«La prossima volta, ricordatevelo, i tedeschi non commetteranno errori. Penetreranno nel nord della Francia e si impadroniranno dei porti della Manica, che poi useranno come base per le operazioni contro l’Inghilterra.»

Ferdinand Foch, Maresciallo di Francia, commento al New York Times sul Trattato di Versailles

 

Tre del pomeriggio di sabato 28 giugno 1919, reggia di Versailles. Nella maestosa galleria degli specchi la delegazione diplomatica tedesca firmò il trattato che pose ufficialmente termine alla Grande Guerra. Il luogo non era stato scelto a caso: Georges Clemenceau, l’anziano primo ministro francese, aveva insistito perché venisse utilizzata la stessa sala dove i principi tedeschi nel 1871 avevano proclamato l’unificazione della Germania dopo una serie di folgoranti vittorie contro l’esercito di Napoleone III. Per lavare quell’onta nazionale i francesi avevano dovuto pazientare 48 anni, sopportando la perdita dell’Alsazia-Lorena ed il pagamento di un’ingente indennità di guerra. Ma adesso era finalmente giunto il momento di restituire il colpo al loro secolare nemico al di là del Reno e di assaporare il dolce gusto della revanche. Il ministro degli esteri Hermann Müller e quello dei trasporti Johannes Bell, i rappresentanti del nuovo governo tedesco, prima di raggiungere il tavolo su cui era posata la copia del trattato da sottoscrivere, furono obbligati a passare davanti ad un’interminabile fila di veterani francesi sfigurati dalle ferite di guerra. Con scarso senso della moderazione, gli organizzatori avevano pensato che quell’esibizione fosse una perfetta dimostrazione vivente delle nefaste conseguenze del militarismo tedesco, al quale si imputava la colpa dell’immane conflagrazione che aveva sconvolto il mondo dal 1914 al 1918. L’inchiostro delle firme non si era ancora asciugato sulla carta che subito i cannoni al di fuori della reggia iniziarono a sparare a salve per festeggiare l’evento epocale. Edward Mandell House, uno dei consiglieri del presidente americano Wilson, fu tra i pochi presenti a comprendere con immediata lucidità il vero spirito della cerimonia: «A mio parere non è in sintonia con la nuova era che con tanto ardore dichiariamo di voler promuovere. L’avrei preferita più semplice, magari con qualche elemento di cavalleria, che invece mancava del tutto. L’intera vicenda è stata messa in scena con molta minuzia e resa il più umiliante possibile per il nemico…»

L’esaltazione del trionfo fu però di breve durata: non ci volle molto perché risultasse evidente quanto la vittoria fosse costata un prezzo esorbitante. Per conseguirla la Francia aveva dovuto prima di tutto versare un oceano di sangue: 1.400.000 caduti e oltre 4.000.000 feriti. In altri termini, un quarto della popolazione maschile tra i 18 e i 27 anni era morto pour la Patrie. Per un Paese da anni ossessionato dallo spettro della crisi demografica si trattava di un tributo terrificante. Le ricche regioni del nord-est, teatro degli scontri più cruenti, erano ridotte ad un desolato paesaggio lunare costellato di macerie, scheletri anneriti di alberi e crateri generati dall’impatto dei proiettili d’artiglieria. Sui campi della Somme e intorno ai forti di Verdun non cresceva più nulla. L’economia di distretti un tempo fiorenti come la Champagne, la Piccardia o l’Artois, che nel 1913 producevano il 60% dell’acciaio ed il 40% del carbone francese, era al collasso. Il debito nazionale francese era balzato dal 66% del prodotto interno lordo al 170% principalmente a causa della mole di obbligazioni emesse per finanziare lo sforzo bellico. Le ferite della guerra erano evidenti persino a Parigi: i boulevards offrivano lo spettacolo di mutilati che chiedevano l’elemosina e di donne vestite a lutto per aver perso il marito o un famigliare al fronte. Di tutte le nazioni che componevano la grande coalizione che aveva sconfitto gli Imperi centrali, la Francia era indubbiamente il Paese che maggiormente aveva sostenuto l’urto della guerra: la rabbia e il desiderio di vendetta mostrati a Versailles traevano la loro origine da questa dolorosa verità. Dopo quattro anni di guerra totale, ora che a vestire gli scomodi panni dei vinti toccava agli odiati boches, tutti si aspettavano per loro una punizione esemplare. La delegazione tedesca non venne mai ammessa al tavolo delle trattative, né partecipò in alcun modo alla stesura dell’accordo di pace: fu convocata a Parigi unicamente per la firma del testo definitivo, sotto il pesante ammonimento che un rifiuto delle clausole in esso contenute avrebbe comportato l’immediata ripresa delle ostilità.

Come prevedibile, la Germania fu costretta a restituire l’Alsazia e la Lorena alla Francia. La Renania, pur rimanendo territorio tedesco, fu smilitarizzata per scongiurare la possibilità che servisse da corridoio per nuove invasioni. Due piccoli distretti di frontiera, Eupen e Malmedy, amministrati dai prussiani sin dal 1815, vennero invece ceduti al Belgio. La parte settentrionale dello Schleswig venne accorpata alla Danimarca, mentre ad oriente la Posnania e parti della Slesia e della Prussia passarono alla neonata Polonia la quale, dopo 123 anni, ritornava ad essere uno Stato indipendente. La città portuale di Danzica, abitata in maggioranza da tedeschi, venne dichiarata territorio libero e posta sotto l’amministrazione della Società delle Nazioni. Le colonie africane e asiatiche, orgoglio dell’età guglielmina, furono spartite tra l’Impero britannico, la Francia ed il Giappone. L’esercito che nel 1918 poteva ancora contare su una forza di oltre 4 milioni di soldati fu ridotto ad un contingente puramente simbolico di 100.000 uomini e la coscrizione obbligatoria vietata, così come la possibilità da parte della Germania di possedere carri armati, una flotta sottomarina ed un’aviazione militare. Complessivamente il Reich perse a favore dei propri vicini il 13% del proprio territorio dell’anteguerra e un decimo della popolazione. Dopo continui ritocchi, nel 1921, l’indennità di guerra venne fissata a 132 miliardi di marchi oro e inserita in un piano di pagamenti articolato in tre tipi di obbligazioni. Si trattava di una cifra esorbitante, del tutto impossibile da saldare senza mettere in ginocchio l’economia tedesca per generazioni. Le condizioni imposte dai vincitori furono pesanti, al punto che molti commentatori parlarono di “pace cartaginese”, facendo riferimento al trattato con il quale Roma nel 146 a.C. aveva praticamente cancellato Cartagine dalla mappa politica del Mediterraneo. Eppure, considerate in termini relativi, le condizioni non erano intollerabili. Fatte le debite proporzioni la sorte toccata all’Austria, all’Ungheria e alla Bulgaria, alcune delle altre nazioni sconfitte, poteva dirsi peggiore. È oltretutto onesto rilevare che, se per assurdo a vincere fossero stati i tedeschi, il destino dell’Europa sarebbe stato quello di sottostare alla totale egemonia politica ed economica della Germania. Nel settembre del 1914 l’allora cancelliere Theobald von Bethmann-Hollweg, coadiuvato dal proprio segretario Kurt Riezler, sviluppò un progetto che delineava gli obiettivi che il Reich avrebbe dovuto acquisire a guerra conclusa. Denominato “Septemberprogramm”, e tutt’ora oggetto di forti controversie storiche, è un documento che sebbene non sia mai stato tradotto in realtà, lascia poco spazio all’immaginazione. Per Bethmann-Hollweg lo scopo era uno solo: «dare sicurezza al Reich tedesco in Occidente e in Oriente per il periodo più lungo possibile. A questo scopo bisogna indebolire la Francia al punto che non possa più risorgere come grande potenza, fare retrocedere la Russia il più possibile dal confine tedesco e spezzare la sua dominazione sui popoli vassalli non russi…» Da un punto di vista economico il quarto punto del programma è esplicito al di là di ogni possibile interpretazione: «Bisogna arrivare alla fondazione di una associazione economica mitteleuropea mediante comuni convenzioni doganali, con l’inclusione di Francia, Belgio, Paesi Bassi, Danimarca, Austria-Ungheria, Polonia ed eventualmente Italia, Svezia e Norvegia. Questa associazione, senza organi direttivi costituzionali comuni, caratterizzata esternamente da parità di diritti tra i suoi membri, ma in effetti sotto direzione tedesca, dovrà stabilire il predominio economico della Germania sull’Europa centrale.» La più concreta approssimazione del futuro che sarebbe toccato all’Europa può essere rappresentata dalla pace di Brest-Litovsk del marzo 1918, con la quale la Germania impose ai bolscevichi sconfitti un trattamento draconiano, smembrando di fatto l’ex impero russo in mille pezzi.

L’errore fondamentale del trattato si annidava in realtà nei suoi aspetti politici e psicologici. Gli Alleati, e soprattutto i francesi accecati dalla loro insaziabile sete di vendetta, fecero di tutto per accentuarne lo spirito punitivo: l’umiliazione e la degradazione degli sconfitti doveva essere totale. E così fu. Un articolo del testo, il numero 231, divenne una fonte inesauribile di recriminazioni e strumentalizzazioni a fini politici. Passò alla storia come “la clausola della colpa”: “I Governi Alleati e Associati dichiarano, e la Germania riconosce, che la Germania e i suoi alleati sono responsabili, per esserne la causa, di tutte le perdite e di tutti i danni subiti dai Governi Alleati e Associati e dai loro cittadini in conseguenza della guerra che è stata loro imposta dall’aggressione della Germania e dei suoi alleati.” Esso, con il suo ipocrita moralismo, gettava l’intera responsabilità della guerra e dei danni derivati sulle spalle della Germania e della sua aggressiva politica. Che fosse fondata o no, questa formulazione finì con il cementare nel popolo tedesco la convinzione di essere stato sottoposto ad un umiliante ed oltraggioso diktat. Nelle mani dei movimenti nazionalisti di estrema destra che si formarono nel caos politico del dopoguerra l’articolo 231 si trasformò nel grimaldello che alla lunga permise loro di scardinare le fragili porte delle istituzioni democratiche e vincere le menti ed i cuori di larga parte della popolazione. La revisione del trattato e l’ansia di cancellare la sua presunta iniquità ridonando prestigio alla Germania, furono i leitmotiv del partito nazista ed il punto di giuntura tra esso e i settori conservatori della società tedesca che nutrivano ben poca simpatia per questa congrega di violenti e teatrali parvenus della politica. La casta dei militari e i grandi industriali tollerarono Hitler, perché videro in lui l’unico mezzo per ottenere uno Stato di nuovo potente, autoritario, dotato di proprie forze armate che avrebbero posto un freno all’avanzata del bolscevismo. Nel gennaio del 1933 Hitler ottenne i pieni poteri dallo stesso regime parlamentare che dichiarava senza mezzi termini di voler abolire. La sua scalata alla cancelleria del Reich non fu agevole, anzi sotto molti aspetti fu un cammino molto più accidentato di quello percorso dal fascismo in Italia, ma difficilmente l’esito finale avrebbe potuto essere diverso. La Germania era il terreno ideale su cui un movimento estremista potesse attecchire: un Paese traumatizzato dal peso della sconfitta militare ed in preda ad una crisi economica devastante. Era inoltre una società attraversata da profonde tradizioni di autoritarismo, in cui regnava un diffuso rispetto per convinzioni biologiche e razziali. Il trattato di Versailles fu il collante che coagulò tutti questi elementi in una miscela esplosiva, fornendo un obiettivo preciso al risentimento e all’insicurezza di molti strati della popolazione.

Il maresciallo francese Ferdinand Foch espresse il proprio giudizio sul trattato con parole lapidarie: “Questa non è una pace. È un armistizio per vent’anni.” Era convinto che la Germania dovesse essere permanentemente degradata al rango di potenza di secondo ordine: solo così non sarebbe più stata in grado di costituire una minaccia per l’Europa. Propose persino il Reno come nuovo confine orientale della Francia in modo da debellare una volta per tutte la minaccia del militarismo prussiano. Clemenceau condivideva la stessa opinione, ma dovette piegarsi alla linea della Gran Bretagna e degli Stati Uniti, i quali riuscirono a mettere la sordina alle ambizioni francesi in nome della loro tradizionale politica di balance of power. Lo storico Jaques Bainville vide immediatamente i pericoli insiti in questo maldestro compromesso quando nel suo libro “Les conséquences politiques de la paix” affermò: «una pace troppo dolce per ciò che essa ha di duro e troppo dura per ciò che essa ha di dolce.» La profezia di Foch ebbe così modo di avverarsi con stupefacente precisione. La Germania venne temporaneamente ridotta all’impotenza: umiliata, ferita, isolata diplomaticamente; rimaneva però un gigante. Durante la guerra non un solo soldato alleato aveva messo piede sul suo territorio nazionale: strade, ponti, miniere, industrie e campi erano intatti. La potenza del complesso militare-industriale del Paese restava inalterata: le fabbriche che ora producevano trattori e motori di automobili un giorno avrebbero potuto tranquillamente riconvertire la produzione in carri armati e aeroplani. La leadership militare appariva ridimensionata ma agli occhi della gente conservava la propria aura di prestigio. Il conflitto terminò infatti con il Reichsheer che ancora occupava larghe porzioni del Belgio e della Francia; le forze armate erano state sconfitte, ma il quartiermastro dell’esercito, il generale Wilhelm Groener, riuscì a far rifluire in patria le truppe in buon ordine, dando così all’opinione pubblica l’impressione che l’esercito imperiale ritornasse invitto dal fronte. Persino il primo presidente della Repubblica di Weimar, il socialista Friedrich Ebert, che in teoria avrebbe dovuto essere immune da simpatie militariste, durante una parata a Berlino accolse le truppe con parole che non sarebbero stonate in bocca a Hindenburg o Ludendorff: «Saluto voi che tornate invitti dai campi di battaglia.» Un’altra arma abilmente sfruttata degli estremisti, vale a dire il mito di un esercito tradito e pugnalato alla schiena da nemici interni, nacque allora e acquistò un’immediata quanto indelebile patina di credibilità. In futuro, quando le condizioni, lo avrebbero di nuovo permesso, l’opinione pubblica tedesca avrebbe accettato di buon grado di consegnare il proprio futuro nelle mani di qualunque forza politica che avesse come obiettivo principale la revisione dell’ordine europeo imposto dal trattato di Versailles. In politica estera, la convergenza della Germania con gli altri Stati revisionisti divenne una conseguenza naturale. L’alleanza con l’Italia fascista, il patto di non aggressione con l’Unione Sovietica e la triste sorte di piccoli Stati come l’Austria, la Cecoslovacchia e la Polonia furono tutti eventi già in qualche modo contenuti nell’imperfezione degli esiti della Conferenza di Versailles. L’illusione di aver inaugurato un’era di pace perpetua durò lo spazio di pochi anni. Il trattato del 1919 fu il peggiore accordo immaginabile e non fece altro che creare i presupposti per nuove e più dolorose catastrofi.

 

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