«… do le dimissioni da italiano se qualcuno trova delle difficoltà per battersi con i greci …»

Benito Mussolini

 

«Hitler mi mette sempre di fronte al fatto compiuto. Questa volta lo pago della stessa moneta: saprà dai giornali che ho occupato la Grecia. Così l’equilibrio verrà ristabilito.» A voler prestare fede a queste parole pronunciate da Mussolini e riportate da Ciano nel proprio diario il 12 ottobre 1940 si potrebbe pensare che la decisione di attaccare la Grecia venne presa sulla spinta emotiva di una rabbiosa ripicca. L’11 ottobre, su richiesta del generale Antonescu e senza aver consultato l’Italia, Hitler aveva inviato truppe ed aerei in Romania per difendere i campi petroliferi di Ploiesti da eventuali incursioni aeree: il presidio della Wehrmacht in un Paese dell’area balcanica, ritenuta dal regime fascista all’interno della propria sfera di influenza, parve al Duce un’intollerabile intromissione. Di qui, secondo Ciano, la volontà di restituire il colpo ad un alleato verso il quale, a dispetto dell’evidenza dei fatti, l’Italia faticava ad accettare il proprio ruolo di subalternità.

In realtà i motivi che portarono al conflitto con la Grecia furono molto più profondi ed estesi: le responsabilità investirono l’intero establishment italiano e non ultimo lo stesso Ciano, il quale, in veste di principale propugnatore dell’occupazione dell’Albania nel 1939, considerava la zona come un feudo della propria azione diplomatica. Non bisogna dimenticare che l’area intorno alla catena montuosa del Pindo, tra l’Epiro e la Ciamuria, era oggetto di una strisciante contesa tra Grecia e Italia sin dagli anni Venti, a causa dell’inestricabile mescolanza di popolazioni albanesi e greche al di là dei confini delle rispettive nazioni. Provocazioni ed incidenti duravano dal 1923, quando la Regia Marina aveva brevemente occupato Corfù in risposta ad un attentato in territorio greco contro una delegazione diplomatica italiana incaricata di definire il confine greco-albanese. La crisi era poi rientrata, ma i dissapori tra i due Paesi erano rimasti. Nemmeno l’insediarsi del regime dittatoriale di stampo fascista di Ioannis Metaxas nell’aprile del 1936 contribuì a far migliorare i rapporti diplomatici, se nell’agosto del 1939 Mussolini ordinò il dislocamento di quattro divisioni italiane al confine greco, in vista di una possibile invasione. Il crollo dell’ordine di Versailles a seguito dell’Anschluss e dello smembramento della Cecoslovacchia aveva gettato i restanti Stati dell’Europa dell’est in un clima di incertezza, in cui l’esistenza di ognuno di essi era minacciata dalle mire espansionistiche delle potenze maggiori. Lo scoppio della Seconda guerra mondiale e la ferma volontà di Hitler che l’Europa sud-orientale rimanesse un teatro tranquillo fecero in modo che il progetto italiano venisse temporaneamente accantonato. Ma Mussolini e i vertici militari non dimenticarono la bozza del piano di attacco elaborata dal generale Guzzoni: nei mesi successivi sarebbe stata più volte ripresa, rivista e riposta dai cassetti della scrivania di Palazzo Venezia, fino all’ottobre del 1940, quando gli indugi cessarono.

Il 15 di quel mese, a Roma, in una riunione a cui parteciparono Mussolini, Ciano e i generali Badoglio, Soddu, Roatta, Visconti Prasca e Jacomoni, vennero discusse le modalità di attacco alla Grecia. Ad una prima fase in cui si prevedeva di occupare l’Epiro sarebbe seguita l’occupazione della penisola ellenica, inclusa Atene. I verbali di quel vertice sono arrivati sino a noi e costituiscono uno sconcertante esempio di inettitudine, sottovalutazione dell’avversario e superficialità di giudizio. Le roboanti spacconate di Visconti Prasca, comandante delle forze in Albania, il quale per favorire la propria carriera aveva un interesse molto concreto affinché l’attacco avesse luogo, sono una delle numerose prove del deplorevole stato in cui era precipitata la professionalità dell’Esercito: “Questa operazione è stata preparata fin nei minimi dettagli, ed è perfetta per quanto umanamente possibile … Lo spirito delle truppe è altissimo, l’entusiasmo è al massimo grado.” E riguardo ai greci: “non è gente che sia contenta di battersi…” Badoglio, Soddu e Roatta si guardarono dal sollevare obiezioni, nonostante non potessero essere all’oscuro dei rischi a cui si andava incontro: la loro incompetenza e doppiezza non potevano impedir loro di farsi un quadro plausibile delle difficoltà della situazione, ma preferirono tacere e non esporsi. Anche lo stesso Ciano, da un punto di vista diplomatico, era in possesso di fondati elementi che contrastavano il clima di esagerato ottimismo. I rapporti inviati dall’ambasciatore Grazzi da Atene avrebbero dovuto far suonare più di un campanello dall’allarme nelle menti dei pianificatori dell’attacco. Nel suo libro “Il principio della fine” confesserà: «Non si riesce a comprendere come il conte Ciano, il quale doveva pure avere letto i miei rapporti, le mie lettere e i miei telegrammi, abbia potuto parlare della netta scissione tra le popolazioni e la classe dirigente politica e plutocratica greca e affermare che a parte questa ristretta classe il rimanente del popolo greco era indifferente a tutti gli avvenimenti, compreso quello della nostra invasione.» Da parte di Mussolini, il volere dar sfogo alla propria rabbia nei confronti della superbia tedesca fu indiscutibilmente una delle componenti che portarono all’avventura in Grecia, ma in maniera non meno decisiva contribuirono i vertici militari e politici con la loro colpevole acquiescenza, il loro pressapochismo e l’onnipresente perseguimento di interessi personali a fini di carriera.

L’inizio delle operazioni, affidato a sole 7 divisioni, venne fissato al 26 ottobre e poi, su pressione di Badoglio, rimandato al 28, anniversario della marcia su Roma. A cuor leggero, illudendosi che i greci non avrebbero opposto resistenza all’aggressione, si decise così di lanciare una campagna militare pianificata ad un livello dilettantesco, con forze insufficienti e malamente equipaggiate, le quali avrebbero dovuto operare su di un terreno montuoso, aspro e difficile, e per di più in pieno autunno. La divisione corazzata Centauro, solo per fare un esempio, era tale solo nel nome: a ben vedere non poteva dirsi né una divisione, né tantomeno corazzata. Potendo contare su soli 4.000 uomini, un centinaio di carri leggeri (i famigerati L3, detti “scatole di sardine”), e la ridicola quota di 24 pezzi di artiglieria, in tutti gli eserciti del mondo sarebbe stata considerata al più una brigata. Nemmeno moltiplicandola a dismisura avrebbe raggiunto la forza d’urto di una divisione tedesca o britannica. Ma neppure il resto delle unità italiane di fanteria era messo meglio: la divisione Venezia, all’estremità settentrionale dello schieramento italiano, era stata spostata a marce forzate dal confine jugoslavo e non aveva ancora avuto il tempo di ambientarsi nel nuovo scenario. L’efficienza della divisione alpina Julia, schierata al centro, con i fianchi – si fa per dire – protetti dalle fragili divisioni Ferrara e Piemonte, era stata compromessa dalla stupida riorganizzazione che aveva allontanato gli ufficiali e i soldati slavi reclutati nelle province di Udine e Gorizia. Solo l’aviazione con 400 apparecchi contro 100 poteva esercitare un’azione efficace e all’altezza delle aspettative. Ma nel complesso, per un’armata in simili condizioni era già tanto potersi difendere, figuriamoci conquistare posizioni fortificate difese da un nemico che attendeva l’attacco e soprattutto lottava per impedire l’invasione del proprio Paese.

Nonostante tutto, all’alba del 28 ottobre, senza superiorità numerica e con una catena logistica inesistente, l’attacco italiano iniziò lungo tutto l’arco del fronte. I timidi progressi nelle prime ore lungo la costa e al centro diedero l’impressione che l’offensiva stesse procedendo come previsto: la divisione Julia avanzò per una cinquantina di chilometri lungo la catena del Pindo e raggiunse i villaggi abbandonati di Samarina e Koniza. In realtà le avanzate iniziali furono permesse dai greci, i quali stavano attuando una tattica di difesa elastica, ritirandosi su posizioni interne più solide e attendendo l’occasione che l’esercito italiano, avanzando, si sbilanciasse. Cosa che puntualmente avvenne nei primi giorni di novembre. Papagos ordinò pertanto all’armata di Macedonia di contrattaccare da nord, dove erano schierate le unità italiane più fragili. Le divisioni Parma e Piemonte, investite frontalmente, iniziarono a ritirarsi, lasciando scoperto il fianco sinistro della Julia, la quale si trovò così minacciata di accerchiamento. Il fronte divenne pericolosamente instabile e come una porta girevole iniziò a ruotare intorno al proprio asse, con gli italiani che avanzavano a sud e i greci che facevano lo stesso a nord. La situazione non tardò a rivelarsi in tutta la sua gravità anche nelle menti mediocri dello stato maggiore: si decise l’invio al fronte di nuove truppe di rinforzo e finalmente il 9 novembre l’incompetente generale Visconti Prasca venne rimosso dal comando. Si commise però l’errore di gettare i rinforzi nella battaglia poco alla volta, col risultato che divisioni come la Bari, la Tridentina e la Cuneo vennero fuse pezzo a pezzo dal calore e l’intensità dello scontro. I greci poterono quindi insistere nella loro offensiva e in pochi giorni il morale dell’esercito italiano crollò. L’illusione che l’attacco alla Grecia si sarebbe risolto in una passeggiata dall’alto dei vertici era filtrata fino all’ultimo dei fanti. “Tenente, ma i greci sparano!” esclamarono non pochi soldati sorpresi dalla reazione nemica. All’inizio di dicembre, la linea del fronte correva molto all’interno dell’Albania: incredibilmente adesso era l’Italia che doveva difendersi dall’invasione greca. Mussolini in un discorso garantì pubblicamente che avremmo “spezzato le reni alla Grecia”, ma in realtà al di fuori dei confini nazionali il mondo intero si sbellicava dalle risate. A Mentone comparvero cartelli con la scritta: “Greci fermatevi, qui c’è la Francia!

La situazione non si sbloccò che nell’aprile del 1941, grazie all’intervento di due divisioni corazzate tedesche che invasero la Grecia scendendo dalla Bulgaria. Si scoprì che la campagna era costata alle forze italiane 13.755 morti, 50.874 feriti e 25.067 dispersi. E che come eredità non aveva lasciato che un’umiliazione cocente unita al concreto problema di dover presidiare un territorio ostile con forze insufficienti e logorate dai combattimenti sostenuti. Mussolini poteva credere che la Grecia stesse all’Italia come la Norvegia alla Germania, ma una simile formulazione non era che uno dei suoi soliti artifici retorici nei quali era maestro. L’occupazione della penisola ellenica non portava nessun guadagno economico, né materie prime per l’industria bellica. Non garantiva basi, né sbocchi su un oceano aperto, ma costituiva solamente un nuovo fronte da presidiare e quindi un’inutile dispersione di forze. Come detto, i responsabili di questa tragedia annunciata furono il Duce, Ciano e l’intero apparato dirigente militare. I lutti causati sono per intero da ascrivere alla loro superficiale stupidità e al loro cinismo senza limiti. Nessuna critica dovrebbe essere mossa alle truppe sul campo: in condizioni proibitive, costrette ad un combattimento che non potevano vincere, molte unità mostrarono un coraggio ed una resistenza ammirevoli. La guerra sui monti del Pindo e della Macedonia richiamava per molti aspetti quella combattuta vent’anni prima sulle Alpi e l’altopiano del Carso. Era ancora una guerra alla nostra portata, la sola che l’esercito italiano fosse in grado di condurre con una certa efficienza. La prova, se mai ce ne fosse stato bisogno, la si ebbe pochi mesi dopo, quando intere armate italiane furono annientate nelle pianure del Don o nel deserto di El Alamein fronteggiando sovietici e britannici, e gli uragani di fuoco e acciaio della moderna guerra industriale.

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