I generali non sanno che le battaglie le vincono gli storici.

Leo Longanesi

Prima di iniziare ad entrare nel vivo dell’argomento di questo articolo, cari coraggiosi lettori, vi chiedo di prestarvi ad un piccolo gioco. Fidatevi, ci aiuterà ad entrare nel giusto stato d’animo per il triplo salto mortale all’indietro nel tempo che stiamo per fare. Pensate all’attuale Medio Oriente, in particolare alla Siria. Ora, a sorreggere qualsiasi idea vi sia venuta in mente, mettete insieme tutte le conoscenze storiche e le immagini ad esse associate. E adesso eliminatele una ad una, possibilmente in ordine cronologico. Facciamolo insieme, vi do una mano. Via il periodo post-coloniale con la sua pletora di dittatorelli amici/nemici di noi occidentali a seconda delle convenienze. Via ovviamente anche l’età coloniale. Via la plurisecolare dominazione imperiale ottomana. Via le Crociate con i suoi eroi da poema epico: Goffredo di Buglione, Saladino, Riccardo Cuor di Leone. Via l’impero bizantino. Via il califfato degli Omayyadi e degli Abbasidi del grande Hārūn al-Rashīd. Via di conseguenza la fulminea espansione dell’Islam nel VI secolo. Ora dovremmo essere vicini allo spartiacque dell’anno 0, ma non fermiamoci. Cancelliamo l’impero romano di Augusto e l’età ellenistica con Alessandro e tutti i litigiosi diadochi. Facciamo finta che anche i persiani achemenidi di Ciro non siano mai calati dall’altopiano iranico. Rimuoviamo di colpo anche fenici, cartaginesi e addirittura il regno ebraico di Davide e Salomone. Giunti sin qui, il contatore dovrebbe essere passato “in rosso” e segnare il XII secolo a.C. Ecco, ora ci siamo: dopo 3.200 anni la nostra cavalcata a ritroso lungo la linea del tempo è giunta al capolinea. Alle nostre spalle ci sono ormai trentadue secoli. Guardiamoci attorno: dove siamo finiti? Proiettato su questo orizzonte temporale, lo stesso termine Medio Oriente – fortunato brand usato per la prima volta dallo storico romano Paolo Orosio – non ha più nemmeno senso. Meglio parlare di “Mezzaluna fertile”, adottando la geniale definizione coniata dall’archeologo James Henry Breasted. Immaginate una fascia che, lungo l’asse ovest/est, dal delta del Nilo si estende sino allo Shatt al-‘Arab nel golfo persico. Proprio nel mezzo, come la chiave di volta di un arco, ecco la nostra Siria in versione primigenia. E, tutt’intorno ad essa, territori palpitanti di vita, dove in tempi ancor più remoti, fiorisce la maggior parte delle prime civiltà della storia umana. Immaginate ricche città di migliaia di abitanti, rette da sofisticati sistemi sociali che includono la divisione in caste e i primi codici legislativi, uno su tutti quello di Hammurabi. Sovrastrutture culturali comuni all’intera regione, poggianti su innovazioni come l’alfabeto, la matematica e le prime narrazioni epiche come quella di Gilgameš. Un’agricoltura già sorprendentemente avanzata, in grado di creare canali e pozzi, coltivare cereali e datteri, impiegare la tecnica del maggese. I primi esperimenti coronati da successo nell’addomesticare buoi, maiali, capre, pecore, asini, gatti… Infine religioni con i loro maestosi monumenti e, frammiste ad esse, il potere politico incarnato in figure autoritarie e semi-divine. Una sorta di ordinato, lussureggiante giardino dell’Eden? Non esattamente. O almeno, non solo. Lasciate che vi confessi una cosa: la Siria di allora non doveva essere poi molto diversa dalla martoriata terra di oggi. Certo, molti elementi erano differenti. Contrariamente a quanto ritengono alcuni, gli eventi della storia non si ripetono mai uguali a sé stessi. Ma le circostanze sì, e spesso. Allora come oggi, la Siria era infatti al centro di un crocevia di rotte commerciali, influenze culturali in continua sovrapposizione e, soprattutto, delle spinte violente delle grandi potenze politiche del tempo. Quali? Principalmente due nostre vecchie conoscenze della prima media: Egizi ed Ittiti. L’articolo che state per leggere parla del sanguinoso scontro che queste due superpotenze della tarda età del bronzo misero in scena per l’egemonia sul mondo allora conosciuto. A Qadesh, nell’attuale Siria, lungo le sponde del fiume Oronte, nel tardo maggio del 1274 a.C. ebbe infatti luogo la più antica battaglia della storia dell’uomo ad essere documentata con una dovizia di particolari e resoconti da lasciare ancora oggi stupiti. Non si trattò di una confusa mischia tra torme di armati appartenenti a popoli tutto sommato appena usciti dalle nebbie della preistoria. Il calibro stesso dei contendenti e la loro sofisticata impalcatura ideologica e statale, escludono ogni ridimensionamento. La civiltà egizia si trovava già nel suo secondo millennio di storia. Gli Ittiti – più giovani, ma non certo dei parvenus – da quando si erano insediati nell’Anatolia centrale, erano ormai gli indiscussi signori dell’area delimitata dal Mar Nero e dal Mediterraneo orientale. Parliamo dunque di due giganti della geopolitica, e per giunta all’apice del rispettivo splendore. Qadesh, le sue implicazioni, e il modo col quale i contendenti scelsero di raccontare l’esito a sé stessi e agli altri, possono ancora oggi illuminare molti elementi della guerra e della proiezione del potere, che della prima costituisce spesso il fine e l’esito più probabile, svelandoci forme e costanti con le quali ogni grande potenza si trova a dover fare i conti.

Per tracciare il contesto dei fatti iniziamo a spendere alcune parole sugli Egizi, di sicuro il popolo a noi più famigliare. La cacciata degli Hyksos nel 1530 a.C. da parte di Ahmose I segnò il definitivo tramonto del Secondo Periodo Intermedio e l’alba del Nuovo Regno. Al di là del formalismo della periodizzazione, si trattò di una cesura decisiva nella millenaria storia dell’Egitto. Grazie alla ritrovata compattezza, il Paese passò dalla condizione di potenza iscritta in una dimensione ancora tutto sommato regionale ad una autenticamente globale, almeno per gli standard del tempo. L’espansione territoriale – la logica conseguenza della nuova condizione di stabilità interna – certificò il carattere dinamico di uno stato in piena pulsione e nuovamente consapevole della propria forza. Amenofi I e Tutmosi I non tardarono ad avviare spedizioni in direzione dell’Eufrate ad est e della Nubia verso sud, spingendosi fino alla terza cateratta del Nilo ed erigendovi avamposti e fortezze. L’afflusso di schiavi, bestiame, avorio, turchese e oro rinfocolò ulteriori e più grandi ambizioni. Sotto la regina Hatshepsut, l’Egitto si impose una pausa per riprendere fiato. Le energie nazionali furono incanalate dalla politica estera verso quella interna, un cambio di rotta momentaneo che tuttavia condusse al raggiungimento dell’apice dell’influenza commerciale e culturale. Missioni mercantili furono indirizzate ovunque, persino verso il Paese di Punt, nome con cui gli egiziani indicavano le lontane coste somale, ricche di mirra e incenso. L’attività edilizia toccò vertici di ineguagliabile splendore, di cui il monumentale tempio funerario a Deir el-Bahari rende ancora oggi testimonianza. Poi, all’avvento di Tutmosi III, l’Egitto riprese a tracimare oltre i propri confini. Il nuovo faraone promosse l’annessione della zona attorno alla quarta cateratta, ma soprattutto una serie pressoché ininterrotta di spedizioni che gradualmente portarono Palestina, Libano e Siria sotto l’influenza egizia. Nell’arco dei 42 anni del suo governo, grazie a ben 16 campagne militari, il potente regno di Mitanni fu piegato, allo stesso modo delle città di Giahy, Aleppo e Qadesh. Nell’aprile del 1457 a.C. la battaglia di Megiddo, vinta contro una coalizione cananea, segnò l’apogeo dell’influenza dei faroni. Tutmosi III può dunque ben meritarsi l’appellativo di “Napoleone egizio” che gli storici gli affibbiarono. I successivi anni tra il 1377 e il 1358, corrispondenti al regno di Amenofi IV, segnarono una nuova pausa nell’espansionismo. La rivoluzione religiosa predicata attorno all’introduzione del culto monoteista di Aton e lo spostamento della capitale da Tebe a Tell-El-Amarna, imposero un nuovo stop. Ma anche in questo caso la durata fu breve. I successori Ekhnaton, Samenkhare e Tutankhamon avviarono la restaurazione religiosa e con essa la stabilizzazione interna. Nel frattempo, la casta militare rivendicava un ruolo sempre più di primo piano. L’affacciarsi sulla scena della XIX dinastia è dovuto a questo nuovo equilibrio del potere all’interno della società egizia. Ramses I, il fondatore della nuova stirpe di monarchi, era – non casualmente – un militare non di sangue reale che il precedente faraone Horemheb aveva voluto associare al trono. Nella scelta degli uomini, il destino stesso sembrava indirizzare la storia verso la via delle armi. Al principio del 1300 a.C. l’Egitto era di nuovo pronto a mettere in atto una politica estera aggressiva in direzione della Siria. Sethi I riprese dunque la via del Vicino Oriente, spostando l’attenzione dell’Egitto lungo quel fondamentale crocevia geografico ed economico. Tuttavia, dalla penisola anatolica, una nuova potenza, non meno formidabile di quella egiziana, aveva iniziato a contendere ai faraoni la supremazia della metà occidentale della Mezzaluna fertile. Il nuovo popolo che reclamava un ruolo da protagonista sulla scena del mondo era quello degli Ittiti.

La cosiddetta Porta dei Leoni a Ḫattuša

L’onesta ammissione che circa le origini degli Ittiti sappiamo estremamente poco è l’imprescindibile premessa ad ogni tentativo di gettare luce sulla loro ascesa alla ribalta della storia. Gli inizi di questa civiltà del Vicino Oriente antico sono infatti avvolti nell’oscurità e tali rimarranno forse per sempre. Attorno al 2.000 a.C questo popolo indoeuropeo calò sulla penisola anatolica, probabilmente provenendo dalle steppe a nord del Mar Nero e oltre il Caucaso, anche se un’origine balcanica non è esclusa. Per quel che ci è dato conoscere dai ritrovamenti archeologici, lo spostamento non dovette assomigliare ad un movimento di massa, né ad un intenso fenomeno migratorio di breve durata. È verosimile che la stratificazione di diverse ondate dirette nel cuore dell’attuale Turchia abbia portato alla costituzione di un primo, piccolo regno ittita arroccato attorno alla città di Kushshar e poggiante su di un elemento etnico autoctono che tradizionalmente viene individuato nei popoli dei Luvi, dei Palaici e degli Hurriti. Il primo re ittita di una certa rilevanza fu Labarna, il quale consolidò le fondamenta dello stato creando un nucleo nella zona tra il fiume Marassantya (l’odierno Kizilirmak) e il Mar Nero. Successivamente, sotto Hattusili I, la capitale ittita venne spostata ad Hattusa, cosa che rivelerebbe l’ascesa e il definitivo affermarsi di un nuovo sistema di potere. Lo stato ittita, a differenza del centralismo egizio, doveva infatti risultare organizzato su di un’ossatura feudale e su di un tappeto di città-stato dominate da una forte aristocrazia di stampo guerriero. Se un simile sistema di governo poteva da un lato garantire una rapida espansione e la facilità di controllo almeno formale del territorio, dall’altro portava con sé un’intrinseca instabilità. La successione del potere regio era pesantemente influenzata dalla nobiltà riunita in un’assemblea detta Panku. Indipendentemente da questa situazione, dall’ascesa di Hattusili l’espansione politica e militare in ogni direzione costituì la costante del periodo che va sotto il nome di “Antico Impero ittita”. Ad occidente l’influenza ittita lambì le coste egee, a nord la Cappadocia, a sud e ad est Siria e Mesopotamia. Un altro grande sovrano, Muršili I, nel 1531, riuscì persino ad assoggettare Aleppo e saccheggiare Babilonia. Fu infatti il suo raid a decretare la fine della dinastia di Hammurabi. Tuttavia, al ritorno in patria, una sorte simile attendeva Muršili. Il suo assassinio per mano del cognato inaugurò una serie di torbidi e di lotte di palazzo che non si placarono che al principio del XIV secolo a.C. quando l’impero ittita assurse nuovamente tra le potenze della Mezzaluna fertile, arrivando a toccare la sua massima estensione. Šuppiluliuma I e Muršili II riaffermarono il predominio ittita in Anatolia, occuparono il vuoto di potere venutosi a creare con la caduta del regno di Mitanni e iniziarono a premere nuovamente sulla ricca Siria. La regione costituiva un ganglio vitale per chiunque volesse imporre il proprio dominio sull’Oriente. Il motivo era semplice, e dovuto ad una commistione di evidenti motivi geopolitici: raccolti abbondanti, ampia disponibilità di metalli e una ragnatela di vie di comunicazione che connettevano le parti vitali dell’intero mondo civilizzato dell’età del bronzo. Strategicamente, la Siria era il punto di maggiore importanza del mondo antico: per qualsiasi soggetto politico controllarla significava ascendere al rango di potenza dominante. La galassia di piccoli regni nella cintura tra il Libano e l’Eufrate iniziò così ad essere percorsa dalla forza di gravità esercitata dalle due grandi civiltà che avanzavano pretese sull’area. All’inizio del XIII secolo a.C. i troni egizio ed ittita erano occupati da due grandi figure di condottieri ambiziosi e ben consapevoli della forza dei rispettivi stati: Ramses II e Muwatalli II. Tutto era ormai pronto per lo scontro.

Ramses II intento ad abbattere un nemico e calpestare i corpi di altri nemici. Da un rilievo nel Tempio maggiore di Abu Simbel.

Il primo anello della catena di eventi che portarono alla grande battaglia di Qadesh fu forgiato dal principe Benteshina, sovrano di Amurru, un piccolo regno-vassallo situato nel nord dell’attuale Libano, nel momento in cui fu forzato dalla pressione egizia a ribaltare di 360 gradi la sua tradizionale politica di vicinanza agli ittiti. Era il 1279 a.C. Instabilità e repentini cambi di campo dei soggetti politici di questa regione cuscinetto potevano considerarsi ormai endemici, ma questa volta, calata sullo sfondo di un clima diplomatico incandescente, l’alterazione dell’equilibrio avrebbe condotto a conseguenze enormi. Il passaggio di Amurru dalla sfera di influenza ittita a quella egizia fu il pretesto che fece scattare la mobilitazione di Muwatalli. Il re iniziò a raccogliere le proprie truppe e con esse discese da Tarhuntashsha verso sud, nell’intento di ristabilire una volta per tutte la sua supremazia sull’area. Le forze ittite, sebbene un calcolo esatto sia impossibile, dovevano verosimilmente ammontare a 40.000 fanti e 3.700 carri da guerra. Avuta notizia dei movimenti ittiti, Ramses non si fece sfuggire l’occasione per mobilitare a sua volta. I suoi obiettivi erano gli stessi del suo rivale: decidere una volta per tutte a chi spettasse la supremazia sulla Siria. Gli egizi mossero da Pi-Ramses, la nuova capitale del Delta orientale fatta edificare dai sovrani ramessidi. Attraversarono il Sinai, entrarono in Canaan e, attraverso il corso del Giordano, imboccarono la valle di Biqaa marciando in direzione di Qadesh. L’esercito guidato dallo stesso Ramses era composto da 30.000 uomini e 2.500 carri. Leggermente inferiore per dimensioni a quello ittita, compensava la ridotta potenza d’urto con una mobilità ed un’elasticità del tutto sconosciute alla pratica militare del mondo antico. Anticipando di millenni il moderno sistema di comando e logistica, le forze egizie erano organizzate in quattro grandi divisioni capaci di operare in totale indipendenza l’una dall’altra. Il loro nome di designazione veniva direttamente dal pantheon della religione: il primo corpo d’armata era intitolato ad Amon, il secondo a Ra, il terzo a Seth e il quarto a Ptah. Nel confronto ideale tra egizi ed ittiti le differenze non vanno però poste in risalto in maniera eccessiva. Nonostante tutto, una sostanziale omogeneità di base doveva permanere come caratteristica predominante di queste imponenti masse armate. Ogni esercito dell’età del bronzo poggiava infatti su una forte componente di fanti armati di lancia supportati da una più piccola aliquota di carri, la quale costituiva l’ago della bilancia di ogni scontro. In questo ambito gli ittiti godevano di un vantaggio significativo, in quanto i loro carri erano più robusti e meglio armati delle rispettive controparti egizie. Oltre all’auriga, ospitavano infatti due guerrieri contro il solo dei loro nemici. Al bisogno, il terzo milite poteva smontare dal cocchio e dare manforte ai fanti. La cavalleria come siamo abituati a pensarla – ossia come arma d’urto o da esplorazione – non era ancora stata introdotta sui campi di battaglia a causa della mancanza di staffa e sella. Accanto a queste componenti trovavano infine posto gli arcieri e, soprattutto, una piccola élite di guerrieri professionali rappresentati dalle guardie reali dei sovrani, corpi scelti in grado di combattere tanto su carri quanto appiedati come fanteria pesante.

Nella tarda primavera del 1274 a.C., nel quarto anno del suo regno, Ramses mise in movimento l’esercito e marciò alla volta della pianura di Qadesh. Nel cuore di questa rigogliosa valle di frutteti e campi coltivati sorgeva l’omonima città fortificata. Si trattava di un punto di passaggio obbligato per qualunque invasore animato dall’intento di mettere piede in Anatolia o tendere ai grandi fiumi della Mesopotamia: posta lungo un’ansa del fiume Oronte, Qadesh rappresentava la principale porta d’accesso tanto all’impero ittita quanto alla Mezzaluna fertile. L’avanguardia dell’armata del faraone era costituita dalla divisione di Amon, in tutto oltre 5.000 uomini guidati dallo stesso sovrano. Gli altri tre corpi seguivano a una distanza di mezza giornata di marcia l’uno dall’altro. Nonostante non si muovesse in uno schieramento compatto, lo spettacolo dell’esercito egizio doveva apparire impressionante. In effetti, mai nella storia del mondo pre-classico si era visto un simile spiegamento. Il poema dello scriba Pentaur è poco più di un’opera di smaccata propaganda, ma al di là della piaggeria di regime, ci dà un’idea forse non troppo esagerata dell’imponenza della spedizione: «[…] tutti i paesi tremavano davanti a lui e i loro capi portavano tributo: tutti i ribelli piegavano il dorso per paura dell’autorità di Sua Maesta. Le sue truppe marciavano sulle piste come se fossero sulle strade dell’Egitto.» Eppure, per quanto terrificante potesse apparire, l’esercito di Ramses si stava cacciando in una situazione dove lo attendevano enormi pericoli. Il motivo risiedeva per intero in aspetti di logistica e ricognizione. Un ordine di marcia così scaglionato esponeva le unità del faraone ad un attacco a sorpresa, sotto forma di un colpo di maglio condotto in forze contro una delle sue parti, prima che le restanti potessero intervenire. La tattica è quella che in inglese viene chiamata “defeat in detail”, indicando col termine un esercito che viene spezzettato e smembrato pezzo a pezzo da un attaccante che aggredisce col pieno delle proprie risorse. Consapevolmente o meno, fu esattamente quanto provarono a mettere in atto Muwatalli e i suoi guerrieri ittiti.

Una volta arrivata in vista di Qadesh, la prima divisione egizia pose il campo ad ovest della città, sulla riva sinistra dell’Oronte, e là attese il ricongiungimento della divisione Ra che muoveva alle sue spalle. Senza cavalleria leggera, Ramses era completamente all’oscuro dei movimenti e delle intenzioni degli Ittiti: ignorava del tutto come Muwatalli, giocando d’astuzia, aveva nascosto le proprie forze dietro la città. Quando la divisione Ra iniziò a guadare il fiume per raggiungere l’accampamento del faraone, Muwatalli sapeva che era giunto il suo momento: ordinò pertanto ai suoi carri di investire il fianco destro degli egiziani, con l’intento di spezzare in due tronconi l’esercito nemico. Il primo impatto fu devastante: una massa di carri ittiti si gettò sui nemici e, avendoli sopresi in una posizione precaria, li mise in rotta in breve tempo; poi, proseguendo verso nord, si avventò contro l’accampamento di Ramses, che a quel punto rimaneva difeso unicamente dalla divisione Amon e dalla guardia del faraone. I resoconti egizi, a questo punto, scadono direttamente in un misto di epica, propaganda e culto della personalità. Le fonti ci dipingono infatti un faraone che, nell’attimo di estremo pericolo, invocando l’aiuto dei suoi dèi, si lancia in un disperato contrattacco col proprio carro, travolgendo le schiere nemiche e mettendole in fuga. La realtà dovette essere ben altra. Se certamente la presenza di Ramses sul campo impedì al morale della sua armata di andare in pezzi, altrettanto sicuramente l’assenza di Muwatalli smorzò l’impeto delle proprie truppe, le quali, dopo il combattimento precedente, non è insensato ritenere che iniziassero ad accusare la fatica fisica di uno scontro prolungato. I carri egizi, in sinergia con la fanteria pesante, arrestarono l’impeto ittita e stabilizzarono la situazione. A questo punto, evitato per un soffio il crollo totale, il tempo giocava a favore del faraone: ogni minuto che passava aumentava la possibilità che le altre due divisioni di Ptah e Seth giungessero sul campo di battaglia mettendo gli ittiti in trappola. A sera, di fronte a questa eventualità, Muwatalli decise saggiamente di non insistere impiegando la propria fanteria in massa, e si ritirò di nuovo dietro Qadesh. Per quella giornata i duellanti ne avevano abbastanza. La notte portò consiglio. Il giorno successivo venne siglata una tregua. Sia Ramses che il re ittita avevano capito che l’attimo per cogliere una vittoria di annientamento era irrimediabilmente fuggito. Ogni altro spargimento di sangue sarebbe stato insensato. La polvere si posò sul terreno e il silenzio tornò a regnare sul campo, tra i morti e i grotteschi resti di carri e armi. La battaglia più grande della remota antichità pre-classica era giunta alla conclusione, portandosi via un numero imprecisato di uomini. Ogni quantificazione dei caduti che si avvicina alla realtà effettiva è del tutto impossibile, ma di certo le perdite non furono lievi. A Qadesh perì verosimilmente un numero compreso tra i 5.000 e i 10.000 uomini, una cifra impressionante per i tempi. Nel 1259 a.C., il 21° anno dall’intronizzazione di Ramses, nell’ormai palese impossibilità di prevalere l’uno sull’altro, gli imperi egizio e ittita siglarono un trattato di pace. Inciso all’origine su lastre d’argento ormai andate perdute, fu il primo trattato internazionale della storia.

I mastodontici resti del Ramesseum, il tempio funerario che Ramses fece erigere per sé stesso a Tebe, ci presentano la battaglia di Qadesh come una schiacciante, luminosa vittoria. Geroglifici incisi in monoliti che sembrano detenere il potere di sfidare e vincere il tempo continuano ad incutere nell’osservatore un rispetto e un timore in grado di diradare ogni dubbio di verità. La suggestione rientra senz’altro negli effetti voluti dal committente della spettacolare opera. L’intento del faraone non si è però realizzato. Sappiamo quanto la sua versione degli eventi sia la menzogna che un potere autocratico ha tentato di eternare nella pietra in vista della sua autoconservazione. Il resoconto che il re egizio tentò di tramandare ai posteri non ha infatti retto di fronte a forze più potenti della sabbia che precipita nella clessidra dei secoli e dei millenni: quella della Storia – un giudice inflessibile – e quella della verità – il traguardo insopprimibile che essa incessantemente insegue pur senza mai raggiungerlo appieno. Non a caso Cervantes scrive nel Don Chisciotte: «La verità si assottiglia ma non si rompe, e sta sopra alla bugia come l’olio sull’acqua…» Una tavoletta di argilla ittita ritrovata ad Hattusa che recava il testo del trattato ci racconta infatti di ben altro scenario. La battaglia di Qadesh si risolse in uno stallo. Entrambe le parti reclamarono la vittoria, ma nei fatti nessuno emerse quale vincitore indiscusso. Un po’ comicamente, ma senza allontanarsi dal vero, la pagina di Wikipedia riassume Qadesh con la definizione: “Vittoria pirrica tattica egiziana strategicamente indecisiva”. A noi importa sapere che lo status quo ante venne ripristinato e, anzi, se a prevalere fu semmai qualcuno, questo fu l’impero ittita, sebbene di poco. Muwatalli mantenne il possesso della piazzaforte di Qadesh e riottenne la fedeltà del principato di Amurru, deponendo l’infedele Benteshina e sostituendolo con un nuovo sovrano di nome Shapili. Timoroso della pressione da est degli Assiri, il re ittita si assicurò riannodando i rapporti con Ramses e arrivando addirittura a siglare un’alleanza formale. Gli Egizi, dal canto loro, si risvegliarono dai propri sogni di gloria scoprendosi ridimensionati nelle ambizioni: ai faraoni rimase il controllo della terra di Canaan, ma i tanto desiderati territori siriani dovettero essere considerati persi per sempre. A livello strategico, la storia dimostrò forse per la prima volta e con palese evidenza che quando due potenze di pari peso decidono di confrontarsi sul campo di battaglia per la supremazia, l’esito più probabile dello scontro sfocia in un nulla di fatto che finisce col drenare le risorse di entrambi i contendenti, spingendoli, nel lungo o nel breve periodo, lungo la china che porta direttamente al declino. Nel XII secolo a.C., sotto il regno di Ramses III, attacchi dei Popoli del Mare e dei Libi scossero le fondamenta dell’Egitto. I successori del faraone dovettero fronteggiare ripetuti disordini interni. Palestina e Nubia scivolarono via dalle mani egizie. All’impero ittita, uno stato più giovane, meno saldo dal punto di vista della coesione interna e in una posizione geografica più esposta, andò peggio: nello stesso periodo, intorno al 1200 a.C., crollò sotto i colpi di Lici, Achei e Micenei, scomparendo per sempre tra i flutti della storia. Il potere, di qualsiasi forma o natura, tuttavia, non ammette vuoti. L’impero neo-assiro sorse da est e, grazie ad una combinazione di ferocia ed efficienza militare, si installò nella zona a lungo contesa da Egizi e Ittiti, per non venirne cacciato che secoli più tardi dai persiani. La tribolata storia della Siria, fatta di reiterate invasioni instauranti fragili ed estemporanee sistemazioni geopolitiche, iniziò allora. Le risorse umane e materiali profuse per prevalere nella battaglia di Qadesh furono dunque la causa della decadenza di Egizi e Ittiti? Forse no, almeno non direttamente. Tuttavia è difficile non scorgere nel dramma di questo scontro il punto più alto della parabola di questi imperi in lotta per prevalere nella spietata gara del potere della tarda età del bronzo. Dopo di essa, comunque la si voglia vedere, iniziò il declino reciproco. L’equilibrata sistemazione introdotta dal trattato di pace del 1259 poteva essere raggiunta senza accettare i rischi di una scommessa militare e pagare il salato prezzo delle relative conseguenze? I vantaggi di un accordo pacifico erano visibili prima dell’inutile massacro? Ramses e Muwatalli vollero nonostante tutto scegliere la soluzione più azzardata? Non esiste ovviamente una risposta. Ma ciò non significa che il porsi simili domande non debba essere lecito o utile. Ancora oggi. Ogni capo di stato, nell’esercizio delle proprie funzioni e nell’interesse del proprio popolo, per il quale almeno nominalmente giura di operare, ogni volta in cui le circostanze o la propria volontà lo spingano sul bivio tra la guerra e la pace, dovrebbe guardare all’insegnamento di questa battaglia del passato remoto, così lontana, eppure così attuale nell’indicarci l’insensatezza – non solo etica, ma anche concreta – che soggiace al fondo di ogni guerra.