«Tutto il nord della Norvegia era coperto di neve talmente alta che nessuno dei nostri soldati aveva mai visto, toccato o immaginato. Non avevamo né scarponi da neve né sci e ancor meno sciatori. Dovevamo fare del nostro meglio. Così iniziava questa sgangherata campagna.»

Winston Churchill

 

All’inizio del 1940 solo i più ingenui tra i norvegesi, danesi e svedesi potevano credere che i rispettivi Paesi sarebbero riusciti a mantenere la propria neutralità come nella Prima guerra mondiale. I segnali che il fronte della tempesta si sarebbe presto esteso a nord erano evidenti ben prima dell’aggressione sovietica alla Finlandia. Curiosamente, la parte che maggiormente operava per la rottura dell’equilibrio erano le democrazie occidentali e non Hitler, il quale per ragioni economiche avrebbe preferito una Scandinavia neutrale. Già nel settembre 1939, a poche settimane dall’invasione della Polonia, Winston Churchill, che allora ricopriva l’importante carica di Primo Lord dell’Ammiragliato, propose al Governo di violare la neutralità norvegese allestendo campi minati al largo del porto norvegese di Narvik. L’intento era quello di impedire il trasporto via mare del minerale di ferro di Gällivare che la Germania acquistava dalla Svezia. Si trattava di oltre 9 milioni di tonnellate all’anno: senza questo volume di importazioni destinato alle industrie della Ruhr, la produzione bellica tedesca avrebbe subito un forte contraccolpo. Da un punto di vista strategico l’idea aveva perfettamente senso, ma né Chamberlain, né Lord Halifax si dimostrarono disposti ad accollarsi la responsabilità morale di un simile atto di forza indegno di una democrazia. Quando la notizia dei progetti britannici giunse alla Cancelleria del Reich a Berlino, l’effetto che sortì fu unicamente quello di amplificare i timori di Hitler di ritrovarsi le forze aeronavali degli Alleati nello Skagerrak, praticamente nel cortile di casa. A fine dicembre, non pago, Churchill rincarò la dose: ora proponeva uno sbarco in piena regola da parte di un paio di divisioni, ufficialmente per portare soccorso alla Finlandia, la quale pareva sul punto di soccombere all’attacco dell’U.R.S.S. In realtà l’obiettivo non dichiarato rimaneva sempre quello di troncare il legame commerciale tra la Svezia e la Germania installando una forte presenza militare alleata nella regione di Narvik. Il 20 gennaio 1940, in un discorso radiofonico, arrivò addirittura ad affermare, piuttosto incautamente, che i Paesi neutrali avevano il dovere morale di schierarsi contro Hitler. Ma a questo punto i tempi erano ormai maturi. Sia gli Alleati che il Terzo Reich non potevano più sottostimare l’importanza strategica della Scandinavia: entrambi i contendenti si lanciarono quindi in un’autentica corsa contro il tempo a predisporre piani di invasione. Le uniche incertezze riguardavano il come ed il quando, ma che il prossimo teatro di guerra sarebbe stata la Norvegia, appariva ormai come un dato di fatto.  Si attendeva solamente il pretesto giusto per innescare il meccanismo. A fornirlo sarebbe stato l’episodio che vide protagonista una semplice nave appoggio tedesca: l’Altmark.

Il 14 febbraio un ricognitore inglese avvistò l’Altmark in navigazione tra l’Islanda e le Isole Fær Øer. Dalla rotta risultava evidente che il suo capitano, Heinrich Dau, intendesse dirigersi verso le coste norvegesi e rientrare in Germania sfruttando la copertura offerta dai fiordi. L’Altmark non era un’unità da battaglia, ma solo una petroliera con compiti di rifornimento e supporto alla Graf Spee, la corazzata corsara della Kriegsmarine inviata nell’Atlantico meridionale per dare la caccia ai convogli alleati. Dopo l’affondamento a Montevideo di quest’ultima, l’Altmark, esaurita la propria missione, ricevette l’ordine di eludere la sorveglianza inglese e rientrare con ogni mezzo in Germania. A renderlo un bersaglio particolarmente ambito agli occhi della Royal Navy era il fatto che trasportasse a bordo oltre 300 prigionieri tra inglesi, sudafricani ed egiziani. Riuscire a catturarlo avrebbe senza dubbio risollevato il morale britannico, anestetizzato dall’inattività della phoney war. Alle due di notte Churchill venne svegliato nella sua stanza speciale all’Ammiragliato da una telefonata che confermava l’avvistamento dell’Altmark. Senza esitazioni, e soprattutto senza consultare il proprio governo, il futuro premier decise di inviare una squadra navale per catturare la nave tedesca. Salpata in tutta fretta da Rosyth e composta da un incrociatore leggero e cinque cacciatorpedinieri la veloce task force intercettò l’Altmark a sud di Egersund, e lo costrinse a rifugiarsi nello Jøssingfjord. Dau si trovava ora in trappola. Il capitano Philip Vian al comando dell’HMS Cossack ricevette l’ordine di abbordare il mercantile tedesco direttamente da Churchill: «You should board Altmark, liberate the prisoners and take possession of the ship». La squadra d’assalto inglese del capitano di corvetta Turner salì sull’Altmark al grido “Come on up… The Navy’s here”, come avrebbero fatto i pirati di Francis Drake nel XVI secolo. I tedeschi si difesero ma vennero sopraffatti con la perdita di cinque morti e sette feriti; gli inglesi non riportarono caduti. La vera vittima fu invece la Norvegia. La Gran Bretagna e la Francia ebbero modo di sospettare che le autorità di Oslo avessero consentito all’Altmark di attraversare impunemente le acque territoriali norvegesi garantendo alla nave tedesca un trattamento di favore. Hitler, dal canto suo, era furibondo, poiché vedeva nel riuscito abbordaggio la prova di un benevolo atteggiamento della Norvegia nei confronti degli alleati. Per entrambi Oslo non appariva più in grado di difendere la propria neutralità. La questione dell’Altmark divenne la scintilla che diede fuoco alle polveri. Una settimana dopo l’incidente, il 21 febbraio, Hitler convocò alla Cancelleria il generale Nikolaus von Falkenhorst. Dopo un breve colloquio informale il Führer lo mise al corrente di “Weserübung”, il nome in codice della bozza di piano per la conquista di Danimarca e Norvegia, e gli affidò il compito di definire i dettagli operativi dell’operazione. Falkenhorst, come ammise nelle proprie memorie, dopo l’incontro si recò in una libreria sul Kurfürstendamm e comprò una guida turistica Baedeker per farsi una vaga idea del territorio norvegese. Poi si chiuse nella sua camera d’albergo a lavorare. Alle 17 dello stesso giorno ritornò alla Cancelleria per presentare il piano a Hitler, il quale lo approvò senza riserve. Una delle più riuscite operazioni della storia militare venne perfezionata in questo modo.

In meno di due mesi tutto era pronto: la mattina del 9 aprile 1940, un’ora prima del sorgere del giorno, i trasporti truppe tedeschi salparono dalle banchine di Wilhelmshaven, alla foce del Weser. Ad essi si aggiunse quanto di meglio potesse mettere allora in campo la Kriegsmarine: le nuovissime navi da battaglia Gneisenau e Scharnhorst, l’incrociatore pesante Admiral Hipper e altre unità minori di scorta. Le destinazioni erano i principali porti della lunga linea costiera norvegese: Oslo, Kristiansand, Stavanger, Trondheim e infine Narvik, 200 chilometri a nord del circolo polare artico. Parallelamente a questa forza di invasione, dall’altro lato della penisola dello Jutland si muoveva un’armata più piccola col compito di occupare Copenaghen e la Danimarca. Il piccolo paese del Re Cristiano X si arrese in poche ore, dopo una resistenza puramente simbolica: purtroppo la geografia lo aveva collocato proprio nel mezzo delle forze armate tedesche ed il loro obiettivo. La conquista della Norvegia richiese invece sforzi maggiori, ma anche in questo caso l’esito fu scontato dall’inizio. Il Paese non aveva praticamente messo in atto nessuna misura difensiva, per il timore di mostrare una bellicosità che avrebbe potuto essere fraintesa e provocare reazioni.  Anche quando divenne evidente che la tanto temuta invasione era iniziata, le autorità tergiversarono a dichiarare la mobilitazione generale. Per quanto oggi appaiano da biasimare, i governanti norvegesi non potevano agire diversamente: fino all’ultimo istante non ebbero modo di sapere da chi sarebbero stati attaccati, e gli inglesi ispiravano preoccupazione quanto e forse più dei tedeschi. Un aneddoto rivela questo clima di incertezza meglio di ogni altra raffinata considerazione politico-diplomatica: nel cuore della notte del 9 aprile re Haakon di Norvegia venne svegliato da un assistente che gli annunciò che il Paese si trovava in guerra. La prima domanda del vecchio monarca fu: «Contro chi?»

Il 10 aprile i paracadutisti tedeschi occuparono l’aeroporto di Oslo, spianando la strada al resto della Wehrmacht, che nel frattempo era sbarcata con piccoli contingenti in diversi punti della costa. I Norvegesi insieme ai loro alleati inglesi e francesi, riavutisi dalla sorpresa, si batterono ovunque con coraggio, ma in maniera troppo disorganizzata. Riuscirono comunque ad infliggere duri colpi agli invasori. L’incrociatore pesante Blücher, una moderna unità da poco entrata in servizio e che trasportava parte della 163a divisione di fanteria, venne colpito dai cannoni della fortezza di Oscarsborg mentre cercava di forzare l’ingresso del fiordo di Oslo. Affondò con 320 uomini, tra equipaggio e passeggeri. Oppure a Narvik, dove a fine maggio gli Alleati erano praticamente riusciti a mettere in fuga le truppe del generale Dietl. Ma il destino della Norvegia, così come quello della forza di spedizione anglo-francese inviata in suo soccorso, era segnato. L’azione tedesca in Scandinavia fu nello stesso una riproposizione della guerra lampo condotta in Polonia e un’anteprima in scala ridotta dell’uragano che di lì a poco si sarebbe scatenato in Francia, contro il grosso delle forze alleate sul fronte occidentale. Per quanto inferiori di numero i tedeschi misero da subito in campo una rapidità decisionale ed una coordinazione tra le varie forze dell’esercito che scardinò ogni tentativo di resistenza. La Luftwaffe interveniva ovunque con spietata energia ed efficienza, agendo da moltiplicatore di forza, anche sul piano psicologico. Il totale dominio dell’aria consentiva pertanto a piccole unità di impadronirsi e mantenere importanti capisaldi strategici e demoliva nel contempo la volontà di resistenza nemica. Nella prima settimana di giugno gli Alleati iniziarono a ritirarsi. 25.000 uomini, inglesi, francesi e polacchi si reimbarcarono per la Scozia. Le notizie del terribile successo dell’offensiva tedesca in Francia imposero il ritiro da un fronte che tutto d’un tratto era divenuto secondario. Le perdite umane da entrambe le parti furono piuttosto lievi, se confrontate con le carneficine dei successivi anni. Da un punto di vista materiale i britannici persero la portaerei Glorious, un incrociatore e sette cacciatorpediniere. Ai tedeschi andò decisamente peggio: vennero affondati 10 cacciatorpediere su 20 e tre incrociatori. Le navi Scharnhorst, Gneisenau e Lützov riportarono danni così gravi che dovettero rimanere molti mesi nei porti per le riparazioni. Per la Kriegsmarine fu un duro colpo che contribuì a orientarne la strategia di combattimento verso la guerra sottomarina. La Norvegia però era saldamente nelle mani della Germania, e tale rimase fino alla fine della guerra. Non si sarebbe rivelata un territorio facile da controllare, principalmente per via del terreno impervio e della continua attività partigiana. Ma Hitler aveva messo in sicurezza l’approvvigionamento del prezioso ferro svedese. Disponeva inoltre di oltre 2.000 chilometri di costa che si affacciava direttamente sull’Atlantico settentrionale e che gli consentiva di installare basi per sommergibili.

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