«Non ho mai partecipato ad una battaglia; non mi sono mai trovato vicino al luogo dove si svolgeva; né l’ho udita da lontano, e neppure ne ho avuto sott’occhio le conseguenze… […] sempre più mi convinco che ho un’idea assai vaga di ciò che una battaglia può essere.»

John Keegan – The Face of Battle

Nel pieno della pandemia mi sono spesso domandato se sarei mai riuscito a vivere abbastanza a lungo per vedere il riflusso dell’alluvione mediatica intorno al Covid-19. Televisioni, giornali, riviste, radio, siti… Ogni mezzo d’informazione non parlava d’altro. Come tutti mi sono presto scoperto al centro di uno sfibrante stillicidio protratto su ventiquattr’ore al giorno, per mesi e mesi. Superata una certa soglia di tolleranza, la mia impressione era che notizie, chiacchiere, vaniloqui e previsioni avessero assunto vita propria, come le scope dell’apprendista stregone, e non facessero altro che alimentare all’infinito un circolo vizioso di altre notizie, chiacchiere, vaniloqui e previsioni. Un gigantesco meccanismo che tuttavia, nel suo incessante lavorio, sembrava non aumentare di un grammo la conoscenza sull’argomento attorno al quale ruotava. Perdio, quando sarebbe finito? Circa due mesi fa ho avuto la mia risposta. Sono stato esaudito: ora di pandemia non si parla quasi più. Siamo dunque liberi da noi stessi, dalle logiche perverse dell’apparato mediatico che a martellate forgia le nostre opinioni e il nostro modo di considerare la realtà? Magari. Se la parola “virus” è quasi sparita dal vocabolario quotidiano, è solamente per essere sostituita da un’altra più sinistra e ancestrale, che, al pari della malattia, accompagna l’uomo dalla notte dei tempi. Oggi il nostro nuovo compagno è un termine dal suono altrettanto terrificante a causa delle immagini che evoca: “guerra”. Da quando le pianure fra il Dnepr ed il Donec sono tornate ad essere percorse da eserciti in lotta non si parla d’altro. E il meccanismo ha ripreso a girare, nello stesso modo, con gli stessi tempi, solo azionato da una nuova forza. La storia si ripete. Ovunque è un crescendo di parole, immagini, analisi, opinioni, accuse, spiegazioni. Storici in collegamento streaming da casa, con le proprie disordinate librerie alle spalle, ci sciorinano le vicende di russi e ucraini dai tempi dei Rjurikidi. Generali in sovrappeso ed in pensione, armati di lunghe bacchette professorali, tracciano ipotetiche manovre a tenaglia su cartine in scala uno a un milione. Psicologi e filosofi vengono consultati con la riverenza che gli antichi tributavano agli oracoli, nel tentativo di illuminare i reconditi pensieri di Zelensky e Putin ad ogni loro uscita pubblica, interpretando anche le minime increspature delle sopracciglia. Truci analisti geopolitici, che ci sarebbe da spaventarsi se potessero disporre a proprio piacimento anche di una sola brigata corazzata, ci illustrano con composta freddezza le eterne macro-dinamiche della geopolitica. Tutta questa chiassosa, disordinata scenografia concorre a formare la nostra idea della guerra moderna. Ma cosa sappiamo realmente di essa? In che misura le nostre conoscenze collimano con la realtà effettiva? Ci sono aspetti che ci sfuggono o – peggio ancora – vengono deliberatamente taciuti? Credo proprio di sì. Questa semplice parola di sei lettere (almeno nella nostra lingua) contiene un universo di significati troppo vasti e ramificati per poter essere compresi appieno in trasmissioni e articoli improvvisati. Su un solo aspetto mi sento però di poter esprimere un giudizio: a mancare del tutto è una chiara e sincera consapevolezza di cosa sia in concreto il momento costitutivo di ogni guerra, e cioè la battaglia.

Otto Dix - Truppe d'assalto all'attacco

La mia generazione, così come quella precedente incarnata dai miei genitori, non ha un’esperienza diretta di cosa voglia dire vivere in guerra e men che meno trovarsi nell’orrore di una battaglia. Innegabilmente si tratta di una fortuna che spero perduri ancora a lungo in favore di chi verrà dopo di noi. Ma significa anche che di guerre e battaglie non possediamo che un’idea limitata, indistinta, stereotipata, scarsamente reale. Non sarebbe un grosso problema se queste minacciose realtà non lambissero i fragili confini del nostro civile mondo. Jugoslavia, Ruanda, Kosovo, Cecenia, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Yemen e ora Ucraina. E mi sto solamente limitando ad enumerare i conflitti più recenti e vicini. Macerie, massacri, sangue, paura, morte: tutti spettri pericolosamente vicini. E noi manchiamo di categorie per inquadrare questi eventi e i loro effetti entro una cornice di verità tale da permetterci di affrontarli con consapevolezza. Possiamo e dobbiamo essere tutti d’accordo sul fatto che ci si debba impegnare a bandire la guerra dal ventaglio delle azioni umane ma, per avere una qualche possibilità di giungere ad un simile risultato, è prima necessario comprenderla per cosa essa sia realmente. È qui che a livello collettivo denunciamo un preoccupante vuoto di cognizione, forse perché nelle moderne società occidentali morte, dolore e sofferenza sono infatti diventati dei tabù. Rigettiamo il contatto con questi elementi della condizione umana perché ritenuti psicologicamente dirompenti, lesivi al massimo grado della nostra sensibilità. In quanto tali, essi diventano oggetto di una costante azione di rimozione sociale. Per questo motivo sempre più persone subiscono la fascinazione dalla violenza sotto altre forme: perché cercano un inconscio sfogo per mezzo di altri meccanismi quali l’aggressione familiare, il crimine, giochi. La nostra percezione della guerra è quindi monca, e per conferirle una qualche stabilità sopperiamo con rassicuranti narrazioni costruite ad arte. Come per tanti altri aspetti dell’esistenza, per molti di noi l’idea di battaglia è costruita per continue aggregazioni portate dalla finzione cinematografica delle grandi produzioni hollywoodiane. Escludendo l’infinita massa di war movies di serie B, anche quelli di indubbio valore artistico ed emotivamente coinvolgenti come “Salvate il soldato Ryan”, “Fury”, “1917” o “Band of Brothers” sono in realtà pessime rappresentazioni della realtà storica di una battaglia. Non perché guardandoli si è indotti a credere che uno Sherman americano, se guidato da un equipaggio con po’ di coraggio e sano pragmatismo yankee, possa distruggere un Tiger tedesco. Ma perché si ricava l’idea tutto sommato rassicurante che la guerra sia un affare certo sporco e sanguinoso ma lineare, con buoni e cattivi, dove basti mettere un’arma in mano ad un soldato perché questi combatta e magari uccida il proprio nemico. Non è così. Per rendercene conto, il solo mezzo a nostra disposizione è affidarci a chi ha vissuto in prima persona quelle esperienze. Si tratta di una pericolosa discesa nel vuoto di un abisso, contando – come unica sicurezza – su null’altro che il sottile cavo della memoria storica.

Ecco la testimonianza di un veterano della Seconda guerra mondiale circa il senso di un combattimento in prima linea:

«Un amico mi chiese una cosa impossibile: descrivere a parole la violenza di un combattimento a corta distanza. Impossibile. È una realtà che ti circonda e ti avvolge, non in tre, ma in sei dimensioni: davanti, a destra, a sinistra, rimbalzi e schegge alle tue spalle, esplosioni sopra di te, il terreno che trema sotto i tuoi piedi. Lo scontro, lo senti in tutto il corpo. La vista confusa per il sudore che ti cola negli occhi, le narici bruciate dall’acre odore degli spari, le orecchie invase da rumori terrificanti, i nervi scossi dai colpi di mortaio e dall’esplosione delle granate, le urla dei combattenti, i lamenti dei feriti, il crepitio dei proiettili e dei traccianti, i corpi dietro cui ti nascondi o che calpesti, e che magari sono corpi di gente che conoscevi… Tutto questo fuso insieme. Non c’è modo per descriverlo, non c’è film che possa raffigurarlo. Non ci sono parole per raccontarlo…»

Oppure, andando più indietro, si può leggere un brano altrettanto drammatico, scritto dal tenente Mario Muccini del 147° fanteria impegnato nei combattimenti della Grande Guerra, durante l’undicesima battaglia dell’Isonzo:

«Grandi matasse di fumo nero. Un soffio d’aria infuocata ci investe. Urla di dolore. Si sente un puzzo nauseante di carne bruciata, di benzolo, di panni incendiati. In mezzo al fumo che si dirada vedo correre, sulla trincea austriaca, un paio d’uomini con i vestiti in fiamme.
Il maggiore è ferito. Ecco, lo portano giù. Ha il piede spezzato.
– Signor maggiore…
– L’è nient, l’è nient. Sopra c’è il capitano Filograsso. È pallidissimo. Ci diciamo addio.
Il battaglione non va avanti, insaccato nella trincea. Le mitragliatrici sventagliano le loro raffiche di morte e bloccano i varchi. I soldati non possono uscire.
– Avanti, avanti, ragazzi! Qui moriamo tutti…
Il fischietto! Filograsso fischia. Ma il frastuono infernale ne copre, per fortuna, il suono grottesco. Un caporale della nona, accanto a me, vomita sangue e rantola. Anche Panci è morto, all’imbocco del camminamento. Grido anch’io: – Avanti!
Quota 1370. Un ammasso informe di rovine. In un ricovero bruciato e distrutto, due enormi bozzoli neri, ancora fumanti, di carniccio carbonizzato. Ci arrestiamo. Di fianco ci fulminano. A sinistra i nostri si ritirano. Intorno a noi è la strage e lo sterminio… […] C’è un austriaco morente, che si lamenta e si raccomanda. – Oh, mein Gott! Chiede da bere, ma nessuno ha un sorso d’acqua per acquetargli la sete. Anastasi racconta, sdegnato, che oggi, quando è sceso al comando di reggimento, ha visto, davanti al posto di medicazione, file di feriti, e ce n’erano dappertutto, che non potevano essere medicati e, di questi, molti morivano disperati e urlanti, ancor pazzi d’angoscia e di terrore. L’azione è rimandata…»

L’autentico volto della battaglia, prima di ogni altra considerazione, è costituito da quanto sopra descritto. Riassumendo: un indicibile terrore; esaurimento fisico e mentale; ansia; stati confusionali; percezione alterata della realtà; una continua aggressione sensoriale; ferite; sangue; corpi insepolti; stress traumatico. Gli effetti sull’organismo umano, da un semplice punto di vista fisiologico, sono altrettanto sconvolgenti. Nel pieno dell’azione il cuore di un soldato supera spesso la soglia dei 180 battiti al minuto, cosa che comporta il deterioramento dei processi cognitivi e delle abilità motorie, la vasocostrizione, la perdita della visione periferica e della percezione della distanza, esclusione uditiva. Ma non solo: comportamenti irrazionali, fuga sconsiderata o catatonico immobilismo, perdita del controllo di vescica e intestini. In prima linea, “farsela addosso dalla paura” è spesso un’espressione estremamente concreta, priva di ogni connotazione metaforica. In ogni tempo. Nel “Ierone” di Senofonte – un testo del IV secolo a.C. – leggiamo la seguente descrizione di cosa siano gli attimi precedenti uno scontro che, per quanto indiretta, rende bene gli effetti: «Se anche tu, Simonide, hai conosciuto l’esperienza della guerra, e ti sei mai trovato a doverti schierare contro la linea della falange nemica, cerca di ricordare quale cibo mangiasti allora, quale sonno dormisti. Quei dolori che tu allora hai patito sono quei medesimi che – più acuti – conosce anche il tiranno.»

Otto Dix - La Guerra

Paura quindi. Ma non di una sola cosa. La paura sul campo di battaglia è un mostro dalle mille facce. Come viene facile pensare, esiste certamente quella di morire, o di subire dolorose menomazioni fisiche. Accanto ad essa c’è senz’altro anche quella della possibile punizione impartita dall’apparato militare di appartenenza per il rifiuto di battersi. Ma non solo. In maniera del tutto controintuitiva per la nostra mentalità, ciò che un soldato sulla linea del fuoco teme maggiormente è di dover uccidere un altro uomo. Questa sconvolgente verità ha iniziato ad emergere all’indomani della Seconda guerra mondiale, grazie agli studi del generale americano Samuel Lyman Atwood Marshall. La sua opera principale “Men against Fire” è predicata attorno al riconoscimento e all’ammissione di un dato di fatto, ossia che nel patrimonio di valori di un cittadino/soldato alcuni principi sono inestirpabili. Tra di essi Marshall individua l’incapacità di concepire un’aggressione che sconfini oltre il limite di togliere la vita ad un proprio simile. Alcuni brani del testo sono particolarmente significativi:

«L’esercito deve tener conto del fatto che quest’uomo è figlio di una cultura in cui l’aggressione connessa con la soppressione della vita è proibita e inaccettabile. L’insegnamento e gli ideali di tale cultura sono contro l’uccisione, si oppongono all’idea di prevaricazione. La paura dell’aggressione è stata imposta all’uomo occidentale con tanta forza, è stata da lui assorbita in maniera così profonda e completa (in pratica, si può dire che l’ha succhiata col latte materno), da costituire parte integrante della sua struttura emozionale. È questo il suo massimo handicap quando entra in combattimento; è essa che gli blocca il dito sul grilletto, anche se l’uomo occidentale è solo vagamente conscio del fatto che essa esercita un potere su di lui.»

«E’ perciò ragionevole credere che l’uomo comune e sano di mente, l’uomo che può affrontare la fatica mentale e fisica del combattimento, abbia un’innata e solitamente ignota repulsione ad uccidere un suo simile che non ucciderebbe volontariamente se gli fosse possibile evitarlo. Al momento decisivo diventerà un obiettore di coscienza.»

«L’esercito non può distruggere l’uomo occidentale.»

Sembra incredibile ma, posta la validità delle premesse circa i valori dell’uomo occidentale, le tesi di Marshall devono per forza di cose risultare valide. In essenza, un esercito è infatti un organismo sociale al pari di un partito politico, di un’associazione sportiva o un ambiente lavorativo, al cui interno, le singole componenti – vale a dire gli esseri umani – soggiacciono alle stesse leggi di comportamento e consuetudini culturali che trovano applicazione al di fuori di esso. I numeri stessi comprovano questa teoria. Da studi e interviste condotte in prima persona direttamente sul campo, il generale americano era giunto alla conclusione che durante la guerra solamente il 20% dei soldati aveva effettivamente sparato al nemico con l’intento di ucciderlo. L’abnorme consumo di munizioni fatto registrare da ogni esercito praticamente dall’invenzione della polvere da sparo dimostrava con chiarezza che solo una minima parte dei proiettili trovavano il proprio bersaglio. Già un moschettiere del Settecento doveva usare, in media, dai 300 ai 3.000 colpi per abbattere un nemico. In tempi preindustriali la tentazione di imputare la sproporzione alle limitazioni tecniche delle armi poteva apparire legittima. Ma sorprendentemente, anche in pieno Novecento, con fucili sempre più perfezionati e letali, il rapporto tiro/uccisione non aveva fatto che aumentare. Si stima infatti che durante la Seconda guerra mondiale per ogni colpo a segno, ne siano stati sparati dai 10.000 ai 20.000. Semplicemente, imbracciando un fucile, la stragrande maggioranza dei soldati non tira per uccidere il proprio nemico. Marshall aveva ragione. Ma i fattori culturali da lui individuati, pur essendo la causa principale di una scarsa efficienza nel dispensare la morte sul campo di battaglia, non erano l’unica. La natura, e in particolar modo il comportamento animale, fornisce una chiave interpretativa altrettanto valida. Un combattimento tra specie differenti è facile che termini con la morte di uno dei contendenti. Basti pensare al serpente contro la mangusta, o al gatto contro il topo. Al contrario, nei duelli intraspecifici, è estremamente improbabile che gli esiti siano letali. Nell’ordine dei primati prevale un istinto alla reciproca conservazione: per evitare di uccidere o di essere uccisi, vengono messi in atto una serie di comportamenti intermedi, tra i quali l’atteggiarsi o il rendere manifesta la propria forza per intimidire l’avversario e convincerlo a desistere dal confronto. Gli scimpanzè battono il petto; un uomo all’interno del contesto della violenza organizzata rappresentata dalla guerra, veste una sgargiante uniforme, marcia al suono di musica e tamburi, e spara in aria consumando munizioni su munizioni.

La resistenza psicologica ad uccidere è quindi un freno potente, perché incardinato nel profondo dei meccanismi che regolano le azioni umane. Per un esercito, il primo e fondamentale scopo diventa quello di superare questo ostacolo spingendo i propri uomini a commettere su scala collettiva atrocità che in condizioni normali nella vita civile si rifiuterebbero di compiere. In astratto, il fine ultimo a cui tendere è quello di conferire legittimazione al gesto di uccidere. La catena di comando, resa manifesta dalla presenza ravvicinata di ufficiali e sottoufficiali, è istituita proprio a questo scopo: sgravare il soldato dal peso morale di un’azione che in tempo di pace sarebbe considerata e punita come puro e semplice omicidio. L’ottundimento del senso di responsabilità viene così raggiunto facendo leva su un istinto innato dell’uomo, radicato quanto quello alla vita, un qualcosa che trova un efficace compendio nell’affermazione di Freud a: «non sottovalutare mai il potere della necessità di ubbidire.» Le dinamiche di gruppo e la psicologia del branco fanno il resto. Le forme del combattimento ravvicinato, così come la tattica di impiego delle armi, presuppongono spesso un operare a squadre appositamente per diluire la responsabilità dei loro effetti. Un esempio è quello del mitragliere e del servente, i quali si dividono i compiti di funzionamento della loro arma, ma soprattutto il fardello della responsabilità. Non a caso, durante la Seconda guerra mondiale, gli episodi in cui i mitraglieri si sono rifiutati di sparare sono estremamente rari. Non così per i fanti, i quali, agendo spesso come singoli, non dispongono di questo alibi implicito. Altrettanto importante, come è lecito aspettarsi, è l’addestramento. Più un’azione viene ripetuta, più diventa automatica, irriflessa, spontanea, e quindi facile a ripetersi in serie. In altri termini si tratta di percorrere la scala che dall’abitudine conduce all’assuefazione per sfociare infine nel condizionamento mentale, attraverso un esercizio che risulta tanto più efficace quanto più si avvicina alla realtà. Le moderne tecniche di addestramento al fuoco impiegate dagli eserciti mirano a ricreare situazioni verosimili. Si fa largo uso di bersagli mobili che appaiono all’improvviso e che, quando colpiti, cadono a terra proiettando frammenti e sporcandosi di rosso. Lo scopo è di desensibilizzare le reclute di fronte alla situazione traumatica che si troveranno a sperimentare in combattimento, né più né meno come si fa nei teatri anatomici delle accademie mediche, dove ai futuri dottori è imposta una macabra pratica sui cadaveri. Ma non solo. A questi fattori se ne aggiungono altri più sofisticati. Potenti droghe elargite a piene mani sono costituite dal martellamento della propaganda basata su una caricaturale rappresentazione del nemico, che viene spesso dipinto come un subumano. I molti poster diffusi nei periodi delle due guerre mondiali non hanno bisogno di alcun commento quanto ad efficacia nel creare un distacco emotivo che consenta ad un soldato di premere il grilletto con più facilità:

Un collage di poster di propaganda

Tuttavia, la più grande variabile che influenza la predisposizione ad uccidere è un qualcosa di natura facilmente misurabile: lo spazio. Intendo dire: la semplice, banale distanza che separa dal nemico. Il seguente grafico descrive alla perfezione la legge fondamentale del combattimento: quanto più la distanza è elevata, tanto più facile risulta sopprimere il nemico:

Il problema principale del combattimento ravvicinato è dunque la possibilità di vedere in faccia il proprio avversario, di percepirne la mera presenza fisica. Per comprendere meglio, diamo la parola a due influenti teorici e analisti. Il primo è Ardant du Picq, un ufficiale dell’esercito francese del tardo Ottocento, famoso per le intuizioni sugli aspetti psicologici della battaglia contenute in alcune sue opere tra le quali “Études sur le combat”:

«Combattere da lontano è istintivo per l’uomo. Dal primo giorno ha lavorato a questo scopo e continua a farlo. […] In una battaglia moderna che si svolge con i contrapposti avversari a grande distanza, l’uomo è arrivato ad avere orrore dell’uomo. Egli arriva al combattimento corpo a corpo solo per difendere sé stesso o se ci è costretto.»

Il secondo è Jesse Glenn Gray, un filosofo e professore dell’università del Colorado arruolatosi nell’esercito americano nel 1941. Nel suo “The Warriors: reflections on men in battle” afferma:

«A meno che non si raggiunga un’estasi omicida, uccidere è più difficile se fatto da una distanza minima. Ad ogni metro di lontananza vi è una corrispondente diminuzione della realtà. L’immaginazione confonde e distorce ogni cosa quando le distanze diventano troppo grandi. Quindi gran parte della crudeltà insensata delle recenti guerre è stata perpetrata da distanza, da soldati che non potevano vedere quale scempio le loro potenti armi stavano causando.»

Il fante gettato in prima linea col compito di assaltare una trincea o conquistare un edificio ha una chiara percezione della realtà alla quale andrà incontro. In altre parole, egli sa bene che durante l’azione si troverà ad affrontare direttamente un altro soldato come lui e contro il quale sarà costretto ad ingaggiare una brutale lotta corpo a corpo. In questo caso lo scontro passa per il collo di bottiglia emotivo di una diretta componente fisica, che sovente si risolve in una sopraffazione quasi animalesca. L’artigliere è invece del tutto sgravato da questo problema. Dalle retrovie, manovrando la sua arma, coadiuvato dalla sua squadra di serventi al pezzo, non deve fare altro che colpire un asettico bersaglio segnato sui quadranti di una mappa. Per mezzo di gesti puramente meccanici, legati ad un sapere professionale fatto di complicati calcoli di puntamento, dispensa morte, terrore e distruzione senza nemmeno il bisogno di vedere il nemico. Nella storia della guerra, la svolta si verifica a fine Ottocento, quanto finisce la tattica del fuoco diretto. Dalla Prima guerra mondiale, per mezzo dei progressi apportati dalla tecnica e sorrette da enormi apparati industriali dediti alla produzione di massa, le batterie potevano ormai rovesciare autentici uragani di fuoco e acciaio da chilometri di distanza, per giorni e giorni, tirando anche al di là di ostacoli naturali come colline o fiumi. Non c’è quindi da sorprendersi se, in tutte le guerre dall’inizio del Novecento ad oggi, il grande killer non siano stati carri armati, gas, aerei o mitragliatrici e filo spinato. La principale causa di morte della guerra moderna è il cannone. Si stima che di tutti i caduti e i feriti militari della Prima e della Seconda guerra mondiale, almeno l’80% di essi sia stato causato dall’artiglieria. L’uso di quest’arma consente infatti di dispensare a cuore relativamente leggero una morte anonima, asettica, impersonale dal punto di vista dei sensi morali per chi la pone in atto. Tutt’altro discorso per chi si trova dal lato sbagliato di un bombardamento. Le parole di Eugene Sledge, un soldato della 1° divisione Marine durante la battaglia di Peleliu, descrivono i terrificanti effetti di un bombardamento di artiglieria:

«Quando sentivo il fischio di un proiettile in lontananza ogni muscolo del mio corpo si contraeva. Mi aggrappavo forte a qualcosa, nel debole tentativo di non essere spazzato via. Mi sentivo del tutto impotente. Mentre quel fischio infernale diventava più forte cominciavo a digrignare i denti, mi batteva forte il cuore, mi si asciugava la bocca, socchiudevo gli occhi, fradicio di sudore, respirando a fatica, senza deglutire per paura di soffocare. Pregavo sempre, a volte ad alta voce. Mi sentivo del tutto impotente […] Per me l’artiglieria era un’invenzione diabolica. Il fischio e l’urlo di quel grande pacco di acciaio e distruzione un arrivo era il culmine della furia violenta e l’incarnazione del male represso. Era la sintesi della violenza e della mancanza di umanità dell’uomo verso i propri simili. Odiavo quei proiettili con tutto il cuore. Essere ucciso da un colpo di fucile sembrava così pulito, quasi chirurgico. L’artiglieria, invece, non solo faceva a pezzi il corpo, torturava anche la mente spingendola quasi alla follia. Dopo ogni proiettile mi sentivo sfinito, esausto, senza energie.»

La Grande Guerra può essere ridotta al minimo comune denominatore di un micidiale, ininterrotto duello di artiglieria. La Seconda guerra mondiale sembra offrire leitmotiv tattici più variegati ma – solo per citare alcuni dati significativi – le fabbriche americane sfornarono più di un miliardo di proiettili di artiglieria. I sovietici fecero ancora meglio: la sanguinosa cavalcata dell’Armata Rossa verso Berlino avvenne nel sottofondo di un infernale concerto di cannoni di ogni calibro. Dai tragici giorni dell’aggressione nazista nel 1941 alla vittoriosa conquista della capitale tedesca nel 1945, l’URSS produsse l’inimmaginabile cifra di 516.000 cannoni. In pieno XVIII secolo, Federico di Prussia ammise correttamente che l’artiglieria era diventata: «… la regina delle battaglie.» Quello che forse non immaginava era che la sua definizione sarebbe rimasta valida per almeno altri 300 anni, sino ai nostri giorni. Lo stesso generale americano George Patton, uno dei profeti della velocità e dell’impiego dei corazzati, non poté fare a meno di riconoscere a sua volta: «Non ho certo bisogno di dirvi chi ha vinto la guerra. Sapete bene che è stata l’artiglieria.» Il motivo è solo parzialmente legato a motivazioni tecniche o tattiche. L’artiglieria, includendo nell’insieme anche la sotto branca costituita dalla missilistica, rimane la principale arma che consente una facile uccisione a grande distanza.

Albin Egg "I Senza Nome"

Giunti a questo punto dovrebbe ormai essere chiaro come la scala di mortalità e crudeltà di una battaglia sia una funzione diretta di quanto efficacemente un esercito è in grado risolvere a proprio favore le variabili che mascherano il combattimento quale omicidio legalizzato. Tecnologia, addestramento, propaganda, capillarità della catena di comando, uso di particolari forme di aggressione sono tutte parti di un insieme che rende possibile un atto che la natura umana in quanto tale situa ai limiti dell’impossibile. Il corollario di questa affermazione conduce al vasto dramma degli effetti del combattimento su chi è chiamato ad affrontarlo nella sua forma più diretta e brutale. Ovviamente va considerato il macabro campionario delle menomazioni fisiche, ma non tutte le ferite di un soldato risultano evidenti a prima vista. La predisposizione all’aggressività per superare l’istinto a non uccidere comporta conseguenze di lungo periodo per un combattente. In questo contesto, la parola fondamentale è “P.T.S.D.”, un acronimo anglosassone che sta per “post-traumatic stress disorder”. Col termine la psichiatria intende il complesso delle sofferenze psicologiche innescate dal subire un evento traumatico o violento. Nell’ambito bellico il disturbo è anche noto come nevrosi da guerra. Al di là di ogni danno fisico, è forse questo il fardello più gravoso che la guerra pone sulle spalle di un reduce. Convivere col fatto di aver ucciso qualcuno è mentalmente un evento tanto critico ed abnorme che per essere in qualche modo superato comporta un difficile lavoro di accettazione e razionalizzazione. Purtroppo, per la delicata natura dei meccanismi coinvolti nel processo, non tutti i soldati sono in grado di compiere questo passo, né le istituzioni responsabili di averli addestrati, armati e portati al fuoco mostrano l’intenzione di assisterli. Spesso esercito e società non si preoccupano minimamente di elargire soccorso psicologico a chi rientra dalla battaglia. Gli esempi del difficile reinserimento dei reduci del Vietnam e delle guerre in Afghanistan costituiscono un esempio eclatante di quanto la psiche di un soldato possa uscire traumatizzata dal confronto col volto della guerra. I risultati sono disturbi in grado di minare alla radice la salute e l’equilibrio mentale di un essere umano: flashback del vissuto, stordimento, confusione mentale, incubi permanenti, insonnia, ansia, spiccate tendenze all’aggressività, attacchi di panico. Senza un adeguato supporto, la persona colpita ricerca palliativi mediante il consumo e infine spesso l’abuso di sostanze quali alcool, droga e psicofarmaci, non facendo altro che peggiorare la situazione. Le vittime della guerra non sono solo i morti, ma anche coloro che, pur ritornando dal fronte, recano in sé menomazioni dell’anima. Solo pochi individui appaiono in grado di sentirsi a proprio agio nella violenza della battaglia. Sono i cosiddetti “Natural Born Killers”. In altri termini sociopatici e criminali violenti che la guerra e la retorica trasfigura in guerrieri o eroi. In realtà non sono altro che assassini nati in grado di non provare alcun trauma dal perpetrare uccisioni in serie. Nei ranghi di un esercito la loro percentuale oscilla tra il 2-3% ma, a dispetto della loro esiguità numerica, costituiscono spesso l’ossatura di corpi d’élite in grado di cementare la coesione e lo spirito combattivo di un’intera armata. L’intera storia militare è del resto percorsa da questa costante che a tratti emerge dalla simbologia o dai nomi di alcuni reparti famosi. Non poche unità militari prussiane avevano adottato il teschio come emblema sin dal Settecento. Il “Totenkopf”, vale a dire la “testa di morto”, campeggiava su molti dei copricapi della cavalleria di Federico il Grande e del Leibbataillon del ducato di Brunswick a Waterloo. Oppure, per venire ad esempi più recenti e vicini a noi, basti pensare agli Arditi dell’esercito italiano della Prima guerra mondiale. Agli occhi di un addestratore militare, gente di tale risma, costituisce l’allievo dei sogni. Non è un caso se la destinazione di molti uomini con una simile predisposizione alla morte siano ancora oggi i corpi scelti degli eserciti moderni. Ma il loro potenziale distruttivo rimane una minaccia non anche per la società che incautamente sceglie di evocare simili mostri. A rendersene conto, con largo anticipo, erano state sin dal principio poche menti lungimiranti, tra le quali quella del colonello Angelo Gatti, un ufficiale di stato maggiore di Cadorna. Il 6 settembre 1917, confida infatti alle pagine del suo diario:

«Questa gente ha una disciplina speciale: curbasciate, legate all’albero, esposizione alla gogna, al sole di agosto a testa nuda, ecc… Vive lanciando fucilate e bombe a destra e a sinistra, allegramente. Quando ritorna dall’azione i soldati dicono fra di loro: ne ho ammazzati 6, 8, 10. Ognuno vanta il suo colpo di coltello e si esperimenta il migliore per togliere di mezzo l’avversario. Tutto ciò va benissimo per la guerra: ma per la pace? Ahimè: io vedo già che cosa potrà fare questa gente, che non conosce più il valore della vita umana.»

In conclusione, la guerra è un multiforme insieme di aspetti e caratteristiche. L’approccio al suo studio può avvenire spostandosi lungo una moltitudine di piani e livelli. Quest’idra dalle mille teste possiede un volto politico, strategico, religioso, organizzativo, tecnologico, economico, e così via lungo le infinite gradazioni delle attività umane. Fa parte della storia umana a pieno titolo, e forse ne rappresenta addirittura la componente base della sua dinamica. La cosiddetta “histoire-bataille” è una modalità di affrontare la narrazione storica ormai desueta, fortemente limitata nel suo orizzonte di studio, ma nondimeno basata su di un’evidenza incontrovertibile. Una rapida ricerca su Wikipedia ci porta alla conclusione che dal 3.000 a.C. ad oggi sono state combattute 7.493 grandi battaglie. Considerando solamente i secoli XVIII, XIX e XX emerge che sono state combattute 1.482 battaglie di media all’anno. Per questo motivo la storica Margaret MacMillan, nel suo libro “War: How conflict shaped us” può scrivere queste severe parole: «La guerra non è un’aberrazione, un evento da dimenticare il più in fretta possibile. Se non capiamo quanto guerra e società siano interconnesse perdiamo una dimensione importante della storia.» I conflitti sono anche dolorose occasioni di avanzamento collettivo. Portano una maggiore organizzazione nelle compagini sociali che coinvolgono. Creano istituzioni politiche o nuovi assetti nelle relazioni internazionali. Aprono le porte a progressi in campo sociale, nella medicina, nella scienza, nella tecnologia. Il ruolo delle donne, motori a reazione, transistor, computer, penicillina, raggi x: sono tutti un portato più o meno diretto della guerra. La guerra distrugge, ma allo stesso tempo crea. Spesso, se non sempre, la nostra attenzione tende però a concentrarsi sulle sovrastrutture di una guerra o sugli aspetti che la nostra sensibilità ci consente di digerire con maggiore facilità. L’informe incubo di orrore e violenza che costituisce il suo DNA rimane nella penombra di un limbo della ragione e della consapevolezza. Si tratta di un errore, come sempre lo è il rifiuto di guardare in faccia una realtà, per quanto terrificante possa apparire. Solo conoscendo tutti gli aspetti della guerra e delle battaglie possiamo correttamente valutare quando sia necessario ricorrervi e, soprattutto, quale prezzo ci attenda da pagare quando le armi finalmente ammutoliscono.

Numero di battaglie dal 3100 a.C.

John Keegan, Il volto della battaglia, Il Saggiatore, 2001

Samuel Lyman Atwood Marshall, Men Against Fire: The Problem of Battle Command

Margaret MacMillan, War: come la guerra ha plasmato gli uomini, Rizzoli, 2021