A dispetto del nome da attore di b-movie italiano degli anni Ottanta, il Rifugio Gerli-Porro è uno dei più graziosi della Valmalenco. Il tetto spiovente rosso fragola, la bucolica radura contornata da scure pinete e massi glaciali levigati come uova di dinosauro lo fanno assomigliare alla casetta delle favole. È anche una delle mete dei più facili da raggiungere: basta seguire un comodo sentiero sterrato che sale dal fondovalle e in un’oretta si può tranquillamente appuntarsi sul petto la medaglia di “scalatore della domenica”. La cosa non mi sembra propriamente un bene. È infatti questo il sospetto che continua ad attraversarmi la mente alle undici di questo mattino di metà agosto, mentre, conclusa la mia escursione, ridiscendo verso valle. Mi prefiguro il prossimo inverno, quando in molti dei salotti delle grandi città, più d’un gradasso sventolerà la photogallery dello smartphone sotto il naso di un malcapitato ascoltatore e si borierà: «Ecco, vedi? Sono stato alla Porro…!»

In direzione ostinata e contraria alla mia arranca una variopinta fiumana. Una processione di umanità dolente che compie escursioni con lo stesso timing e atteggiamento con i quali di domenica si va alla cresima del nipotino. C’è di tutto. Famigliole di grossi, grassi culi e oscene panze prolassanti: ondeggiano col passo malcerto dei lardosi, tra le pietre, a zig-zag, ansimando come branchi di ippopotami. Vecchi e vecchie dal ceffo così poco raccomandabile che persino la mia ecumenica gentilezza si ritrae dal farmi pronunciare l’irrinunciabile “buongiorno” da tributarsi a tutti coloro che sul sentiero incrociano il mio cammino. Una signora porta tra le braccia un pinscher nano le cui zampette evidentemente non si sono rivelate adattissime al terreno dell’alta montagna. Lo sorregge affranta, come la madre di Cecilia prima di depositare la sua piccola sul carro del turpe monatto. Giovani coppie di tristi ventenni che portano in volto la condanna a cui sembra votata la loro intera generazione: un’inspiegabile aria di eterna noia, come se tra l’andare in montagna e l’ubriacarsi in solitudine in un bar malfamato non ci fosse poi alcuna differenza. Bimbi e bimbe che, a nemmeno dieci anni di età, sembra possiedano già un master in capricciologia applicata. Schivo una piccola peste che senza motivo apparente sbraita in lacrime nel mezzo del sentiero, di fronte a mamma e papà che la contemplano come due ebeti. Nel mentre mi sfiora un turista tedesco. Ai piedi ha un terrificante paio di Birkenstock, ma soprattutto, in onore ai tre secoli di pensiero filosofico per cui è famoso il suo popolo, sfoggia una t-shirt dalla tragicomica ironia: “Alle wollen zurück zur natur, aber keiner zu fuß” – ossia: “Tutti vogliono ritornare alla natura, ma nessuno a piedi”. Peccato che la mandria sciamante verso il rifugio Porro non sappia tradurre dalla lingua di Schopenhauer e Kant: questo tizio, a sua insaputa, è un monito ontologico ambulante, una Cassandra che squadra i fondamenti dell’essere in quanto tale.

Tutti gli escursionisti che incontro sono equipaggiati, anzi equipaggiatissimi. Un Navy SEAL probabilmente è un pezzente, in termini di valore assoluto della roba che si porta appresso. Scarponi in gore-tex; bastoncini da trekking in alluminio più leggeri di una piuma, tanto che se li lanci potrebbero rimanere sospesi in aria; zaino da astronauta in fibra, occhiali polarizzati – anche se il sole è oscurato dalle nuvole ormai da ore – e ipertecnologici orologi da fitness per farsi dire con esattezza assoluta il proprio imbarazzante grado di disabilità fisica. E poi tutti ciarlano, pontificano, chiosano e sentenziano. Non ce n’è uno che cammini in silenzio. Ognuno pare abbia un’opinione valida e pertinente su ogni ambito dello scibile umano: tassi di interesse bancari, modalità di propagazione dei virus, storia dell’Afghanistan da Alessandro Magno in poi, ingegneria delle costruzioni, persino politiche di calciomercato (ma non si poteva tenere Lukaku, Sant’Iddio?). Forse è una fortuna ascoltare scampoli delle conversazioni di così tanti potenziali premi Nobel. Strano, eppure… Nessuno pare sfiorato da alcune semplici idee basilari… Che forse varrebbe la pena tacere mentre si è nella cattedrale della natura. Che in montagna l’unico equipaggiamento di cui si ha veramente bisogno sia l’umiltà di guardarsi dentro e ascoltarsi. Che ad alcuni luoghi sia da tributare il rispetto di un contegno consono, come sembrano suggerire a modo loro le marmotte e gli scoiattoli che fuggono terrorizzati tra gli alberi e le cenge di roccia da dove avevano fatto capolino mossi dalla curiosità.

Da un boschetto di larici si leva ad un tratto un frullo d’ali. Uno stormo di uccelli disegna un complicato arabesco nel cielo sopra di noi e poi si disperde nel folto degli alberi. La scena non dura che qualche istante, tra l’indifferenza generale. Rimango per un attimo a fissare l’azzurro del cielo, perdendo lo sguardo nel limpido vuoto apparente. Non bisogna essere un àugure per farsi un’idea verso quale baratro stia marciando la nostra società e forse (massì…) l’intera civiltà occidentale. Ma no, dai, è un’impressione, sei stanco, cammini dalle cinque di mattina, hai un calo di zuccheri, l’aria rarefatta dell’alta montagna ti dà alla testa. Fermati a quella panchina, là sul bordo del torrente: un panino ti riconcilierà col mondo. Mai indulgere al pessimismo. Gente mediocre, inutile e risibile come quella che siamo diventati non può causare molti danni, nemmeno se lo volesse, nemmeno sommando la propria stupidità particolare in un unico grumo di stolidezza collettiva. Il mondo in fondo ne ha passate di peggio. Sopravviverà anche alla nostra generazione. Magari continuerà così per molto tempo ancora, diventando giorno dopo giorno solo un po’ più volgare. Almeno sino a quando non saremo talmente sommersi in questa mistura di stupidità da non rendercene nemmeno più conto. Ci sembrerà di essere realizzati, forse persino felici. Spero solo che la montagna sia l’ultimo dei posti a venire sommerso dall’ondata.