Non resta che tener duro per altri due giorni, poi, grazie al cielo, calerà il sipario sul deprimente spettacolo della miseria umana. Dalla prossima settimana avremo finalmente un nuovo sindaco e poco importa se risulterà essere la versione 2.0 dello Zar Ivan il Terribile o il Caligola dei tempi moderni. Per almeno cinque anni, con un po’ di fortuna, non saremo più costretti ad assistere alle scene di cui i miei colleghi ed io siamo ora involontari testimoni. Spero davvero che un misericordioso oblio offuschi la nostra memoria consentendoci di continuare la vita in beata ignoranza. Chissà, forse riusciremo a recuperare un atomo di fiducia nell’elettore medio, posto che quella in chi lo rappresenta è ormai irrecuperabile. E magari arriveremo persino a non vederlo più come uno stolido pecorone pronto a farsi menare per il naso dal politico che la spara più grossa. Purtroppo, questo augurio è destinato a rimanere niente di più che un wishful thinking. Questa folata di gelido pessimismo cosmico non scaturisce da chissà quale astrusa disquisizione sulle categorie dello spirito. Per capirlo basta semplicemente posare lo sguardo sui volantini di propaganda che in questi giorni ci capitano fra le mani: non esiste migliore prova a sostegno della dabbenaggine della stragrande maggioranza dei possessori del diritto al voto. Provocano lancinanti fitte di dolore al cuore ed alla mente; toccano corde segrete della sensibilità in modo molto più profondo delle innumerevoli tragedie che flagellano il mondo. Un terremoto demolisce edifici e cancella vite umane, ma non incrina la fiducia nell’umanità. Un programma elettorale, e il modo in cui viene preso sul serio, invece cancella per sempre il sogno di una società onesta e sobria, popolata da un corpo elettorale dotato di un minimo di senso civico e capacità critica nei confronti delle persone a cui affida l’esercizio della sovranità. In ufficio non passa giorno senza che ci domandiamo – sempre senza risposta – come possano esistere persone nominalmente dotate del ben dell’intelletto, in grado di credere all’immane mole di fandonie compresse nel ridotto formato di un pieghevole. Strade, piscine, servizi sociali da far impallidire quelli svedesi, attrazioni turistiche, riduzione di ogni tassa possibile ed immaginabile… Manca solo la garanzia di edificare all’ingresso del paese una copia in scala 1:1 della piramide di Cheope…

La democrazia è un’invenzione dell’uomo e, in quanto tale, imperfetta. A riprova si cita in genere il motto di spirito di Winston Churchill dicendo come essa sia la peggiore forma di governo all’infuori di tutte quelle tentate precedentemente in seimila anni di storia. Il sistema in effetti presenta innegabili lati oscuri. Il paradosso di Condorcet, ad esempio, ci dimostra da un punto di vista logico-matematico che, in un sistema di votazione maggioritario dove si abbia la presenza di più di due candidati, l’esito non è indipendente dall’ordine delle votazioni. In altre parole, risulta impossibile estendere la transitività delle preferenze individuali a quelle sociali. Questo è quanto modestamente ricaviamo dal mettere in moto la materia grigia che riposa nella scatola cranica. Ma il cuore e le evidenze empiriche invece ci parlano con un’altra voce: la democrazia è un sistema troppo avanzato per la qualità media degli individui chiamati a farne parte. L’asticella che segna il livello di maturità richiesto per un suo buon funzionamento è situata ad una soglia irraggiungibile. Quanto più la promessa di un politico è irrealizzabile, tanto più facilmente viene svenduto da parte dei cittadini il proprio potere di influire sulla realtà attraverso il voto. E non possiamo nemmeno fare uso della memoria per imparare dai nostri errori: gli italiani, molto semplicemente, non ne sono dotati. Lo stesso pifferaio magico può farci marciare oltre la soglia dell’abisso più e più volte, per molte legislature di seguito. Siamo davvero un paese di contemporanei, come rilevava Ugo Ojetti. E allora avanti, ancora due giorni e tutto sarà finito; poi, tutti a fare un bel bagno ristoratore nel fiume Lete. Ho un terrore mortale dell’acqua ma sono davvero troppo stanco: questa volta mi ci tufferò anch’io…