Simply the greatest undersized big man we’ve ever seen. And so entertaining, in terms of personality, that he remains as popular as any figure in the sport … long after he stopped actually playing.
Stein

Uno degli aspetti più insensati – e per questo più divertenti – di qualsiasi sport sono le innumerevoli e ipotetiche classifiche che gli appassionati compilano in merito a squadre, giocatori, ruoli o qualsiasi altro dettaglio anche solo vagamente catalogabile della loro passione preferita. Per esempio: qual è la migliore (o peggiore…) squadra di tutti i tempi? E il più grande giocatore? O ancora: l’attaccante più pericoloso ed il difensore più insuperabile? Nel mondo degli sport americani questa insana passione è da tempo sfuggita ad ogni sorta di controllo, ammesso che lo sia mai stata: vagabondando per il web può tranquillamente capitare di imbattersi in bislacchi ranking riguardanti il giocatore più spassoso davanti ad un microfono in sala stampa o quello con il soprannome più evocativo. Senza scadere a simili livelli di ridicolo, mi rendo perfettamente conto di come in astratto non abbia alcun senso andare in cerca di costanti che ci permettano di stabilire razionali comparazioni tra giocatori o squadre di epoche anche molto distanti fra loro. In fondo però non stiamo parlando di fisica nucleare: discutiamo di sport, ossia di una delle invenzioni meno razionalizzabili partorite dall’essere umano. Confesso inoltre di nutrire il forte sospetto che il senso del calcio, del basket o del football non risieda tanto nell’evento sportivo in sé, quanto nelle infinite narrazioni che la gente imbastisce al bar, con gli amici o sui siti. Accapigliarsi come bambini di sei anni intorno all’annosa questione se Bill Russell sia stato un centro migliore di Wilt Chamberlain o se LeBron James sia più forte di Michael Jordan è una cosa che dona un morboso piacere che è inversamente proporzionale alla sensatezza del discorso… Per questo oggi mi piacerebbe esprimere un paio di commenti sulle migliori power forward della storia della NBA. (Ah, per la cronaca: Russell e MJ tutta la vita. Sorry Wilt and LeBron…)

Già, ma chi è la migliore ala forte ad aver mai calcato i lucenti parquet di “The League”? Dalle ricerche che mi sono divertito a fare emerge un’unanimità assoluta: Tim Duncan. Praticamente non si può trovare un giornalista, esperto o anche solo tifoso che non posizioni l’ex stella dei San Antonio Spurs in vetta alla piramide delle più grandi power forward di tutti i tempi. Piaccia o no, è quasi impossibile non trovarsi d’accordo: 5 titoli NBA; 2 trofei di MVP della regular season e 3 delle Finali; 15 volte nel quintetto all-NBA e Rookie of the year nel 1997-98, così tanto per non farsi mancare nulla. Già questa sfilza di traguardi e riconoscimenti basterebbe a troncare la discussione, ma c’è anche tutto il resto: una tecnica sopraffina, sia indifesa che in attacco, accoppiata ad un’intelligenza cestistica del tutto fuori dal comune. Tim molto semplicemente è stato un giocatore senza punti deboli. Persino nelle rare giornate difficili, quelle in cui faticava a mettere punti sul tabellone, poteva trovare mille modi per dominare silenziosamente una partita: con i rimbalzi, con la difesa o coinvolgendo i propri compagni. Giustissimo che sia considerato come l’indiscusso numero uno del suo ruolo. Ma chi dopo di lui? Dalla seconda posizione in giù la fantasia popolare abbandona ogni freno e viene giù un diluvio di nomi. Solo per citare alcuni dei duellanti: Karl Malone, Kevin Garnett, Dirk Nowitzki, Kevin McHale, Bob Pettit, Elvin Hayes, Pau Gasol, Dennis Rodman, Chris Webber, Shawn Kemp, Bob McAdoo, Dolph Schayes, James Worhty… e l’elenco potrebbe continuare all’infinito. In questa ridda di nomi quello di un certo Charles Barkley in genere rimbalza (è proprio il caso di dirlo…) tra la 4° e la 10° posizione. Sinceramente trovo che uno dei giocatori più spettacolari, anomali e carismatici di tutti i tempi meriti maggior credito. Le righe che seguono sono la mia personale arringa in favore di uno degli idoli della mia infanzia sportiva…

Partiamo da un semplice numero, il più oggettivo e limitante di tutti, quello sul quale gli allenatori americani sono soliti sentenziare: “You can’t teach height!”. 194 centimetri di statura. Un’ottima altezza per una guardia o un’ala piccola, ma se il tuo ruolo naturale è quello di ala grande? Certo, puoi sopravvivere su di un campo da gioco, ma significa anche dover affrontare tutte le sere un pariruolo avversario a cui puoi rendere una decina buona, se non di più, di centimetri e chili. In una posizione piuttosto statica e gravitante intorno al canestro, come quella di power forward degli anni 80-90, la cosa può essere un problema non da poco, a dispetto di tutto il talento che le divinità del basket ti hanno donato. Per questo “l’altezza non si insegna”. Ecco, Charles Barkley, ala forte entrata nella NBA nel 1984 dalla Auburn University, era appunto alto 1 metro e 94 centimetri. Lasciate perdere l’assurdo 6-6 che figura ancora su guide e siti ufficiali, è un numero completamente falso. Per tutte le 16 stagioni della sua carriera, Sir Charles ha battagliato contro avversari più alti e grandi di lui. E non è che sia andata malaccio, anzi. Facciamo un giochino: prendiamo le statistiche di carriera di Duncan (211 cm. per 113 kg.) e mettiamole vicino a quelle di Barkley

Oh, oh. A parte le stoppate e le gare giocate (una cifra comunque comparabile, 1392 vs. 1073) Barkley vince in tutti gli altri campi: media punti, rimbalzi e assist; percentuale di tiri dal campo, da tre e liberi; oltre a palle rubate e media di minuti giocati. Questa sorprendente constatazione ci porta da sola nel cuore della discussione: più che una superstar NBA, Barkley è stato una delle più singolari anomalie ad aver mai zampettato su un parquet. Un’ala sottodimensionata ma atletica e tecnica allo stesso tempo, in grado di dominare a rimbalzo e trascinare la propria squadra segnando valanghe di punti in praticamente qualsiasi modo, dalla linea del tiro da tre, con jumper dalla media distanza o meglio ancora mettendo la schiena a canestro e tirando in fade-away, il suo marchio di fabbrica. Attualmente tutto questo può sembrare normale. Il ruolo di power forward è quello che maggiormente ha risentito dell’attuale cambiamento nello stile di gioco. Molte ali grandi di oggi hanno nel proprio bagaglio tecnico capacità come il saper giocare sulla linea dei tre punti o palleggiare lontano dal canestro: Draymond Green, Kevin Love o Anthony Davis fanno tutto questo regolarmente, oltre al solito repertorio da lungo. Ma ad inizio degli anni ‘90 una versatilità così totale era più unica che rara: Barkley insomma è stato un giocatore in anticipo sui tempi. Per anni il suo highlight tipo è stato: rimbalzo difensivo strappato ad un tizio più alto di lui, irridente slalom in palleggio tra difensori incapaci di fermarlo e chiusura del coast-to-coast con una roboante schiacciata a due mani nel canestro avversario. Se siete stati adolescenti sul finire degli anni 80, e contemporaneamente appassionati di NBA, questa descrizione deve per forza richiamarvi alla mente delle immagini; e sono pronto a scommettere che una delle prime cose ad affiorare dalla nebbia dei ricordi sia la maglia n. 34 rossa dei 76ers o quella viola dei Phoenix Suns.

Ma torniamo per un attimo a mettere a confronto altri numeri delle carriere di Barkley e Duncan:

Questa volta “Oh, oh” per Duncan. Barkley non ha mai vinto un titolo NBA e solo una volta, nel 1992-93, è stato nominato miglior giocatore della regular season. Come mai? Purtroppo per lui la sua carriera nella Lega ha quasi sempre significato la militanza in squadre mediocri. Nel 1984 viene scelto da Philadelphia, una delle franchige storiche della NBA. I 76ers hanno vinto il titolo solo due anni prima, spazzando via in finale nientemeno che i Lakers di Jabbar e Magic Johnson. Sembrerebbe la situazione ideale: Philly è una delle città che più amano il basket ed è la squadra di leggende come Julius Erving, Moses Malone, Bobby Jones e Maurice Cheeks. Tutti questi grandi giocatori sono ormai avviati sul viale del tramonto e il giovane Barkley sembra proprio l’ideale per prolungare il ciclo della squadra. In effetti nel suo anno da matricola disputa subito i playoff e raggiunge la finale di conference. Si direbbe un ottimo inizio ma questo risultato rimarrà a lungo il suo punto più alto toccato nell’iper-competitiva postseason NBA. La Eastern Conference di allora trabocca di ottime squadre in feroce competizione fra loro: i Pistons di Thomas e Dumars, i Bulls di Jordan e Pippen, i Knicks di Ewing, i Cavaliers di Price e Nance o i Bucks di Moncrief e Cummings. Per Philadelphia è impossibile farsi largo ed emergere in un simile contesto, anche con Barkley, il quale nel frattempo colleziona inverosimili numeri da Playstation: nel 1987 cattura 14.6 rimbalzi di media diventando il giocatore più basso nella storia a vincere questa classifica; nel 1990-91 invece segna 27.6 punti di media, ai quali aggiunge 10.1 rimbalzi e 4.2 assist. I Sixers però, complici alcune delle scelte dirigenziali più demenziali della storia di ogni sport professionistico, peggiorano di anno in anno. Il loro owner Harold Katz riesce ad inanellare una serie di perle da Hall of Fame degli orrori. Nonostante siano passati oltre 30 anni, in molti articoli sportivi in internet, è ancora possible trovare sentenze di cassazione come: “Harold Katz, and the decision makers he hired at various points beneath him, killed basketball in this town…” Solo a titolo di esempio: cede la prima scelta del draft 1986 in cambio di Roy Hinson, precludendosi la possibilità di selezionare Brad Daugherty, decide di puntare tutto sul deludente Shawn Bradley e… cede uno scontento Charles Barkley svendendolo ai Suns in cambio di Jeff Hornacek, Tim Perry e Andrew Lang. A Philadelphia le speranze di avere una squadra competitiva vanno in soffitta per un decennio, ma Sir Charles in compenso va a Phoenix, dove finalmente ha intorno a sé la squadra da titolo che desidera.

Nel 1992, quando Barkley arriva in Arizona, il proprietario dei Suns, lo conduce nell’America West Arena, il nuovo stupendo stadio della squadra. “Guarda lassù! – gli dice indicando la volta del palazzetto – Quegli stendardi c’erano già da prima che tu arrivassi qui e ci saranno ancora dopo che te ne sarai andato. Ma se noti, manca lo stendardo di campione NBA. Ecco perché tu sei qui…” Charles, forse per la prima volta nella propria carriera, gioca come un uomo in missione. Sente che questa è la migliore occasione che abbia mai avuto per vincere un titolo e di conseguenza si prepara sin dalla pre-season come mai ha fatto in passato. I risultati si vedono subito. Conduce Phoenix ad un record di 62-20, il migliore della regular season, garantendole così il fattore campo per tutti i playoff. La squadra è probabilmente la più spettacolare della NBA. I Suns hanno un gioco veloce, sfruttano il tiro da tre e il contropiede, ma all’occorrenza sanno anche giocare a ritmi più bassi, il tutto grazie ad un intrigante mix di veterani e giovani di talento: accanto ai “vecchi” Danny Ainge e Tom Chambers brillano tanti giocatori in ascesa come il playmaker Kevin Johnson, il tiratore Dan Majerle e i tuttofare Cedric Ceballos e Richard Dumas. E poi, ovviamente, al centro dello spettacolo, c’è lui, Sir Charles. Quell’anno con 25,6 punti – 12,2 rimbalzi – 5,1 assist e un irreale 56% nel tiro da due punti viene votato M.V.P. Riconoscimento sacrosanto: con quelle statistiche e i successi di squadra a supporto, nessuno trova niente da ridire. Nessuno tranne lo smisurato ego di un certo Michael Jordan, convinto di essere una specie di M.V.P. perenne. Nel giugno 1993 quando Phoenix e Chicago si incontrano in finale, a MJ, un autentico malato di competitività, brillano gli occhi. Quale occasione migliore per provare che tutti coloro che hanno assegnato il premio a Barkley sono in errore? E così sfrutta quello che lui ritiene un affronto come una motivazione personale. La serie finale che ne esce è semplicemente una delle più belle della storia della NBA. Chicago vince le prime due gare in Arizona, poi i bulls rientrano in Illinois per tre gare consecutive. Il titolo NBA del 1993 sembra a questo punto una formalità. Ma Chicago perde al triplo overtime gara 3 per 129 a 121, vince gara 4 con 55 punti di Jordan, ma viene inopinatamente sconfitta in gara 5. La serie ritorna in Arizona: i Suns per evitare l’eliminazione hanno bisogno di due vittorie consecutive, ma giocano sul loro campo e Chicago appare sempre più stanca di partita in partita. Il miracolo è possibile: i bulls difficilmente sopravviverebbero fisicamente ad una gara 7. Gara 6 è la partita chiave e un “istant classic” allo stesso tempo. Si va all’ultimo tiro: sotto di due punti Scottie Pippen batte il suo uomo e passa a Horace Grant, libero sotto canestro. L’ala dei Bulls potrebbe segnare due punti facili e mandare la partita ai supplementari ma nelle ultime due partite ha segnato 2 punti con 0/9 al tiro ed è in piena crisi di fiducia. Forse per questo motivo, preferisce riaprire sul perimetro, dove è appostato il tiratore veterano John Paxson. Questi, che ha costruito buona parte della sua carriera su tiri del genere, non esita di fronte alla responsabilità. E segna. I Bulls sono incredibilmente avanti di uno. Vinceranno la serie. I numeri di Barkley sono ancora una volta fenomenali: 27,3 punti – 13 rimbalzi – 5.5 assist; ma quelli di Jordan sono semplicemente irreali: 41 punti – 8.5 rimbalzi – 6.3 assist. Sir Charles aggiunge il proprio nome alla lunga lista delle vittime della competitività di Michael Jordan. La stagione 1992-93 rimarrà la migliore occasione di vincere il tanto sospirato anello di campione. Dopo quella storica stagione gli infortuni e un’etica del lavoro e dell’allenarsi non proprio irreprensibili inizieranno a presentare il conto a Barkley. I Suns rimangono una buona squadra: negli anni del ritiro di Jordan molti li pronosticano favoriti per il titolo, ma per due anni di seguito hanno la sfortuna di incrociare nei playoffs gli Houston Rockets di Hakeem Olajuwon, il centro più tecnico della storia del basket. Hakeem è proprio il tipo di giocatore che Phoenix, donut team se mai ne ce n’è stato uno, soffre di più e finirà eliminata per 3-4 due volte consecutive: nel 1994 e nel 1995. Barkley allora tenta un’ultima mossa: ottiene di essere scambiato proprio a Houston. Dirà memorabilmente con il suo tipico spirito: “Se non puoi batterli, unisciti a loro!” Ma ormai è un giocatore vecchio e sovrappeso. Il talento c’è ancora tutto, ma in difesa – mai stato il suo punto forte – è praticamente inesistente. Nella finale della Western Conference del 1997 Karl Malone lo massacra senza pietà segnandogli sopra la testa a piacimento. Sir Charles però non si arrende, gioca un altro paio di stagioni, fino all’8 dicembre 1999, quando durante una trasferta nella sua Philadelphia si infortuna gravemente al ginocchio e termina così la propria carriera.

Oggi Barkley è ancora uno dei volti più famosi e riconoscibili della NBA, grazie soprattutto ai suoi esilaranti interventi nella trasmissione “Inside the NBA” della TNT. Un appassionato che non conosce la sua carriera tende ad associare al suo nome le sue controverse ed irriverenti opinioni piuttosto che le sue immagini da giocatore. Eppure Charles Barkley, per tutto lo spettacolo che per anni ha regalato su un campo da basket, meriterebbe più considerazione. Sapete quanti giocatori nella storia della NBA hanno totalizzato almeno 20.000 punti, 10.000 rimbalzi e 4.000 assist? Solo quattro. I primi tre sono Kareem Abdul-Jabbar, Wilt Chamberlain e Karl Malone. Il quarto? Michael Jordan? No. LeBron James? Nemmeno. Larry Bird? Riprovare, please… Charles Barkley? Esatto, proprio il nostro Chuck. Ok, non ha mai vinto un titolo e alcuni aspetti del suo gioco, come la difesa, non erano certo all’altezza di altri. Ma per lungo tempo è stato costretto a giocare in squadre mediocri e, quando finalmente ha avuto compagni di squadra di valore, ha dovuto scontrarsi contro due dei migliori giocatori di tutti i tempi all’apice delle rispettive carriere: Michael Jordan e Hakeem Olajuwon, i quali, in tutta onestà, disponevano di un “supportig cast” molto migliore di quello di Barkley. Ciononostante, la sua eredità al basket moderno è profonda e impossibile da non riconoscere, oggi più che mai. Mentre scrivo è innegabile come il prototipo di un’ala grande si avvicini più allo stile di gioco di Barkley, piuttosto che a quello di Tim Duncan o Karl Malone. Un “4” del 2020 deve saper tirare da tre, palleggiare, passare e giocare spalle a canestro: tutte cose che Barkley faceva sin dalla metà degli anni ’80. Non è la migliore power forward della storia della NBA; lo ripeto, è giusto che la corona sia di Tim Duncan. La grandezza di Charles Barkley risiede nel suo essere in anticipo sui tempi con la sua versatilità. Spesso non si tratta di segnare tanti punti o di prendere tanti rimbalzi, ma del modo in cui lo si fa. Per cui, sull’onda dei ricordi della mia infanzia, lasciate che dica: “grazie Sir Charles, è stata una fortuna ammirare il tuo talento fuori dagli schemi…