano il chiaro segnale che i più forti sono ancora loro. Jordan segna 45 punti. Kemp invece è irreale, ma in senso negativo. Non tanto nei numeri, quanto nell’atteggiamento con cui scende in campo. Appare svogliato, spento e lontano dal gioco. Un approccio che non lo ha mai contraddistinto in tutta la sua carriera. Poco dopo, la stampa diffonde la notizia che la notte prima di quella gara Shawn è stato visto folleggiare per i locali di Seattle. Non si sa in compagnia di chi, né quali sostanze si sia messo in corpo. I compagni si stringono attorno a lui, ma di fatto, da un punto di vista emotivo, la stagione dei Sonics finisce lì. Tra mille polemiche riusciranno a trascinarsi in semifinale di conference, dove gli Houston Rockets porranno fine alla loro agonia in sette gare.

Da qui in avanti per Kemp sarà una lunga discesa. Nella offseason del 1997 Seattle orchestra una blockbuster trade e lo cede ai Cleveland Cavs, sostanzialmente in cambio del pari ruolo Vin Baker. I Sonics ancora non lo sanno, ma hanno appena ceduto un giocatore con problemi in cambio di un altro con altrettanti demoni personali pronti ad emergere. Nemesi, la dea greca della giustizia che opera nelle alterne vicende della storia, da lassù sghignazza soddisfatta. Ma torniamo a Kemp. Nella nuova squadra gioca tutto sommato bene: è il leader assoluto, tuttavia le sue statistiche per la prima volta in carriera subiscono una lieve flessione. Porta i Cavs ai playoff, dove però vengono brutalmente eliminati al primo turno dagli Indiana Pacers. La stagione successiva, nel 1998, è quella accorciata che passa alla storia per il lockdown. Quando il mondo dei canestri, un po’ a sorpresa riparte, Kemp si ripresenta in palestra in una forma fisica oscena. Addosso ha 20/25 chili di grasso in più, e questo è solo il fardello visibile. Da un punto di vista mentale la dipendenza da alcool e droga è un peso, forse non ancora evidente, ma infinitamente più condizionante. Mike Fratello, il coach dei Cavs, che ancora non intuisce la gravità della situazione in tutta la sua portata, vedendolo il primo giorno di training camp riamane esterrefatto: Shawn, ma cosa è successo?” Kemp si giustifica con disarmante candore: “Coach, non pensavo che saremmo ritornati a giocare… Quell’anno i Cavs terminano con un record perdente per la prima volta dal 1991 e non si qualificano nemmeno per la post season. Tempo un altro anno e anche Cleveland si stanca e lo scambia a Portland, forse il peggiore ambiente in cui Kemp possa capitare. I Trail-Blazers di quegli anni sono sinistramente noti come i “Jail-Blazers”, per via dei continui problemi con la giustizia da parte dell’accozzaglia di teste disabitate che compongono la squadra dell’Oregon. In questo contesto disfunzionale Kemp affonda sempre più nelle sabbie mobili delle proprie difficoltà. Sul campo è ormai la brutta copia di sé stesso. L’atletismo è evaporato del tutto: le sue scarpe non riescono più a schiodarsi da terra e in attacco si limita a scagliare tiri dalla media distanza, con una precisione via via sempre minore. Ad un certo punto, notando il disagio di Shawn, Steve Smith e Scottie Pippen, tra i pochi giocatori di quella squadra dotati di un cervello e di un’anima, lo convincono a sottoporsi ad un programma di riabilitazione. Ne va della sua vita, non solo della carriera NBA. La parabola della sua avventura tra i professionisti ormai è sul punto di spegnersi. Nel 2002 si gioca le sue ultime chance. Gli Orlando Magic lo firmano come free agent. Falcidiati dagli infortuni e bisognosi di un uomo d’area decidono di rischiare. Il contributo alla causa col quale Kemp li ripaga sarà di 6,8 punti, 5,7 rimbalzi e un orrendo 42% al tiro. Ma più di ogni altra cosa ad impressionare è lo stato in cui Kemp è ridotto. Pesa un numero irreale di chili e addirittura non riesce nemmeno più a schiacciare. Quando un assist di Tracy McGrady lo trova smarcato nei pressi del canestro, Shawn si limita ad appoggiare la palla al vetro. La scena è un supplizio che stringe il cuore. A tutti: ai fan che conservano nella memoria un’immagine diametralmente opposta a quella offerta dal campo e forse a Kemp stesso, che per primo si rende conto di quanto in basso sia caduto. Kemp gioca la sua ultima partita NBA il 4 maggio 2003, all’età di 33 anni. È una gara sette del primo turno di playoff contro i Detroit Pistons. Shawn mette a referto 0 punti, 0 rimbalzi, 0 assist con 0 su 0 al tiro in 1 minuto e 39 secondi di gioco. Evita l’umiliazione di “deporre un uovo” solo perché commette un fallo. Gli Orlando Magic perdono una serie in cui ad un certo punto hanno condotto per 3 a 1. The Reign Is Over.

La memoria di Shawn Kemp oggi sopravvive a fatica, in un continuo mescolarsi di luci ed ombre fortissime. Il fatto di aver giocato per una squadra che ora non esiste più, e di aver avuto una carriera tanto travagliata, di certo non sono fattori che aiutino la formazione di una “legacy” ovvero una contestualizzazione storica che lo riconosca come un anello all’interno di una catena, mettendone in risalto l’impatto fortissimo che ha avuto sullo sviluppo del gioco. Credetemi, per buona parte della sua carriera Shawn Kemp è stato uno dei giocatori più spettacolari di sempre, uno dei pochi capaci di fare letteralmente sobbalzare gli spettatori sulla sedia. Alcune delle sue giocate sono entrate di diritto nel ristretto pantheon dei gesti atletici più incredibili dell’NBA. Se non mi credete, andate su YouTube e digitate semplicemente: “Kemp-Dunk-Lister”. Dalla lista che si apre scegliete a caso uno degli innumerevoli filmati che ripropongono un’azione di una partita di playoff del 1992 tra Seattle e Golden State. E godetevi l’irreale spettacolo di Kemp che, dopo aver ricevuto palla sul perimetro, con due passi decolla verso il canestro travolgendo il malcapitato Alton Lister che osa mettersi sulla sua strada per contrastarlo. Ecco, Kemp era questo, ma sarebbe potuto essere anche molto di più perché, oltre all’atletismo, possedeva una tecnica incredibile che lo rendeva un tiratore pericolosissimo e un passatore affidabile. La sua media punti all’apice della carriera può non essere elevata, ma questo è dovuto al fatto di aver giocato in una squadra molto forte, piena di giocatori in grado di segnare e con i quali condividere la leadership. Kemp non è mai stato un giocatore egoista o un mangia palloni. Ma “The Reign Man” ha anche un lato oscuro, purtroppo. Insieme a Rasheed Wallace e Latrell Sprewell – solo per fare alcuni esempi – incarna il simbolo di una generazione di giocatori fiorita a metà degli anni Novanta, talentuosa, eccitante, ma connotata da sinistri aggettivi quali strapagata, viziata ed egoista. Non certo dei role model. Tuttavia è innegabile come Kemp, entrando direttamente nella lega a 19 anni, senza giocare al college, sia stato un precursore che ha aperto e facilitato l’ingresso di giocatori delle high school quali Kobe Bryant, Kevin Garnett e LeBron James. Ed è altrettanto indiscutibile che parte della clamorosa esplosione di popolarità dell’NBA sia dovuta allo spettacolo che l’ala dei Sonics sapeva offrire sul campo. L’entusiasmo di quegli anni si è rivelato effimero, ma era pur sempre entusiasmo. Genuino, per quanto mi è dato ricordare. Ne sono d’altra parte un testimone diretto. Anni fa, nel gennaio del 1997, prima della diffusione di internet e del merchandising acquistabile on line, il mio amico ed io decidemmo un giorno di andare a Milano alla volta di un oscuro negozietto che vendeva articoli NBA di importazione. Ne avevamo visto la pubblicità sulle pagine di American Superbasket, una rivista sportiva che per noi aveva un’importanza paragonabile a quella della Bibbia e della Costituzione messe assieme, giusto per non scontentare nessuno. Fu un pellegrinaggio, insomma. Il nostro scopo era di accaparrarci qualche frammento del magico mondo del basket americano, che allora potevamo solamente ammirare in televisione. La combinazione tra vacanze scolastiche e mance natalizie dava all’idea un fascino tutt’altro che discreto. Per un prezzo sanguinoso io comprai un’uniforme di gioco dei Seattle Supersonics. Quale? La numero 40 di Shawn Kemp, ovviamente. Nel mio armadio conservo ancora quella maglia. L’episodio in sé non è certo memorabile, ma dà un’idea del livello di popolarità che quel giocatore aveva raggiunto sul finire degli anni Novanta. È il potere di attrattiva che esercitava sugli appassionati del basket americano. Certo, è un peccato che la sua storia umana e sportiva porti con sé aspetti tanto tristi e che non sia riuscita a svilupparsi raggiungendo tutti i traguardi alla sua portata. Ma questo triste destino, rispetto ai mostri sacri dello star-system del basket, avvolti in un’aurea semi divina spesso artefatta, lo rende un personaggio più vicino alla vita delle persone comuni. Le quali cadono, si rialzano, cadono di nuovo, e in genere, in tutto questo saliscendi, difficilmente realizzano al massimo le proprie potenzialità. È bello avere lontani, forse inarrivabili modelli ideali ai quali tendere; ma anche la vicinanza di imperfetti compagni d’avventura nei quali riconoscersi non è poi tanto male. E chi ha mai detto che ci sia da imparare solamente dagli esempi positivi?

 

Le statistiche di carriera di Shawn Kemp

Stagione G.P. PPG RPG APG FG% FT% 3FG% BPG
1989-90 81 6.5 4.3 0.3 .479 .736 .167 0.9
1990-91 81 15.0 8.4 1.8 .508 .661 .167 1.5
1991-92 64 15.5 10.4 1.3 .504 .748 .000 1.9
1992-93 78 17.8 10.7 2.0 .492 .712 .000 1.9
1993-94 79 18.1 10.8 2.6 .538 .741 .250 2.1
1994-95 82 18.7 10.9 1.8 .547 .749 .286 1.5
1995-96 79 19.6 11.4 2.2 .561 .742 .417 1.6
1996-97 81 18.7 10.0 1.9 .510 .742 .364 1.0
1997-98 80 18.0 9.3 2.5 .445 .727 .250 1.1
1998-99 42 20.5 9.2 2.4 .482 .789 .500 1.1
1999-00 82 17.8 8.8 1.7 .417 .776 .333 1.2
2000-01 68 6.5 3.8 1.0 .407 .771 .364 0.3
2001-02 75 6.1 3.8 0.7 .430 .794 .000 0.4
2002-03 79 6.8 5.7 0.7 .418 .742 .000 0.4